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misericordia

Come si vestono i cristiani?

Voi siete il popolo di Dio. Egli vi ha scelti e vi ama. Perciò rivestitevi di misericordia, di bontà, di umiltà, di pazienza, e di dolcezza. Sopportatevi a vicenda: se avete motivo di lamentarvi degli altri, siate pronti a perdonare, come il Signore ha perdonato voi. Al di sopra di tutto ci sia sempre l'amore, perché soltanto l'amore tiene perfettamente uniti. E la pace, che è dono di Cristo, regni sempre nel vostro cuore. A questa pace Dio vi ha chiamati tutti insieme. Siate sempre riconoscenti.
Il messaggio di Cristo, con tutta la sua ricchezza, sia sempre presente in mezzo a voi. Siate saggi e aiutatevi gli uni gli altri a diventarlo.
Cantate a Dio salmi, inni e canti spirituali, volentieri e con riconoscenza.
Tutto quello che fate, parole e azioni, tutto sia fatto nel nome di Gesù, nostro Signore; e per mezzo di lui ringraziate Dio, nostro Padre. (Colossesi 3,12-17)

Per partecipare a determinate cerimonie, o per entrare in certi locali, o per aderire a certi club, occorre rispettare precisi "codici di abbigliamento". Si parla, in questi casi, di «dress code». Anche l’apostolo Paolo presenta, alle cristiane e ai cristiani della città di Colosse, nell’Asia Minore (l’odierna Turchia), un codice di abbigliamento. Aprendo il loro guardaroba, indica loro uno specifico «dress code». Quelle che l'apostolo indica sono regole che riguardano le virtù che una cristiana, o un cristiano, devono indossare.

I modelli che l’apostolo espone, come vestiti da indossare, come capi disegnati e realizzati dalla fede, sono «misericordia, bontà, umiltà, pazienza, e dolcezza». Inoltre, quale vestito più bello tra tutti, presenta «l'amore», che deve essere indossato «al di sopra di tutto».
Non sono abiti confezionati negli atelier di moda di Parigi, Berlino o Milano. Sono abiti disegnati da Gesù, e indossati da lui. Abiti, diciamolo subito, che sono apparsi come modelli provocatori e inappropriati ad alcuni dei suoi contemporanei. E tuttavia, sono capi che hanno suscitato, e continuano a suscitare, un grande fascino.

A proposito di vestiti e capi di abbigliamento: il Vangelo di Giovanni riporta che, al momento della crocifissione di Gesù, i soldati si spartirono le sue vesti senza tagliarle. E tirarono a sorte la tunica di Gesù per mantenerla intera.
Come se avessero capito che i vestiti di Gesù erano un bene esclusivo e che il capo principale, cioè la tunica, era indivisibile. Con altre parole, potremo dire: non è possibile avere solo un po' di misericordia, un po' di gentilezza, un po' di umiltà, un po' di pazienza, un po' di amore. Gli abiti della fede vogliono essere indossati interi, così come sono stati realizzati da chi li ha creati.
E indossarli significa: imparare a sopportarsi a vicenda, proprio come Cristo ha sopportato noi persone spesso insopportabili; imparare ad accettare le persone per il loro bene, proprio come Cristo ha accettato noi; imparare a perdonarsi a vicenda, proprio come Gesù Cristo ha perdonato noi.

E come ha fatto Gesù a perdonare le persone? Indossando i vestiti che l'apostolo Paolo ha tirato fuori dal guardaroba di Colosse, affinché anche noi li vedessimo.
La misericordia, che Gesù ha indossato quando ha incontrato l'adultera che doveva essere lapidata (Giovanni 8,1-11).
La bontà, indossata quando ha chiamato il corrotto esattore delle tasse Zaccheo a scendere dall'albero per celebrare una festa con lui (Luca 19,1-10).
La pazienza, indossata per raccontare la parabola dei due debitori e rispondendo alla domanda: «Quante volte devi perdonare il tuo fratello/sorella?». In quella occasione, Gesù ha posto chi lo ascoltava di fronte alla domanda: «Volete continuare a mostrare la durezza di cuore di quell'uomo che all'inizio si fece cancellare i debiti, ma poi pretese il debito che qualcun altro gli doveva? Oppure indossate l'abito della mitezza con cui si presenta il re nella parabola? (Matteo 18,21-35).
L’umiltà, che Gesù ha indossato quando ha pregato sulla croce: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Luca 23,34).

