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libertà

Libertà e divieti

In un giorno di sabato egli [Gesù] passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com'egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato; perciò, il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato». (Marco 2,23-28)

Provate a pensare all’ultima volta che vi siete arrabbiati per un divieto… Gli ordini e le regole, ammettiamolo, suscitano spesso in noi reazioni contrastanti: è piuttosto raro che di fronte a un cartello di stop o a un limite ci venga da esultare. Anzi. Se non ci fossero i controlli e le multe, quante regole rispetteremmo davvero?
Prendete i controlli di velocità: la polizia posa i radar, poi cominciano a circolare gli avvisi online, e noi - sapendolo - in quei giorni, e su quei tratti di strada, guidiamo con insolita prudenza. Eppure, puntualmente, ci sono automobilisti che corrono troppo e si prendono la multa.
Perché succede? Perché in fondo non è così evidente il motivo per cui su certi tratti si debba andare a 50 o a 80, o perché sull’autostrada il limite continui a variare da 100, a 80, e poi a 120. E non pochi si agitano all’idea che venga introdotto il limite dei 30 chilometri l’ora.
La verità è che quando una regola non ci convince, scatta subito qualcosa dentro di noi: vogliamo decidere da soli cosa è giusto e cosa no.

Certo, un semaforo rosso lo rispettiamo: serve a evitare gli incidenti. Ma se ci fosse un’emergenza vera? Se qualcuno stesse male e si dovesse correre in ospedale e ogni secondo fosse vitale? In quel momento cambia tutto. Lì ne va della vita, e le regole si azzerano.
Pensiamo anche a un cartello con scritto "Cantiere - divieto di accesso". Questo lo accettiamo. È proprietà privata. Del resto, nessuno di noi vorrebbe degli estranei a spasso nel proprio giardino.
Ma se parliamo di divieto di sosta, il discorso cambia. Se con la nostra auto intralciamo il passaggio, pensiamo: "Ma che sarà mai? È solo per un attimo: dovevo fare un salto alla posta, o prendere mia moglie dalla fisioterapia, suvvia, non stiamo a sottilizzare!".
Il pensiero di fondo è sempre lo stesso: c'è qualcosa di più importante del divieto, un'emergenza che - secondo noi - ci autorizza a superarlo. Simo convinti di essere persone adulte, intelligenti, vaccinate. Gente in grado di decidere da sola quando una regola va seguita e quando invece disobbedire è legittimo, o addirittura un dovere.

Il testo del Vangelo di Marco solleva proprio il tema delle regole stabilite da Dio e della loro interpretazione. Che cosa c’entrano con la nostra vita? E come si conciliano con la libertà che ci ha portato Gesù?

Prendiamo i Dieci comandamenti. Ce ne sono alcuni su cui siamo tutti d’accordo: Non uccidere, non rubare. Ma se esaminiamo il terzo, che dice: “Ricordati del giorno del riposo per santificarlo”, dobbiamo ammettere che questo è diventato quasi del tutto una questione di gusto personale.
E come dicevamo poc’anzi, se non capiamo il senso di un ordine, se non ci sembra utile, ci mettiamo un attimo a lasciarlo perdere. Anzi, ci sembra quasi che quella regola calpesti la nostra libertà. E la libertà è il bene più prezioso che abbiamo, giusto?

Oggi i Dieci comandamenti sono visti spesso come dei nemici della libertà. Pensiamo che senza vincoli si viva meglio. Ma se li consideriamo in questo modo, perdiamo di vista il fatto che il loro obiettivo è un altro: in realtà, i comandamenti vogliono creare uno spazio protetto. E la protezione è doppia. Da un lato, infatti, i comandamenti proteggono la nostra relazione con Dio, perché possa crescere, rimanere solida e darci fiducia.
Dall'altro, essi proteggono la nostra vita insieme agli altri: ci insegnano a rispettarci, a fare in modo che ognuno riconosca all'altro gli stessi diritti che vuole per sé.
Se queste regole vengono rispettate, la nostra fede respira e la società funziona, senza che le persone si sfruttino, si schiaccino o si facciano del male.

Che la libertà non significhi semplicemente "faccio quello che mi pare, quando voglio e come voglio, senza curarmi degli altri", è una cosa che l'esperienza ci insegna chiaramente. Ma questo vale anche per il terzo comandamento? Questa è la grande domanda. Ed è una domanda che torna sempre nel modo in cui Gesù si relaziona con le persone e nel modo in cui i farisei si scontrano con lui.

Il sabato, lo Shabbat, e il modo in cui l'essere umano lo santifica, sono il cuore della spiritualità ebraica. Dio ha reso questo giorno speciale. Speciale due volte. Prima di tutto perché è il settimo giorno della creazione, quello che la porta a compimento. La creazione non finisce la sera del sesto giorno: finisce col riposo del settimo giorno. Il riposo è parte integrante della creazione, è indispensabile.
E poi, il settimo giorno è il giorno dedicato al Signore. Serve a mettersi in ascolto di Dio e a ringraziarlo. Tutto il resto, per quel giorno, va messo in pausa.

