Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa raggiunse i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Quella data è stata proclamata “giorno della memoria”.
La ricorrenza porta con sé, anno dopo anno, numerose domande, che si possono riassumere con l’interrogativo espresso recentemente dallo storico Andrea Ghiringhelli: “Serve ricordare? Servono le commemorazioni con i discorsi ufficiali a ripetere ‘mai più’ […] di fronte allo scempio in atto in questi anni?”.
Detto questo, e ribadito che il Giorno della Memoria è un’iniziativa costantemente minacciata dal pericolo di scivolare in una superficiale retorica priva di mordente, mi preme però sottolineare la necessità di non buttare a mare l’esercizio del ricordare.
Sì, perché quella del ricordare è una virtù importante. Mentre dimenticare è un vizio grave.
E noi viviamo in un tempo che sembra avere la memoria sempre più corta. Forse perché ricordare significa, oltre che recuperare il nostro passato, i nostri rinnegamenti e i nostri errori, fare i conti con i nostri silenzi, con i tentativi di non sentire e non vedere.
A questo proposito, mi pare di bruciante attualità il monito espresso nel 1946 dal pastore protestante tedesco Martin Niemöller, già comandante di sommergibili durante la Prima guerra mondiale, nazista della prima ora, più tardi critico del regime hitleriano e rinchiuso in un campo di concentramento:
“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me.”
Parole da meditare e fare proprie, nella nostra epoca di riemergenti autoritarismi, di forti spinte neofasciste e di strisciante perdita delle libertà democratiche.