Skip to main content

Isaia 42,1-4

Servire con umiltà

“Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio Spirito su di lui, egli insegnerà la giustizia alle nazioni. Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; insegnerà la giustizia secondo verità. Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra, e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge”.(Isaia 42,1-4)

Questo testo fa parte di una serie di “canti”, composti da Isaia, che hanno per oggetto una misteriosa figura, scelta da Dio per risollevare il popolo di Israele che si trovava in esilio in Babilonia.
Nella figura del “servo”, i cristiani hanno successivamente riconosciuto una profezia riguardante Gesù.

Il testo si apre con le parole: “Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio Spirito su di lui, egli insegnerà la giustizia alle nazioni”.
La formula ricorda, da un lato, le parole con cui si designavano i re d’Israele, e dall’altro, da un punto di vista cristiano, il battesimo di Gesù, con lo Spirito che scende e le parole di Dio: “Questo è il mio diletto figlio, nel quale mi sono compiaciuto”.
Segue una sorta di “identikit” che sottolinea le caratteristiche di questo “servo”. Quali sono i suoi tratti distintivi?

In primo luogo, la sua predicazione si caratterizza per la sua sobrietà. Il servo “non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade”. Significa forse che egli tacerà, che il suo messaggio sarà per pochi iniziati? No, perché egli è chiamato a manifestare “la giustizia alle nazioni”. Ma lo farà con uno stile sobrio, evitando i toni del comizio di piazza, dal discorso gridato.
Se guardiamo alla vita di Gesù possiamo constatare che essa corrisponde a questa profezia: Gesù si rivolge sì alla gente, ma non ama le grandi piazze. Predica soprattutto nei villaggi e in luoghi deserti; e i suoi discorsi non sono mai gridati: parla in parabole, partendo dalle cose semplici di tutti i giorni come un seme piantato nel terreno, il lievito che la donna mette nella pasta, la rete che i pescatori gettano in mare.

La seconda caratteristica dello stile del servo è la misericordia.
Il servo di Dio “non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante”. Il riferimento è alla prassi giudiziaria del tempo: il funzionario eseguiva simbolicamente una condanna, entrando nella casa del condannato, spezzando il bastone che serve a camminare e rompendo la lampada di terracotta che serve a illuminare la casa.
Misericordia, dunque, come secondo elemento caratteristico della missione del servo: anche qui troviamo una corrispondenza evidente nell’azione di Gesù, rivolta in primo luogo verso le fasce emarginate della popolazione, verso coloro erano esclusi dalla salvezza: peccatori, prostitute, pubblicani.
Egli insegnerà la giustizia secondo verità”, prosegue il testo; nel contesto di Isaia il giudizio annunciato alle nazioni è questo: gli idoli pagani non sono che vanità, ma è sufficiente accostarsi all’unico Dio per ottenere la salvezza, anche se si viene dal paganesimo. Il compito del servo è quello di annunciare a chi era escluso dalla salvezza che questa salvezza è ora aperta a tutti.

Terzo elemento della predicazione del servo: “Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra”.
Nonostante il carattere sobrio di questo Messia, nonostante la sua mitezza, egli porterà a termine la sua missione. Anche qui troviamo un parallelo con Gesù: la croce, apparente sconfitta di Gesù, si rivelerà essere una vittoria; la sua debolezza si mostrerà più forte della potenza dei potenti.
E così - conclude il testo - le isole (cioè i paesi più lontani) aspetteranno fiduciose la sua legge, o meglio il suo insegnamento.
Anche oggi c’è nel mondo una grande sete di salvezza, e Dio vuol servirsi di noi per rispondere a questa sete, a questa attesa.

Se il servo è stato identificato dai cristiani nello stesso Gesù, un’altra interpretazione vede in questa figura una personificazione dello stesso popolo di Dio.
In senso derivato, quindi, possiamo essere anche noi i servi di Dio: ma per essere servi autentici occorre che la nostra predicazione e il nostro stile comunitario siano conformi a quello del servo e di Gesù stesso.
Occorre dunque che la nostra missione sia ispirata allo stile del servo: sobrietà, attenzione misericordiosa verso i poveri, capacità di resistenza.

Sobrietà, anzitutto: noi viviamo in un mondo in cui va di moda il discorso gridato. La politica si è trasformata in spettacolo, e la rissa ha preso il posto del confronto civile. Questo stile si riflette purtroppo talvolta anche nella predicazione cristiana.
Il libro di Isaia e i Vangeli ci indicano un’altra strada. Non si tratta di rinunciare all’uso dei moderni mezzi di comunicazione, ma di trovare uno stile realmente evangelico nel loro uso, evitando sia le trovate pubblicitarie volgari che il ricorso allo stile autoritario tipico dei capi carismatici.

Secondo, attenzione verso i minimi. Nella predicazione cristiana, l’Evangelo, ovvero la buona notizia, ha la precedenza sulla predicazione del giudizio, e il “giusto giudizio” che la Bibbia annuncia è un annuncio di salvezza per tutti, e particolarmente per i poveri e gli emarginati.

Infine, capacità di resistenza. Come chiese non siamo chiamati ad azioni spettacolari, ma ad agire nel quotidiano.
La via che Dio sceglie per portare a compimento i suoi piani è una via difficile, proprio perché evita la scorciatoia della violenza, dell’atto di forza, del potere. Per questo abbiamo bisogno di resistere, di non lasciarci abbattere, anche se abbiamo la sensazione di essere perdenti. Abbiamo bisogno di continuare la nostra opera sobria e misericordiosa, confidando nella potenza di Dio che - per il servo, per Gesù come per noi - si manifesta a volte nell’apparente debolezza.