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speranza

La notte è avanzata, il giorno è vicino

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore. (Romani 13,11-14)

Nella Bibbia, la parola "notte" indica in genere la situazione dell'umanità in assenza di Cristo. Dobbiamo dunque pensare che essa indichi la situazione di chi non crede? Sì, anche, ma non solo. Infatti, anche chi crede, sotto questo aspetto, non si trova in una situazione privilegiata. Anche la fede vive infatti "nella notte", vive cioè l'esperienza di Cristo che non è qui come noi vorremmo che fosse, con evidenza, in modo da poterlo vedere e toccare.

Certo, Cristo è presente nella sua parola, nella comunione intorno ai segni del pane e del vino, nell'amore che egli ci dona e che noi possiamo condividere, nella preghiera. Ma si tratta, dobbiamo ammetterlo, di una presenza problematica. La nostra fede cerca Cristo come a tentoni, si aggrappa alla parola di Dio, ai sacramenti, alla preghiera.
Ma rimane vivo il senso di un'incompletezza, di un'incompiutezza, di un'assenza. Non vediamo Cristo, siamo "nella notte". E a volte, in questa "notte", viviamo in modo distratto, dimentichiamo Dio, dimentichiamo anche di cercarlo.

Siamo talmente immersi nella "notte" che dormiamo. E i giorni, e le settimane, e i mesi si susseguono senza che la parola di Dio, la sua presenza, riesca a scuoterci, a svegliarci.
Di solito sono altre le esperienze che ci scuotono dal nostro torpore, facendoci risvegliare, spaventati, nel buio in cui viviamo: sono l'esperienza della morte, della malattia, della sofferenza nelle sue varie forme.

La fede cristiana, se vuole essere una cosa seria, non deve ignorare o censurare questa dimensione dell'esperienza, ma deve guardare in faccia la notte. I cristiani non si ubriacano di parole, dicendo che tutto va bene perché la fede ci aiuta. La consolazione della fede non è a buon mercato, ma conosce dubbio, tormento e lotta.

Non dobbiamo temere che tutto ciò contraddica la fede, non dobbiamo temere di non essere abbastanza credenti perché vediamo l'oscurità intorno a noi e magari anche dentro di noi. La fede, quando è fede vera, sa anche riconoscere con lucidità di vivere nella notte, nel dubbio, nell'assenza.

Questa è la verità. Ma non è ancora tutta la verità. E soprattutto non è ancora l'evangelo, cioè la "buona notizia" ("evangelo" significa infatti proprio questo, "buona notizia"). La buona notizia della Bibbia non è che siamo "nella notte" - perché questo lo sapevamo anche da soli - ma che "la notte è avanzata e il giorno è vicino".

Di che giorno si parli, è chiaro: del giorno del Signore, cioè della presenza di Cristo stesso. Quella presenza non è ancora data come vorremmo, siamo ancora "nella notte", ma Cristo non è chissà dove, bensì è vicino.

Non è un caso che questo testo ci venga proposto durante il tempo dell'avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale, cioè la decisione di Dio di entrare nella nostra "notte" per portarvi la sua luce.
Ovviamente, il testo non intende dire che la "notte" durerà fino al 25 dicembre, poi Cristo arriva e tutto diventa chiaro.
Per quel che ne sappiamo, tutta la nostra vita sarà accompagnata dal tormento causato dal fatto che Cristo non è a nostra disposizione, che la nostra fede è confrontata col dubbio.

Ciò che il testo dice è che questa "notte" non è poi così nera, non è completamente buia, ma è una "notte" in cui l'orizzonte è già rischiarato dal giorno che certamente viene. La luce di Cristo non è lontana, è dietro l'angolo.
Eccoci, dunque, di nuovo alla parola di Dio, ai sacramenti, alla comunione fraterna, alla preghiera. Occorre ripeterlo: non sono, quelli, la luce piena del giorno.
Il giorno è il regno di Dio, nuovi cieli e nuova terra, Dio in tutti: nulla di meno, e nulla di diverso.
Bibbia, sacramenti, amore e preghiera sono i segnali del giorno che si avvicina, il leggero rischiararsi del cielo che precede le luci dell'alba. Sono segni che vengono a dirci che la "notte" non è l'ultima parola e non ha l'ultima parola.