La tradizione ebraica sosteneva addirittura che se tutto il popolo avesse osservato il sabato perfettamente per due volte di fila, allora il Regno di Dio si sarebbe manifestato visibilmente sulla terra. Per questo c’erano tantissime regole dettagliate su cosa fare e non fare: quanti metri poter camminare, quali lavori erano leciti e quali vietati. Tutto per far apparire la gloria di Dio.
I farisei, quindi, non solo stavano attenti a come vivevano loro, ma controllavano gli altri. E quando vedono i discepoli di Gesù strappare le spighe di grano, scatta il rimprovero.
Strappare le spighe significa raccogliere, e poi dovrai macinare e fare il pane... e questo di sabato è vietato! Se Gesù non li ferma, pensano, allora non prende sul serio la legge di Dio. E se la prende così alla leggera con il sabato, non può essere il Messia. Anzi, è il contrario. E questo, non dimentichiamolo, sarà uno dei motivi decisivi per cui Gesù verrà condannato a morte.

Gesù, dal canto suo, inserisce il sabato nella grande storia d'amore di Dio con l'umanità. A Dio sta a cuore l'uomo, la sua salvezza, il suo bene - dice Gesù. E i comandamenti servono a questo. Non sono principi astratti a cui sacrificare la vita. Sono al servizio dell'essere umano, della sua relazione con Dio e con gli altri.
E il sabato funziona proprio così: serve a stare con Dio e a ritrovare il ritmo giusto della vita. Non può essere in contrasto con un affamato che mangia o con un malato che viene guarito.
Gesù lo dice chiaramente: nel servizio all'essere umano, lui è il Signore del sabato. Quello che Gesù fa per le persone conta più dell'osservanza cieca di una regola. Una regola può essere utile, certo, ma se diventa un principio rigido rischia di fare del male, diventa quasi un’omissione di soccorso.

E qui Gesù mette alla prova anche il nostro modo di vivere la domenica. Attenzione: non sta dicendo che potete fare quello che volete e trasformare la domenica in un giorno lavorativo qualsiasi. La parola ebraica "Shabbat" viene da un verbo che significa proprio "smettere", "fermarsi".
Il settimo giorno è speciale perché ci si astiene dal lavoro. È un giorno fatto di riposo, quiete, libertà, pace e festa. È un anticipo della gioia eterna, della grande festa che vivremo sempre insieme a Gesù.

Allora, concretamente, chiediamoci: ci fa davvero bene metterci di domenica a fare i compiti per il lunedì insieme ai nostri figli? Dobbiamo proprio controllare le mail di lavoro, stirare, montare scaffali, sistemare l'auto o potare le piante anche di domenica?
Non dobbiamo farne un nuovo divieto assoluto, no. Ma il giorno del Signore serve a interrompere proprio quelle attività che facciamo per lavoro durante la settimana.
Se portiamo il lavoro anche nella domenica, il giorno di riposo scivola via e diventa un giorno qualunque. E questo fa male a noi, fa male alla nostra vita, perché rovina un tempo che è sacro. Rischiamo di distruggere il potere terapeutico del settimo giorno.
Ricordiamocelo: i padroni del sabato non siamo noi. Il padrone è Gesù.

La domenica è il suo giorno, il giorno della risurrezione, il giorno della vita. E va riempito di tutto ciò che fa bene alla vita. C'è il culto, come legame vivo con lui. E ci sono i momenti belli in famiglia, il tempo con gli amici, la comunità, l'aiutare chi ha bisogno.

Con questa interruzione, con questo giorno diverso dagli altri, Dio ci regala la libertà. Ci rende liberi proprio come quando ha liberato il popolo d'Israele dalla schiavitù in Egitto.
Ci fa bene prendere l'abitudine di fermare il ritmo dei giorni feriali. Perché questo è il suo giorno, ed è un dono fatto per benedire la nostra vita.

Riforma e coscienza

Mentre [Pietro e Giovanni] parlavano al popolo, giunsero i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, indignati perché essi insegnavano al popolo e annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti. Misero loro le mani addosso e li gettarono in prigione fino al giorno seguente, perché era già sera. Ma molti di coloro che avevano udito la Parola credettero, e il numero degli uomini salì a circa cinquemila.
Il giorno seguente i loro capi, con gli anziani e gli scribi, si riunirono a Gerusalemme con Anna, il sommo sacerdote, Caiafa, Giovanni, Alessandro e tutti quelli che facevano parte della famiglia dei sommi sacerdoti. E, fatti condurre in mezzo a loro Pietro e Giovanni, domandarono: «Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?»
E, avendoli chiamati, imposero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite» (Atti 4, 5-7.18-20)

La prima domenica di novembre è, per le chiese evangeliche, dedicata al ricordo della riforma protestante del 16. secolo.
Accade spesso che il testo della predicazione sia costituito dall’episodio, contenuto nel quarto capitolo del libro degli Atti degli apostoli, in cui si racconta che, quando Pietro e Giovanni furono ammoniti e diffidati dal tribunale ebraico a non più predicare l’evangelo, essi risposero: “Noi non possiamo non parlare”.

