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Gesù

Angoscia e serenità

La sera di quello stesso giorno Gesù disse ai suoi discepoli: “Andiamo all'altra riva del lago”. Essi lasciarono la folla e portarono Gesù con la barca nella quale già si trovava. Anche altre barche lo accompagnarono.
A un certo punto il vento si mise a soffiare con tale violenza che le onde si rovesciavano dentro la barca, e questa già si riempiva d'acqua. Gesù intanto dormiva in fondo alla barca, la testa appoggiata su un cuscino. Allora gli altri lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, affondiamo! Non te ne importa nulla?”. Egli si svegliò, sgridò il vento e disse all'acqua del lago: “Fa' silenzio! Càlmati!”. Allora il vento si fermò e ci fu una grande calma. Poi Gesù disse ai suoi discepoli: “Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?”. Essi però si spaventarono molto e dicevano tra loro: “Chi è dunque costui? Anche il vento e le onde del lago gli ubbidiscono!” (Marco 4,35-41)

I discepoli vivono la paura e l’angoscia di essere sommersi: la tempesta che si abbatte su di loro, in mezzo al lago, è immagine della morte, del nonsenso, dell’alienazione sociale, dello scivolare, dell’essere inghiottiti in un gorgo.

Per Gesù la fede è il contrario della paura. I discepoli hanno paura: la paura è la conseguenza di un senso di insicurezza e di impotenza, la paura è il contrario della fede.

La fede qui non è intesa come un atteggiamento religioso: avere fede vuol dire sentirsi al sicuro, è la fede intesa come fiducia, serenità, assenza di angoscia, di preoccupazione.

A volte è proprio la paura che suscita l’aggressione di cui si è oggetto: il cane si mostra minaccioso e aggressivo perché percepisce la nostra paura. Anche il mare cesserebbe di apparire minaccioso, se solo i discepoli non lo temessero. La fede è un atteggiamento che permette di camminare sulle acque, cioè di non lasciarsi travolgere dalle difficoltà, ma di resistere ad esse, di dominarle.

La psicanalisi ci insegna che di fronte a un problema ci possono essere tre atteggiamenti:
- c’è chi si pone sul piano dei principi, della morale, operando come un genitore;
- c’è invece chi affronta il problema con soluzioni pratiche, pragmatiche: è un atteggiamento adulto;
- infine, c’è chi si lamenta, o si ribella, lancia accuse e pone le cose su un piano affettivo, in un atteggiamento infantile. A questo terzo tipo di reazione appartiene il modo di agire dei discepoli che cercano di far ricadere su Gesù la responsabilità di ciò che succede. “Maestro, affondiamo! Non te ne importa nulla?”, gli dicono, rimproverandogli di non avere paura e di non essere solidale con il gruppo.

Nelle situazioni di crisi si tende a cercare un capro espiatorio da eliminare, una vittima su cui riversare la propria paura e il proprio odio.
La paura rende violenti, come dimostra il celebre episodio biblico di Giona, dove i marinai prendono il profeta e lo scaraventano in mare per placare la tempesta.

La paura rende violenti, come dimostrano tante crisi contemporanee che finiscono per indicare nello straniero, nell’emarginato, nel nemico o nel diverso l’origine di ogni male.

Con il suo atteggiamento in mezzo alla tempesta, Gesù esprime pace e fiducia. Dormendo, mostra di avere piena fiducia nella sovranità di Dio. Alzandosi e affrontando serenamente gli elementi scatenati, riporta pace intorno a sé. Il suo è un comportamento adulto: affronta con coraggio la situazione e la risolve.

Una fede adulta si distingue per questo: essa domina il mondo perché riconosce che il mondo è nelle mani di Dio.

Gesù minaccia e sgrida il mare in tempesta, ovvero il male, e lo fa tacere. Poi rimprovera i discepoli per non averlo fatto essi stessi: per non avere agito, cioè, secondo la loro vocazione a dominare il mondo e ad allontanare il male.

La missione di Gesù consiste in questo: nel rivolgere un appello agli uomini e alle donne perché esercitino in prima persona la vocazione a dominare il male, a smontare il meccanismo della violenza contro il capro espiatorio. Per assumere un atteggiamento adulto, autonomo e responsabile contro il male allo scopo di non esserne più dominati, bensì di liberarsene.

Chi è Gesù per noi?

Sei giorni dopo Gesù prese con sé tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, e li portò su un alto monte, in un luogo solitario. Là, di fronte a loro, Gesù cambiò d'aspetto: i suoi abiti diventarono splendenti e bianchissimi. Nessuno a questo mondo avrebbe mai potuto farli diventar così bianchi a forza di lavarli.
Poi i discepoli videro anche il profeta Elia e Mosè: stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. Allora Pietro cominciò a parlare e disse a Gesù: 'Maestro, è bello per noi stare qui! Prepareremo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia'. Parlava così, perché non sapeva che cosa dire. Infatti, erano spaventati.
Poi apparve una nuvola che li avvolse con la sua ombra, e dalla nuvola si fece sentire una voce: 'Questo è il Figlio mio, che io amo. Ascoltatelo!'.
I discepoli si guardarono subito attorno, ma non videro più nessuno: con loro c'era solo Gesù.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò di non raccontare a nessuno quel che avevano visto, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. I discepoli ubbidirono a quest'ordine, ma discutevano tra loro che cosa Gesù volesse dire con le parole: 'risorgere dai morti'. (Marco 9,2-10)

Questo è un racconto luminoso, pieno di luce, ma anche pieno di domande. Che cos’è questo cambiamento d’aspetto di Gesù, che in altre traduzioni è detto “trasfigurazione”? In che cosa consiste? Gesù, dice Marco, diventa diverso, subisce una trasformazione, ma non capiamo bene in che cosa consista questa trasformazione. Veniamo a sapere che i suoi vestiti diventano bianchi, di un bianco che nemmeno il miglior detersivo può dare.
Ora, il bianco è il colore della luce, e la luce è il vestito di Dio. Come dice Giovanni: “Dio è luce” (1 Giovanni 1,5). Dunque, la trasfigurazione, il cambiamento d’aspetto di Gesù, è Gesù che diventa corpo di luce. Il nostro corpo è e rimane opaco, il corpo di Gesù è luminoso. Di un bianco che è il vestito di Dio. Gesù appare trasformato, agli occhi dei discepoli, vestito del bianco di Dio.

Altra domanda, che riguarda l’apparizione di Elia e di Mosè. Come hanno fatto i tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, a riconoscere chi fossero? Non esistevano fotografie che li ritraessero. E non si sono presentati dicendo il proprio nome. Dunque, non si capisce come li abbiano potuti identificare. Il testo non ci aiuta a capire. E nemmeno a rispondere a questa domanda.
Quello che noi sappiamo è che Elia è il primo dei profeti e in quanto tale rappresenta la profezia. Mentre Mosè, che si riteneva fosse l’autore dei primi cinque libri della Bibbia, nei quali si trovano anche i Dieci Comandamenti, rappresenta la legge. Inoltre, Elia è colui che deve arrivare per annunciare la prossima venuta del Messia: nell’ebraismo, ancora oggi, alla cena di Pasqua una sedia rimane vuota per Elia. E anche Mosè, in diversi testi, ha parlato della venuta di un Messia. Dunque, questa apparizione, sul monte della trasfigurazione, e questa conversazione, tra Gesù, Elia e Mosè, suggeriscono che Gesù è il compimento di tutto ciò che l’Antico Testamento ha raccontato ed è il Messia che Elia e Mosè hanno preannunciato.

