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Pentecoste

Il messaggio della Pentecoste

C'era tra i farisei un uomo, chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte a Gesù e gli disse: “Maestro, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio, perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui”. Gesù gli rispose dicendo: “In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”. Nicodemo gli disse: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?”. Gesù rispose: “In verità, in verità io ti dico che, se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: 'Bisogna che nasciate di nuovo'. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito”. (Giovanni 3,1-8)

“Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti.  Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi.  Non vi lascerò orfani; tornerò a voi.  Ancora un po' e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
(Giovanni 14,15-26)

Poco prima di morire sulla croce, Gesù ha lanciato un grido: “È compiuto!” (Giovanni 19,30). Tre giorni dopo, Gesù è risorto. Qualche giorno più tardi, è asceso al cielo. Con la morte, la risurrezione e l’ascensione di Gesù, si potrebbe pensare che tutto sia concluso, completato: completata la rivelazione di Dio, completata l'opera della salvezza, completata la manifestazione della grazia e della verità in Gesù Cristo. Si potrebbe pensare che non manchi più nulla

Eppure – ci dicono i Vangeli e ci dice il libro degli Atti degli Apostoli – è come se tutto dovesse ancora cominciare. Tra il Venerdì Santo e l’Ascensione, tutto è accaduto. Ma è come se tutto dovesse ancora accadere. E che cosa deve accadere? Deve accadere una nuova manifestazione di Dio: Dio si rivela come Spirito. Questo è il messaggio, questa è la grande e bella notizia di Pentecoste: Dio è Spirito!

Gesù l'aveva già detto, alla samaritana: “Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in Spirito e verità” (Giovanni 4,24), proprio come sta scritto sulla parete della chiesa riformata di Brusio. Dio è Spirito! Nella creazione, Dio si era manifestato come Padre, nell’opera di redenzione, come Figlio. Ora, a Pentecoste, si manifesta come Spirito.

Perché quest’ultima manifestazione come Spirito? Perché era necessario che sapessimo che Dio non è solo Padre, né solo Figlio, ma anche Spirito? Perché è come Spirito che Dio entra dentro di noi. Il Padre è Dio sopra di noi, il Figlio è Dio per noi e con noi, lo Spirito è Dio dentro di noi. Questo è il significato dell'affermazione: “Dio è Spirito”: che Dio non si accontenta di stare fuori, ma vuole entrare dentro. Come dice Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora dentro di lui” (Giovanni 14,23).

La grande sorpresa di Pentecoste, la notizia inaudita, l’avvenimento stupefacente, non è il parlare in lingue. No, la meraviglia di Pentecoste è che colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere (1 Re 8,27) – secondo la definizione che re Salomone diede di Dio – può farsi tanto piccolo da trovare posto nel nostro piccolo cuore. Come dice Martin Lutero: “Nulla è così grande che Dio non sia ancora più grande; nulla è così piccolo che Dio non sia ancora più piccolo”.

I credenti lo sanno: noi abitiamo in Dio. Lo dice in modo chiarissimo l’apostolo Paolo (Atti 17,28): “In lui viviamo, ci muoviamo e siamo”. Ma a Pentecoste le cose si rovesciano, la relazione si capovolge. A Pentecoste è Dio che viene ad abitare in noi. È ancora l’apostolo Paolo a parlare e a chiedere: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Corinzi 3,16). Se abbiamo capito questo, allora possiamo riprendere il messaggio di Pentecoste ed esprimerlo in modo più preciso: Dio non sta solo fuori, sopra, accanto, vicino, in mezzo, ma sta dentro. È per questo che si è manifestato come Spirito.