Osservando i capi di quel guardaroba, molte persone – anche cristiane e cristiani – scuotono la testa e sostengono che si tratti di abiti che non hanno la loro taglia e che non fanno al caso loro. E perciò li lasciano nel proprio armadio. Oppure li prendono e li portano dal sarto affinché li aggiusti, adattandoli al proprio gusto.
Accorciati, stretti, privati delle maniche, quegli abiti non convincono più. Solo un po' di misericordia, solo un po' di bontà, solo un po’ di dolcezza, solo un po' di umiltà, solo un po’ di perdono non bastano a farci fare bella figura, anzi, ci fanno sfigurare. E se accorciamo, stringiamo e riduciamo anche l’abito dell’amore, risultiamo vestiti anche peggio.
L'amore infatti è necessario affinché la misericordia non diventi spietatezza, la bontà non si trasformi in arroganza, l'umiltà non si tramuti in prepotenza, la mitezza si snaturi diventando indifferenza e la pazienza degeneri in apatia. Senza l'amore di Gesù, il pubblicano Zaccheo sarebbe rimasto un farabutto corrotto, l'adultera una prostituta e lo zoppo, a cui sono stati perdonati i peccati e che di conseguenza è stato guarito, un povero pazzo.

Anche noi, se teniamo chiuso il guardaroba della fede, se non indossiamo i vestiti che l’apostolo Paolo ci presenta, rimaniamo nudi, spogliati della nostra umanità. E non ci serve a nulla cercare di nasconderci dietro il cespuglio della presunta razionalità, del conformismo e delle mille giustificazioni che siamo capaci di inventare, come fece Adamo nel paradiso quando si ritrovò nudo.

Il guardaroba che l’apostolo ci presenta nella lettera ai Colossesi non è un generico e superficiale appello alla decenza e alla moralità: misericordia, bontà, umiltà, pazienza, e dolcezza vanno oltre le frasi di cortesia e le maniere amichevoli. Indossare o non indossare quegli abiti riguarda il modo in cui viviamo, il tipo di relazioni che instauriamo, le scelte sociali e politiche che operiamo, i comportamenti che teniamo: in altre parole, la nostra credibilità in quanto cristiane e cristiani.
Facciamo di quegli abiti la nostra divisa, i capi di vestiario che indossiamo ogni giorno e in ogni circostanza: a questo ci esorta la lettera inviata a Colosse, ma che possiamo intendere anche come rivolta a noi, oggi.

Quel «dress code», quelle norme di abbigliamento, non rendono la vita più facile per un cristiano, per una cristiana. Ma è solo adottandole che noi, come credenti e come chiesa, possiamo agire come sale della terra e luce del mondo.

Certo, lo sappiamo bene: nel momento in cui ricordiamo a noi stessi e agli altri le virtù apostoliche, dobbiamo difenderci dall'accusa di ingenuità, di distacco dalla realtà, e peggio ancora di incoerenza. Ma umilmente, con atteggiamento autocritico, non possiamo fare a meno di ricordare che il nostro compito è e rimane quello di continuare ad aprire il guardaroba dell'apostolo per mostrare le alternative al cappotto del soldato, alla divisa del generale, a ogni capo di vestiario che rimandi a ingiustizia, inganno, e violenza.

E quando la mattina ci troviamo davanti al nostro armadio dei vestiti, e ci chiediamo che cosa indossare per la giornata, proviamo anche a fischiettare, o a cantare, sottovoce, o a voce alta, non un motivo marziale, non un grido, ma una melodia allegra, che sia un ringraziamento a Dio per i vestiti in cui ci possiamo infilare: misericordia, bontà, umiltà, pazienza, dolcezza. Ci permetterà più facilmente di scegliere i vestiti giusti.