Questa è certamente un’affermazione forte, contenuta nel testo di Marco. Ma non è il messaggio principale. I messaggi importanti sono altri. E sono tre.

Primo messaggio. Quando accade l’episodio della trasfigurazione? “Sei giorni dopo”, dice Marco. E noi ci chiediamo: dopo che cosa? Dopo l’episodio descritto in Marco 8,29, in cui Gesù chiede ai suoi discepoli: “Chi dite voi che io sia?”. È una domanda centrale, la domanda più importante di tutto il Nuovo Testamento, la domanda fondamentale da cui dipende la fede cristiana. “Chi è Gesù?”.
Sei giorni dopo, ecco la risposta. E dunque il racconto della trasfigurazione è la risposta a quella domanda. Una risposta duplice: la prima, quella che abbiamo appena sottolineato, data dalla presenza di Elia e Mosè. La seconda, che viene dalla nuvola: “Questo è il Figlio mio, che io amo”. Sono parole simili a quelle pronunciate al momento del battesimo di Gesù: “Tu sei il mio diletto Figlio” (Marco 1,11). Ma al battesimo erano dirette a Gesù stesso, quasi a volerlo rassicurare circa il suo ruolo, mentre ora sono rivolte ai discepoli che ascoltano.

Secondo messaggio. Gesù decise di portare con sé, sulla montagna solo tre discepoli, e non tutti i discepoli. Li portò in cima alla montagna, in un luogo solitario, nascosto, lontano dalla folla e dagli altri discepoli. Viene da chiedersi come mai Gesù non abbia approfittato della situazione – della straordinaria rivelazione data dalla presenza di Elia e di Mosè, e della proclamazione uscita dalla nuvola – per fare un’operazione di propaganda. Perché isolarsi in cima a una montagna? Perché allontanarsi dalla folla? Vorremmo suggerirgli: Gesù, non nasconderti, chiama la folla! E invece no, tutto si svolge in un luogo appartato, alla presenza di pochi testimoni, ai quali per giunta viene raccomandato di tacere. Perché? Perché la religione, come la intende Gesù, non è spettacolo, non è teatro, non è uno show. È fede, è fiducia, è un dialogo, è un incontro che cambia la tua vita, che ti accompagna ogni giorno.

Terzo messaggio. Pietro dice: “Facciamo tre tende”. E Marco precisa che lo disse perché “non sapeva che cosa dire”. L’evangelista Luca, che riporta anche lui lo stesso episodio, ed è più severo nei confronti del discepolo, dice addirittura che Pietro “non sapeva quello che diceva” (Luca 9,33), cioè straparlava. Possiamo sorridere di Pietro e concludere che, come in altre circostanze, si dimostra impacciato, incapace di capire. Ma dietro le parole del discepolo possiamo intravvedere anche il desiderio di prolungare quel momento straordinario. La sua è una proposta comprensibile. Ma la trasfigurazione è un evento che dura un istante, un evento che potremmo definire un “flash” divino. Si tratta di un’esperienza di breve durata, che può solo essere ricordata, conservata nella memoria, e non prolungata.
In fondo, è un’esperienza che conosciamo. Quante svolte, nella nostra esistenza, sono legate a un episodio durato un attimo, un’intuizione che come un lampo ha attraversato la nostra mente, un “flash” appunto. Pensiamo anche all’episodio della conversione di Paolo sulla via di Damasco: un lampo di luce che lo butta a terra. Ma quell’esperienza brevissima basta a incidere profondamente sulla sua vita.
È quello che capita in cima a quella montagna: una luce vividissima, un istante, una voce. La risposta di Dio alla domanda posta da Gesù sei giorni prima.

Chi è Gesù? È un uomo, come noi, uguale, tranne per il peccato, un uomo che ha avuto fame, ha pianto, ha avuto sete – ha chiesto da bere sulla croce –, è stato tradito, rinnegato, abbandonato – dai suoi, e da Dio –, processato, flagellato, deriso, gli hanno sputato addosso, è stato inchiodato sulla croce. Il governatore romano Ponzio Pilato, che senza saperlo è stato una sorta di profeta, ha detto di lui “ecco l’uomo”, un uomo al cento percento.
Ma c’è anche un Gesù diverso, che appare – o forse sarebbe meglio dire, traspare – nella trasfigurazione, vestito di luce. C’è Dio, nella storia di Gesù, c’è un’identità divina, che appare come un flash, e poi scompare di nuovo.
Chi è Gesù, per noi? Abbiamo assistito anche noi alla trasfigurazione? Abbiamo colto anche noi, per un attimo – ma un attimo decisivo – questo aspetto della persona di Gesù? E allora siamo anche noi come il discepolo Tommaso, che dopo avere toccato Gesù, non può trattenersi dal dire “Signore mio e Dio mio”? O come i discepoli sulla via di Emmaus, che all’improvviso riconoscono Gesù, quel Gesù che poco prima avevano scambiato per un semplice viandante, uno che si era avvicinato a loro per strada? E poi è bastato un attimo – ma un attimo decisivo – per cogliere quel “di più” che fa la differenza e cambia la nostra vita.

Nella foto: "La trasfigurazione", Raffaello Sanzio (wikipedia)

Dio con noi

La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo. Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. Ma, mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua moglie, perché ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”. Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele”, che, interpretato, vuol dire: “Dio con noi”. E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato; prese con sé sua moglie e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio, al quale pose nome Gesù. (Matteo 1,18-25)

Il Nuovo Testamento non parla molto della nascita di Gesù. L’apostolo Paolo non ne sa nulla, i vangeli di Marco e Giovanni la ignorano e cominciano a parlare di Gesù quando egli è già adulto. Ne riferiscono, senza dilungarsi troppo e con accenti diversi, solo gli evangelisti Matteo e Luca.

Il racconto della nascita di Gesù riportato da Matteo si distingue per lo spazio dedicato alla figura di Giuseppe – una figura che compare solo brevemente, e poi sparisce. Giusto il tempo di venire a sapere che è il marito di Maria, poi più nulla. Non si sa che fine abbia fatto. Di lui, Matteo dice che è un uomo che sogna, e che attraverso i sogni riceve indicazioni sulle decisioni da prendere. Detto in altre parole, quando si trova di fronte a scelte difficili, Giuseppe «ci dorme sopra». E dopo averci dormito sopra, si sveglia con le idee più chiare. Nel sonno, Giuseppe sogna. E sognando riaffiora in lui la parola del profeta, secondo il quale il bambino che sta per nascere sarà chiamato «Emmanuele», cioè «Dio con noi».

Quel nome, Emmanuele, contiene una promessa, e la promessa è che «Dio è con noi». Si tratta di una promessa che riassume in sé l’intero messaggio biblico e indica l’orizzonte verso cui ci muoviamo, ovvero il giorno in cui, come dice l’apostolo Paolo, Dio sarà «tutto in tutti» (1 Corinzi 15,28). Non più Dio «contro di noi», come al tempo del diluvio; non più Dio «senza di noi», come al tempo delle ripetute infedeltà del suo popolo, a cominciare dalla rivolta del Vitello d’Oro, ma appunto «Dio con noi».

