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fede

Esperienza di Dio

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian; e guidando il gregge dietro al deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. E l'angelo dell'Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Allora Mosè disse: “Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!”. E l'Eterno vide che egli si era scostato per andare a vedere. Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: “Mosè! Mosè!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. E Dio disse: “Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai, è suolo sacro”. Poi aggiunse: “Io sono l'Iddio di tuo padre, l'Iddio di Abraamo, l'Iddio di Isacco e l'Iddio di Giacobbe”. Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani, e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese dove scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me, e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora, dunque, vieni e io ti manderò dal Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figli d'Israele, dall'Egitto”. E Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal Faraone e per trarre i figli d'Israele dall'Egitto?”. E Dio disse: “Va', perché io sarò con te; e questo sarà per te il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai tratto il popolo dall'Egitto, voi servirete Iddio su questo monte”. E Mosè disse a Dio: “Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: 'L'Iddio dei vostri padri mi ha mandato da voi', se essi mi dicono: 'Qual è il suo nome?', che cosa risponderò loro?”. Iddio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. Poi disse: “Dirai così ai figli d'Israele: 'L'Io sono mi ha mandato da voi'”. (Esodo 3,1-14)

Se oggi qualcuno ci raccontasse un'esperienza di Dio, come quella vissuta da Mosè sul Monte Oreb, difficilmente gli crederemmo. Anzi, probabilmente lo giudicheremmo un matto. O quantomeno solleveremmo l’obiezione che nessuno, da allora, è stato più in grado di sperimentare Dio come lo ha sperimentato Mosè.

Noi viviamo, oggi, nella convinzione che in Dio si possa credere, ma che non sia possibile “sperimentare” Dio. In altre parole, che un’esperienza come quella capitata a Mosè non possa accadere, oggi.

Ora, la Bibbia ci pone di fronte a un problema. Secondo la sua testimonianza, infatti, a fondare la fede c’erano sempre delle esperienze della presenza di Dio. In altre parole, prima viene un incontro con Dio, e solo dopo c’è la fede.

Se le cose stanno così, nasce spontanea una domanda: una fede che resta senza esperienze della presenza di Dio, che non ha in quella il suo fondamento, non corre il pericolo di esaurirsi, prima o poi?
Applicando a noi tale domanda, non potremmo giungere alla conclusione che la crisi attuale della chiesa è originata dalla mancanza di esperienze rinnovate di Dio?
Ciò che molti contemporanei sperimentano oggi, e forse anche noi con loro, non è piuttosto la presenza dell'assenza di Dio?

Di fronte alla crisi della chiesa, rispondiamo impegnandoci in nuove attività (quando non ci abbandoniamo alla rassegnata gestione del quotidiano), cerchiamo di apportare cambiamenti strutturali di vario genere, per stare al passo con i cambiamenti in atto nella società. Tutto ciò è senza dubbio positivo. Ma è sufficiente?

“Il nostro tempo è caratterizzato in particolare dall'urgenza di controllare il mondo esteriore, trascurando quasi totalmente il mondo interiore”, ha affermato, già alcuni decenni fa, uno psichiatra inglese.
Il mondo interiore di cui parla comprende “l'immaginazione, i sogni, le realtà contemplative e i momenti meditativi, realtà delle quali l'essere umano oggi non ha generalmente la più pallida idea”.
Nella sua analisi, lo psichiatra sostiene che addirittura il nostro intero sistema educativo sarebbe concepito in modo tale da fornirci solo gli strumenti che ci rendono più scaltri e competitivi, a scuola e in seguito sul lavoro. Le esperienze socialmente non desiderabili, non conformi alla morale del rendimento, verrebbero rimosse: “Ci viene insegnato perfino quello che dobbiamo o non dobbiamo sperimentare”.

Se ciò fosse vero, se corrispondesse davvero all’orientamento della nostra società, nasce il sospetto che tra le esperienze da evitare, perché apparentemente inutili, potrebbero essere annoverate anche quelle che provengono da Dio.

