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Pace

La pace di Gesù

La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, i discepoli se ne stavano con le porte chiuse per paura dei capi ebrei. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”. Poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono di vedere il Signore.
Gesù disse di nuovo: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Poi soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati”.
Uno dei dodici discepoli, Tommaso, detto Gemello, non era con loro quando Gesù era venuto. Gli altri discepoli gli dissero: “Abbiamo veduto il Signore”. Tommaso replicò: “Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con la mia mano il suo fianco, io non crederò”.
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo lì, e c'era anche Tommaso con loro. Le porte erano chiuse. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò: “La pace sia con voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco. Non essere incredulo, ma credente!”. Tommaso gli rispose: “Mio Signore e mio Dio!”.
Gesù gli disse: “Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto!”. (Giovanni 20,19-29)

Siamo di fronte a un testo che ci parla di perdono che è più forte della colpa, di gioia che è più forte del dubbio, e di una chiamata che suscita una risposta.

Il perdono più forte della colpa. La sera di Pasqua i discepoli rivedono Gesù. Sono riuniti a porte chiuse, sono disorientati, confusi, sono consapevoli di aver abbandonato, rinnegato e tradito il loro maestro. Nella mente di Pietro risuona certamente ancora il canto del gallo.
Ritrovandosi davanti Gesù, il ricordo delle loro colpe dovrebbe rendere i discepoli tristi, abbattuti, pieni di vergogna. Invece dopo averlo riconosciuto sono pieni di gioia. Perché?
Perché Gesù non viene loro incontro per rimproverarli, come avremmo potuto aspettarci. Gesù entra rivolgendo loro un saluto: “Pace a voi!”. Quel saluto è l'annuncio che il tradimento dei discepoli è stato cancellato. È una situazione sorprendente, inaspettata. Invece del giudizio, Gesù porta il perdono. “Pace a voi”, e non “guai a voi”, perché la croce ha cancellato i loro tradimenti, le loro mancanze.
Se non ci fosse il perdono, nessun incontro tra l'essere umano e Dio potrebbe avvenire nella gioia: sarebbe offuscato dal ricordo e dal peso dei nostri rinnegamenti. Ma ora succede l’imprevedibile: rivedendo il Signore, i discepoli non vedono la loro colpa, ma il suo perdono.
Oggi come allora, Gesù ci viene incontro non per creare rimorsi, ma libertà; non per fare l'elenco delle nostre inadempienze, ma per renderci partecipi di quanto egli ha adempiuto; non per schiacciarci, ma per risollevarci; non con l’indice alzato, ma con la mano tesa.

La gioia che è più forte del dubbio. I discepoli sono pieni di gioia anche perché, rivedendo il Signore, si rendono conto che egli vive. Fino a quel momento erano nel dubbio: la notizia si era sparsa, ma non sapevano se credere nella risurrezione di Gesù oppure no. Ma essere nel dubbio su questo punto significa esserlo su tutti gli altri.
Se Gesù non è risorto, non possiamo più credere in lui, ma solo commemorarlo; rievocarlo, ma non invocarlo; parlare di lui, ma non parlare a lui; ricordarlo, ma non ascoltarlo. Se Gesù non è risorto, avremo a che fare con un assente, non con uno presente. In qualche modo saremo noi a far vivere lui, e non lui a far vivere noi.
Il dubbio circa la risurrezione di Gesù, che i discepoli nutrono prima che egli si presenti in mezzo a loro, è un veleno mortale per la fede. Perciò essi si rallegrano quando vedono Gesù, le sue mani, il suo costato: perché il dubbio cede il posto alla certezza. Gesù vive: non solo dentro di loro, ma accanto e indipendentemente da loro. Gesù non è quindi un ricordo, ma una scoperta; non la proiezione di speranze deluse, ma la fede che riconosce e confessa una presenza; e la fede dei discepoli non sarà un tuffo nel passato, ma una decisione nell'oggi.
Perciò i discepoli sono pieni di gioia: perché rivivono, rivive la loro fede, rifiorisce la loro speranza. La loro vita potrà essere diversa ora che hanno visto il Signore e sanno che egli vive.

