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La buona notizia di Dio

(Genesi 1,1-2,25)

Nei primi due capitoli del libro della Genesi troviamo due racconti della creazione. Il primo si distingue per essere articolato in sette momenti, corrispondenti ai sei giorni della creazione più un giorno di riposo; il secondo, diverso e più breve, è costruito intorno alla creazione dell’uomo e della donna posti a vivere nel giardino dell’Eden.

Tra le cose che ci colpiscono nel primo racconto c’è certamente una parola ripetuta più volte come un canto di gioia: «E Dio vide che era bello... era davvero molto bello».

Spesso, noi cristiani abbiamo guardato al creato con una certa diffidenza, come se la natura fosse un palcoscenico inanimato, una scenografia distante o, peggio, una massa di beni da consumare a nostro piacimento.
Abbiamo dimenticato che la creazione è il primo libro scritto da Dio, la prima grande “buona notizia” della storia. Essa è il luogo in cui Dio ha deciso di manifestarsi.
Se vogliamo guarire la nostra relazione con la Terra, ferita da una crisi ambientale senza precedenti, dobbiamo riscoprire tre grandi verità che il Vangelo e la tradizione biblica ci consegnano.

La prima verità è racchiusa nelle nostre stesse origini. La Genesi ci dice, nel secondo racconto della creazione, che il nome dell’essere umano, Adam, ha la stessa identica radice di Adamá, che in ebraico significa “il suolo”, la terra.
L'uomo non è un essere alieno caduto sul pianeta, bensì un terrestre. Siamo fatti di polvere del suolo (Genesi 2,7), impastati della stessa materia delle stelle, delle colline, dei prati, dei pascoli, dei fiumi e torrenti, delle montagne. Condividiamo con gli animali la stessa identica benedizione originaria della vita.
Questo non toglie nulla alla nostra dignità spirituale, ma ci rimanda a una solidarietà universale. Non siamo i padroni assoluti della Terra, ma siamo co-creature tra le creature.
Dovremmo avere il coraggio di aggiornare il comandamento dell'amore dicendo: «Ama la terra come te stesso», perché la terra siamo noi.
E dovremmo ricordare che quando feriamo il suolo, i fiumi e l'aria, stiamo ferendo noi stessi.

La seconda verità ci viene dal modo in cui Gesù abitava questo mondo. Se leggiamo i Vangeli, scopriamo che Gesù è stato un meraviglioso contemplativo della creazione. Egli non ha mai guardato alla natura con l'occhio del predatore o del capitalista che calcola il profitto.
Gesù sapeva fermarsi. Sapeva guardare gli uccelli del cielo che non seminano e non mietono; sapeva contemplare i gigli del campo nella loro bellezza gratuita: “Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non raccolgono e non mettono il raccolto nei granai. Eppure, il Padre vostro che è in cielo li nutre! Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti. Eppure, vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello!” (Matteo 6, 26.28-29).
Gesù conosceva il ritmo delle stagioni, il mistero del seme che muore nella terra per portare frutto, il vento che soffia dove vuole.
Da questo ascolto attento e innamorato del creato, egli ha tratto le parabole per parlarci del Regno di Dio. Per Gesù, nulla era banale o di scarto: persino un piccolo passero è custodito dallo sguardo del Padre: “Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure, nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio.” (Luca 2,6).

Infine, dobbiamo fare chiarezza su quel mandato della Genesi che per secoli è stato drammaticamente travisato: l'invito a “dominare” la terra.
Nel linguaggio della Bibbia, il dominio non è mai dispotismo, tirannia o saccheggio. L'uomo è chiamato a esercitare la sua responsabilità nello stesso modo in cui Dio esercita la sua regalità: cioè attraverso la cura, il servizio e la protezione.
Il testo biblico parla chiaro: l'essere umano è posto nel giardino del mondo per «coltivare e custodire» (Genesi 2,15). Custodire significa proteggere qualcosa che non ci appartiene.
Noi non siamo i proprietari della Terra; il proprietario è il Signore. Noi siamo soltanto amministratori, ospiti di passaggio, chiamati a consegnare questo giardino fiorito e vivibile alle generazioni che verranno dopo di noi.

La crisi ecologica che stiamo vivendo non è semplicemente un problema politico, economico o scientifico. È, prima di tutto, una profonda crisi spirituale. È il frutto del nostro egoismo, del nostro consumismo sfrenato, dell'illusione di poter essere felici da soli, accumulando merci e distruggendo la vita attorno a noi.
Il Signore ci chiama a una vera e propria conversione ecologica, che è conversione del cuore. Ci chiede di passare dal consumo allo stupore, dal possesso al rispetto, dall'arroganza alla sobrietà.
Ascoltiamo il grido della terra, che è lo stesso grido dei poveri e dei dimenticati di questo mondo. E camminiamo insieme a tutta la creazione che, come ci ricorda l’apostolo Paolo, ancora oggi «soffre e geme nelle doglie del parto» (Romani 8,22), in attesa di quel giorno in cui Dio sarà tutto in tutti e la Terra sarà finalmente guarita, riconciliata e salva.