La nostra fede, ci dice in sintesi l'apostolo Paolo, vive di una promessa. E questa promessa è indicata da questi barlumi di luce che rimandano all'alba che attendiamo. Tutta la vita, tutta la fede, è un'attesa che la promessa si avveri.

Rimane un ultimo punto da evidenziare. Il testo si conclude con un appello: anche se non è ancora giorno, comportiamoci come se già lo fosse. La persona credente non possiede un impianto di illuminazione capace di trasformare la "notte" in giorno. Ma ha il coraggio di vivere nella "notte" come se fosse già giorno, cioè di vivere già ora seguendo il Dio che non si vede, ma che sa essere vicino. La "morale cristiana" consiste in questo: in un agire consapevole del fatto che la nostra "notte" non è tutta la verità, e che è possibile, già oggi, vivere sprazzi di luce.

Gli esempi che l'apostolo Paolo offre sono semplici e quotidiani, e qualcuno potrebbe trovarli banali: evitare di ingozzarsi e di ubriacarsi, di praticare una sessualità selvaggia e sconsiderata, evitare le piccole beghe, le invidie e le gelosie, le maldicenze, spesso fonte di profonde lacerazioni, che già allora, a quanto pare, affliggevano le comunità.
Piccolezze? Mah, la "vita davanti a Dio" si svolge anche in questi ambiti dell'esperienza quotidiana, e sarebbe imprudente liquidare questi ammonimenti come superficiali o moralistici.

L'evangelo di questo periodo in cui ci avviamo verso il Natale è dunque questo: una comunità i cui membri vivono nella prospettiva di questa buona notizia, mostra con i fatti che, pur vivendo, come tutti, "nella notte", è raggiunta dalla promessa di una luce che le permette di vivere già ora "come di giorno".
Una comunità con i piedi per terra e che riconosce lucidamente la propria condizione, dunque, ma che allo stesso tempo è percorsa dal desiderio che la "notte" venga superata dall'unico che può farlo.

Muri da abbattere

Fra quelli che erano andati a Gerusalemme per la festa c'erano alcuni greci. Essi si avvicinarono a Filippo (che era di Betsàida, città della Galilea) e gli dissero: 'Signore, vogliamo conoscere Gesù'.
Filippo lo disse ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: 'L'ora è venuta. Il Figlio dell'uomo sta per essere innalzato alla gloria. Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l'assicuro. Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. [Gesù parlò ancora e disse]: ‘Quando sarò innalzato dalla terra, attirerò a me tutti gli uomini'”
(Giovanni 12,20-25.32)

Uniti a Cristo Gesù per mezzo della sua morte, voi, che eravate lontani, siete diventati vicini. Infatti, Cristo è la nostra pace: egli ha fatto diventare un unico popolo i pagani e gli Ebrei; egli ha demolito quel muro che li separava e li rendeva nemici. Infatti, sacrificando sé stesso, ha abolito la Legge giudaica con tutti i regolamenti e le proibizioni. Così, ha creato un popolo nuovo, e ha portato la pace fra loro. […] Egli è venuto ad annunziare il messaggio di pace: pace a voi che eravate lontani e pace a quelli che erano vicini (Efesini 2,13-15.17)

Il nostro mondo costruisce continuamente separazioni e non condivisioni. È un mondo con persone e popoli divisi, tra coloro che appartengono al “mio” mondo e gli “altri”; un mondo nel quale si afferma la necessaria divisione per consentire una coesistenza pacifica. Si afferma con grande chiarezza che, per il bene di tutti, “ognuno stia a casa propria”. E questo accade nei nostri giorni, non è un ricordo del passato. Quando esplode in modo tragico il fenomeno migratorio si chiede di operare una scelta molto chiara: ogni popolo deve stare a casa propria così non vi saranno tutti i grandi problemi che affliggono i paesi europei. Si invoca, e si costruisce, il muro e non il ponte tra i popoli.

E di muri, in questo nostro mondo, ce ne sono molti. C’è il muro che separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud: un sistema di reticolati, torrette di guardia e muri che tagliano in due la penisola coreana. C’è il muro che separa Israele dai territori palestinesi. C’è la barriera che la Turchia ha costruito per impedire l’afflusso di profughi siriani. C’è il muro che il governo americano ha costruito lungo il confine con il Messico per fermare l’immigrazione dal Sudamerica. C’è il muro che l’Ungheria ha costruito per sbarrare il passo ai profughi provenienti dai Balcani.