Una chiamata che suscita una risposta. A questo punto, vale la pena soffermarci qualche istante sulla figura di Tommaso. Quando Gesù è apparso la prima volta, lui non c’era. Così, mentre gli altri dieci sono ormai entusiasti, Tommaso ha una settimana di tempo per macerarsi nella sua incertezza: non crede alle parole di Maria Maddalena, perché è una donna; e non crede agli altri discepoli, perché sospetta che abbiano visto semplicemente quello che volevano ardentemente vedere.
Tommaso vuole verificare di persona se il crocifisso è risuscitato o meno. E perciò vuole mettere il dito nelle piaghe dei suoi polsi, e toccare con mano la ferita nel suo costato. Se questa verifica non si può fare, la risurrezione risulterà una notizia falsa, o una semplice opinione.
Tommaso non è un ateo, e non è un pagano. Ma vuole attenersi ai fatti: Gesù è morto, e per ora, niente è cambiato. E invece, la mattina di Pasqua, tutto è cambiato. E quando Gesù si presenta davanti a lui, Tommaso capisce che il metodo sperimentale in questa circostanza non serve, non funziona. Di fronte all’amore che crea e perdona, che cambia tutto, che rigenera e consola, di fronte al perdono che fa rivivere, di fronte al dono di una nuova vita, il metodo sperimentale diventa inutile.
Quel dono non lo si può sperimentare, o per meglio dire lo si sperimenta come un bambino sperimenta la sua nascita: il bambino riceve la vita, e basta, non fa tante domande. E infatti Tommaso smette di fare domande, di sottoporre Gesù vivente a un interrogatorio: e ora è Gesù che lo interpella. E con la sua risposta, Tommaso dimostra di avere capito che in quelle parole che Gesù gli rivolge c’è una chiamata che apre la porta alla salvezza.

Conclusione. Noi cristiani e cristiane moderne siamo come Tommaso nella settimana passata tra la domenica in cui il Cristo è risorto e la domenica in cui è apparso anche a lui per chiamarlo. Siamo travagliati e inquieti, prigionieri del nostro tentativo di applicare anche a Dio le scienze di questo mondo: al massimo, se tutto va bene, crediamo di credere. Ma la fede non è una semplice constatazione, non è nemmeno una immaginazione. Non servono prove e neppure visioni: basta la certezza, creduta, di una presenza che ci incontra con una parola di grazia: “Pace”, e così ricrea una comunione che era perduta o dimenticata.

Foto: unsplash

La pace di Natale

In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo censimento fu il primo fatto mentre Quirinio governava la Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città. Anche Giuseppe salì in Giudea dalla Galilea, dalla città di Nazaret, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e della famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito; lo fasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro e furono presi da gran timore. E l'angelo disse loro: “Non temete, perché ecco, vi reco la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: 'Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino fasciato e coricato in una mangiatoia'”. E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi, pace in terra fra gli uomini che egli gradisce!”. Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori presero a dire tra di loro: “Passiamo fino a Betlemme e vediamo questo che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto sapere”. Andarono in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia e, vedutolo, divulgarono ciò che era loro stato detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte quelle cose, meditandole in cuor suo. E i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato loro annunciato. (Luca 2,1-20)

A Natale gli angeli cantano. E gli angeli che cantano, secondo Luca, annunciano “pace in terra”. Di fronte a questo annuncio, è inevitabile constatare che di pace, in questo mondo, non ce n’è molta. Anno dopo anno, Natale dopo Natale, il mondo va avanti come sempre, cioè piuttosto male, i poveri restano poveri, la giustizia di Dio non si vede e la pace è lontana.
E allora noi, che siamo gente pragmatica, con i piedi per terra, poco incline a credere ai sogni e alle illusioni, concludiamo: “È vero, è un gran peccato che le cose non vadano meglio, ma che cosa dovremmo aspettarci a Natale? Una rivoluzione mondiale? L’instaurazione di un mondo in cui regnano davvero la giustizia e la pace? Non crediamo più a Gesù bambino, noi…”.