Foto: unsplash

Dello stare dentro e fuori

Gli agenti delle tasse e altre persone di cattiva reputazione si avvicinarono a Gesù per ascoltarlo. Ma i farisei e i maestri della Legge lo criticavano per questo. Dicevano: “Quest’uomo tratta bene la gente di cattiva reputazione e va a mangiare con loro”. Allora Gesù raccontò questa parabola:
“Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse a suo padre: ‘Padre, dammi la mia parte d’eredità’. Allora il padre divise il patrimonio tra i due figli.
Pochi giorni dopo, il figlio più giovane vendette tutti i suoi beni e con i soldi ricavati se ne andò in un paese lontano. Là, si abbandonò a una vita disordinata e così spese tutti i suoi soldi.
Ci fu poi in quella regione una grande carestia, e quel giovane non avendo più nulla si trovò in grave difficoltà. Andò da uno degli abitanti di quel paese e si mise alle sue dipendenze. Costui lo mandò nei campi a fare il guardiano dei maiali. Era talmente affamato che avrebbe voluto sfamarsi con le ghiande che si davano ai maiali, ma nessuno gliene dava.
Allora si mise a riflettere sulla sua condizione e disse: ‘Tutti i dipendenti di mio padre hanno cibo in abbondanza. Io, invece, sto qui a morire di fame. Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro Dio e contro di te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi dipendenti’. Si mise subito in cammino e ritornò da suo padre.
Era ancora lontano dalla casa paterna, quando suo padre lo vide e, commosso, gli corse incontro. Lo abbracciò e lo baciò. Ma il figlio gli disse: ‘Padre, ho peccato contro Dio e contro di te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio’.
Ma il padre ordinò subito ai suoi servi: ‘Presto, andate a prendere il vestito più bello e fateglielo indossare. Mettetegli l’anello al dito e dategli un paio di sandali. Poi prendete il vitello, quello che abbiamo ingrassato, e ammazzatelo. Dobbiamo festeggiare con un banchetto il suo ritorno, perché questo mio figlio era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l’ho ritrovato’. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore, intanto, si trovava nei campi. Al suo ritorno, quando fu vicino alla casa, sentì un suono di musiche e di danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa stesse succedendo. Il servo gli rispose: ‘È ritornato tuo fratello, e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello, quello che abbiamo ingrassato, perché ha potuto riavere suo figlio sano e salvo’.
Allora il fratello maggiore si sentì offeso e non voleva neppure entrare in casa. Suo padre usci e cercò di convincerlo a entrare.
Ma il figlio maggiore gli disse: ‘Da tanti anni io lavoro con te e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure, tu non mi hai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. Adesso, invece, torna a casa questo tuo figlio che ha sprecato i tuoi beni con le prostitute, e per lui tu fai ammazzare il vitello grasso.
Il padre gli rispose: ‘Figlio mio, tu stai sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo. Non potevo non essere contento e non far festa, perché questo tuo fratello era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l’ho ritrovato” (Luca 15,1-3.11b-32)

Questa parabola è conosciuta come la parabola del figliol prodigo, ma anche come parabola del padre misericordioso.
C’è però un terzo protagonista, che spesso resta nell’ombra: è il figlio “fedele”, che si rifiuta di partecipare alla festa, che non vuole riconciliarsi col fratello che ha sperperato i beni del padre con le prostitute, che rimane in disparte e critica il padre e il fratello minore.

La parabola termina senza lieto fine, senza indicare una “morale”: il finale rimane aperto, Gesù non ci dice se il figlio “buono” si lascerà convincere ad entrare e ad abbracciare il fratello perduto, o se invece rimarrà fuori, chiuso nel suo risentimento.
Questa è la vera sfida della parabola, che Gesù pronuncia in risposta al mormorio di alcuni “fratelli maggiori”, risentiti per il comportamento e per l’insegnamento di Gesù. L’evangelista Luca riferisce infatti che mentre “tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a Gesù per ascoltarlo, i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (versetti 1-2).

Anche se la conclusione della storia resta aperta, essa contiene tutti gli elementi affinché i “figli maggiori” – cioè i farisei e gli scribi che mormorando criticano l’atteggiamento di Gesù – capiscano la lezione, e la riconciliazione, donata da Dio, si realizzi anche tra gli esseri umani.
La parabola ci consente di tracciare, in termini non solo religiosi, ma anche e soprattutto umani, un cammino di riconciliazione: riconciliazione tra fratelli e sorelle, riconciliazione tra rivali, riconciliazione tra popoli e nazioni, riconciliazione all’interno della chiesa e tra le chiese.
Possiamo individuare quattro tappe di questo cammino, di questo processo di riconciliazione indicato dalla parabola.

La prima tappa è quella che consiste nel riconoscerci come figli. Chiediamoci: come ci situiamo noi rispetto ai personaggi della parabola? Chi pensiamo di essere? Ci vediamo nei panni del figlio maggiore o in quelli del figlio minore?
Bisogna dire che la riconciliazione avviene solo dove i figli riconoscono la propria reale condizione, dove lasciano cadere le proprie illusioni, le proprie maschere, le immagini di sé che hanno costruito per far credere agli altri di essere ciò che non sono, che ammettono le loro fragilità, le loro ombre, in una parola il loro “peccato”.
Il figlio minore lo ha già fatto; il figlio maggiore no. Il figlio maggiore è geloso della misericordia del padre nei confronti del figlio minore, ma dimentica di essere lui stesso un figlio che deve tutto al padre, e ritiene di avere dei “crediti” nei confronti del padre perché non ha mai trasgredito un suo ordine.
La riconciliazione è però possibile solo se ci rendiamo conto che siamo al tempo stesso figli minori e figli maggiori, e che in ogni caso siamo figli che hanno ricevuto tutto dal padre, che non hanno crediti da vantare ed esibire.

