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speranza

La notte è avanzata, il giorno è vicino

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore. (Romani 13,11-14)

Nella Bibbia, la parola "notte" indica in genere la situazione dell'umanità in assenza di Cristo. Dobbiamo dunque pensare che essa indichi la situazione di chi non crede? Sì, anche, ma non solo. Infatti, anche chi crede, sotto questo aspetto, non si trova in una situazione privilegiata. Anche la fede vive infatti "nella notte", vive cioè l'esperienza di Cristo che non è qui come noi vorremmo che fosse, con evidenza, in modo da poterlo vedere e toccare.

Certo, Cristo è presente nella sua parola, nella comunione intorno ai segni del pane e del vino, nell'amore che egli ci dona e che noi possiamo condividere, nella preghiera. Ma si tratta, dobbiamo ammetterlo, di una presenza problematica. La nostra fede cerca Cristo come a tentoni, si aggrappa alla parola di Dio, ai sacramenti, alla preghiera.
Ma rimane vivo il senso di un'incompletezza, di un'incompiutezza, di un'assenza. Non vediamo Cristo, siamo "nella notte". E a volte, in questa "notte", viviamo in modo distratto, dimentichiamo Dio, dimentichiamo anche di cercarlo.

Siamo talmente immersi nella "notte" che dormiamo. E i giorni, e le settimane, e i mesi si susseguono senza che la parola di Dio, la sua presenza, riesca a scuoterci, a svegliarci.
Di solito sono altre le esperienze che ci scuotono dal nostro torpore, facendoci risvegliare, spaventati, nel buio in cui viviamo: sono l'esperienza della morte, della malattia, della sofferenza nelle sue varie forme.

La fede cristiana, se vuole essere una cosa seria, non deve ignorare o censurare questa dimensione dell'esperienza, ma deve guardare in faccia la notte. I cristiani non si ubriacano di parole, dicendo che tutto va bene perché la fede ci aiuta. La consolazione della fede non è a buon mercato, ma conosce dubbio, tormento e lotta.

Non dobbiamo temere che tutto ciò contraddica la fede, non dobbiamo temere di non essere abbastanza credenti perché vediamo l'oscurità intorno a noi e magari anche dentro di noi. La fede, quando è fede vera, sa anche riconoscere con lucidità di vivere nella notte, nel dubbio, nell'assenza.

Questa è la verità. Ma non è ancora tutta la verità. E soprattutto non è ancora l'evangelo, cioè la "buona notizia" ("evangelo" significa infatti proprio questo, "buona notizia"). La buona notizia della Bibbia non è che siamo "nella notte" - perché questo lo sapevamo anche da soli - ma che "la notte è avanzata e il giorno è vicino".

Di che giorno si parli, è chiaro: del giorno del Signore, cioè della presenza di Cristo stesso. Quella presenza non è ancora data come vorremmo, siamo ancora "nella notte", ma Cristo non è chissà dove, bensì è vicino.

Non è un caso che questo testo ci venga proposto durante il tempo dell'avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale, cioè la decisione di Dio di entrare nella nostra "notte" per portarvi la sua luce.
Ovviamente, il testo non intende dire che la "notte" durerà fino al 25 dicembre, poi Cristo arriva e tutto diventa chiaro.
Per quel che ne sappiamo, tutta la nostra vita sarà accompagnata dal tormento causato dal fatto che Cristo non è a nostra disposizione, che la nostra fede è confrontata col dubbio.

Ciò che il testo dice è che questa "notte" non è poi così nera, non è completamente buia, ma è una "notte" in cui l'orizzonte è già rischiarato dal giorno che certamente viene. La luce di Cristo non è lontana, è dietro l'angolo.
Eccoci, dunque, di nuovo alla parola di Dio, ai sacramenti, alla comunione fraterna, alla preghiera. Occorre ripeterlo: non sono, quelli, la luce piena del giorno.
Il giorno è il regno di Dio, nuovi cieli e nuova terra, Dio in tutti: nulla di meno, e nulla di diverso.
Bibbia, sacramenti, amore e preghiera sono i segnali del giorno che si avvicina, il leggero rischiararsi del cielo che precede le luci dell'alba. Sono segni che vengono a dirci che la "notte" non è l'ultima parola e non ha l'ultima parola.

La nostra fede, ci dice in sintesi l'apostolo Paolo, vive di una promessa. E questa promessa è indicata da questi barlumi di luce che rimandano all'alba che attendiamo. Tutta la vita, tutta la fede, è un'attesa che la promessa si avveri.

Rimane un ultimo punto da evidenziare. Il testo si conclude con un appello: anche se non è ancora giorno, comportiamoci come se già lo fosse. La persona credente non possiede un impianto di illuminazione capace di trasformare la "notte" in giorno. Ma ha il coraggio di vivere nella "notte" come se fosse già giorno, cioè di vivere già ora seguendo il Dio che non si vede, ma che sa essere vicino. La "morale cristiana" consiste in questo: in un agire consapevole del fatto che la nostra "notte" non è tutta la verità, e che è possibile, già oggi, vivere sprazzi di luce.

