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Abramo contro Ulisse

Il film del regista britannico Christopher Nolan, “Odissea”, ha riportato all’attenzione del grande pubblico la figura di Ulisse, guerriero indomito e scaltro, ideatore del celebre “cavallo di Troia” con il quale la città nemica viene conquistata, al termine di dieci lunghi anni d’assedio.
Finita la guerra, Ulisse prende la strada del ritorno verso la sua patria, Itaca, dove lo attende la moglie Penelope. Nel corso del viaggio, durato anch’esso molti anni, Ulisse deve affrontare numerosi ostacoli e pericoli.

Oltre a essere il protagonista dell’epico racconto di Omero, Ulisse rappresenta anche una delle due grandi figure di viandanti - e forse ancor più di specchi dell’anima - che nell’antichità simboleggiano il cammino dell’esistenza umana, ponendoci la domanda di quale sia la meta e quale lo spirito con cui attraversiamo le tempeste della vita.

Accanto a Ulisse, l’altra grande figura di viandante che la storia della cultura e dello spirito ci propone è quella biblica di Abramo, il patriarca originario di Ur dei Caldei. Il libro della Genesi lo introduce con le seguenti parole (Genesi 12, 1-4):
“Il Signore disse ad Abramo: 'Lascia la tua terra, la tua tribù, la famiglia di tuo padre, e va' nella terra che io ti indicherò. Farò di te un popolo numeroso, una grande nazione. Il tuo nome diventerà famoso. Ti benedirò. Sarai fonte di benedizione. Farò del bene a chi te ne farà. Maledirò chi ti farà del male. Per mezzo tuo io benedirò tutti i popoli della terra'. Abram partì dalla località di Carran, secondo l'ordine del Signore”.

Guardiamo innanzitutto a Ulisse. Ulisse è l'uomo che si fida del proprio ingegno, che calcola le rotte, che tappa le orecchie dei compagni per non cedere alle lusinghe delle Sirene, ma che vuole comunque sentire, conoscere, dominare l'esperienza. Egli vuole controllare il destino attraverso la scienza, la pianificazione e l'astuzia.
Il viaggio di Ulisse è il viaggio della nostalgia: egli cerca di difendere e riconquistare ciò che già conosce - la sua Itaca, la sua sicurezza, il suo passato. Tutto ciò che vuole è tornare a casa.
Ma il mare di Ulisse è popolato da mostri e da dèi capricciosi, e la sua ragione, per quanto grandiosa, lo lascia spesso solo e naufrago su spiagge straniere, aggrappato all'unica certezza di sé stesso.

E ora guardiamo ad Abramo. Abramo riceve una chiamata che sconvolge ogni logica. Non gli viene chiesto di tornare a casa, ma di abbandonarla. Non gli viene data una mappa, ma una promessa: "Va' verso la terra che io ti mostrerò".
Abramo non sa dove sta andando. Non ha l'astuzia di Ulisse per ingannare i Polifemi della vita; ha solo la sua nudità e la sua capacità di ascoltare.
Il cammino di Abramo non si fonda sulla nostalgia del passato, ma sulla speranza del futuro. Egli non si fida delle proprie forze, ma si affida a Qualcuno che è più grande del suo cuore e della sua mente.
“Lascia la tua terra e va' nella terra che io ti indicherò”. In queste poche parole non c'è una mappa, non c'è una destinazione chiara. C'è solo una voce e un uomo che deve decidere se fidarsi o meno.

Possiamo semplificare il viaggio di Ulisse immaginando un cerchio chiuso in sé stesso. Il viaggio di Abramo è invece una retta che parte da un punto di rottura e si proietta verso il futuro.

Se guardiamo alla nostra mentalità moderna, alla cultura in cui siamo immersi, quello di Abramo ci sembra un atteggiamento irresponsabile, quasi folle. Noi siamo piuttosto figli e figlie di un'altra tradizione, quella che trova il suo eroe in Ulisse.
Vivere come Ulisse significa edificare la propria esistenza sulla pietra delle nostre competenze, dei nostri averi, cercando di ritornare sempre a una zona di comfort dove siamo noi i re della nostra piccola Itaca.
Quante volte viviamo la nostra vita e persino la nostra spiritualità come Ulisse? Cerchiamo un Dio che sia il garante del nostro benessere, una fede che non disturbi i nostri piani, una religione che ci confermi nelle nostre abitudini. Vogliamo che il viaggio della vita sia circolare: partire dalle nostre certezze per tornare, intatti, alle nostre certezze. Esporci magari anche a qualche rischio, sì, ma con la ferma intenzione di ritornare al luogo dal quale siamo partiti.

La figura di Abramo incarna un modello radicalmente opposto, che spezza la circolarità. Egli accetta il viaggio lineare, quello che non prevede un ritorno a ciò che era prima. Abramo non calcola i rischi perché la sua coordinata non è la ragione, ma la fede.
E che cos'è la fede secondo la Scrittura? Non è un sentimento astratto, non è una vaga consolazione. La fede di Abramo è un rischio esistenziale, un salto nell'imprevedibilità di Dio. Abramo accetta di chiudere gli occhi e di aprire bene le orecchie. Abramo ascolta, si fida, e parte.
Vivere come Abramo significa accettare il rischio dell'ascolto. Significa avere il coraggio di uscire dalle nostre patrie mentali, dai nostri pregiudizi, per metterci in cammino quando lo Spirito ci chiama a rinnovarci.
Abramo ci insegna che la vera fede non è l'assenza di dubbi, ma la presenza di una fiducia che cammina nonostante il buio.
Ci insegna che le promesse di Dio non si compiono nel ritorno a ciò che eravamo, ma nella trasformazione in ciò che dobbiamo diventare.

Siamo viandanti come Ulisse o pellegrini come Abramo?

Quali sono le "terre" e le "case dei padri" che Dio ci chiede di lasciare oggi? Forse sono i nostri vecchi modi di pensare, le nostre rigidità, i nostri rancori, o quella pretesa di controllare tutto che ci rende schiavi dell'ansia e della paura del futuro…
Ogni volta che rifiutiamo di cambiare, ogni volta che preferiamo una schiavitù sicura a una libertà incerta lungo le vie dello Spirito, stiamo scegliendo Itaca e stiamo rifiutando la Terra Promessa.

Che il Signore ci insegni a lasciare la nostra Ur dei Caldei - le nostre pigrizie, i nostri egoismi - per camminare con lo sguardo rivolto alle stelle, certi che la meta del nostro viaggio non è una terra del passato da difendere, ma un Regno d'amore da accogliere e abitare.