Questa promessa può tuttavia essere fraintesa. Ed è stata fraintesa. Si può infatti pensare che «con noi» significhi «con qualcuno di noi» e non «con tutti noi». Quante volte Dio è stato ed è presentato come un Dio di parte? Il Dio dei bianchi e non delle persone di colore, il Dio dei padroni e non dei servi, il Dio degli uomini e non delle donne, il Dio degli eterosessuali e non delle persone omosessuali...
Si può anche abusare di quella promessa. «Dio con noi» può essere trasformato in «Dio complice delle nostre imprese». È successo in tutte le «guerre sante» proclamate nel corso della storia: dalle crociate, all’inquisizione, dal «Gott mit uns» sulle cinture dei soldati tedeschi, alle benedizioni impartite dal patriarca di Mosca alle truppe russe che invadono l’Ucraina, agli attentatori suicidi, ai fanatici di ogni credo.

A tutti quelli convinti che Dio sia con loro, occorre ricordare che Dio non è con loro, bensì con le loro vittime. Lo spirito di crociata, di qualunque genere e per qualunque obiettivo, è la negazione dello spirito della croce. Dio è il Signore, non il complice. Tutti vorrebbero avere Dio dalla loro parte, ma Dio non si lascia accaparrare da nessuno. Perché Dio è con noi alle sue condizioni, non alle nostre.

Certamente, impegnandosi a volere essere con noi, Dio ha messo in pericolo se stesso e ha lanciato una grande sfida a noi. Si è messo in pericolo perché stare con l’umanità è rischioso, anche per lui: la croce di Gesù, il rifiuto opposto al suo messaggio, la volontà di respingere la mano di Dio tesa verso di noi, ce lo ricorda in modo eloquente.
Ma anche per l’essere umano è rischioso stare con Dio: non può rimanere lo stesso, cambia, deve diventare diverso. Come dice l’apostolo Paolo, che dopo avere incontrato Gesù, confessa: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Galati 2,20).

Prima di concludere, occorre ancora aggiungere un ultimo tassello. L’essere di Dio con noi non è come il nostro essere gli uni con gli altri, così precario e mutevole. Ogni giorno sperimentiamo com’è fragile la comunione fra gli esseri umani che spesso si incrina, si rompe. Ieri eravamo insieme, ora non lo siamo più eravamo uniti, e ora siamo divisi.
Non è così l’essere di Dio con noi. «Dio con noi» non è un incontro fugace. È un patto che, parafrasando l’apostolo Paolo, né vita, né morte, né uomini, né angeli, né la storia attuale, né quella futura potranno mai infrangere. Un amore duraturo, una comunione definitiva, tra Dio e l’umanità. «Dio con noi», per sempre.

Dove si trova il regno di Dio?

Gesù percorreva tutta la regione della Galilea: insegnava nelle sinagoghe, annunziava il regno di Dio e guariva tutte le malattie e le infermità della gente. Grandi folle lo seguivano: venivano dalla Galilea, dalla regione delle Dieci Città, da Gerusalemme, dalla Giudea e dai territori al di là del fiume Giordano. (Matteo 4, 23.25)

Di che cosa parlava Gesù quando si rivolgeva alla gente che incontrava e che lo seguiva? Parlava soprattutto del regno, annunciava il regno. E quali erano le caratteristiche del regno di cui Gesù parlava? Eccone alcune.

Si tratta di una realtà sociale, visibile, tangibile, qui e ora, nel tempo, materiale e concreta: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi (Matteo 25,35-36).
Non è un regno fatto di intenzioni, né di sole speranze, né di sole attese. Non è qualcosa di interiore, legato soltanto alla coscienza. Nel regno sono tutti fratelli e sorelle, e non solo per modo di dire, ma a partire da un comune impegno: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire chi non ha vestiti, alloggiare i senzatetto, e così via.

Ciò che Gesù intende trasmettere, parlando del regno, è qualcosa di molto concreto: si tratta di creare un mondo nuovo, nuovi rapporti sociali, una qualità diversa nei rapporti interpersonali.
Si tratta di dare senso alla vita, al lavoro, all'azione, alla società, alla morte. Non si tratta - come spesso è il caso nel discorso religioso - di rinviare all'intimo delle coscienze, né di rinviare a un domani in cui le cose andranno meglio, e nemmeno di tornare a un'età dell'oro del passato.
Ci è dato l'oggi per operare, e operare significa dare ai rapporti umani un senso che non sia quello - comunissimo, che conosciamo molto bene -, della sopraffazione, dell'ingiustizia, dell'egoismo.
Il regno è già qui, in Gesù che passa per le strade facendo il bene, che pranza con i pubblicani e con le prostitute, che muore - e non è un caso - abbandonato da tutti.

Ma se il regno annunciato da Gesù è concreto, visibile, sociale e terreno, come mai noi, oggi, non lo vediamo?
Come mai questi venti secoli di regno sembrano passati invano?
Come mai le ingiustizie e le oppressioni trionfano ancora?
Ogni persona che intenda mantenere come proprio riferimento il Gesù dei vangeli, non può fare a meno di porsi queste domande. Le risposte a questi interrogativi sono state molte.

La più comune - e forse la più adottata dalle chiese - rinvia il regno al futuro e all'interiorità delle coscienze: così però si contraddicono elementi evidenti dei vangeli e si ricade nell'alienazione religiosa più scontata, quella che fa della religione - e quindi anche del cristianesimo - uno strumento al servizio dello statu quo.

Alcuni hanno provato a dire che il regno c'è già, ed è la chiesa: ma chi se la sente, in tutta onestà, di dire che le chiese sono oasi felici di fraternità e di amore? Non lo si può dire delle grandi chiese - impelagate in terribili scandali -, né delle piccole comunità - che corrono il pericolo di ghettizzarsi.

C'è anche chi ha provato a dire che tutta la società, in questi venti secoli, si è fatta migliore. Dimenticando però gli stermini nei campi di concentramento, le bombe atomiche, e le tragedie che si consumano ancora e che sono sotto i nostri occhi nelle cronache quotidiane.

Forse ci si può accontentare di rilevare la presenza del regno nei piccoli segni che ci è dato di percepire: momenti felici di fraternità e di amore in un mondo cinico e violento. Ma questi sono segni piccoli e rari, che inoltre rinviano al domani: Gesù non ha inaugurato un mondo di piccoli segni, bensì di fatti reali e concreti, nel presente.

Spesso si sente una risposta interessante, secondo la quale il regno sarebbe qui - ma non tutto qui -, e ora - ma non ancora. Evidentemente è una risposta che cerca di salvare il salvabile, e così facendo finisce però per dover rinviare un po' troppo al "non ancora".

Le domande dunque rimangono, e interrogano tutti i cristiani e le cristiane che vogliono rimanere fedeli al cammino indicato da Gesù, in mezzo alle vicende della storia.

A chi gli poneva domande su questioni teoricamente insolubili, Gesù rispondeva spostando la questione dal piano teorico a quello pratico. Non sceglieva una delle alternative possibili, e non cercava a tutti i costi una mediazione che tenesse conto del meglio delle varie risposte possibili, come siamo invece soliti fare noi. Gesù rispondeva spingendo all'azione: "Vai e fai".
Come dire: "Non perdere tempo con domande oziose e questioni inutili".

