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Marco 2,23-28

Libertà e divieti

In un giorno di sabato egli [Gesù] passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com'egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato; perciò, il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato». (Marco 2,23-28)

Provate a pensare all’ultima volta che vi siete arrabbiati per un divieto… Gli ordini e le regole, ammettiamolo, suscitano spesso in noi reazioni contrastanti: è piuttosto raro che di fronte a un cartello di stop o a un limite ci venga da esultare. Anzi. Se non ci fossero i controlli e le multe, quante regole rispetteremmo davvero?
Prendete i controlli di velocità: la polizia posa i radar, poi cominciano a circolare gli avvisi online, e noi - sapendolo - in quei giorni, e su quei tratti di strada, guidiamo con insolita prudenza. Eppure, puntualmente, ci sono automobilisti che corrono troppo e si prendono la multa.
Perché succede? Perché in fondo non è così evidente il motivo per cui su certi tratti si debba andare a 50 o a 80, o perché sull’autostrada il limite continui a variare da 100, a 80, e poi a 120. E non pochi si agitano all’idea che venga introdotto il limite dei 30 chilometri l’ora.
La verità è che quando una regola non ci convince, scatta subito qualcosa dentro di noi: vogliamo decidere da soli cosa è giusto e cosa no.

Certo, un semaforo rosso lo rispettiamo: serve a evitare gli incidenti. Ma se ci fosse un’emergenza vera? Se qualcuno stesse male e si dovesse correre in ospedale e ogni secondo fosse vitale? In quel momento cambia tutto. Lì ne va della vita, e le regole si azzerano.
Pensiamo anche a un cartello con scritto "Cantiere - divieto di accesso". Questo lo accettiamo. È proprietà privata. Del resto, nessuno di noi vorrebbe degli estranei a spasso nel proprio giardino.
Ma se parliamo di divieto di sosta, il discorso cambia. Se con la nostra auto intralciamo il passaggio, pensiamo: "Ma che sarà mai? È solo per un attimo: dovevo fare un salto alla posta, o prendere mia moglie dalla fisioterapia, suvvia, non stiamo a sottilizzare!".
Il pensiero di fondo è sempre lo stesso: c'è qualcosa di più importante del divieto, un'emergenza che - secondo noi - ci autorizza a superarlo. Simo convinti di essere persone adulte, intelligenti, vaccinate. Gente in grado di decidere da sola quando una regola va seguita e quando invece disobbedire è legittimo, o addirittura un dovere.

Il testo del Vangelo di Marco solleva proprio il tema delle regole stabilite da Dio e della loro interpretazione. Che cosa c’entrano con la nostra vita? E come si conciliano con la libertà che ci ha portato Gesù?

Prendiamo i Dieci comandamenti. Ce ne sono alcuni su cui siamo tutti d’accordo: Non uccidere, non rubare. Ma se esaminiamo il terzo, che dice: “Ricordati del giorno del riposo per santificarlo”, dobbiamo ammettere che questo è diventato quasi del tutto una questione di gusto personale.
E come dicevamo poc’anzi, se non capiamo il senso di un ordine, se non ci sembra utile, ci mettiamo un attimo a lasciarlo perdere. Anzi, ci sembra quasi che quella regola calpesti la nostra libertà. E la libertà è il bene più prezioso che abbiamo, giusto?

Oggi i Dieci comandamenti sono visti spesso come dei nemici della libertà. Pensiamo che senza vincoli si viva meglio. Ma se li consideriamo in questo modo, perdiamo di vista il fatto che il loro obiettivo è un altro: in realtà, i comandamenti vogliono creare uno spazio protetto. E la protezione è doppia. Da un lato, infatti, i comandamenti proteggono la nostra relazione con Dio, perché possa crescere, rimanere solida e darci fiducia.
Dall'altro, essi proteggono la nostra vita insieme agli altri: ci insegnano a rispettarci, a fare in modo che ognuno riconosca all'altro gli stessi diritti che vuole per sé.
Se queste regole vengono rispettate, la nostra fede respira e la società funziona, senza che le persone si sfruttino, si schiaccino o si facciano del male.

Che la libertà non significhi semplicemente "faccio quello che mi pare, quando voglio e come voglio, senza curarmi degli altri", è una cosa che l'esperienza ci insegna chiaramente. Ma questo vale anche per il terzo comandamento? Questa è la grande domanda. Ed è una domanda che torna sempre nel modo in cui Gesù si relaziona con le persone e nel modo in cui i farisei si scontrano con lui.