Una simile reazione è tuttavia l’esatto opposto di ciò che dicono i Salmi, i profeti e lo stesso Gesù, i quali non si stancano di invocare la giustizia di Dio sulla terra. La giustizia è l’amicizia di Dio con le donne e gli uomini, con l’intera umanità, e determina rapporti nuovi tra le persone, a livello individuale e nella società. Tutto questo, nel cantico degli angeli riportato nel brano di Luca, è indicato dalla parola “pace”. La pace è assenza di guerra – e quanto stride questa invocazione con la cronaca di questi mesi, dal Medio Oriente all’Ucraina, a molti altri teatri di guerra –, ma anche buoni rapporti, condivisione di risorse, di tempi e di spazi, gioia di essere insieme o almeno disponibilità a farlo.

Riprendiamo il racconto di Luca. Ciò che lo movimenta, è un censimento. Si tratta di un importante intervento del potere: per chi governa, contare i sudditi significa poterli tassare e poter reclutare i maschi per l’esercito. La Bibbia non ama i censimenti: quando Davide decise di indirne uno, la faccenda finì malissimo. “Dopo che Davide ebbe fatto il censimento del popolo, si sentì battere il cuore e disse al Signore: ‘Ho peccato molto per quanto ho fatto; ma ora, Signore, perdona l’iniquità del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza’” (2 Samuele 24,10). E il Signore lo punì mandando la peste. Lo storico Giuseppe Flavio, dal canto suo, sostiene che l’annuncio di un censimento fu tra i fattori all’origine del movimento ebraico di lotta armata contro Roma.

La scena descritta dall’evangelista Luca è dunque dominata dal potere dell’impero, incarnato da Cesare Augusto, definito, nella liturgia politica imperiale, “signore e salvatore”. Augusto è portatore di un preciso ideale di pace e giustizia che plasma le strutture politiche del mondo, e il mondo è il teatro della gloria di Roma.
Giuseppe e Maria fanno parte di quel mondo, non si ribellano alla pace e alla giustizia di Augusto, si inseriscono nella dinamica del censimento e dunque vanno a farsi registrare a Betlemme. Il loro è un viaggio difficoltoso. Probabilmente intendevano dormire in un posto di cambio per i cavalli, ma non trovano posto e finiscono nella stalla, dove Maria partorisce. La narrazione è essenziale, asciutta.

A questo punto l’azione si sposta, dalla mangiatoia di Betlemme ai pascoli dove i pastori fanno la guardia alle loro greggi. Come era accaduto a Elisabetta, Zaccaria e Maria, anche ai pastori è rivolto un annuncio, introdotto da un “non temete”, perché la parola di Dio è lieta, ma anche conturbante. L’angelo dice ai pastori: “Vi porto una buona notizia”. La buona notizia consiste nell’annuncio della pace e della giustizia che stanno per arrivare sulla terra. Non la pace e la giustizia dell’imperatore Cesare Augusto, però, ma la pace e la giustizia di Dio. E il segno di tale pace e di tale giustizia è ai margini della società, nella mangiatoia di Betlemme. I pastori seguono le indicazioni date dagli angeli, trovano il bambino nella mangiatoia, si rallegrano, e raccontano quello che hanno visto e ascoltato.

Questa è la risposta di Luca alle inquietudini del nostro tempo, percorso da rumori di guerra e povero di giustizia: la pace di Dio è realmente presente in Gesù Cristo. Non è la pace imperiale, annunciata dai messaggeri di Cesare Augusto, nei cortili del Palazzo; ma è la pace di Dio, annunciata da umili pastori, alla periferia del mondo, nella mangiatoia di Betlemme. Certo, anche il termine “periferia” può essere frainteso, svuotato di senso, banalizzato. Qui però l’evangelista riprende il cantico di Maria, il “Magnificat”, in cui la giovane madre di Gesù dice che Dio “ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore; ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Luca 1,50-53). In altre parole, la pace di Dio esiste davvero, e non è quella di Cesare Augusto.

