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Bibbia

Angoscia e serenità

La sera di quello stesso giorno Gesù disse ai suoi discepoli: “Andiamo all'altra riva del lago”. Essi lasciarono la folla e portarono Gesù con la barca nella quale già si trovava. Anche altre barche lo accompagnarono.
A un certo punto il vento si mise a soffiare con tale violenza che le onde si rovesciavano dentro la barca, e questa già si riempiva d'acqua. Gesù intanto dormiva in fondo alla barca, la testa appoggiata su un cuscino. Allora gli altri lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, affondiamo! Non te ne importa nulla?”. Egli si svegliò, sgridò il vento e disse all'acqua del lago: “Fa' silenzio! Càlmati!”. Allora il vento si fermò e ci fu una grande calma. Poi Gesù disse ai suoi discepoli: “Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?”. Essi però si spaventarono molto e dicevano tra loro: “Chi è dunque costui? Anche il vento e le onde del lago gli ubbidiscono!” (Marco 4,35-41)

I discepoli vivono la paura e l’angoscia di essere sommersi: la tempesta che si abbatte su di loro, in mezzo al lago, è immagine della morte, del nonsenso, dell’alienazione sociale, dello scivolare, dell’essere inghiottiti in un gorgo.

Per Gesù la fede è il contrario della paura. I discepoli hanno paura: la paura è la conseguenza di un senso di insicurezza e di impotenza, la paura è il contrario della fede.

La fede qui non è intesa come un atteggiamento religioso: avere fede vuol dire sentirsi al sicuro, è la fede intesa come fiducia, serenità, assenza di angoscia, di preoccupazione.

A volte è proprio la paura che suscita l’aggressione di cui si è oggetto: il cane si mostra minaccioso e aggressivo perché percepisce la nostra paura. Anche il mare cesserebbe di apparire minaccioso, se solo i discepoli non lo temessero. La fede è un atteggiamento che permette di camminare sulle acque, cioè di non lasciarsi travolgere dalle difficoltà, ma di resistere ad esse, di dominarle.

La psicanalisi ci insegna che di fronte a un problema ci possono essere tre atteggiamenti:
- c’è chi si pone sul piano dei principi, della morale, operando come un genitore;
- c’è invece chi affronta il problema con soluzioni pratiche, pragmatiche: è un atteggiamento adulto;
- infine, c’è chi si lamenta, o si ribella, lancia accuse e pone le cose su un piano affettivo, in un atteggiamento infantile. A questo terzo tipo di reazione appartiene il modo di agire dei discepoli che cercano di far ricadere su Gesù la responsabilità di ciò che succede. “Maestro, affondiamo! Non te ne importa nulla?”, gli dicono, rimproverandogli di non avere paura e di non essere solidale con il gruppo.

Nelle situazioni di crisi si tende a cercare un capro espiatorio da eliminare, una vittima su cui riversare la propria paura e il proprio odio.
La paura rende violenti, come dimostra il celebre episodio biblico di Giona, dove i marinai prendono il profeta e lo scaraventano in mare per placare la tempesta.

La paura rende violenti, come dimostrano tante crisi contemporanee che finiscono per indicare nello straniero, nell’emarginato, nel nemico o nel diverso l’origine di ogni male.

Con il suo atteggiamento in mezzo alla tempesta, Gesù esprime pace e fiducia. Dormendo, mostra di avere piena fiducia nella sovranità di Dio. Alzandosi e affrontando serenamente gli elementi scatenati, riporta pace intorno a sé. Il suo è un comportamento adulto: affronta con coraggio la situazione e la risolve.

Una fede adulta si distingue per questo: essa domina il mondo perché riconosce che il mondo è nelle mani di Dio.

Gesù minaccia e sgrida il mare in tempesta, ovvero il male, e lo fa tacere. Poi rimprovera i discepoli per non averlo fatto essi stessi: per non avere agito, cioè, secondo la loro vocazione a dominare il mondo e ad allontanare il male.

La missione di Gesù consiste in questo: nel rivolgere un appello agli uomini e alle donne perché esercitino in prima persona la vocazione a dominare il male, a smontare il meccanismo della violenza contro il capro espiatorio. Per assumere un atteggiamento adulto, autonomo e responsabile contro il male allo scopo di non esserne più dominati, bensì di liberarsene.

Ansia e fiducia

Perciò vi dico: non siate ansiosi per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può, con la sua preoccupazione, aggiungere una sola ora alla sua vita? E, riguardo al vestire, perché siete ansiosi? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano, eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora, se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà egli molto più voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: 'Che mangeremo? Che berremo?' o 'Di che ci vestiremo?'. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose e il vostro Padre celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in più. (Matteo 6, 24-33)

Espongo spesso, nelle bacheche delle nostre chiese, a Poschiavo e a Brusio, dei manifesti, dallo sfondo blu e le scritte in giallo, che riportano brevi citazioni bibliche. Si tratta di manifesti prodotti dall’agenzia di comunicazione “C”, dove “C” sta per “cristiana”. Quei manifesti li potete vedere in tutta la Svizzera, appesi ovunque, in italiano, tedesco e francese.
Uno di quei manifesti, che ho ripetutamente esposto, recita: “Il mio tempo è nelle tue mani”.

La frase è molto bella ed esprime una profonda fiducia. Mi ricorda un’altra espressione simile, che ho sentito pronunciare la prima volta da Margot Kässmann, già presidente della Chiesa evangelica in Germania: “Non si può cadere più in basso delle mani di Dio”. Detto in altre parole, anche se cadiamo, anche se inciampiamo, anche se ci troviamo in una situazione estremamente grave, difficile, o addirittura apparentemente disperata, Dio saprà e potrà comunque sostenerci.

Anni fa, un pensiero simile era stato espresso anche da un’amica, alla vigilia di un’operazione per l’asportazione di un tumore: “Sono nelle mani di Dio”. E aggiungeva: “Certo, anche nelle mani dei medici, ma anche i medici sono nelle mani di Dio”.
Potremmo concludere che si tratta di un tipo di fede un po’ ingenuo, certo, ma è indubbiamente una fede invidiabile per la calma che essa esprime, e per l’assenza di ansia.

E proprio di ansia, e dell’assenza di ansia, parla il testo dell’evangelista Matteo. Nel quale Gesù ci comanda, in modo assai perentorio, di non lasciarci affliggere dalle ansie per le necessità quotidiane.

Quello di Gesù, lo ripeto, risuona come un ordine. Ma come reagisce a un simile ordine una personalità fortemente ansiosa – e ce ne sono in giro molte –, che tende a preoccuparsi oggi anche per eventualità negative future che non è affatto detto che si verifichino: che cosa dovrebbe fare? Gesù in fondo ha ragione, lo dice anche la saggezza umana: se angustiarsi non serve a nulla, perché farlo? Ma basta dirselo e ripeterselo perché diventi una certezza dentro di noi?

L’ansia, infatti, non si annida tanto nella testa, quanto nella pancia e l’ansioso non ne viene a capo, anche se sa benissimo che non serve. Anzi, l’ordine di Gesù diviene un ulteriore fattore di angoscia: non essere ansioso! Suona un po’ come dire, a uno che è stato mollato dalla persona amata: devi essere sereno, o addirittura felice!

Secondo Gesù, però, molto prima di costituire un comando, le sue parole sono un annuncio di libertà. Egli parla come alla bambina che, in montagna, si trova di fronte a un passaggio che non riesce a superare: non avere paura, il papà ti prende in braccio. Senza l’assicurazione, il comando sarebbe inutile e anche crudele.
Nessun comando può cacciare l’ansia: questo può farlo solo la fiducia. La parola di Gesù non vuole porci di fronte a un ostacolo insormontabile, bensì intende donare fiducia.

Con questo però, il problema della persona ansiosa non è ancora superato. Nemmeno la fiducia, infatti, si può comandare. Soprattutto, la fiducia può essere mal riposta. Vale la pena fidarsi? Di Dio poi: e chi l’ha mai visto?

Secondo un’interpretazione classica, il successo dell’antico serpente – quello che compare nelle prime pagine della Bibbia, nel racconto del Giardino di Eden – consiste nel riuscire a incrinare la fiducia di Eva nei confronti di Dio. Sei proprio sicura? Non sarà per caso che questo Dio ti vuole tenere a distanza, vuole evitare che diventi come lui? E una volta che il seme del dubbio è piantato, cresce.
Supponiamo che ci sia davvero, questo Dio (cosa che, nella società nella quale viviamo, è tutto tranne che ovvia): tutti dicono che i suoi piani sono misteriosi. Di nuovo: c’è da fidarsi?

Chiediamoci, da che cosa nasce la fiducia in Dio? Una risposta semplice è questa: nasce dalla consuetudine con lui, in particolare nel culto, nella lettura biblica, nella preghiera. Questa visione delle cose può certo essere bollata come un discorso religioso che lascia il tempo che trova. Prova ne è il fatto che anche chi nutre una simile fiducia non è al riparo da delusioni, incidenti, malattie e morte.

Ma lasciatemi ricordarvi che può anche accadere che, nella relazione con Gesù, che appunto nasce dalla consuetudine quotidiana con la sua parola, le parole sulla possibilità di superare ogni ansia e angoscia diventino vere.
Può accadere che la voce che le pronuncia non sia solo quella della religione, che non sia solo quella della teologia, che non sia solo quella della chiesa, e che quella voce diventi certezza profonda, esistenziale, radicata dentro di noi.
Può accadere, per grazia soltanto, che sia la voce del Dio di Gesù Cristo a pronunciare il comando che in realtà è una promessa: Non siate in ansia per la vostra vita, non abbiate paura.

Ascensione

Ora, mentre essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!»  Ma essi, sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito.
Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: «Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco io mando su di voi quello che il Padre mio ha promesso, ma voi, rimanete in questa città, finché siate rivestiti di potenza dall'alto».
Poi li condusse fuori fin presso Betania; e, alzate in alto le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato su nel cielo. Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande gioia. (Luca 24,36-37.45-52)

Il mondo antico conosce molti personaggi importanti, profeti (pensiamo a Elia) ed eroi semidivini (Romolo), che ascendono al cielo e, in tal modo, si vedono riconosciuta l'autorità di Dio stesso.
La divinizzazione dell'eroe, nell'antica Roma quella dell'imperatore, era un atto politico: se l'imperatore è divino, lo è lo stato, lo è Roma.
Chi comanda nel mondo non è solo il più forte, il più brutale, il più cinico: comanda per diritto divino.
Il potere sa però essere anche generoso: con chi obbedisce e, più ancora, con chi adora. Obbedire al potere che pretende di essere divino è la condizione per vivere in pace: meglio ancora, appunto, se ci si inginocchia di fronte a chi siede sul trono.

L'epistola agli Efesini (Efesini 1,15-23) ha qualcosa da dire a questo proposito. L'autore della lettera auspica che Dio doni ai suoi lettori e lettrici "uno Spirito di sapienza e di chiarezza [...] tale da illuminare gli occhi del vostro cuore, perché possiate intendere qual è la speranza della sua chiamata [...] e quale la straordinaria grandezza della sua potenza [...] che egli dispiegò nel Cristo risuscitandolo dai morti e facendolo sedere alla sua destra nei cieli al di sopra di ogni principato e autorità [...] e sottopose tutte le cose sotto i suoi piedi e lo diede (nella sua qualità di) capo su tutte le cose alla chiesa, che è il suo corpo".

In altre parole, le forze che governano il mondo sono numerose (e qui vengono chiamate "principati e autorità"), ma c'è uno che è al di sopra di tutte quante, perché l'unico vero Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi: quell'uno è il Cristo risorto.

