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discepolato

Cosa significa rinunciare?

Poi [Gesù] cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà. (Marco 8,31-35)

Molti passi dei Vangeli sono fonte di incoraggiamento, di ispirazione, di consolazione, invitano gli esseri umani a riconciliarsi tra loro e con Dio. Ma alcuni passi sono difficili, e spingono a interpretazioni infelici. Tra questi c’è un’esortazione attribuita a Gesù che sembra invitarci a sacrificare la nostra vita.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, disse Gesù, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Marco 8,34).

Rinnegare sé stessi: a prima vista si tratta di un’esortazione scioccante e incomprensibile. Dovremmo davvero rinnegare e rifiutare la vita per salvarla? Gesù non è piuttosto colui che solleva, consola, incoraggia, cura ogni persona? Davvero ci incoraggia a sacrificare la vita presente per guadagnare quella futura? Lui stesso non lo fa, ama la vita in questo mondo. Come interpretare allora queste parole?

Meister Eckhart, filosofo e mistico tedesco vissuto a cavallo tra il 13. e il 14. secolo, si chiedeva: come fare per sentirsi bene e agire bene?
La questione, rispondeva Eckhart, non è possedere o abbandonare le cose, essere qui piuttosto che altrove, né essere soli o circondati dalla gente: la questione è in noi stessi, è la nostra disposizione verso noi stessi. È lì che si trovano i nostri ostacoli.
E conclude dando questo consiglio: “Veglia su te stesso ed abbandona te stesso là dove ti trovi: ciò è più importante di tutto”.

È un consiglio saggio. Prendersi cura di sé stessi e non rinchiudersi in un'immagine: rinunciare all’immagine che ci siamo fatti di noi stessi, all’immagine che altri si sono fatta di noi, a ciò che pensiamo che avremmo dovuto essere. Abbandonare queste immagini è una grande liberazione. Dio ci ama così come siamo, e con questa fiducia in lui possiamo accettarci più facilmente. “Rinnegare sé stessi” significa allora, secondo Meister Eckhart, rifiutare false immagini di ciò che dovremmo essere.

Il filosofo danese Sören Kierkegaard è stato un grande specialista della disperazione. In un trattato dedicato interamente a questo argomento, dice che disperato è colui che vuole liberarsi di sé stesso.
Kierkegaard afferma che la disperazione è desiderare incessantemente di essere ciò che non siamo, e non accettare di essere ciò che siamo.
Detto in altre parole: se io scelgo di realizzare me stesso fino in fondo, vengo messo a confronto con la mia limitatezza e con l'impossibilità di compiere il mio volere. Se, viceversa, rifiuto me stesso, e cerco di essere altro da me, mi imbatto in un'impossibilità ancora maggiore.

Come possiamo accettare di essere ciò che siamo, anche se non siamo perfetti? La buona notizia di Gesù è questa: noi siamo già stati esaminati da Dio ed egli ci ha giudicati degni di lui. Abbiamo superato il test di idoneità e siamo stati accettati. Questo è sufficiente.
Possiamo prenderci cura di noi stessi, riconoscere il nostro valore, i nostri talenti, i nostri doni e nel medesimo tempo rimanere flessibili, aperti a ciò che la nostra coscienza, illuminata da Dio, ci chiamerà a fare, anche se non era nei nostri piani.

Un’altra possibile interpretazione dell’esortazione di Gesù a “rinnegare sé stessi” ci viene offerta da una riflessione di Martin Lutero a proposito del “peccato”.
Lutero dice che il peccato è essere concentrati sul proprio ombelico al punto da essere piegati, incurvati, ripiegati su noi stessi. L'essere umano peccatore è “incurvato in sé”. La colpa, il peccato, non sono in primo luogo una questione di azioni, ma di atteggiamento.
L'invito di Gesù a “rinnegare sé stessi” non deve perciò essere inteso come un sacrificio di sé, ma come un cambiamento di atteggiamento: quando siamo curvi in noi stessi, Gesù ci chiama a rinunciare ad avere il nostro sguardo fisso sul nostro ombelico.
In altre parole, è un invito a raddrizzarci e a guardare oltre noi stessi, a rialzarci e a scoprire che ci sono altre persone, che c'è un mondo intero intorno a noi. A dare alla nostra vita una direzione completamente diversa.