A dire il vero, l’intera storia umana potrebbe essere raccontata come storia di costruzione di muri. Dai “limes” romani al vallo di Adriano, dalla Grande muraglia cinese al Danevirke danese, dal muro difensivo costruito dai francesi in Algeria al Muro di Berlino.
Anche la storia del cristianesimo ha sviluppato l’immagine di una cittadella fortificata, chiusa dietro un’alta cinta muraria: le raffigurazioni antiche del paradiso – quello celeste, ma anche il giardino dell’Eden – mostrano infatti sempre alte mura difensive, provviste di merli e porte fortificate.

Il muro non è solo una realtà fisica, è anche un simbolo. Simbolo di separazione, di chiusura, di esclusione. Simbolo di paura. Dice che il mondo è diviso tra un dentro – ritenuto sicuro e amico – e un fuori – temuto perché considerato pericoloso e nemico. Dentro c’è tranquillità, benessere e vita; fuori c’è miseria, violenza e morte. E chi sta dentro non vuole avere nessuno scambio, nessun dialogo con chi sta fuori.
Anche nel linguaggio quotidiano ricorre l’immagine inquietante del muro: si dice “parlare al muro” per intendere che non si trova nessun interlocutore; si dice “sbattere la testa contro il muro”, quando si vuole esprimere la propria disperazione; si dice “urtare contro il muro”, quando non si trova nessuna soluzione; e chi viene punito è messo “con la faccia contro il muro”.

La storia dell’umanità potrebbe però anche essere scritta come fallimento di tutti quei progetti di separazione: non uno di quei muri è servito allo scopo per il quale è stato eretto. Nessuna invasione è stata fermata, o anche solo contenuta, da quelle barriere. Tuttavia, a giudicare dall’attività nel settore dell’edificazione di muri, bisogna purtroppo dedurre che c’è chi continua a credere che i muri siano efficaci.

La Bibbia conosce un’immagine che presenta una visione diversa del rapporto con i muri: è l’immagine di Gesù Cristo, colui che “ha demolito quel muro che li separava e li rendeva nemici”, che ha abbattuto ogni muro di separazione tra i popoli, che “attira tutti a sé”. L’evangelo consiste nella potenza che abbatte i muri, che contrasta lo spirito di separazione e di esclusione, che scaccia la paura. “Abbattere i muri” è perciò la grande parola evangelica portatrice di speranza.

Pregate per la città

Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia, dopo che il re Ieconia, la regina, gli eunuchi, i prìncipi di Giuda e di Gerusalemme, i falegnami e i fabbri furono usciti da Gerusalemme. La lettera fu portata per mano di Elasa, figlio di Safan […]. Essa diceva: «Così parla il Signore, Dio d'Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia: "Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene". Infatti, così dice il Signore, Dio d'Israele: "I vostri profeti, che sono in mezzo a voi, e i vostri indovini non v'ingannino, e non date retta ai sogni che fate. Poiché quelli vi profetizzano falsamente nel mio nome; io non li ho mandati". Poiché così parla il Signore: "Quando settant'anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. Infatti, io so i pensieri che medito per voi", dice il Signore: "pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m'invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore”. (Geremia 29,1-13)

La lettera del profeta Geremia è stata scritta in un momento drammatico della storia d’Israele: le truppe di Babilonia hanno invaso il paese e il re babilonese Nabucodonosor II ha ordinato la deportazione di buona parte della popolazione di Gerusalemme e del Regno di Giuda.
Per gli ebrei deportati l’esilio è un grande trauma: sono stati sradicati dalla loro terra, sono in balìa del disegno imperiale babilonese, vivono lontano dal Tempio di Gerusalemme, in una terra impura, condizionata dai poteri pagani e dalle loro ideologie.
La disperazione dei deportati è descritta vividamente nel Salmo 137: “Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici delle sponde avevamo appeso le nostre cetre. Là ci chiedevano delle canzoni quelli che ci avevano deportati, dei canti di gioia quelli che ci opprimevano, dicendo: «Cantateci canzoni di Sion!» Come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera?”.