Detto in estrema sintesi: nel nostro mondo moderno, razionale e controllato, Dio può essere creduto, ma non può arrecare disturbo. È socialmente inappropriato sperimentare un Dio che si presenta con i caratteri dell’imprevedibilità e dell’alterità.

Come detto, la Bibbia ci confronta con un quadro diverso: dopo avere avuto un'esperienza di Dio, i personaggi biblici vengono dirottati rispetto al loro precedente cammino. Ma ecco che noi abbiamo pronta l’obiezione: dove andremmo a finire, oggi, nel nostro tempo, se qualcosa del genere accadesse a molta gente? Tutto il processo di produzione ne sarebbe sconvolto. Per impedirlo ci viene dunque insegnato “quello che dobbiamo o non dobbiamo sperimentare”. Veniamo messi in guardia nei confronti di esperienze individuali che potrebbero portare il singolo a uscire dai ranghi dell'esperienza massificata, perseguita da tutti.

Mosè sperimenta Dio presso un cespuglio in fiamme: “Mosè osservò e si accorse che il cespuglio bruciava, ma non si consumava”.
Un uomo, un singolo individuo, sperimenta la presenza di Dio. È un singolo individuo che non si nasconde dietro agli altri, come noi facciamo, a volte, per comodità. Un singolo aperto a fare nuove esperienze, diverse dalle esperienze altrui. Incuriosito, indifeso, pieno di speranza, Mosè va a vedere, e sente una voce. Che cosa sente?

“Io sono il Dio di tuo padre, lo stesso Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, dice la voce dal cespuglio in fiamme. In altre parole, sono un Dio che vuole fare storia, che ha già iniziato a fare storia con chi ti ha preceduto, e oggi ti dice che non sei soltanto una formica nel paese delle formiche, ma un singolo individuo attraverso il quale il sentiero di Dio conduce verso il mondo, e verso un nuovo futuro.

La fede che cerchiamo

Gesù raccontò una parabola per insegnare ai discepoli che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai. Disse: “C'era in città un giudice che non rispettava nessuno: né Dio né gli uomini. Nella stessa città viveva anche una vedova. Essa andava sempre da quel giudice e gli chiedeva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
'Per un po' di tempo il giudice non volle intervenire, ma alla fine pensò: 'Di Dio non mi importa niente e degli uomini non mi curo: tuttavia farò giustizia a questa vedova perché mi dà ai nervi. Così non verrà più a stancarmi con le sue richieste''.
Poi il Signore continuò: 'Fate bene attenzione a ciò che ha detto quel giudice ingiusto. Se fa così lui, volete che Dio non faccia giustizia ai suoi figli che lo invocano giorno e notte? Tarderà ad aiutarli? Vi assicuro che Dio farà loro giustizia, e molto presto! Ma quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”
(Luca 18,1-8)

La parabola termina con una domanda. Si tratta di un fatto piuttosto insolito: in genere le parabole non terminano con una domanda. E qui si tratta addirittura di una domanda posta da Dio.
Noi non siamo abituati al fatto che Dio ci ponga delle domande. Di solito siamo noi che poniamo delle domande a Dio. Nella Bibbia, tuttavia, Dio a volte pone delle domande all'essere umano.

Lo fa ad esempio in uno dei primi racconti del libro della Genesi, dopo che Caino ha ucciso suo fratello Abele. All’indomani di quel primo omicidio, Dio chiede a Caino: “Dove sei?”. In altre parole, Dio chiede all'essere umano dove si sia nascosto, dove stia fuggendo. Caino non vuole fare i conti con Dio, e non vuole fare i conti nemmeno con sé stesso, non vuole guardare in faccia la realtà.
Anche noi, a volte, come Caino, non vogliamo fare i conti con Dio, ma nemmeno con noi stessi.
La domanda che Dio pone a Caino è ripetuta, attraverso i secoli e i millenni, a tutta l'umanità. È una domanda che vuole porre fine alla nostra fuga, è una domanda che rimanda alla nostra responsabilità.