Lutero prende l'immagine dell'essere umano curvo o piegato da Agostino, il quale rimanda all’appello di Gesù ad amare Dio e il prossimo nostro come noi stessi. Prendendo coscienza del nostro valore e dell'amore di Dio - dice Agostino -, possiamo trovare il coraggio di aprirci, alzare lo sguardo intorno a noi e scoprire la nostra capacità di compassione per le persone.

L'uomo ripiegato su sé stesso non è solo l'egoista o l'orgoglioso, è anche il disperato, l'insicuro, il superficiale, il sonnolento.
Per Agostino, il nostro problema non è tanto quello di essere condizionati da un cattivo spirito che dovremmo sradicare, è piuttosto una mancanza di bene. Saremmo come un bocciolo di fiore ancora chiuso, in attesa di luce e calore per aprirsi. Allo stesso modo aspettiamo un amore, quello di Dio, che ci apra. Questa rinuncia a noi stessi non consiste nel rifiutare il nostro amore per noi stessi, ma nel farlo sbocciare.

Gesù aggiunge poi: “Se qualcuno vuole venire dietro a me... che porti la propria croce e mi segua!” (Marco 8,34)

Questo testo è stato purtroppo usato per giustificare la sofferenza, quella di Gesù e anche la nostra, come una cosa buona. Dio sarebbe una sorta di Moloch la cui giustizia ha fame di sacrifici umani. Ma questo è il contrario del messaggio di Cristo, il quale dice che Dio vuole che le lacrime siano consolate, le ingiustizie riparate, i disperati confortati e sollevati.

Questo appello di Gesù a caricarci della nostra croce e a seguirlo non è un invito a cercare il martirio. Non significa nemmeno accettare la nostra sofferenza, il nostro destino di miseria. Non significa nemmeno meditare sul povero Gesù al punto che il nostro cuore sanguini per le sue sofferenze. Infatti, non è detto che dovremmo portare la sua croce. Non è nemmeno detto che dovremmo lasciarci crocifiggere come lui.

Gli stoici proponevano di diventare indifferenti alla sofferenza. Gesù, invece, si indigna per la sofferenza e la combatte, sia che si tratti della sua sofferenza, sia che si tratti delle pene di coloro che incontra.
Cosa fare? Gesù ci propone di non rassegnarci, di riconoscere la nostra sofferenza, e di affrontarla. È ciò che lui fa nella preghiera a suo padre per la propria sofferenza, e piange perché è inevitabile. Quando può, Gesù evita la sofferenza: per esempio, scappando da una folla che lo circonda minacciandolo di morte. Altre volte riesce a curare e guarire le persone sofferenti che incontra (cosa che non sempre accade).

Il contrappeso alla disperazione non è la rinuncia, non è la rassegnazione né l'abbandono di sé, non è dimenticare la sofferenza, non è lasciarsi andare. È la fiducia in qualcosa di più grande di tutto ciò che ci fa soffrire. Trovare, o ricevere la forza di fare un passo, poi la forza del passo successivo.

“Se qualcuno vuole seguirmi... che mi segua!” (Marco 8,34)

Seguire Gesù significa ispirarsi al suo passo agile e resistente, descritto con queste curiose e difficili immagini “che rinneghi sé stesso e porti la propria croce”. I quattro evangelisti hanno espressioni diverse e complementari per parlare di questo modo di essere: è una vita salvata (dice Marco), è una vita trovata (dice Matteo), è una vita vivificante (ci dice Luca), è una vita così viva che sarà conservata in un'altra forma per l'eternità (ci dice Giovanni).

Seguire Gesù

Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 57-62)

Il brano evangelico contiene tre brevi episodi che spiegano quello che significa essere discepoli di Gesù Cristo e come lo si può diventare.

“Verrò con te dovunque andrai”: sono le parole che un entusiasta rivolge a Gesù. Si tratta probabilmente di una persona colta, religiosamente praticante, seria nel suo comportamento, che persegue l’ideale di una vita stimata, tranquilla, socialmente “riuscita”.
Per quella persona seguire Gesù significa accrescere la propria conoscenza, quindi ascoltare, imparare, accrescere il proprio bagaglio culturale, religioso, forse anche il proprio prestigio.
Gesù gli risponde di non potergli offrire nulla, non avendo egli nemmeno una pietra dove posare il capo. In altre parole, modera il suo entusiasmo dicendogli di non potergli garantire nessuna sicurezza. Con ciò gli fa capire che il seguire è qualcosa di impegnativo, che implica una precisa scelta tra le sicurezze umane, sociali, economiche e la sicurezza che si fonda solo in Cristo.