Gli esempi che l'apostolo Paolo offre sono semplici e quotidiani, e qualcuno potrebbe trovarli banali: evitare di ingozzarsi e di ubriacarsi, di praticare una sessualità selvaggia e sconsiderata, evitare le piccole beghe, le invidie e le gelosie, le maldicenze, spesso fonte di profonde lacerazioni, che già allora, a quanto pare, affliggevano le comunità.
Piccolezze? Mah, la "vita davanti a Dio" si svolge anche in questi ambiti dell'esperienza quotidiana, e sarebbe imprudente liquidare questi ammonimenti come superficiali o moralistici.

L'evangelo di questo periodo in cui ci avviamo verso il Natale è dunque questo: una comunità i cui membri vivono nella prospettiva di questa buona notizia, mostra con i fatti che, pur vivendo, come tutti, "nella notte", è raggiunta dalla promessa di una luce che le permette di vivere già ora "come di giorno".
Una comunità con i piedi per terra e che riconosce lucidamente la propria condizione, dunque, ma che allo stesso tempo è percorsa dal desiderio che la "notte" venga superata dall'unico che può farlo.

Una porta aperta davanti a noi

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, valoroso e forte, è il Signore che vince le guerre!
Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!
(Salmo 24,7-10)

Se doveste scegliere un simbolo per l’avvento, quale vi verrebbe in mente?
Quale immagine riuscirebbe, secondo voi, ad evidenziare il significato di questo particolare periodo dell’anno?
Io, oggi, vi propongo l'immagine di una porta aperta!

Sto pensando al calendario dell’avvento con le sue porticine che devono essere aperte l’una dopo l’altra? Si! Ma non soltanto! Mi è venuto in mente questo simbolo della porta aperta perché anche la Bibbia lo usa quando ci ricorda che siamo in attesa.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!

Così proclama il Salmo 24, scelto già dalla chiesa antica per la prima domenica dell’avvento.
Questo invito dell’antica preghiera ebraica ci vuole ricordare una cosa importante: la realtà, nella quale viviamo, non è qualche cosa di chiuso. Il mondo che conosciamo, non è quello definitivo.

Noi, in questo mondo e per questo mondo, siamo chiamati a rimanere in attesa di una realtà nuova, che sta ancora “dietro le porte”, “oltre le porte”!

Questa nuova realtà è legata a Gesù, la cui nascita ricorderemo a Natale.
Nella vita di Gesù, è stato possibile scorgere l’inizio di un mondo nuovo, la possibilità di un mondo più umano. Di un mondo in cui siamo veramente tutti fratelli e sorelle, con la stessa, identica dignità.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Questo appello viene rivolto a te e a me, all’inizio dell’avvento, proprio per invitarmi e invitarci a porci alcune domande.
Come vivi la tua vita? La vivi come se fosse uno spazio con le porte chiuse?
O la tua vita assomiglia piuttosto ad una casa con le porte aperte?
Sei rassegnata, sei rassegnato e pensi che questo mondo, in realtà, non cambierà mai?
E allora ogni tuo impegno, ogni tuo sforzo per un mondo migliore ti sembra, in fondo, vano?
O senti ancora la speranza dentro di te che questo mondo non è abbandonato a se stesso e che la pace e la giustizia, che la comunione fraterna e la condivisione di una vita buona e bella, possano realizzarsi?

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Se tu, però, fai parte di coloro che si sentono rinchiusi in un mondo senza speranza, se tu senti di non avere più la forza di aprire le porte, né di tenerle aperte, perché la vita stessa ti ha tolto ogni speranza, allora ascolta questa parola dell’Apocalisse (3,8):

Io so tutto di voi. So che non avete molta forza, eppure avete messo in pratica la mia parola e non mi avete tradito. Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

La porta aperta, nella tua vita, c’è! Anche se tu non hai più la forza di tenerla aperta! È Dio stesso che l’ha già aperta, per te!
Prova ad alzare gli occhi verso la porta aperta, per intravvedere la luce che vuole arrivare. Quella luce che vuole brillare anche nella tua notte - nella tua delusione e nella tua paura, nella tua tristezza e nella tua solitudine. Per dare anche alla tua vita una speranza e un avvenire, contro ogni apparenza.

Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

Dio ci doni, in queste settimane dell’avvento, di riscoprire la porta aperta nella nostra vita. La porta dalla quale entra la luce, che ci annuncia una speranza e un avvenire, che vuole trasformare la nostra vita, oggi.

Vivere e agire in modo umano

Quando ebbe finito di insegnare ai suoi dodici discepoli, Gesù partì per andare a predicare e ad insegnare nelle città di quella regione.
Giovanni era in prigione, ma sentì parlare di quel che faceva il Cristo. Allora mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:
- Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?
Gesù rispose ai discepoli di Giovanni:
- Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me.
(Matteo 11,1-6)

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Questa non è, per Giovanni, una domanda dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Egli è in carcere, alla vigilia dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, il Battista pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” La domanda di Giovanni non è dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Giovanni è in carcere, in attesa dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, egli pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

Sei tu? Sei veramente tu, il Cristo dei Vangeli, della chiesa, il Cristo nel nome del quale celebriamo questo culto; colui al quale, talora con convinzione, altre volte meno, in qualche caso addirittura con rabbiosa disperazione rivolgiamo la nostra preghiera: sei tu colui che doveva venire, per conferire senso e direzione al nostro tempo e alla nostra vita?
Giovanni interroga con ansia e urgenza: tutto, per lui, dipende dalla risposta a quella domanda.