Se ci riferiamo alla tradizione giudaico-cristiana, tra le cose da "andare e fare" c'è sempre anche la lotta agli idoli. Nei vangeli, se non è chiaro il discorso su Dio, è chiarissimo quello contro gli idoli - che emerge fin dalle prime pagine della Bibbia. Se è inutile disquisire su Dio, non è inutile combattere i baal - gli dèi, gli idoli - di tutti i tempi e di tutte le latitudini: individuarli, prima di tutto, e poi combatterli. Individuarli significa smascherarli, negare la loro intoccabilità, la sacralità di cui tutti i poteri si sono sempre rivestiti e si rivestono, fino a oggi.

A noi non spetta delineare il profilo del vero Dio, il suo identikit: non siamo in grado di farlo. Dio ci sfugge, come ci sfugge anche la comprensione ultima del regno.
A noi spetta invece di individuare i poteri, gli idoli, i baal che si presentano di volta in volta come Dio, che vogliono essere adorati e che finiscono per imprigionarci e opprimerci. Il discorso biblico su Dio è fondamentalmente un discorso, molto attuale, contro gli idoli.

I magi, allora e oggi

Essendo Gesù nato a Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode, dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: “Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo”. Udito questo, il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui. Radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: “In Betlemme di Giudea, poiché così è scritto per mezzo del profeta: 'E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele'”. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa e, mandandoli a Betlemme, disse loro: “Andate, domandate diligentemente del bambino e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché venga anche io ad adorarlo”. Essi dunque, udito il re, partirono e la stella che avevano visto in Oriente andava davanti a loro, finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. Essi, vista la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per altra via. (Matteo 2, 1-12)

I protagonisti di questo racconto, che spesso ascoltiamo in occasione dell’Epifania, sono i “magi”, figure misteriose intorno alle quali sono sorte molte leggende.

I “magi venuti dall’Oriente” erano, con ogni probabilità, degli astrologi babilonesi, entrati forse in contatto con le attese giudaiche intorno alla venuta di un Messia.
Potremmo definirli uomini di scienza, che nel loro studio cercavano delle rivelazioni sui segreti della storia.
Nell’antichità si pensava che la nascita di grandi personaggi fosse segnalata dall’apparizione di nuove stelle nel cielo (anche nel giudaismo si trova un simile riferimento, legato alle attese di un Messia, nel libro dei Numeri 24,17: “Un astro sorge da Giacobbe”). E questo potrebbe spiegare perché quei “magi” si erano messi in cammino.

Leggendo con attenzione il testo di Matteo, apparentemente noto e conosciuto, emergono alcune piccole sorprese.
In primo luogo, l’evangelista non dice quanti fossero i magi: il loro numero è stato dedotto solo più tardi, e semplicemente a partire dai tre doni – oro, incenso e mirra – da essi portati a Gesù.
In secondo luogo, Matteo non dice nemmeno che si tratti di re: è stato Cesario di Arles, intorno all’anno 500 d.C. ad affermare, per la prima volta, che erano dei re.
Terzo, nel testo non si trova traccia dei loro nomi: è il vangelo armeno dell’infanzia, del 6. secolo d.C., a sostenere che si chiamassero Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.
Quarto, il Vangelo non ci dice nulla in merito alla loro provenienza, mentre osservando le raffigurazioni dei magi vediamo che uno dei tre è di pelle scura, e dunque africano: leggende relative a questi aspetti sorgono solo nell’8. secolo d.C., in un’epoca in cui i continenti conosciuti erano tre – l’Europa, l’Asia e l’Africa – e perciò i tre magi provengono ciascuno da un continente diverso.

Il 6 gennaio, a Milano, si svolge una grande processione, dal Duomo alla basilica di Sant’Eustorgio. Attori, vestiti da magi, portano i doni al piccolo Gesù, collocato nel presepe allestito di fronte alla basilica. All’interno della chiesa c’è ancora oggi una casetta, la quale anticamente conteneva le presunte reliquie dei magi. Era stata Elena, la madre dell’imperatore Costantino, ad avere trovato, durante un viaggio in Terrasanta – narra la leggenda – i resti dei misteriosi personaggi (ovviamente, tre, dopo che era stato stabilito il loro numero). Portate a Milano, le reliquie erano state collocate a Sant’Eustorgio.
Nel 1164, l'imperatore tedesco Federico Barbarossa pose l'assedio a Milano. Conquistata la città, rubò le reliquie dei magi e le fece portare a Colonia, dove il vescovo Rainaldo di Dassel fece costruire un imponente duomo al centro del quale venne collocata una cassa tutta d’oro, tempestata di pietre preziose, per conservare i resti dei tre re.
Per il Barbarossa i resti dei magi avevano un forte valore simbolico, religioso ma soprattutto politico: possedere le reliquie di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre era una prova che il suo potere derivava da quello dei più antichi e celebri re cristiani.

Curiosamente, un secolo più tardi circa, il viaggiatore veneziano Marco Polo scrisse, nel suo celebre "Milione", di avere visto con i suoi occhi i corpi dei magi. "In Persia è la città ch'è chiamata Sabba, dalla qual si partirono li tre re [Magi] ch'andarono ad adorare a Cristo quando nacque. In quella città sono seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi e co' capegli". Qualcosa, evidentemente, non quadra!

Col passare dei secoli, la fama dei magi è cresciuta: molte taverne, alberghi e ristoranti portano, soprattutto nell’area di lingua tedesca, nomi che si riferiscono all’episodio dei “magi”: “Stern”, “Krone”, “Drei Könige”. E anche le rappresentazioni del “Chasperlitheater” traggono dall’episodio dei “magi” la loro origine.

Ritorniamo al testo dell’evangelista Matteo. Come detto, all’inizio, il racconto della visita dei magi è legato alla festa dell’Epifania. Che la parola Epifania non abbia nulla a che vedere con la befana, bensì significhi “manifestazione”, lo sappiamo. Si potrebbe addirittura affermare che tutte le narrazioni evangeliche parlano dell’epifania, in quanto da esse emerge, nelle forme più diverse, il profilo inconfondibile dell’uomo di Nazareth: e, in effetti, i racconti della Natività, quello di Luca come questo, di Matteo, contengono una sintesi dell’intera narrazione evangelica.

Levate di mezzo le costruzioni leggendarie tardive, il racconto dei sapienti che cercano Gesù ci rivela alcuni particolari che ci inducono a riflettere.
Il quadro mette a fuoco una delle dimensioni più evidenti dell’epifania: mentre da un lato Gesù è manifestato, rivelato, scoperto e accolto, dall’altro è anche oscurato, censurato, ignorato e respinto proprio là dove non ce lo aspettiamo.