In quella situazione logorante, tra i deportati si diffondono due atteggiamenti opposti: qualcuno si deprime, altri invece si lasciano andare a speranze esaltate e affermano che presto il Signore dispiegherà tutta la sua potenza, abbatterà Babilonia e permetterà agli esiliati di ritornare trionfanti a Gerusalemme. Questa esaltazione era alimentata tra l’altro da alcuni profeti, i quali promettevano ai deportati un rapido ritorno in patria.
Paradossalmente, questi due atteggiamenti, tra loro così diversi, hanno lo stesso risultato pratico: una completa passività. Passivi sono i depressi, ma passivi sono anche gli esaltati. Ed è proprio contro questa passività che si dirige la lettera di Geremia. È bene non dimenticare che il Signore regna, afferma il profeta: il Signore, e non Nabucodonosor II governa la storia. Anche la storia di quella Babilonia il cui nome, per gli ebrei – e non solo per loro, visto l’uso che facciamo anche noi di quel termine – è sinonimo di “confusione”.

Sulla base di questa convinzione, Geremia trasmette agli esuli un ordine sorprendente: non rinunciate a costruire delle case, col pretesto che presto dovrete lasciarle; piantate dei giardini, anche se non siete sicuri di poterne godere i frutti; generate dei figli, senza pensare che la loro esistenza sarà forse precaria. Nel pieno di una drammatica crisi, Geremia ha il coraggio di ripetere l’ordine dato da Dio nel primo capitolo del libro della Genesi (1,28): “Moltiplicate là dove siete, e non diminuite”. In altre parole, Geremia dice ai deportati: “Non dovete pensare che il potere creativo di Dio sia finito solo perché voi vi trovate in una grave crisi. Anzi, è proprio nella crisi che Dio si manifesta, attraverso di voi, con la sua potenza creatrice”.

Pieno di fiducia e di speranza, Geremia invita inoltre gli esiliati ad allargare il loro orizzonte: “Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”. Non si tratta di un’esortazione al conformismo: il profeta non invita gli esuli a onorare gli dèi di Babilonia, ma a pregare il Signore in Babilonia, e per Babilonia. Geremia incoraggia gli esiliati a guardare oltre, a guardare in profondità, a non fermarsi alle sconfitte di Israele, ma a vedere, nelle pieghe della storia, lo svolgersi di un più ampio disegno di Dio. Bisogna vivere a Babilonia, imparare a pregare per lei e a costruire una vita in un mondo nuovo e sconosciuto. Solo dopo avere accettato di vivere in Babilonia, ci si può aprire all’avvenire: l’esilio non durerà per sempre, e quando il tempo sarà compiuto, il Signore “visiterà il suo popolo” e gli permetterà di vivere di nuovo a Gerusalemme. “Poiché io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore”. In altre parole, il Signore continua a governare la storia del suo popolo con amore e intelligenza, gli offre “un avvenire e una speranza” (cioè, delle condizioni di vita che gli permettano di costruire abitazioni e comunità, e dunque di durare nella storia); una comunione d’amore (“mi cercherete e mi troverete”); e la possibilità di ritornare, a suo tempo, nella terra da cui sono stati deportati.

Ma sia ben chiaro: la libertà di tornare a Gerusalemme non significherà un ritorno al passato, ma l’inizio di un’epoca nuova. L’epoca in cui la fede d’Israele assumerà una dimensione di universalità. Una fede non più legata a santuari e luoghi santi, ma scolpita nel cuore di donne e uomini dispersi e riuniti, che accettano di partecipare alle responsabilità del tempo presente, con uno sguardo aperto al futuro.

Anche noi, nel nostro tempo, viviamo una sorta di “crisi babilonese”, l’esperienza di una “deportazione” in un mondo in cui i valori, le consuetudini, le istituzioni ereditate dal passato sono radicalmente messi in discussione, vacillano e minacciano di cadere. Anche noi, come gli antichi deportati, oscilliamo a volte tra la delusione e la rassegnazione, da un lato, e l’illusione di un ritorno al passato, dall’altro.
Sulla scorta delle indicazioni contenute nell’antica lettera di Geremia, c’è da augurarsi che la crisi che stiamo attraversando, nel nostro tempo, ci aiuti a scoprire invece una nuova dimensione, più profonda e universale, per la nostra fede, sul fondamento della promessa di Dio e della sua inesausta creatività.

Una porta aperta davanti a noi

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, valoroso e forte, è il Signore che vince le guerre!
Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!
(Salmo 24,7-10)

Se doveste scegliere un simbolo per l’avvento, quale vi verrebbe in mente?
Quale immagine riuscirebbe, secondo voi, ad evidenziare il significato di questo particolare periodo dell’anno?
Io, oggi, vi propongo l'immagine di una porta aperta!