Al nostro scetticismo, al nostro pragmatismo di donne e uomini dubbiosi, l’evangelista risponde dicendo che la pace di Dio è un dono prezioso che ci viene offerto ogni giorno. Esso ha dimensioni private e familiari, frammenti di vita buona e carica di gioia, che si tratta di cogliere e custodire. Ma ha anche dimensioni politiche e sociali. Non si tratta della società perfetta: quella è il progetto di Cesare Augusto e dei suoi innumerevoli successori e troppo spesso si trasforma in regimi oppressivi, in governi autoritari, in dittature che mettono in carcere gli oppositori. No, la pace e la giustizia di Dio sono nella stalla di Betlemme, ai margini, nella normalità della quale il potere non si accorge, ma che anche noi, troppo spesso, trascuriamo.

Ora, qual è la vera realtà? È quella di Cesare Augusto, o quella della stalla di Betlemme? Non rispondiamo con troppa fretta. A Natale potrebbe sembrare facile, mentre non lo è. E anziché rispondere picchiando il pugno sul tavolo con qualche forte affermazione di fede, lasciamo che la domanda decanti dentro di noi. E prestiamo attenzione alla buona notizia annunciata dagli angeli: “Sì, la pace di Dio è nascosta e fragile, e la gloria di Dio non risplende urbi et orbi, ma di fronte ai pastori. Essa però può costituire, anche per noi, una possibilità per una vita ricca”.
E se fosse vero? Come si presenterebbe, la nostra vita, se fosse davvero così? Forse proprio questa domanda potrebbe essere il contenuto evangelico di questo giorno di Natale.

Foto: Nowshad Arefin - unsplash

Una lenta risurrezione

La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, i discepoli se ne stavano con le porte chiuse per paura dei capi ebrei. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”. Poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono di vedere il Signore.
Gesù disse di nuovo: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Poi soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati”.
Uno dei dodici discepoli, Tommaso, detto Gemello, non era con loro quando Gesù era venuto. Gli altri discepoli gli dissero: “Abbiamo veduto il Signore”. Tommaso replicò: “Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con la mia mano il suo fianco, io non crederò”.
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo lì, e c'era anche Tommaso con loro. Le porte erano chiuse. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò: “La pace sia con voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco. Non essere incredulo, ma credente!”. Tommaso gli rispose: “Mio Signore e mio Dio!”.
Gesù gli disse: “Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto!”. (Giovanni 20,19-29)

Gesù è risorto il terzo giorno. La sua comunità ha avuto bisogno di più tempo per afferrare questo messaggio e per risorgere a sua volta.
Di questa lenta resurrezione ci parlano gli episodi narrati negli ultimi capitoli dei vangeli, tra cui la vicenda di Tommaso.

Le manifestazioni del Risorto non sono dimostrazioni spettacolari di un morto che si mostra ancora vivo, ma azioni terapeutiche di un maestro che si prende cura di una comunità morta, che è richiamata alla vita.
Nella scena narrata da Giovanni, infatti, non si parla tanto del Risorto, quanto piuttosto del cammino della comunità verso la fede nel Risorto, attraverso alcuni passaggi che descrivono lo stato della comunità e di azioni con cui Gesù se ne prende cura.

Il primo tratto che caratterizza la comunità è la chiusura. Il testo dice per due volte che le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse (Giovanni 20,19 e 20,26). Eppure, era il primo giorno della settimana. Erano appena accaduti eventi importanti: due discepoli erano stati al sepolcro, avevano visto e uno di loro aveva anche creduto (Giovanni 20,6-8); Maria di Magdala aveva incontrato il Risorto e aveva riferito agli altri del suo incontro (Giovanni 20,11-18). Ma tutto questo non aveva provocato nessuna reazione.