Una seconda considerazione nasce da una domanda che possiamo porre alla parabola: chi è dentro e chi è fuori? Chi sta nella casa del padre, e chi sta fuori? La parabola ci insegna che si può essere “fuori” credendo di essere “dentro” – e che questo accade quando si pretende di far star “fuori” qualcun altro – e si può stare “dentro” anche quando si pensa di non avere le carte in regola per entrare.
Notiamo che i dialoghi fra il padre e i due figli avvengono sulla soglia. Il figlio minore non osa entrare, ma il padre gli corre incontro e praticamente lo spinge dentro. Il figlio maggiore, quello che per tutto il tempo era rimasto dentro, ora invece sta fuori, si rifiuta di entrare: si autoesclude. Nel momento in cui cerca di definire chi ha il diritto di partecipare alla festa e chi no, il fratello maggiore si autoesclude dalla festa.

Terzo presupposto per la riconciliazione è quello di riconoscersi come fratelli (e sorelle, ma su questo aggiungo una considerazione al termine della riflessione).
La parabola ci mostra l’incapacità del fratello maggiore di riconoscere nel fratello minore un fratello, appunto. Parlando col padre, il figlio maggiore dice con tono sprezzante: ecco, torna a casa questo tuo figlio, e tu ammazzi il vitello grasso. E il padre di rimando sottolinea: “Questo tuo fratello era morto”. Tu lo chiami “questo tuo figlio” ma in realtà è tuo fratello. Vuoi rendertene conto?

Infine, si tratta di ritrovare il fratello. Riconoscere il fratello non basta. Si può infatti arrivare ad ammettere: questo è mio fratello, ma io sto a casa mia e lui a casa sua; fratelli, ma separati. L’invito del padre è a compiere qualcosa di più che un semplice riconoscimento: è l’invito a ritrovare il fratello in una fraternità vissuta.
Questo tuo fratello, dice il padre, “è stato ritrovato”. L’invito del padre non è a incontrarsi a distanza e velocemente come fratelli separati, ma ad abbracciarsi come fratelli ritrovati, vivendo quotidianamente questa fraternità ritrovata.

L’immagine presentata dalla parabola – vale la pena ricordarlo – si potrebbe applicare anche alla chiesa, e alle chiese. Chi è dentro alla chiesa, e chi ne sta fuori? Siamo sicuri che tutti quelli che stanno dentro sono a posto, e che tutti quelli che stanno fuori non avrebbero il diritto di entrare? E il discorso sui fratelli separati che si riconoscono come fratelli ritrovati, non dovrebbe essere applicato anche ai rapporti tra le chiese? E invece di parlare solo di fratelli, non sarebbe il caso di parlare finalmente anche di sorelle? E invece di parlare solo di fraternità, non sarebbe ora di parlare anche di sororità?
Siamo davvero chiamati, tutte e tutti, alla luce di questa parabola, a riflettere e riconsiderare le barriere, le frontiere, gli steccati, le categorie entro le quali pretendiamo di fissare la posizione di ciascuno e ciascuna, e lasciarci scompigliare dal vento dello spirito che soffia libero e ridisegna i confini di una nuova umanità.

Servire con umiltà

“Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio Spirito su di lui, egli insegnerà la giustizia alle nazioni. Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; insegnerà la giustizia secondo verità. Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra, e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge”.(Isaia 42,1-4)

Questo testo fa parte di una serie di “canti”, composti da Isaia, che hanno per oggetto una misteriosa figura, scelta da Dio per risollevare il popolo di Israele che si trovava in esilio in Babilonia.
Nella figura del “servo”, i cristiani hanno successivamente riconosciuto una profezia riguardante Gesù.

Il testo si apre con le parole: “Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio Spirito su di lui, egli insegnerà la giustizia alle nazioni”.
La formula ricorda, da un lato, le parole con cui si designavano i re d’Israele, e dall’altro, da un punto di vista cristiano, il battesimo di Gesù, con lo Spirito che scende e le parole di Dio: “Questo è il mio diletto figlio, nel quale mi sono compiaciuto”.
Segue una sorta di “identikit” che sottolinea le caratteristiche di questo “servo”. Quali sono i suoi tratti distintivi?