Un'altra domanda posta da Dio la troviamo nel libro di Giobbe, un uomo innocente sul quale la sorte si accanisce. Giobbe vorrebbe sapere il perché della sua sofferenza e perciò pone delle domande a Dio. Dio lo ascolta pazientemente, finché a un certo punto gli chiede: “Ma tu, dov'eri tu quando io fondavo la terra”?
È come se Dio volesse ricordare a Giobbe la differenza che c'è tra l'essere umano e Dio, tra il creatore e la creatura.
È una domanda che interpella anche noi, che abbiamo perso il senso della misura e il senso di ogni limite.
Noi, come singoli individui e come società, corriamo il pericolo di confondere l'essere umano con Dio, di non riconoscere più la differenza tra il bene e il male, di non sapere più distinguere la verità dalla menzogna, di non più vedere il confine che c'è tra la vita e la morte.

E poi c'è la domanda che viene posta, nel nostro testo, al termine della parabola di Gesù riportata da Luca: “Quando il figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra”?
Gesù non chiede se troverà religione o religioni, non chiede neppure se troverà la chiesa o le chiese, non chiede nemmeno se troverà amore (che forse sarebbe ciò che noi chiederemmo come prima cosa), non chiede se troverà la vita che Dio ha creato e che noi così spesso disprezziamo.
Non religione, dunque, non chiesa, non amore, non vita, e nemmeno – potremmo aggiungere – giustizia, pace, fraternità, solidarietà e così via. Gesù chiede se troverà fede.

Per Gesù la fede è centrale, addirittura più importante di tutte quelle altre cose. In questa parabola sembra riprendere quanto detto già dal profeta Isaia, e cioè che “senza fede non si può sussistere”.

Ora, Gesù è già venuto una volta sulla Terra, ha già cercato la fede. E che cosa ha trovato? Ha trovato, possiamo dire, la fede che non cercava. E non ha trovato invece la fede che cercava. Ha trovato tanta fede, fin troppa: il mondo è pieno di fedi. Ma non ha trovato la fede che lui cercava.

Ha trovato la fede di Caiafa, il quale credeva nella legge. La legge in cui Caiafa crede è la legge che respinge e condanna Gesù. Caiafa, sommo sacerdote, è infatti tra quelli che decidono di consegnarlo ai romani affinché lo eliminino.
Quella di Caiafa è fede nella legge, ma Gesù non ha insegnato l'amore per la legge, bensì la legge dell'amore.

Quando Gesù è venuto sulla Terra, ha trovato anche la fede di Qumran, cioè la fede di quel movimento religioso severo e integralista che viveva sulle rive del Mar Morto e di cui sono stati trovati gli scritti conservati in anfore sepolte nelle grotte. La fede di Qumran è una fede che divide il mondo in due: da un lato i figli della luce, dall'altro i figli delle tenebre.
Ma Gesù non ha insegnato una simile divisione. Gesù ha accolto pubblicani e peccatori, non ha predicato la guerra santa bensì l'evangelo della riconciliazione e del perdono.

Gesù ha trovato anche una terza fede, quando è venuto sulla Terra. Ha trovato la fede di Roma, la fede nella forza armata, la fede nel diritto, la fede nella forza della civiltà romana. È una fede molto diffusa anche nel nostro tempo, in cui il continente europeo è attraversato da appelli al riarmo, da proclami a favore dell'uso della forza, dal ricorso alla forza militare per piegare gli altri al proprio volere.
Ma Gesù non ha parlato della fede nella propria forza, bensì della fiducia nella forza che proviene da Dio.

Quando Gesù e venuto in questo mondo non ha trovato fede nemmeno tra i suoi. Ricorderete la sua amara constatazione: “Nessuno è profeta in patria”.
Gesù non ha trovato fede nemmeno a Gerusalemme, e infatti ha pianto sulla città e sulla sua incredulità.
Non ha trovato fede tra i suoi discepoli: non per nulla sul campanile di molte chiese è posto ancora oggi un gallo a ricordare il tradimento di Pietro, il quale non è stato capace di conservare la fede in Gesù.