Il secondo tratto è quello della paura: avevano “paura dei capi degli ebrei” (Giovanni 20,19). Una paura difficile da comprendere, visto che ormai il Maestro, colui che era sentito come una minaccia, era stato tolto di mezzo. Una paura istintiva, forse, di scenari non chiaramente identificabili.

Il terzo tratto è quello della gioia: “Si rallegrarono di vedere il Signore” (Giovanni 20,20). Si tratta però di una gioia effimera, che non smuove, se otto giorni dopo Gesù troverà quei discepoli ancora rinchiusi, come alla sua prima manifestazione.

Infine, il quarto tratto è quello di una comunità che fatica a ritrovare coesione: nella prima scena c’è il gruppo dei discepoli ma manca Tommaso, nella seconda Tommaso è presente ma non crede alla testimonianza degli altri.

Questa è la comunità alla quale il Risorto si rivela: rinchiusa, paurosa, capace di una gioia superficiale, sfilacciata. È in quel un quadro, descritto con molto realismo, che il Risorto interviene per riportare speranza e vita, per far risorgere quella piccola comunità che era morta.

Innanzitutto, entra attraverso porte che sono ancora chiuse. Agisce così non per dimostrare i suoi poteri speciali, né per suggerire l’idea che il suo corpo sia ormai altro. Intende invece affermare che la forza della resurrezione agisce anche nelle nostre durezze e lentezze.

Viene così il secondo momento: “Si fermò in piedi in mezzo a loro” (Giovanni 20,19 e 20,26). Si ferma in mezzo. Non ha fretta, ma dimora nello spazio angusto delle nostre paure. Le abita e le condivide, come aveva fatto sulla via di Emmaus, quando aveva ascoltato il racconto di delusioni e attese tradite fatto dai due discepoli.
Gesù libera dal basso, mai dall’alto; dal basso della condivisione, non dall’alto dell’intervento magico. E stando in mezzo alle paure dei discepoli, mostra loro i segni della sua passione e del suo amore: “Mostrò ai discepoli le mani e il fianco” (Giovanni 20,20).

Quindi - e siamo al terzo momento - inizia a parlare donando la pace e invitandoli a uscire: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Giovanni 20,21). A quei discepoli in preda alla paura, Gesù comunica la pace, primo dono del Risorto, e li invia. Proprio loro, bloccati dalla paura, sono invitati a uscire.

Infine Gesù alita sui discepoli lo Spirito: “Soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Giovanni 20,22).
Lo Spirito, che diventa fonte di comunione mediante il perdono dei peccati: “A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati” (Giovanni 20,23).

La storia avrebbe dovuto concludersi qui. Ma il racconto prosegue con un’aggiunta dissonante: la vicenda di Tommaso, che è “gemello” di ciascuno di noi.
Attraverso di lui è narrata la nostra fatica a credere nel Risorto, e attraverso di lui anche la cura che Gesù usa nei confronti della nostra incredulità.

Innanzitutto, Gesù ritorna in quella comunità, trovando una situazione non molto diversa dalla volta precedente, come se quel primo passaggio fosse stato inutile. Unica novità è che ora Tommaso è presente, anche se distaccato dagli altri.
Gesù lo ascolta, prende atto dei suoi dubbi, ma non gli rinfaccia la sua incredulità: lo aiuta invece a comprenderne la portata, a ripensare a quei possessivi che egli ripete: “il mio dito”, la “mia mano”. Gesù li riprende, coniugandoli con altri possessivi: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco” (Giovanni 20, 27).

È come se gli dicesse: smetti di guardare te stesso! Lascia perdere la “tua” mano e guarda le “mie” mani! Lascia perdere il “tuo” dito e guarda il “mio” fianco! Abbandona le tue pretese e guarda i segni dell’amore! I segni che ti hanno salvato, facendo di te un discepolo. Gesù tenta di rompere il cerchio autoreferenziale che avvolge Tommaso, che gli impedisce la comunione con gli altri, alla cui testimonianza si rifiuta di credere, e con il Signore risorto.