Per orecchie cristiane, come le nostre, può apparire un'affermazione abbastanza scontata: celebrare Cristo, aggiungendo un titolo all'altro, una benedizione all'altra, ci costa poco. In realtà, quello della lettera agli Efesini è un discorso audace e pericoloso (e questo vale nonsolo nel mondo antico). L'autore ci dice: quando i potenti della terra reclamano autorità assoluta, non date loro retta. Uno solo ha questa autorità. Non ci si inginocchia davanti al potere, né politico né religioso: è una bestemmia. Solo il Risorto merita che ogni ginocchio si pieghi davanti a lui.

Anche questo, dunque è un messaggio politico, come quello degli imperatori romani: solo, di segno opposto. Non il Cesare di turno, ma questo Gesù risuscitato da Dio è colui al quale il mondo è sottoposto. Lo stato, il potere politico e anche di quello ecclesiastico hanno il loro diritto, che è importante, ma è relativo.

La festa dell'Ascensione proclama che il Risorto è il signore dei signori: usa il linguaggio del potere, per affermare che Dio solo regna sul mondo e sulla storia. E che dunque ogni potere umano è discutibile, se necessario contestabile.

Milioni di cristiane e cristiani, in tutti i tempi, sono morti per testimoniare questo evangelo. A migliaia sono anche stati perseguitati e a volte uccisi per avere testimoniato la signoria di Cristo contro la chiesa che la voleva usurpare: Cristo è il luogo - tenente (alla lettera: colui che tiene il posto) di Dio, ma nessun uomo, nessuna autorità umana, è il luogotenente di Cristo. Chi afferma il contrario, nega l'evangelo di questo giorno.
Io oggi posso dirlo con tutta tranquillità e magari qualche cattolico sarà d'accordo con me. Ma molti evangelici sono stati perseguitati per aver detto molto, ma molto meno.

Tornando al desiderio di onnipotenza del potere politico, esso va ben oltre Roma antica. È lungo l'elenco dei martiri del Novecento, uccisi dai regimi terroristici dei più diversi colori.
La festa dell'Ascensione è pericolosa, questa è la verità, perché pericoloso è Gesù: Erode ne aveva paura, Ponzio Pilato anche, e i potenti di oggi sono degni allievi dei tiranni del passato.
Gesù è tranquillizzante, innocuo, solo quando è ridotto a un'immaginetta, che magari lo vede svolazzare, come un passerotto o un angelo, tra cielo e terra. Colui che è asceso al cielo, invece, lo ha fatto per liberare la terra dai falsi dei. E questi ultimi reagiscono e colpiscono.

Secondo l'epistola agli Efesini, tuttavia, vi è un luogo nel quale l'autorità del Risorto è presa sul serio. Un luogo che è riempito della sua presenza, animato dalla libertà portata da questo imperatore celeste che abbatte gli imperi terreni: questo luogo è la chiesa.
Attenzione: non vuol dire, ripetiamolo, che la chiesa e i suoi capi sono onnipotenti. Questa è la caricatura dell'evangelo dell'Ascensione.

Che il Signore dei signori, colui al quale Dio ha sottoposto il mondo, pervade e riempie la chiesa significa invece questo: ciò che la società, il mondo, non ha ancora riconosciuto, e anzi si ostina a negare, è già vero nella chiesa:
- è vero già ora, nella chiesa, che chi guida è in realtà al servizio: non però a parole, ma nei fatti.
- è vero già ora, nella chiesa, che non c'è un monopolio del potere maschile.
- è vero già ora, nella chiesa, che chi ha più soldi non è più importante di chi ne ha meno.
- è vero che la condivisione del pane e del vino, tra noi, non è un rito magico celebrato da uno stregone, ma l'opera di colui che, secondo sua madre, ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, e quindi ci ha messi tutti in cerchio, per celebrare la sua memoria, cioè la sua presenza vivente.
La chiesa è questo, sì o no?

Credo che possiamo osare rispondere: noi non siamo la chiesa dell'Ascensione come dovremmo, come vorremmo e nemmeno come potremmo. Però lo siamo un po', non per merito nostro ma per grazia di Dio.
Ed è questa la promessa rivolta alle nostre comunità: essere segno della presenza di quel Signore che libera il mondo dai finti signori che vorrebbero trasformarci in servi.

Beatitudini

Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e, postosi a sedere, i suoi discepoli si accostarono a lui. Ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
“Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che fanno cordoglio, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a essi misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che s'adoperano alla pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi (Matteo 5,1-12)

Le beatitudini si trovano all'inizio del discorso di Gesù detto "sulla montagna". Malgrado l'importanza e la centralità di questo discorso - e delle beatitudini in particolare -, esso è stato messo da parte e spesso ignorato nella tradizione cristiana. Le beatitudini sono state eliminate dalla scena pubblica, sottratte alla vita dei credenti, tanto che si può parlare di parole che sono state rubate alla cristianità.

In che modo sono state rubate? Il primo, affermando che sono parole che non si applicano alla vita sociale e politica: la vita dei popoli si regola secondo leggi razionali, mentre l'insegnamento radicale di Gesù deve essere riferito soltanto alla vita morale e spirituale dei singoli cristiani. Sono parole che valgono in ambito privato, ma non in ambito pubblico.

Il secondo, affermando che le parole di Gesù sono troppo difficili perché tutti possano vivere secondo quanto esse indicano; di conseguenza bisogna prenderle come consigli evangelici per quelli che vogliono raggiungere la perfezione cristiana, cioè per ordini religiosi e confraternite monastiche... gli altri credenti si accontentino di osservare i comandamenti più semplici: non rubare, non uccidere.

Il terzo, affermando che si tratta di una realtà solo futura, lontana, remota. Per fare un esempio, nel Credo niceno-costantinopolitano, il grande Credo ecumenico della chiesa antica, l'unica cosa che si dice del regno di Dio è che "verrà". Mentre Gesù annuncia un regno che è vicino, è in mezzo a voi, e persino “dentro di voi", il Credo afferma che esso è lontano.

Ma chiediamoci ora che cosa significa il termine "beatitudine", "beato".
È giusto tradurre con "beati" la parola utilizzata da Gesù per inaugurare la sua predicazione del regno, "makarios"? Forse no, perché "beato" evoca un orizzonte ultraterreno che non è l'orizzonte di Gesù. La traduzione migliore sarebbe "felice". Gesù annuncia una felicità, una grande gioia, come quando si riceve una buona notizia, o come quando si fa una bella esperienza. Le beatitudini sono un invito alla felicità.
E qui non possiamo non osservare che proprio la felicità è spesso assente nella vita della chiesa di oggi, forse la cosa che manca di più, il più grande deficit.

E c'è un altro aspetto che merita di essere segnalato. André Chouraqui, nella sua traduzione della Bibbia, traduce "makarios" con "in piedi", cioè "in cammino". Beati non rende l'aspetto di mobilitazione che è presente nella parola di Gesù. In marcia, sveglia, in piedi, in cammino. È arrivata l'ora, il regno è vicino. Le beatitudini sono una convocazione di donne e di uomini chiamati a manifestare la vicinanza del regno e a vivere la felicità data dall'entrare nell'opera di Dio.

E ancora, in un'epoca in cui "beati" erano solo dèi, imperatori e i defunti, Gesù proclama "beati" persone comuni, semplici credenti, persone viventi. Si potrebbe dire, paradossalmente, che c'è voluto il cristianesimo per ributtare fuori ciò che Gesù ha introdotto, per disinnescare ciò che Gesù ha acceso, per eliminare ciò che Gesù ha evidenziato.

L'argomento da sempre usato per relativizzare e anche respingere il discorso di Gesù, è l'accusa di irrazionalità: la vita dei popoli, ma anche quella dei singoli, si regolerebbe secondo leggi razionali, il "buon senso", mentre Gesù direbbe cose irrazionali, contrarie appunto al "buon senso".
Ma dov'è tutta questa razionalità del mondo? Della vita civile? Della vita sociale? Non è piuttosto vero che siamo noi a essere irrazionali? Noi che continuiamo a fare guerra, a distruggere la natura, a dimostrarci disumani?

E invece, qual è la razionalità del discorso della montagna? È indicata dopo le beatitudini (Mt 5,44): "Ma io vi dico, amate i nemici".
Questa è la razionalità e la sapienza del discorso di Gesù, che si contrappone alla nostra razionalità, alla nostra sapienza, che così spesso ricorre - per puntellarsi - alla forza e alla violenza, all'oppressione e all'indifferenza.
La razionalità di Gesù, che sorpassa ogni intelligenza, è l'amore: una politica basata sull'amore, un'etica basata sull'amore, una strategia per la soluzione dei conflitti basata sull'amore... Di questo parla e questo vive Gesù, questa è la razionalità che Gesù indica anche a noi.

Dopo quasi duemila anni di cristianesimo, abbiamo sempre ancora molta strada davanti a noi da percorrere... A meno che non vogliamo percorrere i sentieri conosciuti, finora applicati da troppo cristianesimo, che ha fatto a meno della sapienza di Gesù.
Le parole di Gesù aprono alla fiducia, invitano alla fiducia, chiedono di essere ascoltate oltre gli stretti confini dove sono state rinchiuse. È ora che tornino a risuonare, per tutti, in tutti, anche in noi. Per metterci in cammino... perché quelle parole chiedono di essere messe in pratica.

Camminare con Dio

Questo è il libro della discendenza di Adamo. Nel giorno in cui Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li creò, li benedisse e diede loro il nome di uomo nel giorno in cui furono creati. Adamo aveva centotrenta anni quando generò un figlio a sua immagine, secondo la sua somiglianza, e lo chiamò Set. Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni; poi morì.
[Sette generazioni più tardi] Iered aveva centosessantadue anni quando generò Enoc; Iered, dopo aver generato Enoc, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. […] Enoc aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. Enoc camminò con Dio (Genesi 5, 1-5.18-19.21-22)

Enoc, il patriarca biblico, camminò con Dio, leggiamo nel libro della Genesi. Ma ciò significa che egli camminò con Dio allo stesso passo? Sì, Enoc non si affrettava, né restava indietro. Egli camminava con Dio. Non solo quando brillava il sole della grazia, ma anche nelle ore buie della prova e del dolore. Egli dimorò al fianco del suo Dio. Non soltanto quando tutti temevano il Signore, ma anche nei tempi della decadenza spirituale e del trionfo del male, come risulta dalla lettera di Giuda, nel Nuovo Testamento (v. 14-15). Enoc camminò con Dio allo stesso passo, e ciò diede alla sua vita una direzione precisa, tanto che la sua fedeltà viene ricordata anche nella lettera agli Ebrei (11, v.5).
Camminare con Dio allo stesso passo. Indubbiamente ci sono molti modi per non camminare allo stesso passo con Dio.

Il primo, ritornando al paradiso perduto, negando il peccato che è dentro di noi e la necessità di lottare contro di esso, la necessità di riconoscerlo e resistergli; negando la realtà del peccato che abbraccia, avvolge, infiltra tutto il creato, l’impossibilità, per noi, di “chiamarci fuori”, di dichiararci “puri” e la solidarietà, nel peccato che ci accomuna e che condividiamo, con l’intera umanità.

Il secondo, fuggendo, in avanti, verso il regno, abbandonando l’atteggiamento di attesa paziente e tenace per sostituirlo con successivi accomodamenti, adottando schemi che sostituiscono certezze umane all’attesa e abbandonando la tensione verso il superamento della situazione presente e del proprio ruolo di segno, nel mondo e per il mondo, di fermento critico indicante il futuro prendendo la scorciatoia di un giudizio già dato... dimenticando che noi stessi viviamo perché il giudizio è prorogato.

