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Parabola

Il seme e il frutto

[Gesù] disse in parabola: «Il seminatore uscì a seminare; e, mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada: fu calpestato e gli uccelli del cielo lo mangiarono. Un'altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. Un'altra cadde in mezzo alle spine: le spine, crescendo insieme con esso, lo soffocarono. Un'altra parte cadde in un buon terreno: quando fu germogliato, produsse il cento per uno». Dicendo queste cose, [Gesù] esclamava: «Chi ha orecchi per udire oda!» (Luca 8, 4-8)

Ricorre, con una certa insistenza, una cruda analisi dei risultati prodotti da quasi duemila anni di cristianesimo: il cristianesimo non avrebbe dato frutti, non sarebbe stato capace di incidere positivamente sulla storia; quindi, esso può e deve scomparire ed essere sostituito da altri sistemi capaci di orientare l’umanità verso il progresso e la felicità.
Si potrebbe rispondere, e non sarebbe difficile, mettendo a nudo i fallimenti, le contraddizioni, gli errori di quei sistemi che hanno preteso e pretendono di garantire all’umanità il benessere, la stabilità, la felicità.
Ma diffamare e mettere in ridicolo non sono mai stati tra i metodi usati da Gesù. Inoltre, il cristianesimo non si difende a parole, ma deve essere vissuto e praticato rendendo cento volte ciò che abbiamo ricevuto. “I semi germogliarono e produssero il cento per uno”, come dice la parabola.

Da più parti si aggiunge che il cristianesimo ha prodotto solo frutti scadenti, o cattivi o, nel migliore dei casi, nessun frutto duraturo.
Provate tuttavia a pensare che cosa rimarrebbe se cominciassimo a smantellare tutto ciò che il cristianesimo, accanto a tanti innegabili errori, ha prodotto di significativo: demoliamo cattedrali e chiese, leviamo dai musei e distruggiamo nelle collezioni tutte le opere d’arte d’ispirazione biblica, da Michelangelo, a Dürer, a Rembrandt, a Chagall, a infiniti altri; bruciamo le opere letterarie che traggono linfa e sostanza dalla parola di Dio, da Dante, a Goethe, a Thomas Mann, a Ignazio Silone, a moltissimi altri; non eseguiamo più la musica di Buxtehude, Palestrina, Johann Sebastian Bach, Händel, per non citare che alcuni nomi; sopprimiamo Agostino, Lutero, Blaise Pascal, Sören Kierkegaard; abbattiamo ospedali, scuole, biblioteche, orfanotrofi di creazione cristiana; stralciamo dai libri di storia Valdo di Lione, Francesco d’Assisi, i pacifisti anglosassoni dissidenti del Seicento e del Settecento promotori della tolleranza, Henri Dunant, David Livingstone, Albert Schweitzer, Martin Luther King, Nelson Mandela; eliminiamo dalla storia della pedagogia Heinrich Pestalozzi e Jeremias Gotthelf; cancelliamo dalla terra tutte le tracce di Gesù di Nazareth; bruciamo le spighe nate dal seme che Gesù ha gettato nel campo del Signore...
Rimarrebbe un grande e triste vuoto. A ragione Gesù ha potuto dire che il seme che cade nella buona terra produce il cento per uno.

Ma questi sono tutti, o quasi, esempi del passato, un passato anche limpido e luminoso, ma pur sempre passato. Oggi occorre purtroppo ascoltare con attenzione le voci critiche che si levano contro il cristianesimo, perché esse contengono spesso più verità di quella contenuta nelle parole di lode e di elogio: il cristianesimo ha perso la sua carica creativa, è come bloccato, è divenuto sterile, si trova in una situazione simile a quella descritta nella prima parte della parabola: non produce frutto.

C’è bisogno di uomini e donne che vivono in modo coerente con l’evangelo di Gesù Cristo e con il messaggio del sermone sul monte: su questo punto siamo deboli. Emerge qui quell’altra parte della parabola di Gesù, quella in cui si parla del seme caduto lungo la strada, o sul terreno pietroso o tra le spine.
Il nostro stile di vita, le ambizioni che abbiamo per i nostri figli, l’ideale di uomo e di donna che traspare dai nostri volti, dalle nostre case e dalle nostre automobili sono lontani da Cristo. Molte volte siamo istruiti, attivi, presenti nel mondo, spesso onesti e perfino scrupolosi. Ma raramente la nostra anima respira quell’amore per la libertà e la povertà che ci è comunicato da ogni pagina dell’evangelo.