“Vieni con me!”: è l’invito rivolto da Gesù a una persona che ha tutte le caratteristiche dell’uomo incerto. Si tratta probabilmente di un uomo religioso, legato a usanze, tradizioni, comportamenti del suo ambiente sociale e della sua famiglia. Lo si capisce dalla sua risposta: “Permettimi di andare prima a seppellire mio padre”.
I doveri familiari contano, certo, ma tutto dipende dalla bilancia usata: il rituale funebre durava allora ben sette giorni.
Gesù invita quell’uomo a rompere con tradizioni che danno tanto valore alla “morte”: sono i “morti” (spiritualmente) che danno tanto valore alle cerimonie esteriori e che per queste dispongono di tutto il tempo possibile immaginabile, mentre non hanno tempo per amare quelli che sono ancora in vita.
Qando c’è conflitto tra il seguire Gesù e altre cose, la scelta è chiara: famiglia, patria, professione non devono limitare la nostra disponibilità di servizio; se non si contentano di essere il luogo in cui si esercita la nostra vocazione, allora si fa strada una prospettiva diversa: “Lascia ogni cosa e seguimi”.

“Verrò con te”, dice un terzo uomo, un calcolatore che ha intravisto in Gesù qualcosa di molto importante. Ma, siccome si tratta di una persona “prudente”, chiede di poter “andare a salutare i parenti”: vuole lasciare tutto in ordine per un eventuale ritorno, per avere il futuro senza perdere il passato. Gesù gli risponde che per tracciare bene un solco, diritto e profondo, bisogna guardare davanti all’aratro e non voltarsi indietro.
Non si segue “calcolando”, volendo “conservare” il patrimonio dei valori acquisiti: seguire è riesame, rimessa in questione, apertura al nuovo, all’imprevedibile, qualcosa che richiede - se necessario - una disponibilità a rompere con il passato.

Leggendo il testo dell'evangelista Luca, possiamo riconoscere, nei tre personaggi incontrati, tratti che ritroviamo anche in noi stessi. Anche noi, come quei tre uomini, siamo a volte entusiasti, o superficiali, incerti, o conformisti, calcolatori, o prudenti.
E allora? C’è da disperare? Indubbiamente sì, se ci fondiamo solo su noi stessi e sulle nostre capacità. Anzi, di fronte a questo testo viene da dire: “Se seguire Gesù è così impegnativo, forse è meglio lasciar perdere”.

Forse però le parole di Gesù dovrebbero essere ascoltate partendo non da ciò che egli chiede, bensì da ciò che egli dona e che viene nominato nel secondo e nel terzo di questi brevi dialoghi: Gesù chiama all’annuncio del Regno di Dio. E che cos’è mai il regno di Dio? È un tipo di vita, uno spazio spirituale, una relazione affettuosa, che Dio stabilisce con noi. Gesù, altrove, lo paragona a una perla preziosa, o a un tesoro nascosto nel campo: è vero, per acquistare la perla, o il campo dove c’è il tesoro, bisogna vendere tutto, acquisire il capitale. Ma lo scopo non è una vita misera, bensì l’acquisto del campo, una ricchezza più grande.
È così anche in questi dialoghi: Gesù offre qualcosa di grande e bello, la sua chiamata costituisce, in primo luogo, una grande occasione.

La prima domanda che dobbiamo porci, dunque, non è se siamo abbastanza bravi, abbastanza forti, abbastanza generosi da far passare in secondo piano persino i legami familiari più significativi. Se partiamo da noi e dalla nostra disponibilità, siamo perduti. La vera domanda è: abbiamo ascoltato la buona notizia del Regno di Dio? Gesù, la sua persona, il suo messaggio, ci parlano?

Scoprirlo non è difficile. L’evangelo si manifesta come una grande passione, come una realtà carica di fascino. È come l’amore per una persona: è impegnativo, si tratta di condividere tutto, dai soldi al bagno, la poesia dell’eros, ma anche la prosa delle pulizie e di tante altre cose molto terra terra. Nessuna persona innamorata, però, si spaventa di fronte a questa prospettiva. La partita, dunque, non si decide su ciò che lascio, ma su ciò che trovo, una vita con Gesù, una relazione con il suo Padre celeste, relazione che Gesù chiama “Regno di Dio”.