Perché questo testo è spesso scelto per la domenica della Riforma? Perché esso richiama un famoso episodio che ebbe come protagonista il monaco agostiniano Martin Lutero.

Lutero fu convocato, nel 1521, a Worms, davanti all’imperatore Carlo V e alle massime autorità dell’impero. Carlo V intimò a Lutero di dichiarare nullo tutto ciò che egli aveva detto e scritto fino a quel momento. Lutero rifiutò, con queste parole: “Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto andare contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti!”.

Due risposte - quella di Pietro e Giovanni e quella di Lutero - lontane nel tempo, che esprimono un principio che la Riforma del 16. secolo ha rivendicato con determinazione: quello della libertà di coscienza.
Questo principio significa, concretamente, sia per Pietro e Giovanni che per Martin Lutero, che la coscienza, forte della propria convinzione, può giungere ad assumere un atteggiamento deciso, di rottura, di fronte a qualsiasi tipo di autorità e di tradizione.
Si tratta di prese di posizione importanti, specie se cadono quando una persona scopre il valore della propria individualità e la necessità di fare le proprie scelte, in ogni campo, in conformità alla propria convinzione, alla propria coscienza. Quando nell’essere umano si sveglia il senso del valore che la propria coscienza deve avere come sorgente di autorità, allora - e va sottolineato: solo allora - gli eventi possono cambiare il loro corso.

Il richiamo protestante alla coscienza individuale ha aperto la porta a tempi nuovi, ha avuto e ha tuttora una forza rivoluzionaria: dove viene accolto provoca un riorientamento della scala dei valori.
Nella politica: non dimentichiamo che lo stato moderno, come noi lo conosciamo oggi, nella sua forma di democrazia parlamentare, è uscito dal travaglio della riforma protestante del 16. secolo.
Nella chiesa: la Riforma ha proposto e realizzato, almeno in parte, l’abbattimento della distinzione tra clero e laici e ha aperto la strada al sacerdozio universale.
Nella società: è negli ambienti più illuminati del protestantesimo che è sorta la battaglia per l’abolizione della schiavitù, ed è nell’ambiente delle chiese nate dalla Riforma che ha messo radice il movimento per la liberazione delle donne.

Nella visione protestante il cristianesimo è dunque religione della coscienza: qui è tutta la forza e la dignità del protestantesimo. Non si tratta di una coscienza lasciata a sé stessa, ma di una coscienza resa sensibile, matura e profonda dall’incontro con la coscienza più alta, quella di Gesù.

In un tempo come il nostro, in cui il conformismo e l’ossequio servile a pregiudizi di ogni sorta sembrano riacquistare e riacquistano il sopravvento; in cui le relazioni umane, di lavoro e politiche, sembrano essere sempre più dominate da criteri di interesse e di profitto, il protestantesimo può pronunciare una parola importante: l’appello a dare il primato alla coscienza illuminata dall’evangelo.

Si potrebbero e si possono dire anche altre cose sulla Riforma e sulla sua attualità, ma è importante ricordare, oggi, che “è pericoloso e ingiusto andare contro la propria coscienza” e che è pericoloso trascurare di alimentare la propria coscienza con la parola evangelica.
Ed è pericoloso, perché non si possono alla lunga mantenere i risultati politici, sociali, culturali, umani della rivoluzione religiosa della riforma protestante senza nutrirli in continuazione.

Che cosa significa? Significa che la libertà della coscienza è da conquistare, da riconquistare, mai da ritenere scontata, mai da considerare come un bene acquisito una volta per tutte. La libertà di coscienza è il prodotto di un lavoro continuo su noi stessi.
Non basta dirsi protestanti per essere davvero protestanti. Non basta risultare come protestanti nei registri di qualche comunità o di qualche ufficio del controllo abitanti per possedere una coscienza libera.
La tua libertà di coscienza non la ricevi attraverso la nascita, per tradizione, esibendo un documento su cui sta scritto che sei protestante. La tua libertà di coscienza l’acquisisci dal padre che è nei cieli, il quale lotta con te affinché tu cresca, misurandoti alla statura di Gesù.
È nelle tue decisioni quotidiane, politiche, sociali, culturali, religiose, che si mostra il grado della tua libertà di coscienza, la tua capacità di andare contro corrente, seguendo le orme di Gesù.

La riforma protestante del 16. secolo ha mostrato di avere capito tutto questo, operando di conseguenza delle scelte spesso molto nette, di rottura. Noi, che oggi celebriamo la Riforma, siamo altrettanto consapevoli?
Non siamo chiamati a ripetere le stesse scelte, perché viviamo in un’epoca, in un mondo, in una società diverse. Ma nel nostro mondo, nella nostra società, nel nostro tempo - se riteniamo valido ciò che i Riformatori hanno intuito e praticato nel 16. secolo - possiamo e dobbiamo operare scelte ispirate, guidate da una coscienza liberata dalla parola di Dio.