Siamo una comunità seria, ma non siamo una comunità che predica. Abbiamo incaricato i pastori di parlare dai pulpiti, alla radio e alla televisione: a volte esce forse anche una predicazione di livello discreto. Ma quando una predicazione non ha alle spalle una comunità di testimoni, non è più predicazione: è buona e onesta propaganda, informazione culturale, difesa di un’istituzione.
Bisogna ridiventare, o diventare, una comunità di persone la cui preoccupazione centrale è la comunicazione dell’evangelo. Vale più una parola detta in in ufficio o nella ditta o nel treno o al supermercato o all’ospedale che il miglior sermone ascoltato dai 15’000 ascoltatori della meditazione alla radio o alla televisione; o per meglio dire il discorso rivolto ai 15’000 è autentico se dietro il predicatore non c’è semplicemente un’istituzione, ma ci sono uomini e donne, ragazzi e anziani, che fanno fruttificare la parola di Dio nell’incontro con il loro prossimo, dando come unica garanzia la propria persona, piccola, debole, indifesa e contraddittoria, ma reale: perché le persone ricevono l’evangelo solo da altre persone, mai dalle cose, o dalle istituzioni.

Infine, siamo una comunità seria, ma non siamo una comunità che prega. Ma dove prendere il coraggio di parlare di Gesù Cristo al nostro prossimo, se oltre al sermone sul monte non apriamo anche il libro dei Salmi? Che cosa, se non la preghiera, riscoperta nel rumore e nella confusione della società attuale, rivissuta malgrado la superficialità e la stanchezza che afferra la nostra mente e il nostro cuore, che cosa se non la preghiera, il dialogo con Dio e l’ascolto di Dio, può ridarci il respiro necessario, lo slancio per produrre il cento per uno?

Predicare l’evangelo; modificare il nostro stile di vita secondo il sermone sul monte; rinnovare cuori e menti sulla base del libro dei Salmi: chi ha orecchi, dice Gesù nelle parole conclusive della parabola, cerchi di capire.

Perdere e ritrovare

"Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna”. (Giovanni 12,24-25)

Queste sono le due parole di Gesù, legate l'una all'altra, sulle quali soffermiamo la nostra attenzione. La prima si riferisce a Gesù. La seconda è rivolta direttamente a noi.

Cominciamo con l'immagine del chicco di grano. All'inizio della sequenza della Passione - che nel Vangelo di Giovanni occupa la metà del libro -, Gesù applica a sé stesso una legge che osserva nella natura: prima di poter rinascere e moltiplicarsi, il chicco di grano deve morire. Gesù conosce la vita del contadino e la campagna è spesso lo scenario della sua predicazione. Ecco perché sa vedere nei gigli del campo, nel volo dei passeri, nei ramoscelli degli alberi o nel colore del cielo parallelismi e parabole su Dio e sulla condizione umana.
Mentre sta per iniziare la festa di Pasqua, a Gerusalemme, Gesù applica a sé stesso l’immagine del chicco di grano che deve morire. Usa questa immagine per descrivere una fine che nessuno, in quel momento, è in grado di comprendere. Con questa immagine, presenta la propria morte come una necessità.

L'evangelista Giovanni scrive per una generazione cristiana non ancora molto distante dagli eventi e che si pone ancora una domanda assillante: perché il Messia doveva morire in questo modo, mentre i profeti di Israele dicono quasi unanimemente il contrario? Tutti in Israele concordano sul fatto che le profezie annunciano la venuta di un inviato di Dio. Che questo inviato possa essere Gesù, è una questione divisiva: alcuni lo ammettono, altri no. Ma che il Messia debba soffrire e morire come un comune bestemmiatore, ha colto tutti di sorpresa. Non rientra in nessuno schema conosciuto.
Un grande uomo non è forse qualcuno il cui successo è evidente a tutti? Se Gesù era davvero chi diceva di essere, avrebbe dovuto mostrare la sua forza invece di morire miseramente tra due briganti. A meno che non ci fosse uno scopo nascosto e superiore dietro la sua morte. E questo è ciò che viene suggerito dall'immagine del chicco di grano.