Molte persone, oggi, cercano Dio soprattutto fuori: nella natura, nelle opere del creato, nei boschi, sulle montagne, nelle albe e nei tramonti; oppure in determinati fenomeni storici – i cosiddetti “segni dei tempi” – (vediamo tracce di Dio nell’opera di Martin Luther King, o di Nelson Mandela, o di Gandhi); oppure cerchiamo Dio nel prossimo, e in particolare nel prossimo che soffre, nei profughi, nei rifugiati, nei poveri, negli ultimi. Tutto giusto, tutto evangelico. Ma non dimentichiamo che Dio abita volentieri dentro ciascuno e ciascuna di noi. Dio “è nel segreto” (Matteo 6,6) e perciò dev’essere cercato anche dentro di noi. Questa è la lezione di Pentecoste: non cercare Dio solo fuori, ma anche dentro.

Ma perché Dio vuole entrare dentro di noi e non si accontenta di restare fuori? Perché vuole portare dentro di noi quella salvezza che è avvenuta fuori di noi, nella storia di Israele e in quella di Gesù, nella sua vita, morte e risurrezione. Tutto è avvenuto fuori, ma ora deve entrare dentro perché diventi nostra storia personale, perché operi concretamente nella nostra vita, nella nostra intelligenza, nella nostra anima. Questa è l'opera di Dio come Spirito: portare dentro, nella profondità del nostro cuore, la parola, la grazia, la luce, la consolazione, la pace di Dio. In una parola: portare dentro di noi Cristo stesso, affinché Cristo viva in noi. Come dice l'apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Galati 2,20).

Questo è il messaggio di Pentecoste. Ma non è l'unico. Ce ne sono altri. Dio come Spirito vuol dire certamente tante cose. Tra queste, ne indico una. Nel racconto dell’incontro tra Gesù e Nicodemo (Giovanni 3,1-8), lo Spirito di Dio è paragonato al vento. “Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va”. Per parlare dello Spirito, Gesù ricorre alla metafora del vento, che è inafferrabile.
Che cosa ci suggerisce quella metafora? Che Dio, come il vento, non lo puoi afferrare, non lo puoi incamerare, accaparrare, privatizzare, non te ne puoi impossessare, né imprigionare nei tuoi pensieri, nelle tue esperienze, nella tua teologia, nei tuoi santuari, nei tuoi culti, nella tua religione, e nemmeno nella tua cultura. Dio come vento che soffia dove vuole, vuol dire che Dio è libero. Quel Dio che a Pentecoste vuole entrare dentro di te è un Dio di libertà e un Dio liberante. Un Dio che, essendo libero, dove arriva e dove entra porta libertà.

Parliamo una nuova lingua

Quando venne il giorno della Pentecoste, i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo. All'improvviso si sentì un rumore dal cielo, come quando tira un forte vento, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Allora videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e si posavano sopra ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo concedeva loro di esprimersi. A Gerusalemme c'erano ebrei, uomini molto religiosi, venuti da tutte le parti del mondo. Appena si sentì quel rumore, si radunò una gran folla e non sapevano che cosa pensare. Ciascuno, infatti, li sentiva parlare nella propria lingua. Erano pieni di meraviglia e di stupore e dicevano: 'Questi uomini che parlano non sono tutti Galilei? Come mai allora ciascuno di noi li sente parlare nella sua lingua nativa? Noi apparteniamo a popoli diversi: Parti, Medi e Elamiti. Alcuni di noi vengono dalla Mesopotamia, dalla Giudea e dalla Cappadòcia, dal Ponto e dall'Asia, dalla Frigia e dalla Panfilia, dall'Egitto e dalla Cirenaica, da Creta e dall'Arabia. C'è gente che viene perfino da Roma: alcuni sono nati ebrei, altri invece si sono convertiti alla religione ebraica. Eppure, tutti li sentiamo annunziare, ciascuno nella sua lingua, le grandi cose che Dio ha fatto'. Se ne stavano lì pieni di meraviglia e non sapevano che cosa pensare. Dicevano gli uni agli altri: 'Che significato avrà tutto questo?'.Altri invece ridevano e dicevano: 'Sono completamente ubriachi'. (Atti 2,1-13)