Il terzo, fuggendo nell’interiorità, negando l’incarnazione di Dio in Cristo e seguendo il cammino di una disincarnazione dell’essere umano, di una scissione tra sfera interiore e sfera esteriore e materiale, abbandono della ricerca della giustizia e della pace e dell’umanità a favore di una ricerca esclusiva della pace interiore: Gesù ha definito questo atteggiamento come autentica ipocrisia.

Il quarto, attenuando, in ogni modo, la tensione esistente tra fede e mondo, cercando di azzerare lo scandalo che il mondo costituisce per la fede e la fede per il mondo, ricerca di accomodamenti tra questi due poli con conseguente annacquamento del messaggio della fede: la fede porta su di un cammino lacerante, è vero.

Enoc camminò con Dio allo stesso passo. Possiamo dire lo stesso di noi? Il nostro è un cammino costante, ininterrotto con Dio? A volte nel nostro zelo lo sorpassiamo, a volte restiamo indietro. Camminiamo sì accanto a lui finché non scorgiamo le esigenze derivanti da tale comunione, ma davanti a esse siamo rapidi a fare di testa nostra e riprendiamo la guida della marcia. Quante volte agiamo contro il suo gradimento e la sua volontà. Non possiamo che meravigliarci della sua pazienza che non ci abbandona, ma attende sempre che smettiamo di girovagare.

Cercare il bene e la giustizia

Popolo e governanti di Gerusalemme […] udite quel che il Signore sta per dirvi; ascoltate quel che il nostro Dio vuole insegnarvi:
'Non m'importa dei vostri numerosi sacrifici: voi mi offrite pecore e le parti grasse dei vostri montoni. Non so cosa farne del sangue di tori, di agnelli e di capretti. Quando venite a rendermi culto chi vi ha chiesto tutte queste cose e la confusione che fate nel mio santuario? Le vostre offerte sono inutili.
L'incenso che bruciate mi dà nausea. Non posso sopportare le feste della nuova luna, le assemblee e il giorno di sabato, perché sono accompagnati dai vostri peccati.
Mi ripugnano le vostre celebrazioni: per me sono un peso e non riesco più a sopportarle. Quando alzate le mani per la preghiera, io guardo altrove.
Anche se fate preghiere che durano a lungo io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue.
Lavatevi, purificatevi, basta con i vostri crimini. È ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove’. (Isaia 1,10-17)

Minneapolis, nel Minnesota, è da due mesi al centro delle operazioni degli agenti di ICE, la violenta e temuta agenzia americana incaricata direttamente dal presidente Trump di arrestare ed espellere veri e presunti immigrati illegali.
Lo scorso 7 gennaio, un agente ha ucciso, a colpi d’arma da fuoco, Renee Good, una cittadina statunitense di 37 anni. Le immagini di quella uccisione hanno fatto il giro del mondo e innescato grandi proteste, a Minneapolis e in molte altre città.
Il 23 gennaio, migliaia di persone sono scese in piazza a Minneapolis, occupando tra l’altro l’aeroporto, dove sono stati arrestati un centinaio di esponenti di varie comunità di fede durante una preghiera contro le deportazioni dei migranti.
Risale infine al 24 gennaio l’uccisione, a Minneapolis, da parte di agenti di ICE, di Alex Pretti, americano di 37 anni, infermiere di terapia intensiva.

Minneapolis aveva già conosciuto, nel maggio del 2020, un episodio terribile, che aveva suscitato grandi proteste: l’uccisione, da parte di un poliziotto, di George Floyd. Quell’omicidio era stato ripreso da passanti. Tutti ricordano ancora il grido disperato di Floyd: “Non riesco a respirare”, mentre l’agente di polizia premeva con il ginocchio sul suo torace.
Le chiese cristiane del Minnesota avevano scelto allora, per esprimere la loro protesta, proprio queste parole del profeta Isaia: "È ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia".

Quello che è successo a Minneapolis sei anni fa, e quello che si è ripetuto, nella medesima città, nelle scorse settimane, è il contrario di quello che dice il profeta Isaia. Le parole del profeta erano valide otto secoli prima di Cristo, e sono valide duemila anni dopo Cristo.

Abbiamo bisogno di queste parole. Abbiamo bisogno di sentire che dobbiamo imparare a fare il bene e che dobbiamo cercare la giustizia. Sono parole che valgono sia per coloro che credono in Dio, sia per quelli che non credono in Dio. Isaia si rivolge a credenti e non credenti, a cristiani e musulmani, ebrei e buddisti. Tutti e tutte devono imparare a fare il bene, devono cercare la giustizia. Fare il bene e cercare la giustizia sono virtù civili, sono esigenze comuni di ogni convivenza umana.
Nessuno può dire: “Io non c’entro, non ne ho bisogno, io ho la coscienza a posto, ho le mani pulite, non mi riguarda!”. Nessuno può tirarsi indietro e dire: “Me ne vado, non è per me!”. Bene e giustizia sono per chiunque.

Guardiamo più da vicino queste parole, così chiare, così elementari da sembrare quasi ovvie: “Imparate a fare il bene”. Vuol dire che ancora non lo sappiamo fare.
Che cos’è il bene? Spesso ne abbiamo un’immagine addomesticata, adatta alle nostre idee, ritagliata su misura per noi, comoda. Un’idea di bene che non ci disturba troppo, che non ci coinvolge fino in fondo.

“Imparate a fare il bene”, dice il profeta. Gli slogan della nostra epoca recitano invece: “Prima il mio bene, poi forse quello degli altri”.
“America First”, scandiscono oltreoceano, “Prima i nostri”, diciamo noi alle nostre latitudini.
“Imparate”, dice Isaia. "Imparate" perché non sappiamo ancora abbastanza, non sappiamo ancora tutto. Anche chi fa del bene si accorge di quanto bene ci sarebbe ancora da fare.
Proprio facendo il bene ci si accorge che non lo si fa mai abbastanza. E a volte dobbiamo riconoscere, con amarezza, come successo all’apostolo Paolo: “Il bene che voglio, non lo faccio, ma il male che non voglio, quello faccio” (Romani 7,19).

Il profeta continua, e dice, come per precisare che cosa significhi fare il bene: “Cercate la giustizia”.
Qui siamo di fronte alla parola chiave di tutto il discorso.
"Giustizia” è una parola centrale per tutta la civiltà umana, insieme a quell’altra parola che è "libertà". Non si può vivere senza libertà e senza giustizia.
E malgrado tutte le rivoluzioni e anche tutti i progressi che sono stati fatti nel corso della storia, attraverso lotte interminabili, vediamo che la giustizia è ancora da cercare, non è ancora raggiunta, è spesso ancora negata, ignorata, stravolta nel suo contrario.

Le chiese, nella loro storia, non hanno purtroppo mai posto la giustizia come una priorità. Hanno sempre dato la priorità alla carità. Si sono specializzate nella carità, pensando che la ricerca della giustizia non fosse un compito spettante anche a loro.
Ora, Dio è amore, lo sappiamo. Ma il grande amore di Dio qual è? È l’amore per la giustizia. Il passo di Isaia afferma chiaramente che Dio ama la giustizia più dei sacrifici, più dei culti, più delle preghiere, più dei canti. La priorità dell’amore di Dio è per la giustizia.

Che cosa significa tutto questo per noi? Che dobbiamo cercare la giustizia, perché è quello che anche Dio cerca. Dio cerca la giustizia anche nella chiesa.
Il cristianesimo è certamente la religione dell’amore. Ma non è stato abbastanza, religione dell’amore e della giustizia. Cristiani e cristiane hanno amato e amano più la carità che la giustizia. Ora, il mondo ha bisogno di amore, ma soprattutto di amore per la giustizia.
“Cercate la giustizia” perché non c’è, perché ne circola troppo poca, perché è merce rara. Cercate la giustizia perché l’amate, la desiderate e la invocate così come Dio la cerca, la desidera e la invoca.

Cercare, trovare e festeggiare

Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.
«Oppure, qual è la donna che, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? Quando l'ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". Così, vi dico, v'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede» (Luca 15, 1-10)

Non vi capita mai di perdere le chiavi di casa? O di perdere le chiavi dell’auto? O di non ricordare più dove avete lasciato gli occhiali? E se vi capita, non siete presi da una grande agitazione, e non vi mettete a cercare ovunque per ritrovarli?

Proprio di una simile situazione parla anche questa parabola di Gesù: una donna ha perso una moneta e mette a soqquadro la casa per trovarla.
Capiamo la sua reazione: anche noi ci agitiamo quando perdiamo le chiavi di casa, o gli occhiali, o il portafoglio.
Quella donna che cerca in ogni angolo l’oggetto perduto è un’immagine della sollecitudine di Dio. E siamo noi la moneta che è andata perduta. Ritrovata la moneta, la donna è piena di gioia: chiama amiche e vicine di casa e fa festa. La parabola dice che la festa contagia anche il cielo.

Intorno alla moneta smarrita non c’è indifferenza o rassegnazione. Al contrario, la parabola dice che c’è speranza e c’è vita, dice che c’è una gran voglia di stringere di nuovo tra le mani la moneta perduta. La donna coinvolge nella sua ricerca tutto il vicinato: è una pagina evangelica piena di movimento!

Gesù, con la sua vita, ha annunciato che Dio non si rassegna alle monete perdute e, come la donna della parabola, si mette a cercarle. La vita di Gesù rimanda a Dio, al suo amore per l’umanità, e per l’umanità perduta in particolare. Sulle strade della Galilea fino a Gerusalemme, di chi Gesù si è preso cura se non delle pecore perdute, senza pastore?

Attenzione però a non deviare il senso della parabola, pensando subito alle monete perdute da cercare (o alle pecore smarrite da ricondurre sul buon sentiero). Questo è un punto delicato nella lettura della parabola: la moneta perduta non sono gli altri, che io dovrei andare a cercare, ma sono io, sei tu, cara ascoltatrice e caro ascoltatore. Se non la leggo in questo modo la parabola non ha nulla da dirmi e mi resterà tutto sommato estranea (o servirà ad alimentare il mio moralismo). Chi è la moneta smarrita? Sono io la moneta smarrita!

Non si tratta di recitare la parte della persona umiliata e disperata: è sufficiente che siamo fedeli al nostro essere per riconoscerci e identificarci con la moneta perduta.
Questa non è certo l’unica faccia della nostra vita, ma è e resta un tratto spesso presente nella nostra esistenza: anche noi, come tante altre persone, abbiamo i giorni del nostro smarrimento.

Un commentatore ha scritto: “Nella parabola il ‘regno di Dio’ si avvicina talmente all’uomo che questi prende coscienza della sua condizione di perduto e allo stesso tempo viene liberato dal peso di dover superare con le proprie forze il suo smarrimento. Egli deve piuttosto lasciarsi cercare e immedesimarsi con la gioia di Dio nel ritrovarlo”.

In molti giorni della nostra vita forse non possiamo e non sappiamo fare di più che lasciarci cercare e trovare. È già molto se, perduti o smarriti, non chiudiamo la porta a chi ci viene incontro e non evitiamo la mano di Dio che viene a sollevare da terra la moneta che era caduta.
La Bibbia non ci lancia mai un messaggio di passività, di delega assoluta a Dio per dispensarci dalle nostre responsabilità. Ma ci sono dei giorni e delle situazioni in cui siamo come quella moneta: non sappiamo cercare la mano che ci ritrovi, non siamo in grado di sollevarci dall’angolo buio in cui siamo finiti.

