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Giorno della Memoria. Il vizio di non ricordare

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa raggiunse i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Quella data è stata proclamata “giorno della memoria”. La ricorrenza porta con sé, anno dopo anno, numerose domande.

La scrittrice Elena Loewenthal ritiene che il Giorno della Memoria, sia diventato “un grande errore collettivo di chi vuole provare, un giorno all’anno, ad addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa”.
Lo storico Andrea Ghiringhelli constata amaramente: “Serve ricordare? Servono le commemorazioni con i discorsi ufficiali a ripetere ‘mai più’? […] di fronte allo scempio in atto in questi anni?”.
L’Homo Sapiens, aggiunge il giornalista Martin Wolf, di sapiente ha veramente poco, incline com’è “a orge di stupidità, brutalità e distruzione”: Ucraina, Gaza, Cisgiordania, Iran e gli altri massacri in giro per il mondo sono lì a confermarlo”.

Contro il Giorno della Memoria
Detto questo, e ribadito che il Giorno della Memoria è un’iniziativa costantemente minacciata dal pericolo di scivolare in una superficiale retorica priva di mordente, mi preme però sottolineare la necessità di non buttare a mare l’esercizio del ricordare.
Sì, perché quella del ricordare è una virtù importante. Mentre dimenticare è un vizio grave. E noi viviamo in un tempo che sembra avere la memoria sempre più corta. Forse perché ricordare significa, oltre che recuperare il nostro passato, i nostri rinnegamenti e i nostri errori, fare i conti con i nostri silenzi, con i tentativi di non sentire e non vedere.

Mantenere gli occhi aperti
A questo proposito, mi sembra di bruciante attualità il monito espresso dal pastore protestante tedesco Martin Niemöller (nell'immagine), già comandante di sommergibili durante la Prima guerra mondiale, nazista della prima ora, più tardi critico del regime hitleriano e rinchiuso, fin dal 1937, in un campo di concentramento:

“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente,
perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente,
perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente,
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno
a protestare per me.”

Parole da meditare e fare proprie, nella nostra epoca di riemergenti autoritarismi, di forti spinte neofasciste e di strisciante perdita delle libertà democratiche.

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