Pentecoste, forse non tutti lo sanno, è una festa ebraica, con due significati.
Un significato più antico – Pentecoste è la festa del raccolto, specialmente della mietitura – e un significato più recente, sorto dopo il 70 d.C. – Pentecoste è la festa del dono della legge.
Questi due significati sono entrambi presenti nel racconto degli Atti degli Apostoli, sia pure tra le righe. Pentecoste è festa della mietitura, ma non di quella dei campi, bensì di quella delle anime e dei cuori per il Regno di Dio, come aveva detto Gesù ai suoi discepoli: “Levate gli occhi e mirate le campagne come sono bianche da mietere” (Giovanni 4,35).
E Pentecoste è anche la festa del dono della legge, ma nel senso della legge scritta sui cuori mediante lo spirito, come avevano detto il profeta Geremia, quando parla del nuovo patto (Geremia 31,31-34) e il profeta Ezechiele, quando scrive: “Metterò dentro di voi il mio spirito e farò sì che camminerete secondo le mie leggi e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni” “Ezechiele 36,27).

La legge e lo spirito non stanno in alternativa, e neppure in concorrenza: lo spirito non sostituisce la legge, semplicemente la interiorizza, la fa diventare fatto esistenziale, orientamento per la nostra vita quotidiana. C'è dunque un rapporto stretto, anche sul piano dei contenuti, tra la Pentecoste ebraica e quella cristiana.

A Pentecoste, dice il testo degli Atti degli Apostoli, Dio si manifesta come vento e come fuoco. Il vento si sente, il fuoco si sente e si vede.
Si tratta di metafore che esprimono il fatto che a Pentecoste Dio diventa esperienza. Non è la prima volta, ma qui accade alla grande, coinvolgendo un'intera comunità.
Dio non è solo pensato, detto, confessato, lodato, oppure anche negato, rifiutato, bestemmiato. No, qui ora Dio viene sperimentato: come evento e come fuoco e come parola liberata. Dio diventa esperienza. Pentecoste significa che si può fare l'esperienza di Dio.

Lo sappiamo tutti: questo è un terreno minato, perché è facile illudersi, è facile confondere Dio con i nostri sentimenti religiosi, è facile confondere Dio con le nostre emozioni, confondere il nostro spirito con il suo, e il suo con il nostro.
Tutto questo accadeva già nei tempi apostolici, tanto che l'apostolo Giovanni raccomanda ai cristiani di non credere ad ogni spirito ma di “provare gli spiriti per sapere se sono da Dio” (Giovanni 4,1).
Sicuramente non tutte le esperienze spirituali sono esperienze di Dio, ma resta il fatto che a Pentecoste Dio diventa esperienza. Lo spirito suscita l'esperienza di Dio, con lo spirito Dio diventa talmente vicino che ci tocca.

Pentecoste è questo essere toccati da Dio. È il contrario di quello che ha fatto Tommaso: lui per credere voleva toccare. Anche noi vogliamo toccare, ma Dio non si può toccare. Dio però può toccare noi. Questo è lo Spirito Santo: Dio che ci tocca. Questo essere toccati da Dio viene sperimentato come vento e come fuoco.
Che cosa esprimono queste immagini?

Il vento è una bellissima metafora della libertà: il vento soffia dove vuole, e non sai da dove viene né dove va. Non puoi imprigionare il vento in nessun sistema, in nessun organismo, in nessuno spazio. Non lo puoi neanche fermare, o frenare, o bloccare: il vento è vento solo se è libero. Senza libertà il vento non soffia più.
Essere toccati dallo spirito significa dunque essere toccati dalla libertà. E la lingua che lo spirito parla e che vuole insegnare a tutti è la lingua della libertà. Chi parla la lingua della libertà viene capito subito da tutti. Quella della libertà è una lingua universale. Pentecoste significa che il vento della libertà soffia, che la lingua della libertà viene parlata e anche capita.