La buona notizia è che anche in questi casi la moneta non è perduta per sempre. Gesù ha insegnato, con la sua vita e con le sue parole, che non esiste condizione perduta da cui Dio non possa, non sappia o non voglia sollevarci e ritrovarci.

Chi è Gesù per noi?

Sei giorni dopo Gesù prese con sé tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, e li portò su un alto monte, in un luogo solitario. Là, di fronte a loro, Gesù cambiò d'aspetto: i suoi abiti diventarono splendenti e bianchissimi. Nessuno a questo mondo avrebbe mai potuto farli diventar così bianchi a forza di lavarli.
Poi i discepoli videro anche il profeta Elia e Mosè: stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. Allora Pietro cominciò a parlare e disse a Gesù: 'Maestro, è bello per noi stare qui! Prepareremo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia'. Parlava così, perché non sapeva che cosa dire. Infatti, erano spaventati.
Poi apparve una nuvola che li avvolse con la sua ombra, e dalla nuvola si fece sentire una voce: 'Questo è il Figlio mio, che io amo. Ascoltatelo!'.
I discepoli si guardarono subito attorno, ma non videro più nessuno: con loro c'era solo Gesù.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò di non raccontare a nessuno quel che avevano visto, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. I discepoli ubbidirono a quest'ordine, ma discutevano tra loro che cosa Gesù volesse dire con le parole: 'risorgere dai morti'. (Marco 9,2-10)

Questo è un racconto luminoso, pieno di luce, ma anche pieno di domande. Che cos’è questo cambiamento d’aspetto di Gesù, che in altre traduzioni è detto “trasfigurazione”? In che cosa consiste? Gesù, dice Marco, diventa diverso, subisce una trasformazione, ma non capiamo bene in che cosa consista questa trasformazione. Veniamo a sapere che i suoi vestiti diventano bianchi, di un bianco che nemmeno il miglior detersivo può dare.
Ora, il bianco è il colore della luce, e la luce è il vestito di Dio. Come dice Giovanni: “Dio è luce” (1 Giovanni 1,5). Dunque, la trasfigurazione, il cambiamento d’aspetto di Gesù, è Gesù che diventa corpo di luce. Il nostro corpo è e rimane opaco, il corpo di Gesù è luminoso. Di un bianco che è il vestito di Dio. Gesù appare trasformato, agli occhi dei discepoli, vestito del bianco di Dio.

Altra domanda, che riguarda l’apparizione di Elia e di Mosè. Come hanno fatto i tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, a riconoscere chi fossero? Non esistevano fotografie che li ritraessero. E non si sono presentati dicendo il proprio nome. Dunque, non si capisce come li abbiano potuti identificare. Il testo non ci aiuta a capire. E nemmeno a rispondere a questa domanda.
Quello che noi sappiamo è che Elia è il primo dei profeti e in quanto tale rappresenta la profezia. Mentre Mosè, che si riteneva fosse l’autore dei primi cinque libri della Bibbia, nei quali si trovano anche i Dieci Comandamenti, rappresenta la legge. Inoltre, Elia è colui che deve arrivare per annunciare la prossima venuta del Messia: nell’ebraismo, ancora oggi, alla cena di Pasqua una sedia rimane vuota per Elia. E anche Mosè, in diversi testi, ha parlato della venuta di un Messia. Dunque, questa apparizione, sul monte della trasfigurazione, e questa conversazione, tra Gesù, Elia e Mosè, suggeriscono che Gesù è il compimento di tutto ciò che l’Antico Testamento ha raccontato ed è il Messia che Elia e Mosè hanno preannunciato.

Questa è certamente un’affermazione forte, contenuta nel testo di Marco. Ma non è il messaggio principale. I messaggi importanti sono altri. E sono tre.

Primo messaggio. Quando accade l’episodio della trasfigurazione? “Sei giorni dopo”, dice Marco. E noi ci chiediamo: dopo che cosa? Dopo l’episodio descritto in Marco 8,29, in cui Gesù chiede ai suoi discepoli: “Chi dite voi che io sia?”. È una domanda centrale, la domanda più importante di tutto il Nuovo Testamento, la domanda fondamentale da cui dipende la fede cristiana. “Chi è Gesù?”.
Sei giorni dopo, ecco la risposta. E dunque il racconto della trasfigurazione è la risposta a quella domanda. Una risposta duplice: la prima, quella che abbiamo appena sottolineato, data dalla presenza di Elia e Mosè. La seconda, che viene dalla nuvola: “Questo è il Figlio mio, che io amo”. Sono parole simili a quelle pronunciate al momento del battesimo di Gesù: “Tu sei il mio diletto Figlio” (Marco 1,11). Ma al battesimo erano dirette a Gesù stesso, quasi a volerlo rassicurare circa il suo ruolo, mentre ora sono rivolte ai discepoli che ascoltano.

Secondo messaggio. Gesù decise di portare con sé, sulla montagna solo tre discepoli, e non tutti i discepoli. Li portò in cima alla montagna, in un luogo solitario, nascosto, lontano dalla folla e dagli altri discepoli. Viene da chiedersi come mai Gesù non abbia approfittato della situazione – della straordinaria rivelazione data dalla presenza di Elia e di Mosè, e della proclamazione uscita dalla nuvola – per fare un’operazione di propaganda. Perché isolarsi in cima a una montagna? Perché allontanarsi dalla folla? Vorremmo suggerirgli: Gesù, non nasconderti, chiama la folla! E invece no, tutto si svolge in un luogo appartato, alla presenza di pochi testimoni, ai quali per giunta viene raccomandato di tacere. Perché? Perché la religione, come la intende Gesù, non è spettacolo, non è teatro, non è uno show. È fede, è fiducia, è un dialogo, è un incontro che cambia la tua vita, che ti accompagna ogni giorno.

Terzo messaggio. Pietro dice: “Facciamo tre tende”. E Marco precisa che lo disse perché “non sapeva che cosa dire”. L’evangelista Luca, che riporta anche lui lo stesso episodio, ed è più severo nei confronti del discepolo, dice addirittura che Pietro “non sapeva quello che diceva” (Luca 9,33), cioè straparlava. Possiamo sorridere di Pietro e concludere che, come in altre circostanze, si dimostra impacciato, incapace di capire. Ma dietro le parole del discepolo possiamo intravvedere anche il desiderio di prolungare quel momento straordinario. La sua è una proposta comprensibile. Ma la trasfigurazione è un evento che dura un istante, un evento che potremmo definire un “flash” divino. Si tratta di un’esperienza di breve durata, che può solo essere ricordata, conservata nella memoria, e non prolungata.
In fondo, è un’esperienza che conosciamo. Quante svolte, nella nostra esistenza, sono legate a un episodio durato un attimo, un’intuizione che come un lampo ha attraversato la nostra mente, un “flash” appunto. Pensiamo anche all’episodio della conversione di Paolo sulla via di Damasco: un lampo di luce che lo butta a terra. Ma quell’esperienza brevissima basta a incidere profondamente sulla sua vita.
È quello che capita in cima a quella montagna: una luce vividissima, un istante, una voce. La risposta di Dio alla domanda posta da Gesù sei giorni prima.

Chi è Gesù? È un uomo, come noi, uguale, tranne per il peccato, un uomo che ha avuto fame, ha pianto, ha avuto sete – ha chiesto da bere sulla croce –, è stato tradito, rinnegato, abbandonato – dai suoi, e da Dio –, processato, flagellato, deriso, gli hanno sputato addosso, è stato inchiodato sulla croce. Il governatore romano Ponzio Pilato, che senza saperlo è stato una sorta di profeta, ha detto di lui “ecco l’uomo”, un uomo al cento percento.
Ma c’è anche un Gesù diverso, che appare – o forse sarebbe meglio dire, traspare – nella trasfigurazione, vestito di luce. C’è Dio, nella storia di Gesù, c’è un’identità divina, che appare come un flash, e poi scompare di nuovo.
Chi è Gesù, per noi? Abbiamo assistito anche noi alla trasfigurazione? Abbiamo colto anche noi, per un attimo – ma un attimo decisivo – questo aspetto della persona di Gesù? E allora siamo anche noi come il discepolo Tommaso, che dopo avere toccato Gesù, non può trattenersi dal dire “Signore mio e Dio mio”? O come i discepoli sulla via di Emmaus, che all’improvviso riconoscono Gesù, quel Gesù che poco prima avevano scambiato per un semplice viandante, uno che si era avvicinato a loro per strada? E poi è bastato un attimo – ma un attimo decisivo – per cogliere quel “di più” che fa la differenza e cambia la nostra vita.

Nella foto: "La trasfigurazione", Raffaello Sanzio (wikipedia)

Come si vestono i cristiani?

Voi siete il popolo di Dio. Egli vi ha scelti e vi ama. Perciò rivestitevi di misericordia, di bontà, di umiltà, di pazienza, e di dolcezza. Sopportatevi a vicenda: se avete motivo di lamentarvi degli altri, siate pronti a perdonare, come il Signore ha perdonato voi. Al di sopra di tutto ci sia sempre l'amore, perché soltanto l'amore tiene perfettamente uniti. E la pace, che è dono di Cristo, regni sempre nel vostro cuore. A questa pace Dio vi ha chiamati tutti insieme. Siate sempre riconoscenti.
Il messaggio di Cristo, con tutta la sua ricchezza, sia sempre presente in mezzo a voi. Siate saggi e aiutatevi gli uni gli altri a diventarlo.
Cantate a Dio salmi, inni e canti spirituali, volentieri e con riconoscenza.
Tutto quello che fate, parole e azioni, tutto sia fatto nel nome di Gesù, nostro Signore; e per mezzo di lui ringraziate Dio, nostro Padre. (Colossesi 3,12-17)

Per partecipare a determinate cerimonie, o per entrare in certi locali, o per aderire a certi club, occorre rispettare precisi "codici di abbigliamento". Si parla, in questi casi, di «dress code». Anche l’apostolo Paolo presenta, alle cristiane e ai cristiani della città di Colosse, nell’Asia Minore (l’odierna Turchia), un codice di abbigliamento. Aprendo il loro guardaroba, indica loro uno specifico «dress code». Quelle che l'apostolo indica sono regole che riguardano le virtù che una cristiana, o un cristiano, devono indossare.

I modelli che l’apostolo espone, come vestiti da indossare, come capi disegnati e realizzati dalla fede, sono «misericordia, bontà, umiltà, pazienza, e dolcezza». Inoltre, quale vestito più bello tra tutti, presenta «l'amore», che deve essere indossato «al di sopra di tutto».
Non sono abiti confezionati negli atelier di moda di Parigi, Berlino o Milano. Sono abiti disegnati da Gesù, e indossati da lui. Abiti, diciamolo subito, che sono apparsi come modelli provocatori e inappropriati ad alcuni dei suoi contemporanei. E tuttavia, sono capi che hanno suscitato, e continuano a suscitare, un grande fascino.

A proposito di vestiti e capi di abbigliamento: il Vangelo di Giovanni riporta che, al momento della crocifissione di Gesù, i soldati si spartirono le sue vesti senza tagliarle. E tirarono a sorte la tunica di Gesù per mantenerla intera.
Come se avessero capito che i vestiti di Gesù erano un bene esclusivo e che il capo principale, cioè la tunica, era indivisibile. Con altre parole, potremo dire: non è possibile avere solo un po' di misericordia, un po' di gentilezza, un po' di umiltà, un po' di pazienza, un po' di amore. Gli abiti della fede vogliono essere indossati interi, così come sono stati realizzati da chi li ha creati.
E indossarli significa: imparare a sopportarsi a vicenda, proprio come Cristo ha sopportato noi persone spesso insopportabili; imparare ad accettare le persone per il loro bene, proprio come Cristo ha accettato noi; imparare a perdonarsi a vicenda, proprio come Gesù Cristo ha perdonato noi.