Sto pensando al calendario dell’avvento con le sue porticine che devono essere aperte l’una dopo l’altra? Si! Ma non soltanto! Mi è venuto in mente questo simbolo della porta aperta perché anche la Bibbia lo usa quando ci ricorda che siamo in attesa.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!

Così proclama il Salmo 24, scelto già dalla chiesa antica per la prima domenica dell’avvento.
Questo invito dell’antica preghiera ebraica ci vuole ricordare una cosa importante: la realtà, nella quale viviamo, non è qualche cosa di chiuso. Il mondo che conosciamo, non è quello definitivo.

Noi, in questo mondo e per questo mondo, siamo chiamati a rimanere in attesa di una realtà nuova, che sta ancora “dietro le porte”, “oltre le porte”!

Questa nuova realtà è legata a Gesù, la cui nascita ricorderemo a Natale.
Nella vita di Gesù, è stato possibile scorgere l’inizio di un mondo nuovo, la possibilità di un mondo più umano. Di un mondo in cui siamo veramente tutti fratelli e sorelle, con la stessa, identica dignità.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Questo appello viene rivolto a te e a me, all’inizio dell’avvento, proprio per invitarmi e invitarci a porci alcune domande.
Come vivi la tua vita? La vivi come se fosse uno spazio con le porte chiuse?
O la tua vita assomiglia piuttosto ad una casa con le porte aperte?
Sei rassegnata, sei rassegnato e pensi che questo mondo, in realtà, non cambierà mai?
E allora ogni tuo impegno, ogni tuo sforzo per un mondo migliore ti sembra, in fondo, vano?
O senti ancora la speranza dentro di te che questo mondo non è abbandonato a se stesso e che la pace e la giustizia, che la comunione fraterna e la condivisione di una vita buona e bella, possano realizzarsi?

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Se tu, però, fai parte di coloro che si sentono rinchiusi in un mondo senza speranza, se tu senti di non avere più la forza di aprire le porte, né di tenerle aperte, perché la vita stessa ti ha tolto ogni speranza, allora ascolta questa parola dell’Apocalisse (3,8):

Io so tutto di voi. So che non avete molta forza, eppure avete messo in pratica la mia parola e non mi avete tradito. Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

La porta aperta, nella tua vita, c’è! Anche se tu non hai più la forza di tenerla aperta! È Dio stesso che l’ha già aperta, per te!
Prova ad alzare gli occhi verso la porta aperta, per intravvedere la luce che vuole arrivare. Quella luce che vuole brillare anche nella tua notte - nella tua delusione e nella tua paura, nella tua tristezza e nella tua solitudine. Per dare anche alla tua vita una speranza e un avvenire, contro ogni apparenza.

Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

Dio ci doni, in queste settimane dell’avvento, di riscoprire la porta aperta nella nostra vita. La porta dalla quale entra la luce, che ci annuncia una speranza e un avvenire, che vuole trasformare la nostra vita, oggi.

Vivere e agire in modo umano

Quando ebbe finito di insegnare ai suoi dodici discepoli, Gesù partì per andare a predicare e ad insegnare nelle città di quella regione.
Giovanni era in prigione, ma sentì parlare di quel che faceva il Cristo. Allora mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:
- Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?
Gesù rispose ai discepoli di Giovanni:
- Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me.
(Matteo 11,1-6)

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Questa non è, per Giovanni, una domanda dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Egli è in carcere, alla vigilia dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, il Battista pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” La domanda di Giovanni non è dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Giovanni è in carcere, in attesa dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, egli pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

Sei tu? Sei veramente tu, il Cristo dei Vangeli, della chiesa, il Cristo nel nome del quale celebriamo questo culto; colui al quale, talora con convinzione, altre volte meno, in qualche caso addirittura con rabbiosa disperazione rivolgiamo la nostra preghiera: sei tu colui che doveva venire, per conferire senso e direzione al nostro tempo e alla nostra vita?
Giovanni interroga con ansia e urgenza: tutto, per lui, dipende dalla risposta a quella domanda.

Non solo Giovanni, ma milioni di cristiane e cristiani, ogni giorno, pongono quella stessa domanda. Spesso non sanno, non sappiamo, se la poniamo realmente a Gesù, nella preghiera, oppure a noi stessi, oppure ancora, in realtà, a nessuno.
Davvero, Gesù, il tuo nome e la tua storia incontrano le nostre angosce, accolgono la nostra attesa, rispondono alle nostre speranze?