E paradossalmente, Gesù ha trovato fede in un romano, un centurione, del quale ha detto: “In nessun altro ho trovato tanta fede come ho trovato in lui”.

Nel nostro mondo ci sono fedi granitiche, che non amano le domande. Sono fedi religiose, ma anche politiche, fedi tecniche, ma anche economiche, che pretendono di essere assolute.
Non sono il tipo di fede che Gesù cercava, perché queste fedi rendono gli uomini aggressivi, violenti e intolleranti. Sono fedi che non producono amore, ma odio, non pace, ma guerra, non vita, ma morte.
Gesù ha insegnato una fede che sa anche trasgredire, non solo obbedire. Gesù, infatti, trasgredisce la legge del sabato. Egli dice che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato. Non sempre la nostra fede è abbastanza coraggiosa da essere una fede che sa anche disobbedire. Troppe volte la nostra fede è una fede timida.

La domanda posta dalla parabola non è dunque, a ben vedere, se Gesù, quando tornerà, troverà fede, bensì quale fede troverà.

Possiamo dire qualcosa a proposito della fede che Gesù vorrebbe trovare? Sì, possiamo. Gesù vorrebbe trovare la fede della vedova della parabola. Una fede che non si rassegna all'ingiustizia, non accetta l'ingiustizia, non si arrende all'ingiustizia. Una fede che sa indignarsi e non dà tregua al potere arrogante.
E ancora, una fede che non ci rende freddi e insensibili, bensì vulnerabili perché sensibili al dolore altrui, alle necessità altrui, e alla parola di Dio. Quella fede non consiste solo in un sapere, in una conoscenza, ma anche e soprattutto in vulnerabilità e apertura.

Possiamo allora riformulare la domanda della parabola chiedendoci: “Quando il figlio dell'uomo tornerà, troverà chi gli apre la porta?”

La fede piccola

Gesù sali sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta, che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di piccola fede?”. Poi, alzatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: “Chi è mai costui, al quale i venti e il mare ubbidiscono?”.
(Matteo 8,18-27)

Tra la barca a bordo della quale si trovano i discepoli e Gesù, sballottata dalla tempesta, e la barca del nostro mondo, sulla quale ci troviamo noi, che naviga in questo tempo incerto e carico di tensioni, non mancano sorprendenti analogie.

Siamo tutti nella stessa barca.“Tutti” vuol dire proprio “tutti”. Tutti i discepoli ma anche Gesù corrono lo stesso pericolo: se la barca dovesse capovolgersi per l'urto delle onde, tutti rischiano di andare a fondo.
Allo stesso modo, anche noi, l’umanità intera, sempre più consapevoli di avere a disposizione solo questo mondo (e nessun mondo di scorta, checché ne dica il miliardario che farnetica di una migrazione verso Marte), condividiamo tutti lo stesso destino, nessuno escluso.

La barca, l'unica barca per tutti, è nella tempesta. Una vera tempesta, non solo raccontata, ma vissuta. Una tempesta di fuori, ma anche una tempesta di dentro: all'agitazione delle onde corrisponde l'agitazione degli animi. È la situazione in cui si trovano i discepoli a bordo della barca che naviga sul lago di Galilea, ma è anche la nostra situazione in questo mondo inquieto, caratterizzato da feroci conflitti, guerre, crescente instabilità geopolitica ed ecologica, in cui siamo assediati da ansie e preoccupazioni per il presente e il futuro prossimo.