E come ha fatto Gesù a perdonare le persone? Indossando i vestiti che l'apostolo Paolo ha tirato fuori dal guardaroba di Colosse, affinché anche noi li vedessimo.
La misericordia, che Gesù ha indossato quando ha incontrato l'adultera che doveva essere lapidata (Giovanni 8,1-11).
La bontà, indossata quando ha chiamato il corrotto esattore delle tasse Zaccheo a scendere dall'albero per celebrare una festa con lui (Luca 19,1-10).
La pazienza, indossata per raccontare la parabola dei due debitori e rispondendo alla domanda: «Quante volte devi perdonare il tuo fratello/sorella?». In quella occasione, Gesù ha posto chi lo ascoltava di fronte alla domanda: «Volete continuare a mostrare la durezza di cuore di quell'uomo che all'inizio si fece cancellare i debiti, ma poi pretese il debito che qualcun altro gli doveva? Oppure indossate l'abito della mitezza con cui si presenta il re nella parabola? (Matteo 18,21-35).
L’umiltà, che Gesù ha indossato quando ha pregato sulla croce: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Luca 23,34).

Osservando i capi di quel guardaroba, molte persone – anche cristiane e cristiani – scuotono la testa e sostengono che si tratti di abiti che non hanno la loro taglia e che non fanno al caso loro. E perciò li lasciano nel proprio armadio. Oppure li prendono e li portano dal sarto affinché li aggiusti, adattandoli al proprio gusto.
Accorciati, stretti, privati delle maniche, quegli abiti non convincono più. Solo un po' di misericordia, solo un po' di bontà, solo un po’ di dolcezza, solo un po' di umiltà, solo un po’ di perdono non bastano a farci fare bella figura, anzi, ci fanno sfigurare. E se accorciamo, stringiamo e riduciamo anche l’abito dell’amore, risultiamo vestiti anche peggio.
L'amore infatti è necessario affinché la misericordia non diventi spietatezza, la bontà non si trasformi in arroganza, l'umiltà non si tramuti in prepotenza, la mitezza si snaturi diventando indifferenza e la pazienza degeneri in apatia. Senza l'amore di Gesù, il pubblicano Zaccheo sarebbe rimasto un farabutto corrotto, l'adultera una prostituta e lo zoppo, a cui sono stati perdonati i peccati e che di conseguenza è stato guarito, un povero pazzo.

Anche noi, se teniamo chiuso il guardaroba della fede, se non indossiamo i vestiti che l’apostolo Paolo ci presenta, rimaniamo nudi, spogliati della nostra umanità. E non ci serve a nulla cercare di nasconderci dietro il cespuglio della presunta razionalità, del conformismo e delle mille giustificazioni che siamo capaci di inventare, come fece Adamo nel paradiso quando si ritrovò nudo.

Il guardaroba che l’apostolo ci presenta nella lettera ai Colossesi non è un generico e superficiale appello alla decenza e alla moralità: misericordia, bontà, umiltà, pazienza, e dolcezza vanno oltre le frasi di cortesia e le maniere amichevoli. Indossare o non indossare quegli abiti riguarda il modo in cui viviamo, il tipo di relazioni che instauriamo, le scelte sociali e politiche che operiamo, i comportamenti che teniamo: in altre parole, la nostra credibilità in quanto cristiane e cristiani.
Facciamo di quegli abiti la nostra divisa, i capi di vestiario che indossiamo ogni giorno e in ogni circostanza: a questo ci esorta la lettera inviata a Colosse, ma che possiamo intendere anche come rivolta a noi, oggi.

Quel «dress code», quelle norme di abbigliamento, non rendono la vita più facile per un cristiano, per una cristiana. Ma è solo adottandole che noi, come credenti e come chiesa, possiamo agire come sale della terra e luce del mondo.

Certo, lo sappiamo bene: nel momento in cui ricordiamo a noi stessi e agli altri le virtù apostoliche, dobbiamo difenderci dall'accusa di ingenuità, di distacco dalla realtà, e peggio ancora di incoerenza. Ma umilmente, con atteggiamento autocritico, non possiamo fare a meno di ricordare che il nostro compito è e rimane quello di continuare ad aprire il guardaroba dell'apostolo per mostrare le alternative al cappotto del soldato, alla divisa del generale, a ogni capo di vestiario che rimandi a ingiustizia, inganno, e violenza.

E quando la mattina ci troviamo davanti al nostro armadio dei vestiti, e ci chiediamo che cosa indossare per la giornata, proviamo anche a fischiettare, o a cantare, sottovoce, o a voce alta, non un motivo marziale, non un grido, ma una melodia allegra, che sia un ringraziamento a Dio per i vestiti in cui ci possiamo infilare: misericordia, bontà, umiltà, pazienza, dolcezza. Ci permetterà più facilmente di scegliere i vestiti giusti.

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Contro la preoccupazione

'Non preoccupatevi troppo del mangiare e del bere che vi servono per vivere, o dei vestiti che vi servono per coprirvi. Non è forse vero che la vita è più importante del cibo e il corpo è più importante del vestito? 'Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non raccolgono e non mettono il raccolto nei granai. Eppure, il Padre vostro che è in cielo li nutre! Ebbene, voi non valete forse più di loro?
'E chi di voi con tutte le sue preoccupazioni può vivere un giorno più di quel che è stabilito? 'Anche per i vestiti, perché vi preoccupate tanto? Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti. Eppure, vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello! Se dunque Dio rende così belli i fiori dei campi che oggi ci sono e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione procurerà un vestito a voi, gente di poca fede!
'Dunque, non state a preoccuparvi troppo, dicendo: 'Che cosa mangeremo? che cosa berremo? come ci vestiremo?'. Sono gli altri, quelli che non conoscono Dio, a cercare sempre tutte queste cose. Il Padre vostro che è in cielo sa che avete bisogno di tutte queste cose.
'Voi invece cercate prima il regno di Dio e fate la sua volontà: tutto il resto Dio ve lo darà in più. Perciò, non preoccupatevi troppo per il domani: ci pensa lui, il domani, a portare altre pene. Per ogni giorno basta la sua pena.
(Matteo 6,24-34)

La preoccupazione costituisce una delle strutture fondamentali dell’esistenza umana. Possono esserci, per un breve periodo della vita, dei bambini senza preoccupazioni, ma non certo, per lungo tempo, degli uomini o delle donne senza preoccupazioni. Speriamo sempre di raggiungere il punto che ponga fine alle preoccupazioni, in cui, attraverso l’esame e il controllo di una presunta preoccupazione ultima, ci possiamo liberare da tutte le preoccupazioni. Ma non esiste alcuna “fine delle preoccupazioni”: col preoccuparsi, nessuno mai si è liberato dalle preoccupazioni.

La preoccupazione nasce perché noi sappiamo, con apprensione, di essere una realtà transitoria, di “avere una fine”. Di fronte al costante fluire del tempo - quante volte diciamo che il tempo passa in fretta? -  noi siamo portati a cercare una situazione di “permanenza”. Cerchiamo di fermare il piede in mezzo allo scorrere del tempo, di determinare in anticipo il futuro che incombe su di noi. Per trovare sicurezza nel presente, ci proiettiamo verso il futuro e cerchiamo di garantirci nei suoi confronti.

Possediamo molti mezzi e possibilità, con cui cercare di resistere al fluire del tempo e sperare di garantirci il futuro: dal denaro depositato su un conto in banca e una propria casa, a ogni sorta di polizze assicurative, fino ai presunti “valori eterni”. In tal modo siamo al sicuro, ma non definitivamente tranquilli. E allora ci chiediamo: cosa mangeremo? cosa berremo? con che cosa ci vestiremo? dove abiteremo? A tali domande, Gesù contrappone la sua parola: “Non affannatevi per la vostra vita!”.

Il “Non affannatevi” di Gesù non è un ordine, ma un permesso, una concessione: non occorre che vi affanniate. Gesù spezza la catena delle preoccupazioni, nella quale, senza interruzione, l’una si lega all’altra, e pone un nuovo fondamento. Gesù sostituisce il dominio della preoccupazione con la fiducia nel dominio di Dio. Ecco allora la continuazione dell’imperativo “non affannatevi”: “Abbiate fiducia!”. Così facendo, indica un cammino.

Il primo gradino, quasi un livello elementare, consiste nel fatto che Gesù fa appello al buon senso e invita a riflettere. “La vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?”. In altre parole, chi si preoccupa ha un pensiero di corto respiro. Rimane per così dire nell’anticamera della vita; dato che ogni sua preoccupazione si riferisce soltanto a cose accidentali, ai “mezzi per vivere”, ma non raggiunge mai l’essenziale, il presupposto di tutto: la vita in se stessa. Mentre ci perdiamo dietro le nostre preoccupazioni, dimentichiamo l’essenziale, che è la vita.
Chiede ancora Gesù: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”. La risposta a questa domanda retorica è la stessa di prima: nessuno. Anche se oggi, con i trapianti di organi, possiamo prolungare la vita umana e allontanare un po’ il limite della morte, la vita resta sempre limitata, e quindi non è mai a nostra totale disposizione. Dunque, ancora una volta, ogni preoccupazione è una illusione.

Al secondo gradino Gesù ricorda la bontà della creazione di Dio. È vero che noi non disponiamo della nostra vita, ma non perché essa sia dominata da forze sconosciute, bensì perché essa ci è donata da Dio. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre... Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. Nella predicazione di Gesù, religione e poesia s’intrecciano: non per condurci a una forma di sentimentalismo, ma per suscitare fiducia nella bontà della creazione di Dio.
“Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno”. Non è un appello a un beato far niente, ma una esortazione a credere. Non dobbiamo comportarci come gli uccelli e i fiori e non far nulla, ma dobbiamo sentirci dire che Dio, che pensa ad essi, ha cura pure di noi.

E ancora, terzo gradino, Gesù, per liberarci definitivamente dalle nostre preoccupazioni, proclama il contenuto centrale del suo insegnamento: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Gesù afferma che il mondo, nel suo più intimo fondamento, ha smarrito il proprio ordine, cosicché anche l’essere umano non è quale dovrebbe essere. La prova di ciò è nel fatto che noi ci preoccupiamo continuamente. Ma il mondo, che ha smarrito il proprio ordine, e l’essere umano, che non è quello che dovrebbe essere – dice e ripete Gesù – sono entrambi circondati, sostenuti, mantenuti e orientati a un fine dall’amore di Dio.
“Cercate anzitutto il regno di Dio e la Sua giustizia!”. Chi cerca anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, può lasciar perdere tutto ciò a cui si era aggrappato, si affida alla vicinanza di Dio, e invece di affannarsi angosciosamente, può progettare con fiducia, provvedere al prossimo e aver cura del mondo.

Alla fine Gesù offre un altro consiglio pratico: “Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”. Non dobbiamo voler mettere sotto controllo tutto il futuro in una sola volta, ma dobbiamo distribuirlo in singole razioni quotidiane. Così se ne ripartisce il peso e possiamo andare avanti meglio e in modo più spedito. Un tale modo graduale di procedere vale anche in ambiti più vasti - nella società, in economia e in politica - solo che qui il “domani” non si riferisce alle prossime ventiquattro ore, ma abbraccia i prossimi vent’anni. Anche qui, però, i grandi scopi possono venir raggiunti solo attraverso i piccoli passi del coraggio e della fiducia: oggi anzitutto questo, domani si vedrà.