Non solo Giovanni, ma milioni di cristiane e cristiani, ogni giorno, pongono quella stessa domanda. Spesso non sanno, non sappiamo, se la poniamo realmente a Gesù, nella preghiera, oppure a noi stessi, oppure ancora, in realtà, a nessuno.
Davvero, Gesù, il tuo nome e la tua storia incontrano le nostre angosce, accolgono la nostra attesa, rispondono alle nostre speranze?

Attesa, speranza, sono parole ambigue. A volte sono pronunciate con superficialità, sono parole che vanno sempre bene e che costano poco.
Ma proviamo a immaginarle in una trincea; o in un campo profughi; oppure anche in una coda, davanti allo sportello di un ospedale, in attesa di risultati di analisi cliniche dai quali dipende la vita: queste situazioni tagliano l’erba sotto i piedi a ogni superficialità, a ogni qualunquismo, a ogni chiacchiera religiosa. Sei tu il contenuto di ogni attesa? Sì o no?

“Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi vedono e gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, persino i morti risuscitano e ai poveri è annunciata la buona notizia”.
Sembra una risposta chiarissima: Gesù elenca alcune guarigione da lui operate, alcune talmente straordinarie da essere considerate addirittura come risurrezioni dai morti.
Lo fa con parola tratte dall’Antico Testamento e interpreta quelle guarigioni come segni di una vicinanza di Dio che trasforma la realtà. Che cosa volete di più? Non è chiaro abbastanza?

Beh, non è così semplice. Nemmeno in presenza di Gesù tutti i ciechi, tutti i paralitici, tutti i lebbrosi, tutti i sordi sono stati guariti, e la gente ha continuato a morire. Il meno che si possa affermare, dunque, è che la buona notizia del regno di Dio è piuttosto parziale.

È un po’ come oggi: certamente ci sono anche segni di speranza; certamente nel cuore di situazioni oscure si accendono anche luci inattese e generatrici di futuro; e a volte, nel periodo natalizio, i media le pubblicizzano un po’ di più, perché a Natale non solo siamo tutti più buoni, ma anche un po’ più fiduciosi.

O forse no, forse, anzi, ogni buona notizia appare come una misera goccia nel mare del dolore e del non senso dell’umanità; forse ogni bambino salvato dalla denutrizione o dalla malattia, che certamente costituisce un risultato, anzi, una conquista, evidenzia, per contrasto, la tragedia dei molti e delle molte che non ce la fanno; e a quel punto, anche la buona notizia della vicinanza di Dio, annunciata ai poveri, appare discutibile. Non sono pochi a pensarla così. E anche a quel tempo non era diverso.

La risposta di Gesù, dunque, non solo è indiretta, non è un sì o un no, ma è anche contestabile. Ed è esattamente per questo che essa culmina in una beatitudine: Beato, beata, chi non si scandalizza di me!

Che cosa significa, qui, scandalo? In fondo, l’abbiamo già visto. Colui che doveva venire, colui che di fatto è venuto, non ci ha trasportati in un mondo nel quale tutti i problemi sono risolti per via religiosa.
Gesù di Nazareth è venuto in questo mondo e nelle sue tragedie: in esso ha parlato e agito, in esso è morto. I Vangeli, le buone notizie, sono stati scritti nella convinzione che la sua storia non finisca qui.

Come scrive un poeta cristiano: “Anziché rifugiarsi ammutolito / in un aldilà migliore / irruppe nuovamente nell’aldiquà crudele / nella lunga marcia attraverso i molti labirinti / dei popoli delle chiese e / della nostra storia di non salvezza”.
L’uomo di Nazaret viene ancora e ancora, nell’annuncio del suo messaggio, in parole e gesti, e ci invita non a una religiosa festa scintillante nella quale tutte le soluzioni e le consolazioni sono servite, bensì ad attraversare insieme a lui le tempeste e le ingiustizie della vita, scoprendo, e anche costruendo, segni di un mondo diverso, ispirato dalla volontà di Dio.

E ha ragione il poeta, quando prosegue dicendo: “Spesso ora ci coglie la paura che egli possa / essersi da lungo tempo perduto e smarrito / scomparso per sempre nello scoramento”.
Conosciamo questa possibilità. Beato chi non la fa propria, dice Gesù, beato chi riconosce nei segni della speranza la possibilità di una vita con un capo e una coda, la possibilità di una vita con Gesù.

Non scandalizzarsi di Gesù significa provare, tra mille contraddizioni, ad essere cristiane e cristiane, cioè, provare a seguire Gesù, in questo mondo.
Come ha scritto il teologo Hans Küng, “a vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte, sorretti da Dio e fecondi di aiuto per gli altri”.