La tempesta arriva quando nessuno se l’aspettava.Se ci fosse stato qualche segnale – qualche nuvolone nero in cielo, oppure un servizio meteorologico in grado di prevedere la tempesta – Gesù e i discepoli forse non si sarebbero imbarcati, non avrebbero iniziato la traversata del lago.
In modo simile, l’attuale instabilità globale è arrivata senza preavviso tanto che, all'inizio, quasi tutti ne hanno sottovalutato la gravità e pericolosità. Prova ne è l’imbarazzo, l’impreparazione e i balbettii con cui anche i leader di molte nazioni – e non parliamo di staterelli di secondaria importanza, ma di nazioni di primo piano sulla scena mondiale – reagiscono al precipitare degli eventi.
Anche le chiese sono state colte di sorpresa, tanto che non sanno che cosa pensare né che cosa dire, se non le solite frasi di circostanza. Non sanno, o non osano o non vogliono interpretare il fenomeno, si limitano ad amministrare l’esistente.

Gesù, sulla barca, dorme.È l'unica volta in cui si parla di un Gesù addormentato. Non lo sveglia neppure la tempesta, non lo svegliano il fragore delle onde né il rumore del vento; lo svegliano i discepoli disperati.
Questo sonno di Gesù è di una attualità sorprendente. È proprio quello che pensano tanti nostri contemporanei: “Dio dorme”. Quando uno dorme è come se non ci fosse, anche se c'è. E molti nostri contemporanei pensano infatti che Dio proprio non ci sia, non esista per niente.

Dopo avere riconosciuto queste analogie, chiediamoci: qual è il messaggio che l’episodio della tempesta sul lago di Galilea trasmette a noi?

Il primo è una semplice constatazione: nell'esperienza umana c'è anche la tempesta. Non c'è solo il cielo sereno e il mare calmo – quella semmai è l’illusione che gli innumerevoli venditori di fumo, particolarmente attivi nella nostra epoca, insistono nel volerci presentare – c’è anche il cielo scuro e il mare in tempesta. Ci sono tempeste nella natura, nella storia collettiva, nella storia individuale e familiare, ce ne sono nella chiesa e nella società. Ci sono tempeste esteriori e interiori, che aggrediscono il corpo oppure l'anima, la psiche, gli affetti e i sentimenti. Nessuna vita ne è esente. La tempesta fa parte di questo mondo e di questa vita. Non c'è da stupirsi e nemmeno da scandalizzarsi, fanno parte, purtroppo, della normalità della vita.

Il secondo è legato alla domanda: Da dove viene la tempesta?Per quanto concerne la tempesta sul lago di Galilea, non si trovano, nel testo, elementi che permettano di stabilire da dove venga né perché arrivi. Non viene dagli uomini, non dai discepoli, non da Gesù, non dalla folla delusa perché Gesù se ne è andato. Sarebbe mandata da Dio? C'è chi lo sostiene: Dio manderebbe delle calamità per far rinsavire un'umanità che sembra non capire altri discorsi. Non credo assolutamente che sia così.
Vale la pena ricordare ciò che scrisse il pastore Dietrich Bonhoeffer in una lettera dal carcere di Tegel, a Berlino, nel dicembre 1943. “È vero che non tutto ciò che accade è semplicemente volontà di Dio”, scrisse Bonhoeffer, “ma in fondo non accade nulla senza la volontà di Dio, cioè in ogni avvenimento, anche il più infelice, passa un sentiero che porta a Dio”. Che cosa vuol dire?
Vuol dire due cose: la prima è che il male non è volontà di Dio, la disperazione e la morte non sono volontà di Dio. Dio vuole il bene, e non il male. Dio lotta contro il male, è unilateralmente per la vita, non per ciò che nega la vita.
La seconda è che di ogni avvenimento, anche del più infelice, non dobbiamo innanzitutto chiederci: “Da dove viene?” quanto piuttosto: “Dove ci può portare?”, perché in ogni avvenimento c'è un sentiero che porta a Dio e la volontà di Dio è proprio questa: che attraverso quello che accade, noi andiamo a lui, e impariamo a fare la sua volontà.
Si tratta, in altre parole, di rovesciare la nostra prospettiva, di passare da un atteggiamento passivo, potenzialmente vittimista, a un atteggiamento attivo, che ci permetta di reagire. E qui cito un presidente americano – uno di quelli che, a differenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca, e malgrado avesse anche lui qualche pecca, sapevano indicare obiettivi positivi – John F. Kennedy, il quale chiuse il discorso inaugurale della sua presidenza dicendo: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.
Varrebbe la pena, se ne avessimo il tempo, dedicare qualche minuto a riflettere che chiesa saremmo se facessimo nostra questa prospettiva, e invece di lamentarci per il declino della nostra visibilità e considerazione nella società, ci chiedessimo: “Che cosa possiamo fare per il bene della società in cui viviamo”…

