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legge

Seguire l'esempio di Gesù

'Sapete che nella Bibbia è stato detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico: non vendicatevi contro chi vi fa del male. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu presentagli anche l'altra. Se uno vuol farti un processo per prenderti la camicia, tu lasciagli anche il mantello.
'Se uno ti costringe ad accompagnarlo per un chilometro, tu va' con lui per due chilometri. Se qualcuno ti chiede qualcosa, dagliela. Non voltare le spalle a chi ti chiede un prestito.
'Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male.
'Se voi amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete? Anche i malvagi si comportano così!
'Se salutate solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri? Anche quelli che non conoscono Dio si comportano così! Siate dunque perfetti, così com'è perfetto il Padre vostro che è in cielo
. (Matteo 5,38-48)

Nel suo insegnamento, Gesù invita ripetutamente a essere buoni e a fare il bene. Tale comportamento è la risposta ai bisogni dell’altro, e non ai suoi meriti. Gesù precisa, inoltre, che occorre essere “perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5,48).

Non si tratta di raggiungere un’astratta e irraggiungibile perfezione, ma di lasciarsi guidare dal modo in cui Dio si comporta nei confronti dell’umanità, che è quello di un amore incondizionato.
Mentre la tradizione religiosa sosteneva che la pioggia non scendesse sui peccatori (Amos 4,7), Gesù afferma che Dio non si lascia condizionare dal comportamento dell’umanità, ma a tutti, ugualmente, comunica un amore che, come l’azione della pioggia e del sole, feconda e produce vita (“Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”, Matteo 5,44-45).

Gesù dice che noi possiamo trovare la pienezza della nostra umanità lasciandoci coinvolgere nella dinamica di Dio. L’amore di cui Gesù parla non è una nostra iniziativa: è una iniziativa di Dio, in cui Dio ci coinvolge.
Si tratta, in altre parole, di lasciarsi coinvolgere dalla dinamica del dono: dal padre al figlio, dal figlio ai suoi, dai suoi a tutti l’umanità.
Per questo Gesù ha chiesto di superare la legge del taglione (“Occhio per occhio e dente per dente”, Esodo 21,24) e di sostituirla con un comportamento diverso: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5,38), spronandoci a introdurre nella società un comportamento capace di disinnescare il virus della violenza.

Per Gesù, chi colpisce perde la sua dignità umana, mentre la persona colpita, che non risponde alla violenza usando violenza, dimostra che la sua dignità e la sua libertà non sono stati scalfiti dall’aggressione che ha subito.
Attenzione però: Gesù non invita a un atteggiamento passivo, vittimista. Al contrario, indica un comportamento attivo, che rimette in discussione i ruoli e le situazioni. Ripensiamo all’episodio in cui Gesù, durante il processo, dopo aver risposto al sommo sacerdote, viene schiaffeggiato da una guardia che lo rimprovera dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?” (Giovanni 18,23).
Alla violenza ricevuta, Gesù risponde invitando la guardia a ragionare con la propria testa (“Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”, Giovanni 18,23). Gesù non risponde alla violenza con la violenza, ma interpella la guardia cercando di fargli recuperare la sua autonomia di pensiero e la sua umanità. Ma la guardia non risponde: è un esecutore d’ordini, non un individuo in grado di pensare, è capace di violenza, non di parole, usa la violenza propria dei servi, delle guardie e dei soldati, cioè di persone che non sono libere, ma sottomesse, e che si identificano con il potente che li comanda e a cui si sottomettono.

Purtroppo, l’insegnamento di Gesù di fronte alla violenza subita (Matteo 5,38-42) è stato spesso interpretato come un invito alla rassegnazione, alla sopportazione, a tollerare ingiustizie e soprusi, a tacere e subire il male, a chinare il capo, ad accettare “per amor di Dio” ogni angheria e prepotenza. E ben presto i cristiani e le cristiane – soprattutto le cristiane – sono stati presentati come remissivi, miti, sottomessi.