La fede cristiana può essere paragonata a una sorta di innamoramento nei confronti di Gesù, così come ce lo testimonia il Nuovo Testamento.
Se non sai che cos’è, non c’è raccomandazione né minaccia che tenga, sarai sempre lì a tirare sul prezzo a tenere la contabilità del tuo impegno e a sospettare che non ne valga la pena. Se invece Gesù ti parla, pensaci un attimo e valuta quello che devi affrontare, proprio  come quando costruisci un’esistenza con un uomo o una donna: dopodiché, vai, e vivi in pienezza la relazione, senza superficialità e al tempo stesso senza paura.
La vita cristiana non è per eroi della fede, ma per persone che vivono la passione dell’incontro con colui che ci introduce nel Regno di Dio.

Seguire l'esempio di Gesù

'Sapete che nella Bibbia è stato detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico: non vendicatevi contro chi vi fa del male. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu presentagli anche l'altra. Se uno vuol farti un processo per prenderti la camicia, tu lasciagli anche il mantello.
'Se uno ti costringe ad accompagnarlo per un chilometro, tu va' con lui per due chilometri. Se qualcuno ti chiede qualcosa, dagliela. Non voltare le spalle a chi ti chiede un prestito.
'Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male.
'Se voi amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete? Anche i malvagi si comportano così!
'Se salutate solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri? Anche quelli che non conoscono Dio si comportano così! Siate dunque perfetti, così com'è perfetto il Padre vostro che è in cielo
. (Matteo 5,38-48)

Nel suo insegnamento, Gesù invita ripetutamente a essere buoni e a fare il bene. Tale comportamento è la risposta ai bisogni dell’altro, e non ai suoi meriti. Gesù precisa, inoltre, che occorre essere “perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5,48).

Non si tratta di raggiungere un’astratta e irraggiungibile perfezione, ma di lasciarsi guidare dal modo in cui Dio si comporta nei confronti dell’umanità, che è quello di un amore incondizionato.
Mentre la tradizione religiosa sosteneva che la pioggia non scendesse sui peccatori (Amos 4,7), Gesù afferma che Dio non si lascia condizionare dal comportamento dell’umanità, ma a tutti, ugualmente, comunica un amore che, come l’azione della pioggia e del sole, feconda e produce vita (“Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”, Matteo 5,44-45).

Gesù dice che noi possiamo trovare la pienezza della nostra umanità lasciandoci coinvolgere nella dinamica di Dio. L’amore di cui Gesù parla non è una nostra iniziativa: è una iniziativa di Dio, in cui Dio ci coinvolge.
Si tratta, in altre parole, di lasciarsi coinvolgere dalla dinamica del dono: dal padre al figlio, dal figlio ai suoi, dai suoi a tutti l’umanità.
Per questo Gesù ha chiesto di superare la legge del taglione (“Occhio per occhio e dente per dente”, Esodo 21,24) e di sostituirla con un comportamento diverso: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5,38), spronandoci a introdurre nella società un comportamento capace di disinnescare il virus della violenza.

Per Gesù, chi colpisce perde la sua dignità umana, mentre la persona colpita, che non risponde alla violenza usando violenza, dimostra che la sua dignità e la sua libertà non sono stati scalfiti dall’aggressione che ha subito.
Attenzione però: Gesù non invita a un atteggiamento passivo, vittimista. Al contrario, indica un comportamento attivo, che rimette in discussione i ruoli e le situazioni. Ripensiamo all’episodio in cui Gesù, durante il processo, dopo aver risposto al sommo sacerdote, viene schiaffeggiato da una guardia che lo rimprovera dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?” (Giovanni 18,23).
Alla violenza ricevuta, Gesù risponde invitando la guardia a ragionare con la propria testa (“Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”, Giovanni 18,23). Gesù non risponde alla violenza con la violenza, ma interpella la guardia cercando di fargli recuperare la sua autonomia di pensiero e la sua umanità. Ma la guardia non risponde: è un esecutore d’ordini, non un individuo in grado di pensare, è capace di violenza, non di parole, usa la violenza propria dei servi, delle guardie e dei soldati, cioè di persone che non sono libere, ma sottomesse, e che si identificano con il potente che li comanda e a cui si sottomettono.

Purtroppo, l’insegnamento di Gesù di fronte alla violenza subita (Matteo 5,38-42) è stato spesso interpretato come un invito alla rassegnazione, alla sopportazione, a tollerare ingiustizie e soprusi, a tacere e subire il male, a chinare il capo, ad accettare “per amor di Dio” ogni angheria e prepotenza. E ben presto i cristiani e le cristiane – soprattutto le cristiane – sono stati presentati come remissivi, miti, sottomessi.