Guardare non a sé stessi ma al Signore è la via che il Risorto indica a Tommaso per ritrovare la fede, e anche la via per ritrovare la comunione con i suoi fratelli. È la via per superare la divisione, che è sempre effetto di mancanza di fiducia.
Valeva per i discepoli allora, vale ancora per noi oggi: la comunione non ha bisogno di strategie, accordi o compromessi, ma di riorientare lo sguardo al Cristo risorto, distogliendolo da sé stessi e dalle proprie pretese.

Violenza e nonviolenza

Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento, infatti, non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete, oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza (Efesini 6,10-18)

Il cristianesimo è portatore di un messaggio di pace. Quel messaggio di pace è definito, in Efesini 6,15, “l’evangelo della pace”. All’inizio della Lettera, si specifica che questo messaggio deve essere annunciato ai lontani e ai vicini (Efesini 2,17).
L’apostolo Paolo, nella sua lettera ai Romani, ribadisce che il messaggio della pace deve essere vissuto nella concretezza delle relazioni umane personali e sociali: “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12,18).
Ebbene, malgrado queste premesse, il cristianesimo non è riuscito, e ancora non riesce, a mettere in pratica con la necessaria determinazione l’evangelo della pace.

Anziché essere annunciato e vissuto, l’evangelo della pace è stato da un lato spiritualizzato, ridotto a fatto puramente interiore, e dall'altro secolarizzato, cioè, affidato all'arte della diplomazia e, se necessario, agli argomenti delle armi.
Il discorso nuovo della fede in un Dio forte e allo stesso tempo disarmato, vittorioso con la sola forza dell'amore e la Parola come unica arma, è stato messo da parte. A imporsi è stata la logica secondo cui la forza risolutiva, quella che ha l'ultima parola, è quella violenta, e spesso armata.

Alla logica del Regno di Dio si è sostituita la logica del Regno di Cesare, tanto più dal momento in cui quest'ultimo è diventato cristiano. E se l’imperatore, che è cristiano, scende in guerra contro i suoi nemici, i cristiani, sudditi dell’imperatore, possono e devono prestare servizio militare e combattere nell’esercito dell’imperatore. Dall’annuncio dell’evangelo della pace si è così passati alla legittimazione della guerra.

Il tramonto dell'evangelo della pace è stato accompagnato dalla progressiva scomparsa del pacifismo radicale di Gesù.
Il maestro di Nazareth aveva proposto, nel sermone sul monte, una forma di pacifismo che si spingeva fino all'amore dei nemici (Matteo 5,44). Quel pacifismo trova la sua più chiara espressione in due beatitudini: “Beati i mansueti, perché erediteranno la terra” e “Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.
La storia del cristianesimo, purtroppo, non porta molte tracce di quelle due beatitudini: cristianesimo e pacifismo faticano, fino a oggi, a darsi la mano.

Il cristianesimo non è stato capace di ribaltare quella che per noi è diventata un’affermazione scontata: “Si vis pacem, para bellum”, ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. La frase risale alla fine del quarto secolo e si trova in un testo sulla guerra, opera dell’autore latino Vegezio. Il concetto è stato ripreso dal politico e filosofo romano Cicerone, in una delle sue Filippiche: "Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra".
Detto in altre parole: la pace la si ottiene soltanto se tra i nemici c’è un equilibrio di forze, vale a dire se entrambi hanno armi potenti ed efficaci, tali da farsi paura a vicenda e quindi temere una sconfitta devastante. È la dottrina moderna del cosiddetto “equilibrio del terrore”, espressione di quello che definiamo “realismo del buon senso”.

D’altronde, dobbiamo ammettere che molte guerre sono combattute da cristiani e alcune anche tra cristiani, come tra Ucraina e Russia, dove si giustifica la guerra in nome di Dio e in suo nome si benedicono le armi. In obbedienza alla teoria dell’equilibrio del terrore, molti cristiani oggi, di fronte al comandamento dell’amore verso i nemici e della ricerca della pace, rimangono indifferenti o, tutt’al più, lo considerano possibile solo nell’ambito privato delle relazioni interpersonali.