Ricordiamoci che “la preoccupazione non elimina i problemi di domani, ma elimina la pace di oggi”. Pertanto: non vi affannate, ma abbiate fiducia e progettate!

Cosa significa rinunciare?

Poi [Gesù] cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà. (Marco 8,31-35)

Molti passi dei Vangeli sono fonte di incoraggiamento, di ispirazione, di consolazione, invitano gli esseri umani a riconciliarsi tra loro e con Dio. Ma alcuni passi sono difficili, e spingono a interpretazioni infelici. Tra questi c’è un’esortazione attribuita a Gesù che sembra invitarci a sacrificare la nostra vita.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, disse Gesù, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Marco 8,34).

Rinnegare sé stessi: a prima vista si tratta di un’esortazione scioccante e incomprensibile. Dovremmo davvero rinnegare e rifiutare la vita per salvarla? Gesù non è piuttosto colui che solleva, consola, incoraggia, cura ogni persona? Davvero ci incoraggia a sacrificare la vita presente per guadagnare quella futura? Lui stesso non lo fa, ama la vita in questo mondo. Come interpretare allora queste parole?

Meister Eckhart, filosofo e mistico tedesco vissuto a cavallo tra il 13. e il 14. secolo, si chiedeva: come fare per sentirsi bene e agire bene?
La questione, rispondeva Eckhart, non è possedere o abbandonare le cose, essere qui piuttosto che altrove, né essere soli o circondati dalla gente: la questione è in noi stessi, è la nostra disposizione verso noi stessi. È lì che si trovano i nostri ostacoli.
E conclude dando questo consiglio: “Veglia su te stesso ed abbandona te stesso là dove ti trovi: ciò è più importante di tutto”.

È un consiglio saggio. Prendersi cura di sé stessi e non rinchiudersi in un'immagine: rinunciare all’immagine che ci siamo fatti di noi stessi, all’immagine che altri si sono fatta di noi, a ciò che pensiamo che avremmo dovuto essere. Abbandonare queste immagini è una grande liberazione. Dio ci ama così come siamo, e con questa fiducia in lui possiamo accettarci più facilmente. “Rinnegare sé stessi” significa allora, secondo Meister Eckhart, rifiutare false immagini di ciò che dovremmo essere.

Il filosofo danese Sören Kierkegaard è stato un grande specialista della disperazione. In un trattato dedicato interamente a questo argomento, dice che disperato è colui che vuole liberarsi di sé stesso.
Kierkegaard afferma che la disperazione è desiderare incessantemente di essere ciò che non siamo, e non accettare di essere ciò che siamo.
Detto in altre parole: se io scelgo di realizzare me stesso fino in fondo, vengo messo a confronto con la mia limitatezza e con l'impossibilità di compiere il mio volere. Se, viceversa, rifiuto me stesso, e cerco di essere altro da me, mi imbatto in un'impossibilità ancora maggiore.

Come possiamo accettare di essere ciò che siamo, anche se non siamo perfetti? La buona notizia di Gesù è questa: noi siamo già stati esaminati da Dio ed egli ci ha giudicati degni di lui. Abbiamo superato il test di idoneità e siamo stati accettati. Questo è sufficiente.
Possiamo prenderci cura di noi stessi, riconoscere il nostro valore, i nostri talenti, i nostri doni e nel medesimo tempo rimanere flessibili, aperti a ciò che la nostra coscienza, illuminata da Dio, ci chiamerà a fare, anche se non era nei nostri piani.

Un’altra possibile interpretazione dell’esortazione di Gesù a “rinnegare sé stessi” ci viene offerta da una riflessione di Martin Lutero a proposito del “peccato”.
Lutero dice che il peccato è essere concentrati sul proprio ombelico al punto da essere piegati, incurvati, ripiegati su noi stessi. L'essere umano peccatore è “incurvato in sé”. La colpa, il peccato, non sono in primo luogo una questione di azioni, ma di atteggiamento.
L'invito di Gesù a “rinnegare sé stessi” non deve perciò essere inteso come un sacrificio di sé, ma come un cambiamento di atteggiamento: quando siamo curvi in noi stessi, Gesù ci chiama a rinunciare ad avere il nostro sguardo fisso sul nostro ombelico.
In altre parole, è un invito a raddrizzarci e a guardare oltre noi stessi, a rialzarci e a scoprire che ci sono altre persone, che c'è un mondo intero intorno a noi. A dare alla nostra vita una direzione completamente diversa.

Lutero prende l'immagine dell'essere umano curvo o piegato da Agostino, il quale rimanda all’appello di Gesù ad amare Dio e il prossimo nostro come noi stessi. Prendendo coscienza del nostro valore e dell'amore di Dio - dice Agostino -, possiamo trovare il coraggio di aprirci, alzare lo sguardo intorno a noi e scoprire la nostra capacità di compassione per le persone.

L'uomo ripiegato su sé stesso non è solo l'egoista o l'orgoglioso, è anche il disperato, l'insicuro, il superficiale, il sonnolento.
Per Agostino, il nostro problema non è tanto quello di essere condizionati da un cattivo spirito che dovremmo sradicare, è piuttosto una mancanza di bene. Saremmo come un bocciolo di fiore ancora chiuso, in attesa di luce e calore per aprirsi. Allo stesso modo aspettiamo un amore, quello di Dio, che ci apra. Questa rinuncia a noi stessi non consiste nel rifiutare il nostro amore per noi stessi, ma nel farlo sbocciare.

Gesù aggiunge poi: “Se qualcuno vuole venire dietro a me... che porti la propria croce e mi segua!” (Marco 8,34)

Questo testo è stato purtroppo usato per giustificare la sofferenza, quella di Gesù e anche la nostra, come una cosa buona. Dio sarebbe una sorta di Moloch la cui giustizia ha fame di sacrifici umani. Ma questo è il contrario del messaggio di Cristo, il quale dice che Dio vuole che le lacrime siano consolate, le ingiustizie riparate, i disperati confortati e sollevati.

Questo appello di Gesù a caricarci della nostra croce e a seguirlo non è un invito a cercare il martirio. Non significa nemmeno accettare la nostra sofferenza, il nostro destino di miseria. Non significa nemmeno meditare sul povero Gesù al punto che il nostro cuore sanguini per le sue sofferenze. Infatti, non è detto che dovremmo portare la sua croce. Non è nemmeno detto che dovremmo lasciarci crocifiggere come lui.

Gli stoici proponevano di diventare indifferenti alla sofferenza. Gesù, invece, si indigna per la sofferenza e la combatte, sia che si tratti della sua sofferenza, sia che si tratti delle pene di coloro che incontra.
Cosa fare? Gesù ci propone di non rassegnarci, di riconoscere la nostra sofferenza, e di affrontarla. È ciò che lui fa nella preghiera a suo padre per la propria sofferenza, e piange perché è inevitabile. Quando può, Gesù evita la sofferenza: per esempio, scappando da una folla che lo circonda minacciandolo di morte. Altre volte riesce a curare e guarire le persone sofferenti che incontra (cosa che non sempre accade).

Il contrappeso alla disperazione non è la rinuncia, non è la rassegnazione né l'abbandono di sé, non è dimenticare la sofferenza, non è lasciarsi andare. È la fiducia in qualcosa di più grande di tutto ciò che ci fa soffrire. Trovare, o ricevere la forza di fare un passo, poi la forza del passo successivo.

“Se qualcuno vuole seguirmi... che mi segua!” (Marco 8,34)

Seguire Gesù significa ispirarsi al suo passo agile e resistente, descritto con queste curiose e difficili immagini “che rinneghi sé stesso e porti la propria croce”. I quattro evangelisti hanno espressioni diverse e complementari per parlare di questo modo di essere: è una vita salvata (dice Marco), è una vita trovata (dice Matteo), è una vita vivificante (ci dice Luca), è una vita così viva che sarà conservata in un'altra forma per l'eternità (ci dice Giovanni).

Debolezza e forza

Se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per […] gli increduli, dei quali il dio di questo mondo ha accecato le menti, affinché la luce del vangelo di Cristo, che è l'immagine di Dio, non risplenda loro. Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore e quanto a noi ci dichiariamo vostri servitori per amore di Gesù, perché il Dio che disse: “Splenda la luce fra le tenebre” è quello che risplendé nei nostri cuori, affinché noi facessimo brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che risplende nel volto di Gesù Cristo.
Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo, poiché noi che viviamo, siamo sempre esposti alla morte per amore di Gesù, affinché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale. Di modo che la morte opera in noi, ma la vita in voi. Siccome abbiamo lo stesso spirito di fede, che è in quella parola della Scrittura: “Ho creduto, perciò ho parlato”, anche noi crediamo e perciò parliamo. (2 Corinzi 4,3-13)

L’apostolo Paolo è stato uno straordinario viaggiatore. Nel corso di tre grandi viaggi missionari, tra il 46 d.C. e il 57 d.C., ha attraversato il Libano, la Siria, la Turchia, è arrivato in Europa entrando in Grecia, ha visitato l’isola di Cipro, ha coperto distanze enormi, a piedi e a bordo di navi. Ha predicato soprattutto nelle sinagoghe, per portare alle comunità ebraiche una nuova interpretazione della legge antica, rivista alla luce di Gesù. Ha ingaggiato confronti polemici con i fedeli di divinità pagane, ha dibattuto ad Atene con i filosofi greci, e ha fondato molte comunità.

Con le comunità cristiane nate in seguito alla sua predicazione, e che di tanto in tanto è tornato a visitare, ha mantenuto un contatto epistolare. Attraverso quelle lettere, ha incoraggiato i credenti, ha risposto ai loro quesiti, a volte ha espresso rimproveri. Altre volte ha dovuto difendersi dalle accuse mosse contro di lui da altri predicatori che lo hanno criticato, hanno messo in dubbio la sua autorevolezza, lo hanno definito addirittura un falso apostolo.

La comunità cristiana di Corinto era modesta dal punto di vista del numero dei suoi membri, ma per altri aspetti era molto ricca. Era la comunità che vantava il maggior numero di apostoli: era stata fondata e visitata da Paolo, e più tardi vi avevano predicato anche Pietro, Apollo e altri ancora. Oltre alla ricchezza apostolica, la comunità aveva pure una grande ricchezza teologica e culturale: “Siete stati arricchiti […] in ogni dono di parola e in ogni conoscenza”, afferma Paolo nella sua prima lettera inviata alla comunità. I cristiani di Corinto conoscevano infine una straordinaria ricchezza di libertà, tanto da scegliere, come proprio motto: “Ogni cosa è lecita”.

In quel clima effervescente, a Corinto erano nate, all’interno della comunità, diverse correnti che si richiamavano ciascuna a un diverso predicatore. Così c’era una corrente che si dichiarava “di Paolo”, un’altra che si dichiarava “di Pietro”, un’altra ancora che si dichiarava “di Apollo”, a seconda di quale fosse il predicatore preferito. Già nella sua prima lettera ai Corinti, Paolo era intervenuto per cercare di riunire le diverse fazioni, ma evidentemente la situazione non era migliorata se ora – nella seconda lettera – deve tornare a ribadire quale sia il fondamento su cui si basa la chiesa. E se deve anche difendere la credibilità del suo messaggio.