Di nuovo, siamo chiamati a riflettere attentamente: Gesù ha proclamato beati i buoni, ma non i tonti. Anzi, chi crede è chiamato a denunciare ogni ingiustizia e ogni sopruso, e se non lo fa ne diventa complice. Seguire l’insegnamento di Gesù non significa essere neutrali o lavarsi le mani – sono i discepoli di Pilato quelli e quelle che se ne lavano le mani –, ma partecipare e agire. Sempre dalla parte degli oppressi e mai da quella di chi opprime.

Gesù ha denunciato il comportamento dei potenti, non ha avuto soggezione di nessuno (Marco 12,14), non ha mai usato il linguaggio diplomatico, né le prudenze del quieto vivere, ma si è scagliato contro i suoi avversari. Basta leggere le invettive contro scribi e farisei, che definisce ipocriti, guide cieche, stolti, sepolcri imbiancati, pieni di ipocrisia e di iniquità, serpenti, razza di vipere, assassini… (Matteo 23,1-36).
Le stesse invettive Gesù le rivolge anche ai farisei, che pure lo avevano invitato a un pranzo: “Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze” (Luca 11,44).
E quando un dottore della Legge – oggi diremmo un teologo – si mostra risentito per le sue parole, Gesù non solo non chiede scusa, ma accusa anche quella categoria: “Guai anche a voi, dottori della Legge” (Luca 11,46).
Gesù arriva a definire i capi religiosi “figli del diavolo”, “bugiardi e assassini” (Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità”, Giovanni 8,44).

Le invettive di Gesù non sono solo per i rappresentanti di un’istituzione religiosa che, per mantenere il proprio potere e i propri privilegi, gli è ostile, ma prendono di mira, a volte, anche i suoi seguaci. Egli non esita a definire quelli che lo seguono “increduli”, “di poca fede” (Matteo 8,26), “stolti e tardi di cuore” (Luca 24,25), fino a perdere la pazienza e sbottare: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (Matteo 17,17).

È illusorio pensare che la proclamazione della buona notizia di Gesù si realizzi senza conflitti, con atteggiamenti buonisti. Gesù è causa di dissidio (“Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”, Matteo 10,35-36).
Senza tanti giri di parole, Gesù non esita a respingere anche chi non risponde ai bisogni essenziali della vita, dal cibo all’ospitalità di quanti li necessitano (“Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”, Matteo 25,41-46).

Nel Discorso della Montagna, Gesù ha proclamato beati e figli di Dio i “costruttori di pace (Mt 5,9). La beatitudine non riguarda il carattere dei pacifici (Gesù non dice “beati i pacifici”), ma l’attività di chi lavora per la pace. Mentre i pacifici, per la propria tranquillità, evitano accuratamente ogni situazione di conflitto, i costruttori di pace, per la pace altrui, sono disposti a perdere la propria.
Questo impegno li spinge non solo a denunciare tutte le situazioni di ingiustizia che impediscono la pace, ma, con il proprio comportamento, a essere una denuncia visibile per la società.

Non dimentichiamolo mai: Dio sta sempre dalla parte dei perseguitati e mai di chi perseguita, anche se chi lo fa pretende di farlo in nome suo. Di conseguenza, seguire Gesù può comportare l’andare incontro ad attriti e conflitti, e questo perché chi crede è chiamato a denunciare ogni ingiustizia e ogni sopruso, e se non lo fa ne diventa complice.

Sulla fiducia in Dio

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».
Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.
Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» (Marco 10,17-23)

Un tale, un uomo ricco, va da Gesù per chiedergli cosa debba fare per vivere una vita giusta e gradita a Dio. Gesù gli risponde citandogli alcuni comandamenti. Il ricco però insiste, dicendo che questa indicazione non è sufficiente per sapere come vivere una vita giusta. Allora Gesù gli dice: “Vai a vendere tutto quello che possiedi e i soldi che ricavi dalli ai poveri...poi vieni e seguimi”.

Vendere i propri beni e dare ai poveri i soldi ricavati dalla vendita. Questa indicazione di Gesù è forse più attuale e comprensibile oggi, per noi, gente del ventunesimo secolo, che non per i contemporanei di Gesù. Oggi il problema della fame e della povertà è sotto gli occhi di tutti.