Il terzo è che Gesù, quando si scatena la tempesta, è anche lui a bordo della barca. Il racconto della tempesta sul lago di Galilea è una sorta di parabola di Dio, perché ci ricorda, narrativamente, che Dio è con noi.
È passato da poco tempo Natale, e a Natale abbiamo sentito il racconto dell’angelo che, annunciando a Giuseppe la nascita di un figlio, gli suggerisce il nome da dargli: “Emmanuele”, che tradotto vuol dire “Dio con noi” (Matteo 1,23). Questo è Gesù: Dio con noi, nella nostra barca, e se la barca è nella tempesta, anche lui è nella tempesta. Non fuori, non accanto, non lontano, non altrove. Gesù vuol dire questo, che Dio non è senza di noi e noi non siamo senza di lui.
Gesù dunque - il Dio con noi - è nella barca e nella tempesta, ma dorme. Perché dorme? Per disinteresse? Per negligenza? Per incoscienza? No, dorme perché non ha paura, a differenza dei discepoli che invece hanno paura. Dorme perché conosce le parole del Salmo: “Ecco colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà” (121,4), e non solo le conosce, ma crede nella promessa che esse contengono. Chi ha paura non può dormire. Chi non ha paura, invece, può dormire. È sicuro che Dio, che ha creato il mare e il vento, può placare entrambi. Ed è talmente sicuro che sia così, che lo fa lui nel nome di Dio.

Il quarto riguarda la fede dei discepoli. Sulla barca, nella tempesta, i discepoli hanno tutti paura. Non ce n'è nemmeno uno che non abbia paura. E perché hanno paura? Perché hanno una “fede piccola”.
Ciò che Gesù rimprovera ai discepoli – e, indirettamente, anche a noi – non è di avere “poca fede”, ma di avere una “fede piccola”. Cioè, una fede che si rassegna prima ancora di cominciare, una fede in qualche modo “limitata”, “frenata”, una fede che non osa tradursi in pratica, in azione creativa, una fede che pensa appunto “in piccolo”, invece di sviluppare coraggiosamente nuove soluzioni.
La fede piccola è quella di chi pensa in piccolo. La fede piccola è quella di chi ritiene che essa vada vissuta nel privato, quasi di nascosto, e che non riguardi la sfera pubblica. La fede piccola è quella di chi pensa che “si è sempre fatto così” e perciò non si può cambiare. La fede piccola è quella per cui “di certe cose è meglio non parlare” e dunque copriamo tutto col silenzio. La fede piccola è quella di chi non riesce a guardare oltre la punta del proprio naso e non vede l’altro, l’altra, e le sue domande, le sue necessità, la possibilità di condividere. La fede piccola è una fede che rende piccoli, poveri di iniziative, aridi, indifferenti…

Proprio nella tempesta – oltre che nelle giornate di bel tempo – servirebbe una fede non piccola. Perciò, concludendo, possiamo associarci alla richiesta dei discepoli a Gesù che dorme: “Signore, salvaci, siamo perduti!” (v.25), salvaci dalla tempesta. E aggiungiamo: allarga la nostra fede, fa’ che acquisti respiro, impari a vedere, diventi generosa, osi andare oltre l’ordinario, osi pensare e fare quello che Dio pensa e fa.