Diverso era l’atteggiamento della generazione dei cristiani e delle cristiane del primo secolo. Lo testimonia il testo della Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetti 10-18. La Lettera, scritta probabilmente dopo la morte dell’apostolo Paolo, da un suo collaboratore, è indirizzata a tutte le comunità cristiane dell’Asia Minore. Scopo della Lettera è quello di ricordare che i cristiani sono stati coinvolti da Dio nel suo progetto d’amore, che trasforma le nostre esistenze, supera la nostra fragilità e le nostre resistenze e ci dona, in Cristo, un’esistenza nuova, capace di vivere relazioni interpersonali di comunione e di pace.

Siamo chiamati a vivere secondo uno stile di vita rinnovato, ma con la consapevolezza che la vita cristiana in questo mondo è una lotta contro mentalità violente che si insinuano nelle coscienze e nelle istituzioni, dominandole e rendendole disumane e invivibili. Ecco perché l’autore della Lettera esorta i cristiani a rivestirsi dell’armatura di Dio, cioè della potenza disarmante di Dio, per resistere a queste mentalità malvage e imparare a combatterle.
L’immagine usata dall’anonimo autore della Lettera è straordinaria: egli prende un soldato, un legionario romano, armato di tutto punto, pronto a scendere in battaglia. Quel soldato, che porta tutti gli strumenti che servono per combattere, viene letteralmente spogliato, dapprima, e subito dopo rivestito di una nuova armatura e di nuove armi. La sua nuova armatura è l’armatura di Dio, che non è fatta né per offendere, né per uccidere. Rivestirsi dell’armatura di Dio significa rivestirsi della potenza di Dio, disarmante e non guerrafondaia.

Quell’armatura di Dio è fatta innanzitutto per disarmare noi stessi e per resistere e lottare, non contro le persone (“carne e sangue”, dice il testo), ma contro quella cultura di violenza, di arroganza e di divisione (il testo usa un linguaggio antico, e parla di “diavolo”, e di “spiriti del male”) che domina in questo mondo (è questo il significato di “principati e potenze”) e che si insinua nelle coscienze deformandone lo stile di vita.
In altre parole: tu, cristiano, tu, cristiana, anche del 21. secolo, che hai dimenticato, o relativizzato, le parole del tuo Signore, rivestiti con l’armatura nonviolenta del vangelo, che è finalizzata ad abbattere muri e fili spinati e a costruire relazioni di pace, di riconciliazione e di fraternità tra gli uomini e le donne di questo mondo. O, per dirlo con le parole dell’apostolo Paolo alla comunità di Roma (Romani 12,21): “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.

Si tratta di imparare l’arte della lotta nonviolenta, che si combatte con le armi indicate in Efesini 6,14-18: la cintura della verità, la corazza della giustizia, i calzari per l’annuncio della pace, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza, la spada della Parola di Dio. Valeva per il contesto dominato dalla violenza e dalla guerra dell’Impero Romano, e vale per noi oggi.

L’elenco delle armi è lungo: ritorneremo su questo nella predicazione delle due prossime domeniche. Oggi mi limiterò a rendervi attenti alla conclusione dell’elenco dei pezzi che compongono l’armatura del nuovo legionario. L’autore della Lettera conclude dicendo: “Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza”.
La Bibbia non ignora che la giustizia e la pace e la costruzione di una società più umana e fraterna tardano a venire, e perciò richiedono impegno, pazienza e perseveranza. E sa che la lotta comincia dentro di noi: è il nostro cuore, la nostra interiorità, che devono essere convertiti a un percorso evangelico di umanizzazione e di pacificazione della vita. È il nostro cuore di pietra, violento, che deve rinascere a vita nuova, una vita nonviolenta, capace di amare e di aprire nella storia sentieri di pace e di riconciliazione.