Da ogni parte del globo ci giungono notizie, in continuazione, dettagliate, precise. E sappiamo quanto sia ricco il mondo al quale apparteniamo, e quanto sia ingiusta la distribuzione delle risorse e dei beni: quasi tutto è nelle mani di pochi, mentre molti si devono accontentare di quasi niente. L’appello di Gesù è più che mai attuale e la sua applicazione è più che mai urgente. Ridistribuire le risorse e i beni, dare a chi non ha, sviluppare un mercato solidale ed equo, abolire lo sfruttamento, farla finita con la logica in base alla quale chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero diventa sempre più povero.

E imparare a vedere che anche nelle società ricche, com’è quella in cui viviamo, sta crescendo il numero di coloro che fanno fatica a tirare avanti, che guardano con ansia al modo di arrivare fino alla fine del mese, che anche nelle società del benessere e del consumo apparentemente illimitati esiste la povertà.

Questo è sicuramente un aspetto importante sul quale siamo chiamati di nuovo a riflettere ascoltando queste parole di Gesù. E non dovremmo accantonarlo o rimuoverlo dalla nostra coscienza con leggerezza.

Tuttavia, le parole che Gesù rivolge al ricco mirano più a fondo. E ce ne rendiamo conto se vediamo l’effetto che esse provocano. Quel tale se ne va via! E se ne va perché Gesù gli ha presentato una esigenza inaccettabile, di una difficoltà tale e di una durezza tale, che richiede una perfezione impossibile da raggiungere. A queste condizioni, no, Gesù, il prezzo è troppo alto. Tu chiedi la perfezione, ma questo è disumano.

E in un certo senso è vero: quello che Gesù chiede è impossibile, la sua risposta alla domanda del ricco indica nella direzione di una perfezione impossibile da raggiungere. Anzi, è proprio questo ciò che Gesù vuole far capire al ricco... e vuole far capire anche a noi. Che esiste una sola e unica perfezione, che consiste nel rinunciare a voler essere perfetti. L’unica perfezione è quella dell’umiltà e dell’amore.

Ora dobbiamo però fare un passo avanti. Quando Gesù dice al ricco “dai tutto quello che hai ai poveri”, non gli sta prescrivendo un comandamento impossibile, ma gli sta dicendo di rinunciare a voler vivere una vita conforme alla morale e alla religione. In effetti se il ricco rinunciasse a tutti i suoi beni non potrebbe più far fronte alle regole della morale e della religione e ai comandamenti della legge. Occorre del denaro per onorare i propri genitori (sostenendo le spese della loro vecchiaia), occorre del denaro per evitare di cercare di imbrogliare qualcuno, per evitare di dover rubare, e forse per non commettere qualche atto criminale più grave; e infine occorre denaro per adorare Dio, e pagare ai venditori che stanno nel cortile del tempio gli animali da sacrificare.

Gesù domanda a quell’uomo di accettare il fatto che non sarà mai perfetto. E se quell’uomo rifiuta e se ne va, non è per avarizia, ma perché non vuole rinunciare a continuare a osservare la legge. Non vuole rinunciare all’idea di essere un uomo in regola con sé stesso, con la società e con le sue regole, vuole sentirsi a posto, assicurato. E rifiuta di credere che l’unica sicurezza consiste nell’abbandonare ogni sicurezza, che la vera sicurezza e tranquillità non è quella che egli cerca di fabbricare con le proprie mani, ma è quella che Dio offre gratuitamente a chi lo accoglie.

Qual è, dunque, la proposta di Gesù a tutti i ricchi, a tutti quelli che sono oppressi, tormentati, angosciati dal desiderio di far riuscire a tutti i costi la propria vita, tormentati forse segretamente dall’ombra della morte, del limite estremo dell’esistenza umana?

Seguirlo e servirlo sapendo di esserne indegni; seguirlo e servirlo come dei mendicanti, che non hanno nulla da offrire, ma molto da ricevere.
Agire e testimoniare per il suo progetto, per la giustizia e per la riconciliazione, sapendo di essere ingiusti, inadatti a questo compito e screditati prima ancora di cominciare.
Accogliere ogni mattino come un giorno ancora sconosciuto, nel corso del quale c’è da aspettarsi di dover compiere qualcosa di imprevisto, e ciò nella povertà, nell’incompetenza e dovendo ricorrere all’improvvisazione.

Nel momento in cui smettiamo di affannarci per trovare meriti e giustificazioni, scopriamo di essere giustificati, per la sola grazia di Dio.