In primo luogo, la sua predicazione si caratterizza per la sua sobrietà. Il servo “non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade”. Significa forse che egli tacerà, che il suo messaggio sarà per pochi iniziati? No, perché egli è chiamato a manifestare “la giustizia alle nazioni”. Ma lo farà con uno stile sobrio, evitando i toni del comizio di piazza, dal discorso gridato.
Se guardiamo alla vita di Gesù possiamo constatare che essa corrisponde a questa profezia: Gesù si rivolge sì alla gente, ma non ama le grandi piazze. Predica soprattutto nei villaggi e in luoghi deserti; e i suoi discorsi non sono mai gridati: parla in parabole, partendo dalle cose semplici di tutti i giorni come un seme piantato nel terreno, il lievito che la donna mette nella pasta, la rete che i pescatori gettano in mare.

La seconda caratteristica dello stile del servo è la misericordia.
Il servo di Dio “non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante”. Il riferimento è alla prassi giudiziaria del tempo: il funzionario eseguiva simbolicamente una condanna, entrando nella casa del condannato, spezzando il bastone che serve a camminare e rompendo la lampada di terracotta che serve a illuminare la casa.
Misericordia, dunque, come secondo elemento caratteristico della missione del servo: anche qui troviamo una corrispondenza evidente nell’azione di Gesù, rivolta in primo luogo verso le fasce emarginate della popolazione, verso coloro erano esclusi dalla salvezza: peccatori, prostitute, pubblicani.
“Egli insegnerà la giustizia secondo verità”, prosegue il testo; nel contesto di Isaia il giudizio annunciato alle nazioni è questo: gli idoli pagani non sono che vanità, ma è sufficiente accostarsi all’unico Dio per ottenere la salvezza, anche se si viene dal paganesimo. Il compito del servo è quello di annunciare a chi era escluso dalla salvezza che questa salvezza è ora aperta a tutti.

Terzo elemento della predicazione del servo: “Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra”.
Nonostante il carattere sobrio di questo Messia, nonostante la sua mitezza, egli porterà a termine la sua missione. Anche qui troviamo un parallelo con Gesù: la croce, apparente sconfitta di Gesù, si rivelerà essere una vittoria; la sua debolezza si mostrerà più forte della potenza dei potenti.
E così - conclude il testo - le isole (cioè i paesi più lontani) aspetteranno fiduciose la sua legge, o meglio il suo insegnamento.
Anche oggi c’è nel mondo una grande sete di salvezza, e Dio vuol servirsi di noi per rispondere a questa sete, a questa attesa.

Se il servo è stato identificato dai cristiani nello stesso Gesù, un’altra interpretazione vede in questa figura una personificazione dello stesso popolo di Dio.
In senso derivato, quindi, possiamo essere anche noi i servi di Dio: ma per essere servi autentici occorre che la nostra predicazione e il nostro stile comunitario siano conformi a quello del servo e di Gesù stesso.
Occorre dunque che la nostra missione sia ispirata allo stile del servo: sobrietà, attenzione misericordiosa verso i poveri, capacità di resistenza.

Sobrietà, anzitutto: noi viviamo in un mondo in cui va di moda il discorso gridato. La politica si è trasformata in spettacolo, e la rissa ha preso il posto del confronto civile. Questo stile si riflette purtroppo talvolta anche nella predicazione cristiana.
Il libro di Isaia e i Vangeli ci indicano un’altra strada. Non si tratta di rinunciare all’uso dei moderni mezzi di comunicazione, ma di trovare uno stile realmente evangelico nel loro uso, evitando sia le trovate pubblicitarie volgari che il ricorso allo stile autoritario tipico dei capi carismatici.

Secondo, attenzione verso i minimi. Nella predicazione cristiana, l’Evangelo, ovvero la buona notizia, ha la precedenza sulla predicazione del giudizio, e il “giusto giudizio” che la Bibbia annuncia è un annuncio di salvezza per tutti, e particolarmente per i poveri e gli emarginati.

Infine, capacità di resistenza. Come chiese non siamo chiamati ad azioni spettacolari, ma ad agire nel quotidiano.
La via che Dio sceglie per portare a compimento i suoi piani è una via difficile, proprio perché evita la scorciatoia della violenza, dell’atto di forza, del potere. Per questo abbiamo bisogno di resistere, di non lasciarci abbattere, anche se abbiamo la sensazione di essere perdenti. Abbiamo bisogno di continuare la nostra opera sobria e misericordiosa, confidando nella potenza di Dio che - per il servo, per Gesù come per noi - si manifesta a volte nell’apparente debolezza.