Il sabato, lo Shabbat, e il modo in cui l'essere umano lo santifica, sono il cuore della spiritualità ebraica. Dio ha reso questo giorno speciale. Speciale due volte. Prima di tutto perché è il settimo giorno della creazione, quello che la porta a compimento. La creazione non finisce la sera del sesto giorno: finisce col riposo del settimo giorno. Il riposo è parte integrante della creazione, è indispensabile.
E poi, il settimo giorno è il giorno dedicato al Signore. Serve a mettersi in ascolto di Dio e a ringraziarlo. Tutto il resto, per quel giorno, va messo in pausa.

La tradizione ebraica sosteneva addirittura che se tutto il popolo avesse osservato il sabato perfettamente per due volte di fila, allora il Regno di Dio si sarebbe manifestato visibilmente sulla terra. Per questo c’erano tantissime regole dettagliate su cosa fare e non fare: quanti metri poter camminare, quali lavori erano leciti e quali vietati. Tutto per far apparire la gloria di Dio.
I farisei, quindi, non solo stavano attenti a come vivevano loro, ma controllavano gli altri. E quando vedono i discepoli di Gesù strappare le spighe di grano, scatta il rimprovero.
Strappare le spighe significa raccogliere, e poi dovrai macinare e fare il pane... e questo di sabato è vietato! Se Gesù non li ferma, pensano, allora non prende sul serio la legge di Dio. E se la prende così alla leggera con il sabato, non può essere il Messia. Anzi, è il contrario. E questo, non dimentichiamolo, sarà uno dei motivi decisivi per cui Gesù verrà condannato a morte.

Gesù, dal canto suo, inserisce il sabato nella grande storia d'amore di Dio con l'umanità. A Dio sta a cuore l'uomo, la sua salvezza, il suo bene - dice Gesù. E i comandamenti servono a questo. Non sono principi astratti a cui sacrificare la vita. Sono al servizio dell'essere umano, della sua relazione con Dio e con gli altri.
E il sabato funziona proprio così: serve a stare con Dio e a ritrovare il ritmo giusto della vita. Non può essere in contrasto con un affamato che mangia o con un malato che viene guarito.
Gesù lo dice chiaramente: nel servizio all'essere umano, lui è il Signore del sabato. Quello che Gesù fa per le persone conta più dell'osservanza cieca di una regola. Una regola può essere utile, certo, ma se diventa un principio rigido rischia di fare del male, diventa quasi un’omissione di soccorso.

E qui Gesù mette alla prova anche il nostro modo di vivere la domenica. Attenzione: non sta dicendo che potete fare quello che volete e trasformare la domenica in un giorno lavorativo qualsiasi. La parola ebraica "Shabbat" viene da un verbo che significa proprio "smettere", "fermarsi".
Il settimo giorno è speciale perché ci si astiene dal lavoro. È un giorno fatto di riposo, quiete, libertà, pace e festa. È un anticipo della gioia eterna, della grande festa che vivremo sempre insieme a Gesù.

Allora, concretamente, chiediamoci: ci fa davvero bene metterci di domenica a fare i compiti per il lunedì insieme ai nostri figli? Dobbiamo proprio controllare le mail di lavoro, stirare, montare scaffali, sistemare l'auto o potare le piante anche di domenica?
Non dobbiamo farne un nuovo divieto assoluto, no. Ma il giorno del Signore serve a interrompere proprio quelle attività che facciamo per lavoro durante la settimana.
Se portiamo il lavoro anche nella domenica, il giorno di riposo scivola via e diventa un giorno qualunque. E questo fa male a noi, fa male alla nostra vita, perché rovina un tempo che è sacro. Rischiamo di distruggere il potere terapeutico del settimo giorno.
Ricordiamocelo: i padroni del sabato non siamo noi. Il padrone è Gesù.

La domenica è il suo giorno, il giorno della risurrezione, il giorno della vita. E va riempito di tutto ciò che fa bene alla vita. C'è il culto, come legame vivo con lui. E ci sono i momenti belli in famiglia, il tempo con gli amici, la comunità, l'aiutare chi ha bisogno.

Con questa interruzione, con questo giorno diverso dagli altri, Dio ci regala la libertà. Ci rende liberi proprio come quando ha liberato il popolo d'Israele dalla schiavitù in Egitto.
Ci fa bene prendere l'abitudine di fermare il ritmo dei giorni feriali. Perché questo è il suo giorno, ed è un dono fatto per benedire la nostra vita.