Per rimettere ordine nella comunità di Corinto, Paolo ora afferma e ribadisce: “Noi non predichiamo noi stessi”. Non mette in primo piano sé stesso, la sua personalità, i suoi successi, non si presenta come una specie di guru, di leader carismatico capace di affascinare gli individui e le folle e trascinarli dietro a sé. Al contrario, preoccupato da questa possibilità mette subito le cose in chiaro: “Noi non predichiamo noi stessi”. Il compito che egli ha ricevuto non è di fare dei “paolini”, ma di fare dei cristiani, delle persone capaci di incontrare Dio nella persona di Gesù, e diventarne poi discepoli.

Quante volte, nella storia, la tentazione dei cristiani è stata quella di “predicare sé stessi”. Il cristianesimo ha lasciato un’impronta profonda in più di una civiltà, ha costruito le cattedrali e ispirato opere d’arte come la Cappella Sistina, ha prodotto capolavori della letteratura come la Divina Commedia di Dante, il Paradiso perduto di Milton i Fratelli Karamazov di Dostoevskij; ha consolato un grande numero di uomini e di donne, ha motivato infinite persone a fare cose nuove e rischiose.
E anche oggi, in questo avvio del ventunesimo secolo, dopo che il cristianesimo era stato dato per morto, che ne era stata predetta la fine, esso è presente, soprattutto al di fuori del continente europeo, come una straordinaria forza propulsiva. Ma proprio qui sta la grande tentazione: predicare noi stessi, presentarci al mondo come l'unica forza morale capace di sostenerlo nell'azione e di consolarlo nella sofferenza.

Questo ragionamento vale anche per la nostra situazione, vale anche nei nostri paesi, nell’Europa secolarizzata che sta voltando le spalle al cristianesimo. Noi rischiamo di cadere nella tentazione di cercare di opporci alla crisi delle chiese predicando noi stessi, parlando delle nostre istituzioni, dimenticando una cosa fondamentale: le chiese non devono parlare di sé stesse, ma di Gesù.

Per dire chi è Gesù, Paolo afferma: egli è l'immagine di Dio. Riprendendo quanto prescritto nei dieci comandamenti - che, come tutti sanno, vietano il culto delle immagini -, l’apostolo ribadisce: Dio non deve essere raffigurato mediante strumenti umani, perché egli stesso provvede a presentare la sua immagine al mondo. Nella prospettiva ebraica, l’immagine di Dio è il Messia; nella prospettiva cristiana, l’immagine è Gesù di Nazareth, riconosciuto come messia.
Non dobbiamo dunque stancarci di ricordare e raccontare la vita di Gesù e di esporre il suo insegnamento: da questa vicenda - dice l'apostolo Paolo - viene una luce paragonabile solo a quella apparsa nel primo giorno della creazione, quando Dio disse “la luce sia”, e la luce fu.
Dalla vita di Gesù, dalla sua morte, dalla sua risurrezione, viene una luce che illumina il nostro cammino e ci permette di vedere il mondo in una prospettiva nuova, una luce che ci libera dalle nostre catene, ci rialza e ci rimette in cammino.
Avere fede significa avere fiducia nella forza rigeneratrice di Gesù. In questa confidiamo e questa predichiamo.

E poi c'è anche un altro motivo per non “predicare noi stessi”, ed è la nostra fragilità, la precarietà in cui viviamo. Paolo ci paragona a dei vasi di terracotta. Forse l’apostolo ricorda la favola di Esopo che parla di vasi d'argilla e vasi di ferro: nell'urto, i vasi di ferro resistono e durano, mentre gli altri si rompono. Le chiese cristiane hanno spesso avuto la tentazione di essere o di diventare vasi di ferro: organizzazioni potenti e rispettate, capaci di competere con le potenze di questo mondo. E invece no: la priorità, per i cristiani, non deve essere quella di uscire dalla precarietà. Non è quella la nostra prima preoccupazione. Perché, come dice Paolo, è proprio in questa fragilità che si rivela la nostra comunione con Gesù, con la sua Passione, con la vittoria del mattino di Pasqua.

La priorità deve consistere nel cercare di camminare con fede, e di parlare con franchezza. Perché chi ha fede in Gesù non può fare a meno di raccontarlo a tutti.

Di fronte alla tentazione

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: "Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra"». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano. (Matteo 4,1-11)

La tentazione, per noi, che cos’è? In che cosa consiste? Essere tentati, significa essere sedotti, lasciarsi spingere a fare qualcosa che ci fa deviare dal buon cammino. Bere oltre misura, cedere alla golosità, evadere il fisco… Di fronte alla tentazione, cediamo, o non cediamo. La scelta, in ogni modo, è chiara: da un lato, rimanere nel buon cammino, dall’altro, imboccare la cattiva strada. Tuttavia, le cose non sono sempre così semplici. Nemmeno nel racconto delle tentazioni di Gesù.
Che cosa propone il tentatore? Egi propone a Gesù delle cose tutto sommato accettabili: trasformare delle pietre in pane, gettarsi dalla torre del tempio di Gerusalemme fidando nell’aiuto degli angeli mandati da Dio, diventare signore del mondo. Che c’è di male in tutto ciò? Il diavolo non fa altro che esortare Gesù a mettere in pratica la sua fede, la sua speranza e il suo amore.
Prendiamo la prima proposta di Satana, non è forse un’eccellente idea? Trasformare delle pietre in pane potrebbe nutrire Gesù, affamato dopo quaranta giorni passati nel deserto. E potrebbe sfamare tante persone in tutto il mondo.
Anche la seconda proposta appare a prima vista sensata: gettarsi dalla torre del tempio per mostrare a tutti come Dio intervenga a salvare chi crede in lui, non sarebbe una testimonianza formidabile? Tutti gli abitanti di Gerusalemme riconoscerebbero che Gesù è il Messia.
E infine, la terza proposta, quella di diventare signore del mondo. Dopotutto, non è ciò che speriamo? Sarebbe la fine di ogni guerra, della fame, della malvagità.
Trasformare le pietre in pane, un atto di amore verso gli affamati. Gettarsi dalla torre, un atto di speranza nella bontà di Dio. Diventare signore del mondo, un atto di fede e di responsabilità nei confronti del mondo. Ma allora, perché Gesù oppone un netto rifiuto a queste tre oneste proposte avanzate dal diavolo?
E per rendere le cose ancora più complesse: Gesù non ha forse fatto, in seguito, esattamente ciò che Satana gli ha suggerito di fare? Non ha forse moltiplicato il pane per sfamare cinquemila persone? E non si è forse esposto al punto da mettere a repentaglio la propria vita (e dopo essere stato ucciso, l’angelo non è apparso per annunciare che lui ha vinto la morte)? E la nostra speranza – quella che esprimiamo anche nel Padre nostro, quando diciamo «venga il tuo regno» – non è forse quella che Gesù diventi il signore del mondo?
Ecco dunque il problema posto da questo racconto: in che cosa consiste la differenza? Come smascherare il diavolo? Dove sta l’inganno?

Il testo di Matteo indica tre piste, tre principi che ci permettono di mettere a nudo la differenza tra il bene e la tentazione che si presenta sotto le spoglie del bene.

La prima pista: che cosa fa Gesù? In nome di quale principio decide di fare quello che fa? Gesù si rifà a una regola, quella in base alla quale orienta la sua vita: la parola di Dio contenuta nella Bibbia. «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».Dunque, io, Gesù, sopporto il morso della fame pur di continuare a obbedire a Dio soltanto. E respingo la prima proposta.
«È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».Dunque, io, Gesù, non chiederò a Dio di dare prova della sua potenza gettandomi dalla torre del tempio. E respingo la seconda proposta.
"Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto".Dunque, io, Gesù, non mi farò degli idoli, e nemmeno il mio desiderio di instaurare il regno di Dio sulla Terra diventerà per me una sorta di idolo a cui sacrificare ogni cosa. Perciò respingo anche la terza proposta.
Credo che anche noi possiamo fare lo stesso. Quando siamo indecisi su quale direzione prendere, quale scelta operare, che cosa prendere e che cosa lasciare, quando siamo perplessi, possiamo anche noi rifarci alle regole che ci siamo dati, alle quali abbiamo deciso di attenerci. Possiamo rimanere fedeli ai nostri sogni, alle nostre convinzioni, alla nostra educazione. Il coraggio, a volte, si manifesta in questo: nel rimanere fedeli a sé stessi, magari anche senza sapere esattamente perché.

La seconda indicazione, per scegliere tra il bene e la tentazione: se siamo indecisi tra due possibilità, scegliamo quella che porta meno profitto a noi stessi. È questo il secondo motivo del «no» opposto da Gesù al diavolo. Se avesse trasformato le pietre in pani, avrebbe innanzitutto soddisfatto la propria fame. Se si fosse gettato dalla torre, avrebbe ottenuto per sé l’applauso e l’ammirazione della folla. Se avesse instaurato il regno, divenendone il signore, sarebbe stato riconosciuto come Dio stesso. Acconsentendo alle proposte del diavolo, Gesù avrebbe ricavato un beneficio personale: avrebbe accresciuto il suo prestigio e la sua gloria, avrebbe soddisfatto il proprio desiderio di essere amato. Perciò Gesù preferisce aspettare un’altra occasione.
Più tardi moltiplicherà i pani, ma lo farà unicamente per nutrire gli altri, non per placare la sua fame. Più tardi accetterà anche di essere messo a morte sulla croce, per mostrare che Dio non respinge nemmeno i condannati. Più tardi, alla fine dei tempi, diventerà il signore del mondo, ma senza che si sappia come farà. Rifiutando così le offerte del tentatore, Gesù ci insegna che l’amor proprio e la difesa del proprio interesse sono i migliori alleati del diavolo.

La terza indicazione: quando siamo incerti sulla decisione da prendere, non scegliamo quella che ci porta a forzare le cose e i tempi, bensì quella che lascia spazio all’imprevisto, alla grazia e alla libertà di Dio. Ciò che Satana propone a Gesù, è di forzare, di ordinare i miracoli. «Ordinare» è il verbo usato dal tentatore. Ordina, comanda, decidi, forza le cose e i tempi, imponi. È la tentazione del dittatore illuminato – e quante volte noi pretendiamo di esserlo, in famiglia, nell’azienda, nelle relazioni interpersonali?
Il diavolo dice: ordina che queste pietre diventino pani, ordina che gli angeli ti proteggano, ordina la venuta del regno. E oggi dice: imponi la sicurezza, comanda la felicità, ordina il ripristino dei valori morali e religiosi. Ma i miracoli sono come l’amore: non avvengono su ordine perentorio. Accadono quando la situazione lo richiede e lo permette. Accadono in modo sorprendente, in virtù della grazia, se si lascia spazio all’imprevisto, alla libertà di Dio, allo Spirito. Proprio come fa Gesù.
Più tardi, un giorno, all’improvviso, senza calcolo, senza alcun ordine da parte di Gesù, avverrà la moltiplicazione dei pani.
Più tardi ancora, un venerdì, Gesù precipiterà nella morte. E allora avverrà un miracolo, imprevisto e inatteso, non comandato: gli angeli di Dio interverranno per risollevare Gesù, il giorno di Pasqua, tra lo stupore generale.
E infine, più tardi ancora, un giorno Cristo sarà il signore di questo mondo. Ma anche stavolta «il Regno dei cieli verrà come un ladro nella notte» (1 Tessalonicesi 5,2), quando nessuno se lo aspetterà.
Quando siamo chiamati a prendere una decisione, ci sono in genere solo due scelte possibili: una che chiude le porte all’avvenire, e l’altra che le apre.