E se invece Gesù fosse scappato? Se avesse evitato la croce scomparendo dalla scena al momento giusto? Sarebbe stato facile: i suoi sostenitori lo avrebbero potuto nascondere. Sarebbe potuto sparire per un po’ di tempo, in attesa che le acque si calmassero. Ma il grano sarebbe rimasto solo, non sarebbe finito nella terra, e non avrebbe dato frutto. Il nome di Gesù di Nazareth non sarebbe stato ricordato. E noi oggi non saremmo qui: niente nuvola di testimoni, niente chiesa, niente fede, nessuna nuova speranza, nessuna ispirazione per l'umanità.
Ecco perché Cristo accetta la sua morte e, come afferma in questo brano, addirittura la sceglie. Questa pagina del Vangelo di Giovanni ci fa capire che Gesù ha una sorta di sovranità di fronte al suo tragico destino. È lui che decide. "La vita non mi viene tolta, la do io". Alla luce di questa determinazione, l'arresto, il processo, la condanna e la crocifissione non sembrano più sfortunati incidenti. Anzi, costituiscono un dono volontario di sé che è come un sigillo messo sulla sua parola, una firma di certificazione del suo testamento.
Una scelta del genere non è stata facile, non è stata priva di turbamenti interiori e di paure: “L'anima mia è turbata”, dirà Gesù, e ancora: “Padre, liberami da quest'ora”. Ma il vero coraggio non è l'assenza di paura. Il vero coraggio è la capacità di vincere la paura. È proprio per quest'ora che Gesù è venuto, come dice lui stesso. La volontà di non tirarsi indietro alla fine è più forte.

Parliamo ora dei frutti. Se un chicco di grano muore, porta molto frutto, si moltiplica. Questo frutto è direttamente collegato alla tomba vuota del mattino di Pasqua e siamo noi a raccoglierlo. Raccogliamo il frutto della speranza di fronte alla morte, che non è una caduta nel nulla ma un passaggio verso qualcos'altro. L'ultima parola della vita non è la morte, ma la vita infinita. Raccogliamo il frutto della fiducia in Dio, che ha manifestato la sua presenza anche nella morte del suo inviato. Raccogliamo il frutto di essere accettati da Dio così come siamo, senza condizioni. Dio ama così tanto l'umanità che ha voluto condividere la tragedia della nostra condizione per illuminarla con la sua luce. Tutti questi frutti sono il raccolto seminato dalla croce.

Ma noi non siamo destinatari passivi. Questi frutti ci impegnano, ci affidano un compito. Un compito che Gesù ci indica molto chiaramente: “Chi ama la propria vita la perderà e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà”.
A prima vista, queste parole sembrano dure, persino deprimenti, e sollevano obiezioni. Come possiamo odiare la vita che viene da Dio? Perché odiare questo mondo creato da Dio? In realtà, Gesù ci esorta non a odiare la nostra vita e questo mondo, bensì a coltivare il distacco.
Nelle sue parole, amare la propria vita in questo mondo significa costruire la propria casa sulla sabbia. Mettere fiducia, speranza e salvezza solo nell'essere umano, cercare la salvezza attraverso la scienza, l'economia, la politica o la guerra. Puntare tutto sui beni materiali, sul monopolio del mondo, sulla legge del più forte. Considerare il nostro ego come un assoluto. Amare la propria vita in questo modo significa dimenticare Dio e fare di noi stessi, del nostro interesse, il nostro idolo.

Intendiamoci, amare la propria vita non è di per sé una cosa negativa. Non lo è nemmeno amare questo mondo. Né lo è trovare gioia e felicità in esso. A condizione che il nostro modo di amare ricordi che siamo stranieri e viaggiatori qui sulla terra, che veniamo da altrove e che andiamo altrove. Apparteniamo a questo mondo, e allo stesso tempo non gli apparteniamo. Possiamo amarlo senza nasconderci che è transitorio.
Gesù ci dice: scegliete con cura le vostre priorità. Ricordate che di voi rimarrà soltanto ciò che avrete dato, niente di ciò che avete tenuto per voi. Fiorirà, di voi, ciò che avete dato agli altri. Rimarrà, di noi, ciò che abbiamo offerto. La vita che pensiamo di avere perso donandola ad altri, la ritroveremo. Ciò che avremo condiviso, sofferto, seminato con gli altri, fiorirà, germoglierà, e darà frutto. Chi perde la sua vita un giorno la ritroverà.

Foto: Tamas Tokos unsplash