Di nuovo, siamo chiamati a riflettere attentamente: Gesù ha proclamato beati i buoni, ma non i tonti. Anzi, chi crede è chiamato a denunciare ogni ingiustizia e ogni sopruso, e se non lo fa ne diventa complice. Seguire l’insegnamento di Gesù non significa essere neutrali o lavarsi le mani – sono i discepoli di Pilato quelli e quelle che se ne lavano le mani –, ma partecipare e agire. Sempre dalla parte degli oppressi e mai da quella di chi opprime.

Gesù ha denunciato il comportamento dei potenti, non ha avuto soggezione di nessuno (Marco 12,14), non ha mai usato il linguaggio diplomatico, né le prudenze del quieto vivere, ma si è scagliato contro i suoi avversari. Basta leggere le invettive contro scribi e farisei, che definisce ipocriti, guide cieche, stolti, sepolcri imbiancati, pieni di ipocrisia e di iniquità, serpenti, razza di vipere, assassini… (Matteo 23,1-36).
Le stesse invettive Gesù le rivolge anche ai farisei, che pure lo avevano invitato a un pranzo: “Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze” (Luca 11,44).
E quando un dottore della Legge – oggi diremmo un teologo – si mostra risentito per le sue parole, Gesù non solo non chiede scusa, ma accusa anche quella categoria: “Guai anche a voi, dottori della Legge” (Luca 11,46).
Gesù arriva a definire i capi religiosi “figli del diavolo”, “bugiardi e assassini” (Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità”, Giovanni 8,44).

Le invettive di Gesù non sono solo per i rappresentanti di un’istituzione religiosa che, per mantenere il proprio potere e i propri privilegi, gli è ostile, ma prendono di mira, a volte, anche i suoi seguaci. Egli non esita a definire quelli che lo seguono “increduli”, “di poca fede” (Matteo 8,26), “stolti e tardi di cuore” (Luca 24,25), fino a perdere la pazienza e sbottare: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (Matteo 17,17).

È illusorio pensare che la proclamazione della buona notizia di Gesù si realizzi senza conflitti, con atteggiamenti buonisti. Gesù è causa di dissidio (“Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”, Matteo 10,35-36).
Senza tanti giri di parole, Gesù non esita a respingere anche chi non risponde ai bisogni essenziali della vita, dal cibo all’ospitalità di quanti li necessitano (“Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”, Matteo 25,41-46).

Nel Discorso della Montagna, Gesù ha proclamato beati e figli di Dio i “costruttori di pace (Mt 5,9). La beatitudine non riguarda il carattere dei pacifici (Gesù non dice “beati i pacifici”), ma l’attività di chi lavora per la pace. Mentre i pacifici, per la propria tranquillità, evitano accuratamente ogni situazione di conflitto, i costruttori di pace, per la pace altrui, sono disposti a perdere la propria.
Questo impegno li spinge non solo a denunciare tutte le situazioni di ingiustizia che impediscono la pace, ma, con il proprio comportamento, a essere una denuncia visibile per la società.

Non dimentichiamolo mai: Dio sta sempre dalla parte dei perseguitati e mai di chi perseguita, anche se chi lo fa pretende di farlo in nome suo. Di conseguenza, seguire Gesù può comportare l’andare incontro ad attriti e conflitti, e questo perché chi crede è chiamato a denunciare ogni ingiustizia e ogni sopruso, e se non lo fa ne diventa complice.

Un comandamento nuovo

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri (Giovanni 13,34-35)

Ci sono alcune parole-chiave nei discorsi di commiato di Gesù ai suoi discepoli, così come ce li ha tramandati l’evangelista Giovanni.
L’amore è una di queste parole.
E quello dell’amore, come leggiamo in questo testo, viene definito un “comandamento nuovo”. Ma in che cosa consiste la sua novità?

Sarebbe falso affermare che nell’Antico Testamento manchi il comandamento dell’amore. “Amerai il prossimo tuo come te stesso”: queste parole si trovano già nel libro del Levitico (19,18); e la centralità di questo comandamento era ben presente ai contemporanei di Gesù. Quando, nel Vangelo secondo Marco, Gesù afferma che il comandamento più grande è quello del duplice amore per Dio e per il prossimo, lo scriba che lo ha interpellato è pienamente d’accordo con lui (Marco 12,32-33).