Primo elemento: il bambino che è nato si manifesta ai lontani e non ai vicini, ai magi che vengono da chissà dove e non a Erode, ma nemmeno a “tutta Gerusalemme”. Chi è vicino, e dovrebbe sapere che cosa sta accadendo – e di fatto lo sa, ne è a conoscenza – non si muove, rimane indifferente, oppure “è turbato”. A mettersi in cammino, a lasciare la propria “comfort zone” sono quelli più lontani, che si lasciano interpellare, che vogliono andare a vedere, che sono disposti a cambiare.
Non vediamo forse, in quell’antico racconto, un riflesso della situazione attuale? In questo inizio di 21. secolo, la fede in Gesù fiorisce in Africa e in Asia, e anche in America Latina. Mentre in Europa, il continente che afferma di avere “radici cristiane”, chiese immense, fredde e vuote testimoniano la crescente indifferenza nei confronti del cristianesimo.

Secondo elemento: Erode e “Gerusalemme», cioè i suoi abitanti, sono “turbati” dalla notizia recata dai Magi. È una reazione simile a quella suscitata dall’entrata di Gesù a Gerusalemme poco prima della fine della sua vita: anche in quella occasione tutta la città fu “scossa” (Matteo 21,10).
Ma che cosa si può temere da un bambino? Che cosa c’è di tanto pericoloso nel messaggio dei magi? E in quello di Gesù stesso? Di che cosa avevano paura Erode e, più tardi, Pilato? Di che cosa hanno paura le autorità cinesi che oggi abbattono le chiese e imprigionano i fedeli?
Il pastore e teologo Karl Barth, diceva che il Dio di Gesù era “totalmente altro” rispetto alle categorie umane. Probabilmente è questo ciò che ha capito Erode, e con lui tanti altri. A modo loro, forse in maniera confusa, hanno colto l’essenziale: il Dio di Gesù porta nel mondo un messaggio non omologabile, diverso, altro, che non può lasciare indifferenti, che provoca trasformazioni nella vita delle persone. Meglio dunque eliminarlo, finché siamo in tempo.

Terzo elemento: l’epifania, la manifestazione di Gesù cambia le carte in tavola, rende vicini i lontani e lontani i vicini, produce fastidio, e inquieta il potere. Ma fa anche altro. E non dovremmo dimenticarlo, perché è una cosa bellissima. Se rileggiamo il testo, vediamo che i magi, quando raggiungono finalmente la meta del loro viaggio, “si rallegrarono di grandissima gioia”. L’epifania porta dunque scompiglio, sì; porta cambiamento, sì; provoca crisi, sì; ma porta anche e soprattutto gioia.

La domanda di Pasqua

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo». Pietro e l'altro discepolo uscirono e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. (Giovanni 20,1-10)

Pasqua si annuncia solitamente con un grido: il Signore è risuscitato. Ma se ci rivolgiamo al Nuovo Testamento, vediamo che le cose non stanno propriamente così. Pasqua comincia con una domanda. La domanda di Maria Maddalena davanti alla tomba vuota: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano portato”. La Pasqua inizia così, con la scomparsa di Gesù.
La chiesa di Pasqua è quella che grida: Gesù è scomparso! Presto, andiamo a cercarlo! La chiesa diventa chiesa perché non ha più Gesù, perché deve mettersi sulle sue tracce, perché si mette in cammino per andarlo a cercare. La chiesa di Pasqua non possiede Gesù, è una chiesa che lo cerca.

Ma dove andarlo a cercare, questo Gesù che è scomparso? Ecco due possibili piste.
La prima porta a cercarlo negli antichi testi che riferiscono tracce delle sue parole, dei suoi detti, delle sue azioni. La prima pista consiste dunque nell’ascolto della Scrittura: perché là dove la sua parola è ascoltata, Gesù di Nazareth continua a vivere.
La seconda pista porta verso quei luoghi e quelle persone che Gesù stesso frequentava e nei quali diceva che poteva essere trovato: i più piccoli, i più umili, i più semplici. Gesù si trova tra quelli che hanno fame e sete, fame e sete di un po’ di umanità, tra quelli che sono privati della libertà, tra i disperati, tra gli emarginati, tra i poveri, gli esclusi. Perché il regno di Dio appartiene a loro.
Ricordate il colloquio di Gesù con chi gli chiedeva dove fosse possibile incontrarlo? Ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; nudo, e mi rivestiste; fui malato, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi. E quelli gli chiesero: Signore, quando mai ti abbiamo visto aver fame, o aver sete? Quando mai ti abbiamo visto straniero, o nudo, o malato, o in prigione? Ma rispondendo disse: In quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me.

La chiesa di Pasqua non ha Gesù, non lo possiede, ma lo cerca per poterlo ascoltare di nuovo. La chiesa di Pasqua è dunque una chiesa che cerca. Se non è questo, non è più la chiesa di Pasqua. Se non è questo, forse non è più nemmeno la chiesa di Gesù. Quando fa affidamento solo su sé stessa, quando pretende di essere il metro di ogni cosa, quando smette di essere in ricerca e si sente sicura di ciò che possiede, non è più la chiesa del mattino di Pasqua.
La chiesa di Pasqua è una chiesa senza frontiere, senza barriere, senza un rigido elenco di chi è dentro e di chi è fuori, accogliente, non invadente. È una chiesa che accetta di avere un carattere provvisorio, in movimento, in ricerca. Una chiesa che guarda in avanti, che cerca di essere là dove ci sono tracce del passaggio di Gesù.

Credere nel messaggio di Pasqua vuol dire alzarsi, ogni mattina, e fare proprio il grido di Maria Maddalena: Gesù è scomparso. E di conseguenza porsi, ogni giorno, la domanda: dove mi attende, oggi, quel Gesù che è scomparso, ma che è ancora vivo? Dove vuole che io investa il mio tempo, le mie forze, la mia intelligenza, il mio cuore? Dove posso andarlo a cercare?
Non dimentichiamo l’annuncio di Pasqua: è scomparso, andiamo a cercarlo. Questa è l’aurora di un nuovo mondo, questo è il radioso mattino di Pasqua.

Foto: Tomas Robertson, unsplash

La volpe e la chioccia

In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei e gli dissero: “Lascia questi luoghi e vattene altrove, perché Erode vuol farti uccidere”.
Ma Gesù rispose: “Andate da quel volpone e ditegli: Ecco, io scaccio gli spiriti maligni e guarisco i malati oggi e domani, e il terzo giorno raggiungerò la mia mèta. Però oggi, domani e il giorno seguente io devo continuare il mio cammino, perché nessun profeta può morire fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme! tu che metti a morte i profeti e uccidi a colpi di pietra quelli che Dio ti manda! Quante volte ho voluto riunire i tuoi abitanti attorno a me, come una gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali. Ma voi non avete voluto! Ebbene, la vostra casa sarà abbandonata! Perciò io vi dico che non mi vedrete più fino a quando esclamerete: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore!’” (Luca 13,31-35)

Il testo di Luca contiene due immagini tratte dal mondo animale.
La prima è il riferimento al re Erode come a una “volpe”: non è certo un complimento, ma Gesù non ha mai avuto paura di sfidare il potere.
La seconda immagine è davvero sorprendente: Gesù si paragona a una gallina, a una chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali.

Com’è diversa, questa immagine materna, dalle immagini correnti del Cristo, ad esclusione ovviamente del crocifisso, unica immagine veramente biblica.
La storia dell’arte cristiana ci ha lasciato diversi Cristi: dal Cristo potente, re del cielo e della terra, a certi Cristi un po’ sdolcinati, ai Gesù bambini che sembrano bambole di porcellana. Ma, in mezzo a tutti questi cristi, un Cristo-chioccia non credo che sia mai stato dipinto.
Eppure, nella Bibbia questa immagine non è affatto inconsueta. Gesù, infatti, non fa altro che applicare a sé stesso un’immagine che nell’Antico Testamento è comunemente riferita a Dio.