Il fuoco è un’altra bellissima metafora: è metafora dell'amore. In questo caso è un fuoco particolare, che brucia, ma non consuma. È un fuoco mai visto, sconosciuto: quello che conosciamo consuma e distrugge sempre qualcosa, questo invece non distrugge niente. Essere toccati dallo spirito significa essere toccati dall'amore, e la lingua dell'amore viene capita subito da tutti. Quella dell’amore è una lingua universale. Pentecoste significa che il fuoco dell'amore brucia, e che la lingua dell'amore viene parlata e anche capita.
Il fatto che le lingue di fuoco si posarono una su ciascuno dei presenti significa che il Dio di tutti è il Dio di ciascuno, il Dio universale è il Dio personale: tu sei toccato da Dio, tu fai l'esperienza di Dio, tu sei investito dal vento della libertà e cominci a parlare di libertà, tu sei acceso dal fuoco dell'amore e cominci a parlare la lingua dell'amore.

Pentecoste è naturalmente il miracolo del parlare in lingue diverse dalla propria. Non è chiaro in che cosa sia consistito esattamente questo fenomeno, ma un fatto è certo: In quel luogo c’era una serie di popoli – che rappresentano tutta l'umanità – i quali ciascuno con la sua lingua capiscono il discorso degli apostoli senza che ci sia bisogno di tradurre o, meglio, grazie a una specie di traduzione simultanea fatta dallo spirito.
A Pentecoste le lingue particolari non vengono annullate, al contrario vengono quasi valorizzate. Per due volte si dice che i popoli capiscono “nel loro proprio natio linguaggio”, ma nello stesso tempo cade la barriera linguistica grazie alla traduzione simultanea dello spirito.

Il soffio dello spirito universalizza ciascuna lingua particolare. Non si capisce bene come questo avvenga, difatti c'è molto stupore e grande meraviglia.
Il miracolo della Pentecoste – perché in effetti un miracolo si compie – è questo: che la diversità delle lingue non è più un impedimento alla comprensione universale.
Oggi non è ancora così, non è ancora Pentecoste. Oggi tutto deve essere tradotto: se parlo italiano e tu non lo sai, non mi capisci, bisogna che qualcuno traduca; se parlo da cristiano e tu non lo sei, tu non mi capisci, bisogna tradurre anche se parliamo entrambi italiano; se parli da buddista e io non lo sono, io non capisco, bisogna che qualcuno traduca; se parlo da credente e tu non lo sei, tu mi chiedi che cosa vuol dire Dio, e bisogna tradurre.

Il miracolo di Pentecoste è che c'è comprensione senza traduzione, che è una specie di conversione dei linguaggi, che lo spirito opera miracolosamente.
Che cosa vuol dire tutto questo?
Vuol dire, innanzitutto, che lo spirito si fa capire in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo: non ci sono lingue sacre, non è necessario imparare l'aramaico per udire la voce di Gesù, l'ebraico non è lingua sacra (neppure il greco, neppure il latino, neppure il sanscrito, neppure l'arabo lo sono).
Dio parla tutte le lingue, tutti i dialetti. Dio è dicibile in tutte le lingue. La parola è stata fatta carne, afferma l’evangelista Giovanni, cioè anche lingua.
La parola di Dio si umanizza, si socializza, si pluralizza, si moltiplica per quanti sono i linguaggi umani. Non c'è lingua umana che non possa dire Dio.

In secondo luogo, significa che nessuna lingua umana è per sé lingua di tutti, lingua universale. Solo la lingua dello spirito lo è. L'universalizzazione delle lingue è possibile solo se è il frutto di una universalizzazione delle coscienze. Solo la lingua ancora sconosciuta dello spirito è universale, non la nostra lingua, neppure la nostra lingua cristiana.

Ma c'è già ora qualcosa che collega la nostra lingua particolare e la lingua universale dello spirito, c'è già ora qualche scintilla del grande fuoco di Pentecoste che già ora brilla in mezzo a noi. C'è un linguaggio oltre il linguaggio che già ora possiamo gustare in modo da percepire qualcosa del miracolo di Pentecoste. Credo di potervi dire che è il linguaggio della poesia. L’antico filosofo Platone diceva che l'amore rende ognuno poeta. La Pentecoste vuol dire anche questo: che il popolo diventi poeta e impari a tradurre il mondo in poesia.