Dov’è allora la novità del comandamento dell’amore?
La novità sta in una significativa aggiunta: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

Il comandamento antico diceva: ama il prossimo tuo come te stesso. Il Gesù del Vangelo di Giovanni invece dice: ama il prossimo tuo come me stesso, cioè come io vi ho mostrato nel mio amore, che arriva fino a dare la vita per voi.

Ecco la novità sostanziale. Non più: ama il prossimo tuo come te stesso, con la stessa intensità ma anche, implicitamente, con la debolezza, l’inadeguatezza della tua capacità umana di amare; bensì: ama il prossimo tuo come Gesù ha amato, non del tuo amore ma del suo amore.
Il comandamento dell’amore non si fonda sulla nostra capacità di amare, sul nostro limitato amore umano, ma sull’amore di Cristo.
Questa è la differenza fondamentale fra l’amore inteso in senso divino - l’agàpe - e in senso umano - l’eros.

Non c’è niente di male, nell’eros, nel nostro entusiasmarci e appassionarci: ma questo amore non è ancora l’amore in senso cristiano. Giovanni lo spiega bene nella sua prima lettera (4,10): “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi”.
L’amore di Dio, dunque, e non il nostro, è l’amore che siamo chiamati a mettere in pratica.

Ma come possiamo noi, esseri umani limitati e imperfetti, amare dell’amore di Cristo?
La risposta del Vangelo di Giovanni è: dimorando, cioè rimanendo nell’amore di Cristo.

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi (Giovanni 15,9-12)

Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi: è un comandamento arduo, apparentemente impossibile da mettere in pratica.
Come possiamo noi, esseri umani limitati e fondamentalmente egoisti, amare dell’amore di Cristo? Questo amore divino non rientra nelle nostre possibilità umane!

La risposta del Vangelo è che ciò che sembra impossibile diventa possibile se dimoriamo nell’amore di Cristo, se restiamo aggrappati ad esso, se rimaniamo radicati in questa dinamica di amore che parte dal Padre nel suo rapporto col Figlio, per arrivare al rapporto del Figlio con i discepoli, fino al rapporto di amore che deve regnare fra i discepoli stessi.
L’amore non è una nostra iniziativa: è una iniziativa di Dio, in cui Dio ci coinvolge.
Il problema non è dunque come amare, ma come rimanere nell’amore.

La risposta che il Vangelo di Giovanni dà è questa: lasciarsi coinvolgere nella dinamica del dono, rimanere nell’ambiente vitale dell’amore: ecco in che cosa consiste l’unione con Cristo, ecco la possibilità - l’unica possibilità - di mettere in pratica il comandamento dell’amore fraterno.

Come è possibile mettere in pratica questo “dimorare nell’amore di Cristo”? Abbeverandoci quotidianamente a questa fonte d’amore, attraverso la lettura biblica, la preghiera, la meditazione di questo mistero dell’amore di Dio, cercando di immergerci in questa corrente d’amore - l’unica che può purificarci dal nostro egoismo, della nostra incapacità di amare.

Mi viene in mente l’immagine del battesimo: battesimo vuol dire immersione, e il Nuovo Testamento parla di battesimo, cioè di immersione, in Gesù Cristo (Rom 6, Gal 3), e nello Spirito (Atti 1,5).
Analogamente si potrebbe parlare di battesimo, di immersione nell’agape di Cristo: se siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati anche battezzati - cioè, immersi - nella sua agape, nella corrente dinamica dell’amore divino.
Abbiamo un bisogno quotidiano di re-immergerci nell’agape di Cristo.

Che il Signore ci aiuti a rimanere radicati in questo amore, così che possiamo mettere in pratica il suo comandamento, e così che il mondo possa riconoscere in noi dei discepoli e delle discepole di Cristo.