Nel libro del Deuteronomio Mosé paragona Dio a “un’aquila che desta la sua nidiata, svolazza sopra i suoi piccoli, spiega le sue ali, li prende e li porta sulle penne” (32,11). In vari Salmi si parla del rifugio che gli uomini trovano “all’ombra delle ali” di Dio.
Dio come un’aquila che risveglia la sua nidiata per condurla verso la terra promessa; Dio che protegge ed accoglie i credenti con le sue penne; il Cristo come la chioccia che raccoglie i suoi pulcini. Queste immagini “ornitologiche” suggeriscono tre riflessioni.

La prima è una riflessione sull’importanza di recuperare le metafore “femminili” di Dio. Nel linguaggio tradizionale della chiesa è stato dato molto spazio a un’idea “monarchica” di Dio: Dio come re e Signore, e se è padre è piuttosto un “padre-padrone”.
Ma nella Bibbia Dio è anche madre, e recuperare il “lato femminile” di Dio è importante per evitare quella forma di idolatria in cui cadiamo quando si affida a un’unica relazione personale importante - quella tra padre e figlio/a - il compito di fare da schema per parlare del rapporto tra Dio e gli umani.
Proprio perché Dio non si può ridurre ai nostri schemi umani, è importante riscoprire la ricchezza di metafore bibliche che non descrivono in modo diretto ma alludono a Dio, ci danno degli spiragli per cogliere qualche raggio, qualche brandello del mistero profondo di Dio.

Si potrebbe però obiettare: c’è davvero bisogno di recuperare questo lato materno di Dio proprio in una società permissiva come la nostra in cui c’è fin troppo amore materno, nel senso di un amore indulgente che, a furia di proteggere, capire e scusare finisce per creare dei figli immaturi, egoisti, pronti a rivoltarsi contro i genitori?
Ma chi ha detto che l’amore materno di Dio sia indulgente, iperprotettivo, permissivista?
Gesù usa l’immagine della chioccia in un contesto altamente drammatico, quello di un lamento su una città recalcitrante che mette a morte gli inviati di Dio.
Il suo amore materno non è sdolcinato, non è buonismo indulgente.
Al contrario, è un amore esigente, geloso e appassionato e quindi, in questo contesto, diventa un amore ferito, un amore che si sente rifiutato; un amore che offre protezione ma che non può e non vuole costringere chi rifiuta di essere protetto.

La chioccia vorrebbe riunire i pulcini sotto le sue ali: ma se i pulcini sono così stupidi da rifiutare la protezione, che cosa può fare la chioccia? E che cosa può fare Dio se noi ci rifiutiamo di seguire la via che ci indica? Nient’altro che abbandonarci al nostro destino, come leggiamo al versetto 35: “Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta”, cioè Dio abbandonerà la città e il suo tempio.
La punizione non è un fulmine di Dio, ma il suo ritrarsi; eppure, Dio, come mostra la fine del versetto, non rinuncerà a trovare altre occasioni per proporre il suo amore: per proporlo, non per imporlo!
L’amore “materno” di Dio forse esce sconfitto dalla battaglia, proprio perché si propone e non si impone. Se Dio ci prendesse a sberle ogni volta che sbagliamo, vincerebbe di sicuro ogni battaglia - ma forse non la guerra, perché ci lasceremmo mettere in riga per paura dei ceffoni e non perché vinti e convinti dal suo amore. E può essere che, nella sua divina pedagogia, Dio preferisca perdere tante battaglie, perché alla fine vuole vincere la guerra.
Come questo accadrà non lo sappiamo: sta solo nei piani di Dio. Ma è certo che il lamento su Gerusalemme si chiude con una parola profetica di speranza: la speranza che questo amore ferito di Dio avrà un giorno il sopravvento. E quelli che rifiutavano la protezione offerta riconosceranno quell’amore, benedicendo Iddio ed esclamando: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

Le sorprese di Natale

Anche noi […] parliamo di una sapienza. Ma non si tratta di una sapienza di questo mondo né di quella dei potenti che lo governano. Parliamo della misteriosa sapienza di Dio. Nessuna delle potenze che governano questo mondo ha conosciuto questa sapienza. Se l'avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore. Ma come si legge nella Bibbia: “Quel che nessuno ha mai visto e udito, quel che nessuno ha mai immaginato, Dio lo ha preparato per quelli che lo amano”(2 Corinzi 2,6-9).

L’arrivo del Messia era atteso, era stato preparato, i testi profetici ne avevano parlato. Ma quando Gesù nasce, molti rimangono spiazzati. I testi in cui si parla di quella nascita ci dicono, in modo evidente, che nessuno era veramente preparato, nessuno aveva nutrito un’attesa all'altezza dell’opera di Dio.
Vi leggiamo la sorpresa dei pastori nel vedere una luce nella notte di solito buia, e nell’udire un canto inconsueto: «Pace in terra». Un annuncio di pace, proprio sulla terra, dove non c’è mai pace. E dove molti vorrebbero sentire dal Messia un grido di battaglia contro l’occupante romano.
Vi leggiamo la sorpresa dei magi, venuti a cercare «il re dei giudei che è nato». Lo trovano in una mangiatoia, o comunque in un luogo decisamente poco regale.
Vi scorgiamo la sorpresa di Giuseppe e di Maria, quando vanno al tempio a presentare il bambino, «quando furono compiuti gli otto giorni dopo i quali egli doveva essere circonciso» (Luca 2,21). In lui il vecchio Simeone vede la salvezza di Dio per tutti, «e il padre e la madre restavano meravigliati delle cose che dicevano di lui» (Luca 2,33).

Se allarghiamo lo sguardo alla vita di Gesù, raccontata nei Vangeli, ci imbattiamo nella sorpresa di Simone e Andrea, pescatori di Galilea, nel sentirsi dire: «Seguitemi, e io farò di voi dei pescatori di uomini» (Marco 1,17). Come mai Gesù sceglie, per un’impresa tanto difficile, uomini oscuri e non uomini illustri, dei lavoratori e non degli intellettuali, degli illetterati e non dei dotti?
C’è la sorpresa dei pubblicani – disprezzati perché religiosamente non in regola – di sentirsi cercati e non evitati, amati e non giudicati, chiamati e non esclusi. La sorpresa di Zaccheo di sentirsi dire: «Anche questo è figlio di Abramo» (Luca 19,9).
C’è la sorprea dei farisei e degli scribi di sentirsi giudicati e contestati, anziché onorati e ubbiditi – loro che conducevano una vita irreprensibile dal punto di vista del rispetto delle norme religiose. Perché scribi e farisei sono criticati aspramente e invece la folla accorre ad scoltare il falegname di Nazaret, e si stupisce della sua dottrina, poiché egli parla «come uno che ha autorità, e non come gli scribi?» (Marco 1,22).
C’è la sorpresa della donna adultera di non essere abbandonata al proprio destino – quello di essere lapidata, secondo la legge dell’epoca – ma anzi liberata dal pericolo e, più ancora, dalla colpa. Perché Gesù non la condanna?
C’è la sorpresa dei ciechi che vedono, dei paralitici che camminano, dei malati che guariscono, dei poveri, i quali pensavano di essere ai margini del popolo di Dio e invece si vedono trattati da Gesù come i veri destinatari della buona notizia. La sorpresa di sperimentare «Quel che nessuno ha mai visto e udito, quel che nessuno ha mai immaginato».