Attesa, speranza, sono parole ambigue. A volte sono pronunciate con superficialità, sono parole che vanno sempre bene e che costano poco.
Ma proviamo a immaginarle in una trincea; o in un campo profughi; oppure anche in una coda, davanti allo sportello di un ospedale, in attesa di risultati di analisi cliniche dai quali dipende la vita: queste situazioni tagliano l’erba sotto i piedi a ogni superficialità, a ogni qualunquismo, a ogni chiacchiera religiosa. Sei tu il contenuto di ogni attesa? Sì o no?

“Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi vedono e gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, persino i morti risuscitano e ai poveri è annunciata la buona notizia”.
Sembra una risposta chiarissima: Gesù elenca alcune guarigione da lui operate, alcune talmente straordinarie da essere considerate addirittura come risurrezioni dai morti.
Lo fa con parola tratte dall’Antico Testamento e interpreta quelle guarigioni come segni di una vicinanza di Dio che trasforma la realtà. Che cosa volete di più? Non è chiaro abbastanza?

Beh, non è così semplice. Nemmeno in presenza di Gesù tutti i ciechi, tutti i paralitici, tutti i lebbrosi, tutti i sordi sono stati guariti, e la gente ha continuato a morire. Il meno che si possa affermare, dunque, è che la buona notizia del regno di Dio è piuttosto parziale.

È un po’ come oggi: certamente ci sono anche segni di speranza; certamente nel cuore di situazioni oscure si accendono anche luci inattese e generatrici di futuro; e a volte, nel periodo natalizio, i media le pubblicizzano un po’ di più, perché a Natale non solo siamo tutti più buoni, ma anche un po’ più fiduciosi.

O forse no, forse, anzi, ogni buona notizia appare come una misera goccia nel mare del dolore e del non senso dell’umanità; forse ogni bambino salvato dalla denutrizione o dalla malattia, che certamente costituisce un risultato, anzi, una conquista, evidenzia, per contrasto, la tragedia dei molti e delle molte che non ce la fanno; e a quel punto, anche la buona notizia della vicinanza di Dio, annunciata ai poveri, appare discutibile. Non sono pochi a pensarla così. E anche a quel tempo non era diverso.

La risposta di Gesù, dunque, non solo è indiretta, non è un sì o un no, ma è anche contestabile. Ed è esattamente per questo che essa culmina in una beatitudine: Beato, beata, chi non si scandalizza di me!

Che cosa significa, qui, scandalo? In fondo, l’abbiamo già visto. Colui che doveva venire, colui che di fatto è venuto, non ci ha trasportati in un mondo nel quale tutti i problemi sono risolti per via religiosa.
Gesù di Nazareth è venuto in questo mondo e nelle sue tragedie: in esso ha parlato e agito, in esso è morto. I Vangeli, le buone notizie, sono stati scritti nella convinzione che la sua storia non finisca qui.

Come scrive un poeta cristiano: “Anziché rifugiarsi ammutolito / in un aldilà migliore / irruppe nuovamente nell’aldiquà crudele / nella lunga marcia attraverso i molti labirinti / dei popoli delle chiese e / della nostra storia di non salvezza”.
L’uomo di Nazaret viene ancora e ancora, nell’annuncio del suo messaggio, in parole e gesti, e ci invita non a una religiosa festa scintillante nella quale tutte le soluzioni e le consolazioni sono servite, bensì ad attraversare insieme a lui le tempeste e le ingiustizie della vita, scoprendo, e anche costruendo, segni di un mondo diverso, ispirato dalla volontà di Dio.

E ha ragione il poeta, quando prosegue dicendo: “Spesso ora ci coglie la paura che egli possa / essersi da lungo tempo perduto e smarrito / scomparso per sempre nello scoramento”.
Conosciamo questa possibilità. Beato chi non la fa propria, dice Gesù, beato chi riconosce nei segni della speranza la possibilità di una vita con un capo e una coda, la possibilità di una vita con Gesù.

Non scandalizzarsi di Gesù significa provare, tra mille contraddizioni, ad essere cristiane e cristiane, cioè, provare a seguire Gesù, in questo mondo.
Come ha scritto il teologo Hans Küng, “a vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte, sorretti da Dio e fecondi di aiuto per gli altri”.