La buona notizia portata da Gesù è dunque piena di sorprese. E lo è anche per chi crede di conoscerla bene. Attenzione, perché anche chi del Natale pensa di sapere tutto e dal Natale non si aspetta più nulla, potrebbe essere trovato tra quelli che vengono bruscamente risvegliati.
Ha scritto il teologo protestante Paul Tillich: «Penso al teologo che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso in una dottrina. Penso allo studente in teologia che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso in un libro. Penso all’uomo di chiesa che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso in un’istituzione. Penso al credente che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso nella propria esperienza». Tutti questi, e molti altri ancora – e magari noi potremmo essere tra quelli – potrebbero andare incontro a molte sorprese.

E del resto, quante sorprese ci sono state, nel corso della storia del cristianesimo e nella storia dell’umanità. Per quanto tempo, ad esempio, le donne sono state relegate in ruoli subalterni, per quanti secoli non hanno potuto parlare, sono state escluse – e ancora a volte sono escluse – da posizioni di autorità? E quanto tempo c’è voluto finché, con grande sorpresa, abbiamo capito che Dio affida alle donne gli stessi compiti tenuti gelosamente stretti dagli uomini? E quante altre persone, dai disabili agli omosessuali, sono stati considerati castigati da Dio e peccatori? E quanto tempo c’è voluto finché, con grande sorpresa, abbiamo capito che Dio posa su di loro uno sguardo amorevole e accogliente, lo stesso sguardo con cui guarda l’intera umanità? Davvero, le sorprese di Natale, le sorprese della venuta di Dio nel mondo, non sono ancora finite.

Nella foto: "Annunciazione", Emilio Testa

Le tentazioni di Gesù

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dalla regione del Giordano. Poi, sempre sotto l’azione dello Spirito, andò nel deserto e rimase là quaranta giorni, mentre Satana lo assaliva con le sue tentazioni. Per tutti quei giorni non mangiò nulla e alla fine ebbe fame.
Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei il Figlio di Dio comanda a questa pietra di diventare pane”.
Ma Gesù gli rispose: “No, perché nella Bibbia è scritto: ‘Non di solo pane vive l’uomo’”.
Il diavolo allora condusse Gesù sopra un monte e in un solo istante gli fece vedere tutti i regni della terra. Gli disse: “Vedi, tutti questi regni, ricchi e potenti, sono miei: a me sono stati dati e io li do a chi voglio. Ebbene, se ti inginocchierai davanti a me saranno tutti tuoi”.
Gesù rispose di nuovo: “No, perché nella Bibbia è scritto: ‘Adora il Signore, che è il tuo Dio: a lui solo rivolgi la tua preghiera!’”
Alla fine, il diavolo condusse Gesù a Gerusalemme, lo mise sulla punta più alta del Tempio e gli disse: “Se tu sei il Figlio di Dio buttati giù di qui. Perché nella Bibbia è scritto: ‘Dio comanderà ai suoi angeli di proteggerti. Essi ti sosterranno con le loro mani perché tu non inciampi contro alcuna pietra’”.
Gesù gli rispose per l’ultima volta: “Ma la Bibbia dice anche: ‘Non sfidare il Signore, tuo Dio’”.
Il diavolo allora, avendo esaurito ogni genere di tentazione, si allontanò da Gesù, in attesa di un altro momento propizio (Luca 4,1-13)

“Le tentazioni sono il dato che gli evangelisti non sono riusciti a cancellare, ma che i teologi hanno cercato di svuotare del loro contenuto”: con queste parole un commentatore esprime il disagio che questo episodio provoca in molti credenti, di fronte al pensiero che Gesù sia stato tentato dal male.
La teologia cristiana ha quasi sempre accentuato la divinità di Gesù, a spese della sua umanità, o facendo di Gesù un superuomo, una specie di superman.
L’idea di un Gesù tormentato dalla tentazione mal si concilia con questa super-umanità del Cristo. E invece no: Gesù è stato veramente tentato, perché è stato uomo fino in fondo.

Le tentazioni non sono una “finta”. Il nostro racconto è molto sintetico, e sembra che Gesù risponda senza nessuna esitazione alle provocazioni del diavolo. Quasi che avesse imparato a memoria un copione. Ma alla fine del suo Vangelo Luca ci descrive in dettaglio un’altra ora di tentazione, cioè l’agonia nel Getsemani, dove Gesù è tentato di abbandonare tutto e di sottrarsi al suo destino, che è quello della croce. E in quell’ora Gesù è triste, è angosciato (Luca 22,44).

La parola “agonia” usata da Luca per descrivere lo stato d’animo di Gesù significa angoscia, sofferenza estrema. Anche nel deserto, dunque, le sue tentazioni non devono esser state una “passeggiata”.
Nel corso della sua attività pubblica Gesù ha probabilmente conosciuto altri momenti di tristezza, di depressione, di insicurezza e di crisi. Gesù è stato tentato sul serio, messo davvero alla prova, proprio come noi.

Il richiamo all’agonia del Getsemani ci mostra che le tentazioni non sono un episodio circoscritto, ma una costante nella vita di Gesù – come pure di ogni credente.
Nel nostro testo, Luca descrive tre tentazioni specifiche, ma lascia intendere che ci sono state altre tentazioni, forse nel deserto stesso ma sicuramente dopo: al versetto 13 leggiamo che, avendo esaurito ogni genere di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù: ma solo “in attesa di un altro momento propizio”.

I Vangeli in effetti accennano ad altre tentazioni di Gesù, oltre a quella già citata del Getsemani. Facciamone un breve elenco:

- la folla tenta Gesù, quando vuole rapirlo e incoronarlo re (Giovanni 6,15)
- Pietro tenta Gesù, quando lo rimprovera per l’annuncio della Passione e cerca così di stravolgere il senso della sua missione. Ma Gesù lo scaccia usando parole forti e brusche: “Vattene via da me, Satana” (Marco 8,33)
- i farisei “tentano” Gesù in varie occasioni, per esempio quando gli pongono la domanda se sia lecito pagare il tributo a Cesare. In quella occasione Gesù risponde: “Perché mi tentate, o ipocriti?” (Matteo 22,18).

In altre parole, tutta l'attività pubblica di Gesù è in qualche modo posta sotto il segno della tentazione, e la stessa cosa vale per i suoi discepoli.
Non è un caso che la preghiera che Gesù ci ha insegnato si concluda con domande che riguardano la tentazione. “Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”, leggiamo nella versione di Matteo 6,13. Mentre nella versione riportata da Luca (11,4) la conclusione è semplicemente: “Non ci esporre alla tentazione”. Non ci esporre: letteralmente, non “farci entrare” nella tentazione, fa’ che non crolliamo di fronte ad essa, che non cadiamo nella trappola che il male ci tende.

Le tentazioni di Gesù ci restituiscono la sua umanità, e al tempo stesso anche la nostra umanità.

In primo luogo, Gesù non è un super-uomo: è semplicemente uomo. Come noi è tentato e come noi conosce momenti di stanchezza, di esitazione, di crisi. In questo modo egli è più vicino a noi. L’incarnazione sarebbe una incarnazione a metà se Gesù non avesse conosciuto, in tutta la sua drammaticità, la tentazione. Gesù come noi ha dovuto combattere la tentazione: non ha “recitato una parte”, ma è stato uomo fino in fondo.

In secondo luogo, le tentazioni di Cristo ci restituiscono non solo la sua umanità, ma anche la nostra. Così come abbiamo fatto di Cristo un super-uomo, allo stesso modo abbiamo fatto del credente un super-uomo, una super-donna. Abbiamo pensato che essere credenti significhi essere uomini e donne che non hanno mai esitazioni, dubbi, momenti di sconforto. La vita del cristiano e della cristiana è invece anche una lotta, è anche un combattimento quotidiano.

La buona notizia contenuta nei racconti delle tentazioni è che al nostro fianco c’è quel Gesù che, come noi, ha sperimentato la tentazione e l’ha superata. Affidandoci a lui, tenendo gli occhi su di lui, potremo resistere ai dubbi e alle esitazioni e superarle.

Seguire Gesù

Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 57-62)

Il brano evangelico contiene tre brevi episodi che spiegano quello che significa essere discepoli di Gesù Cristo e come lo si può diventare.

“Verrò con te dovunque andrai”: sono le parole che un entusiasta rivolge a Gesù. Si tratta probabilmente di una persona colta, religiosamente praticante, seria nel suo comportamento, che persegue l’ideale di una vita stimata, tranquilla, socialmente “riuscita”.
Per quella persona seguire Gesù significa accrescere la propria conoscenza, quindi ascoltare, imparare, accrescere il proprio bagaglio culturale, religioso, forse anche il proprio prestigio.
Gesù gli risponde di non potergli offrire nulla, non avendo egli nemmeno una pietra dove posare il capo. In altre parole, modera il suo entusiasmo dicendogli di non potergli garantire nessuna sicurezza. Con ciò gli fa capire che il seguire è qualcosa di impegnativo, che implica una precisa scelta tra le sicurezze umane, sociali, economiche e la sicurezza che si fonda solo in Cristo.

“Vieni con me!”: è l’invito rivolto da Gesù a una persona che ha tutte le caratteristiche dell’uomo incerto. Si tratta probabilmente di un uomo religioso, legato a usanze, tradizioni, comportamenti del suo ambiente sociale e della sua famiglia. Lo si capisce dalla sua risposta: “Permettimi di andare prima a seppellire mio padre”.
I doveri familiari contano, certo, ma tutto dipende dalla bilancia usata: il rituale funebre durava allora ben sette giorni.
Gesù invita quell’uomo a rompere con tradizioni che danno tanto valore alla “morte”: sono i “morti” (spiritualmente) che danno tanto valore alle cerimonie esteriori e che per queste dispongono di tutto il tempo possibile immaginabile, mentre non hanno tempo per amare quelli che sono ancora in vita.
Qando c’è conflitto tra il seguire Gesù e altre cose, la scelta è chiara: famiglia, patria, professione non devono limitare la nostra disponibilità di servizio; se non si contentano di essere il luogo in cui si esercita la nostra vocazione, allora si fa strada una prospettiva diversa: “Lascia ogni cosa e seguimi”.

“Verrò con te”, dice un terzo uomo, un calcolatore che ha intravisto in Gesù qualcosa di molto importante. Ma, siccome si tratta di una persona “prudente”, chiede di poter “andare a salutare i parenti”: vuole lasciare tutto in ordine per un eventuale ritorno, per avere il futuro senza perdere il passato. Gesù gli risponde che per tracciare bene un solco, diritto e profondo, bisogna guardare davanti all’aratro e non voltarsi indietro.
Non si segue “calcolando”, volendo “conservare” il patrimonio dei valori acquisiti: seguire è riesame, rimessa in questione, apertura al nuovo, all’imprevedibile, qualcosa che richiede - se necessario - una disponibilità a rompere con il passato.

Leggendo il testo dell'evangelista Luca, possiamo riconoscere, nei tre personaggi incontrati, tratti che ritroviamo anche in noi stessi. Anche noi, come quei tre uomini, siamo a volte entusiasti, o superficiali, incerti, o conformisti, calcolatori, o prudenti.
E allora? C’è da disperare? Indubbiamente sì, se ci fondiamo solo su noi stessi e sulle nostre capacità. Anzi, di fronte a questo testo viene da dire: “Se seguire Gesù è così impegnativo, forse è meglio lasciar perdere”.

Forse però le parole di Gesù dovrebbero essere ascoltate partendo non da ciò che egli chiede, bensì da ciò che egli dona e che viene nominato nel secondo e nel terzo di questi brevi dialoghi: Gesù chiama all’annuncio del Regno di Dio. E che cos’è mai il regno di Dio? È un tipo di vita, uno spazio spirituale, una relazione affettuosa, che Dio stabilisce con noi. Gesù, altrove, lo paragona a una perla preziosa, o a un tesoro nascosto nel campo: è vero, per acquistare la perla, o il campo dove c’è il tesoro, bisogna vendere tutto, acquisire il capitale. Ma lo scopo non è una vita misera, bensì l’acquisto del campo, una ricchezza più grande.
È così anche in questi dialoghi: Gesù offre qualcosa di grande e bello, la sua chiamata costituisce, in primo luogo, una grande occasione.

La prima domanda che dobbiamo porci, dunque, non è se siamo abbastanza bravi, abbastanza forti, abbastanza generosi da far passare in secondo piano persino i legami familiari più significativi. Se partiamo da noi e dalla nostra disponibilità, siamo perduti. La vera domanda è: abbiamo ascoltato la buona notizia del Regno di Dio? Gesù, la sua persona, il suo messaggio, ci parlano?

Scoprirlo non è difficile. L’evangelo si manifesta come una grande passione, come una realtà carica di fascino. È come l’amore per una persona: è impegnativo, si tratta di condividere tutto, dai soldi al bagno, la poesia dell’eros, ma anche la prosa delle pulizie e di tante altre cose molto terra terra. Nessuna persona innamorata, però, si spaventa di fronte a questa prospettiva. La partita, dunque, non si decide su ciò che lascio, ma su ciò che trovo, una vita con Gesù, una relazione con il suo Padre celeste, relazione che Gesù chiama “Regno di Dio”.

La fede cristiana può essere paragonata a una sorta di innamoramento nei confronti di Gesù, così come ce lo testimonia il Nuovo Testamento.
Se non sai che cos’è, non c’è raccomandazione né minaccia che tenga, sarai sempre lì a tirare sul prezzo a tenere la contabilità del tuo impegno e a sospettare che non ne valga la pena. Se invece Gesù ti parla, pensaci un attimo e valuta quello che devi affrontare, proprio  come quando costruisci un’esistenza con un uomo o una donna: dopodiché, vai, e vivi in pienezza la relazione, senza superficialità e al tempo stesso senza paura.
La vita cristiana non è per eroi della fede, ma per persone che vivono la passione dell’incontro con colui che ci introduce nel Regno di Dio.