Ecco dunque le tre piste da seguire quando ci troviamo davanti alla difficile scelta tra il bene e la tentazione che si presenta con le apparenze del bene: scegliere rimanendo fedeli alle proprie convinzioni, scegliere di agire per amore e non per amor proprio, scegliere di agire lasciando spazio alla sorpresa e alla grazia di Dio.

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Dio con noi

La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo. Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. Ma, mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua moglie, perché ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”. Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele”, che, interpretato, vuol dire: “Dio con noi”. E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato; prese con sé sua moglie e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio, al quale pose nome Gesù. (Matteo 1,18-25)

Il Nuovo Testamento non parla molto della nascita di Gesù. L’apostolo Paolo non ne sa nulla, i vangeli di Marco e Giovanni la ignorano e cominciano a parlare di Gesù quando egli è già adulto. Ne riferiscono, senza dilungarsi troppo e con accenti diversi, solo gli evangelisti Matteo e Luca.

Il racconto della nascita di Gesù riportato da Matteo si distingue per lo spazio dedicato alla figura di Giuseppe – una figura che compare solo brevemente, e poi sparisce. Giusto il tempo di venire a sapere che è il marito di Maria, poi più nulla. Non si sa che fine abbia fatto. Di lui, Matteo dice che è un uomo che sogna, e che attraverso i sogni riceve indicazioni sulle decisioni da prendere. Detto in altre parole, quando si trova di fronte a scelte difficili, Giuseppe «ci dorme sopra». E dopo averci dormito sopra, si sveglia con le idee più chiare. Nel sonno, Giuseppe sogna. E sognando riaffiora in lui la parola del profeta, secondo il quale il bambino che sta per nascere sarà chiamato «Emmanuele», cioè «Dio con noi».

Quel nome, Emmanuele, contiene una promessa, e la promessa è che «Dio è con noi». Si tratta di una promessa che riassume in sé l’intero messaggio biblico e indica l’orizzonte verso cui ci muoviamo, ovvero il giorno in cui, come dice l’apostolo Paolo, Dio sarà «tutto in tutti» (1 Corinzi 15,28). Non più Dio «contro di noi», come al tempo del diluvio; non più Dio «senza di noi», come al tempo delle ripetute infedeltà del suo popolo, a cominciare dalla rivolta del Vitello d’Oro, ma appunto «Dio con noi».

Questa promessa può tuttavia essere fraintesa. Ed è stata fraintesa. Si può infatti pensare che «con noi» significhi «con qualcuno di noi» e non «con tutti noi». Quante volte Dio è stato ed è presentato come un Dio di parte? Il Dio dei bianchi e non delle persone di colore, il Dio dei padroni e non dei servi, il Dio degli uomini e non delle donne, il Dio degli eterosessuali e non delle persone omosessuali...
Si può anche abusare di quella promessa. «Dio con noi» può essere trasformato in «Dio complice delle nostre imprese». È successo in tutte le «guerre sante» proclamate nel corso della storia: dalle crociate, all’inquisizione, dal «Gott mit uns» sulle cinture dei soldati tedeschi, alle benedizioni impartite dal patriarca di Mosca alle truppe russe che invadono l’Ucraina, agli attentatori suicidi, ai fanatici di ogni credo.

A tutti quelli convinti che Dio sia con loro, occorre ricordare che Dio non è con loro, bensì con le loro vittime. Lo spirito di crociata, di qualunque genere e per qualunque obiettivo, è la negazione dello spirito della croce. Dio è il Signore, non il complice. Tutti vorrebbero avere Dio dalla loro parte, ma Dio non si lascia accaparrare da nessuno. Perché Dio è con noi alle sue condizioni, non alle nostre.

Certamente, impegnandosi a volere essere con noi, Dio ha messo in pericolo se stesso e ha lanciato una grande sfida a noi. Si è messo in pericolo perché stare con l’umanità è rischioso, anche per lui: la croce di Gesù, il rifiuto opposto al suo messaggio, la volontà di respingere la mano di Dio tesa verso di noi, ce lo ricorda in modo eloquente.
Ma anche per l’essere umano è rischioso stare con Dio: non può rimanere lo stesso, cambia, deve diventare diverso. Come dice l’apostolo Paolo, che dopo avere incontrato Gesù, confessa: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Galati 2,20).

Prima di concludere, occorre ancora aggiungere un ultimo tassello. L’essere di Dio con noi non è come il nostro essere gli uni con gli altri, così precario e mutevole. Ogni giorno sperimentiamo com’è fragile la comunione fra gli esseri umani che spesso si incrina, si rompe. Ieri eravamo insieme, ora non lo siamo più eravamo uniti, e ora siamo divisi.
Non è così l’essere di Dio con noi. «Dio con noi» non è un incontro fugace. È un patto che, parafrasando l’apostolo Paolo, né vita, né morte, né uomini, né angeli, né la storia attuale, né quella futura potranno mai infrangere. Un amore duraturo, una comunione definitiva, tra Dio e l’umanità. «Dio con noi», per sempre.

Dio contraddice il nostro sconforto

In quei giorni. Ezechiele disse: «La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?”. Io risposi: “Signore Dio, tu lo sai”.
Mi disse: “Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: ‘Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti’. Perciò profetizza e annuncia loro: ‘Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ezechiele 37,1-3.11-14)

La scena descritta dal profeta Ezechiele è potente, è un’immagine che rimane scolpita nella memoria: la visione della valle delle ossa secche.

Per comprenderne il significato, dobbiamo collocarci nello scenario in cui Ezechiele riceve la sua rivelazione. Il popolo d’Israele è in esilio a Babilonia, lontano dalla propria terra, privato del tempio, delle sue istituzioni e della sua identità. È un popolo spezzato, affranto, che si sente abbandonato da Dio e senza futuro. La valle piena di ossa secche rappresenta, allora, la condizione di disperazione collettiva, il senso di morte e di fallimento che attraversa il cuore delle persone, delle famiglie, della comunità in esilio.

Il Signore conduce Ezechiele in mezzo alla valle, lo fa camminare tra le ossa, lo pone di fronte alla realtà così com’è, senza illusioni. E gli rivolge una domanda: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?” È una domanda che mette alla prova la fede. Ezechiele risponde con umiltà: “Signore Dio, tu lo sai”. Non osa dire di sì, perché la morte appare definitiva; non dice nemmeno di no, perché sa che Dio può tutto. La risposta di Ezechiele diventa allora una preghiera di affidamento.

Ma guardiamo più da vicino questo testo. Avete sicuramente notato il grande contrasto che c’è in questi versetti tra quello che dice il popolo d’Israele esiliato a Babilonia e quello che dice Dio per mezzo del suo profeta.
Il popolo dice: “Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (v. 11), cioè, siamo morti, morti dentro anche se vivi fuori, vivi in apparenza, ma in realtà morti.
Dio invece dice: “Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (vv.12-13).

Si tratta di due discorsi diametralmente opposti. Dio dice il contrario di quello che diciamo noi, che spesso descriviamo la nostra situazione in modo simile a quanto fatto dagli esiliati in Babilonia. Ma Dio ci contraddice. E meno male che ci contraddice. Meno male che pensa e dice il contrario di quello che pensiamo e diciamo noi. Meno male che i pensieri di Dio non sono come i nostri pensieri e le sue vie non sono come le nostre vie (Isaia 55,8).
Dio contraddice il nostro sconforto, non ci permette di essere demoralizzati e di piangere su noi stessi. Che Dio ci contraddica è la nostra salvezza, è la luce nella nostra notte, la forza nella nostra debolezza. Aggrappiamoci dunque alla parola che Dio ci rivolge: “Voi rivivrete”. Questa è la parola che vale, la parola che conta.

Ma una domanda molto seria si pone: siamo veramente in grado di ascoltare questo messaggio? Abbiamo veramente il coraggio di esporci al vento di Dio che soffia sulle ossa secche, sulle speranze deluse, sul popolo sconfitto, sulla chiesa depressa? Siamo pronti a lasciarci contraddire da Dio? Siamo pronti a incontrare l’energia vitale di Dio, la sua presenza che risveglia, risana, restituisce dignità e futuro?

Il messaggio di Ezechiele non riguarda solo la rinascita storica d’Israele. Parla a ciascuno di noi, a ogni chiesa, a ogni comunità che attraversa stagioni di aridità, di crisi, di scoraggiamento. Quante situazioni nelle nostre famiglie, nel lavoro, nella società, sembrano senza speranza: relazioni spezzate, sogni infranti, giustizia che sembra lontana, guerre, solitudini. Quante volte diciamo: “Le nostre ossa sono aride, la nostra speranza è svanita, siamo perduti!”…

Non lo so, sorelle e fratelli, se siamo pronti. Eppure, sono certo che è di questo che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di sentirci dire di nuovo che non esiste deserto che Dio non possa irrigare, né morte dalla quale non possa far scaturire vita. Abbiamo bisogno di essere riportati in vita, abbiamo bisogno che Dio risusciti la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore.

Risurrezione della fede. Un solo esempio. In questi ultimi decenni si è messa in dubbio l’onnipotenza di Dio. Si è detto: Dio non è onnipotente, perché se lo fosse non avrebbe permesso e non permetterebbe il male, la distruzione, lo sterminio.
L’argomento sembra inattaccabile. Non so che cosa ne pensate. Mi limito a chiedere: chi non crede più all’onnipotenza di Dio, crede almeno ancora alla sua potenza? Crede ancora, come credeva Abramo, “che Dio è potente da far risuscitare i morti” (Ebrei 11,19)?
E quando ripetiamo il Padre Nostro, quando diciamo: “Tuo è il regno, tua la potenza, tua la gloria”, che cosa diciamo? E crediamo in quello che stiamo dicendo? Ma allora, in che Dio crediamo: in un Dio potente, o in un Dio impotente?
Non è forse il caso di chiedere a Dio di risuscitare la nostra fede, così che crediamo nella sua potenza che fa rivivere i morti? Di affidarci a Dio che sa e può far rivivere anche ciò che appare senza vita?

Risurrezione della speranza. Un solo esempio. Che cosa speriamo veramente? Cose possibili, o cose impossibili? Se speriamo solo cose possibili, non otterremo neppure quelle. Non inganniamoci: la speranza cristiana è speranza in ciò che sembra impossibile. Ecco, dunque, che dobbiamo chiedere a Dio di risuscitare la nostra speranza, affinché osiamo sperare l’impossibile.

Risurrezione dell’amore. Anche qui, un solo esempio. Nel libro dell’Apocalisse, scritto nel primo secolo della nostra era, c’è una parola che è rivolta a una piccola comunità cristiana: “Io conosco le tue opere e la tua fatica e la tua costanza […] Ma ho questo contro di te – dice Gesù – che hai abbandonato il tuo primo amore (Apocalisse 2,2.4).
Qual è questo primo amore? È l’amore per Dio, che era il primo, ma poi è diventato il secondo, poi il terzo, poi il quarto, poi, forse, l’ultimo. Un po’ come spesso facciamo, o abbiamo fatto, anche noi, oggi.
Ecco, dunque, che dobbiamo chiedere a Dio di risuscitare il nostro amore per lui, affinché esso torni ad essere il primo nella nostra vita.

Ora, lo avrete certamente intuito: ammettere che abbiamo bisogno di essere contraddetti da Dio, di esporci al suo Spirito, è un’operazione rischiosa. C’è il rischio di incontrarlo davvero quel Dio che trasforma la vita dei singoli, la nostra vita, e la vita della chiesa, che risuscita le ossa secche. C’è il rischio che il vento di Dio soffi davvero su di noi e ci ridìa davvero la vita.
Ma è proprio per questo che siamo qui: per correre questo rischio, anzi per andargli incontro e immergerci in esso. Per essere almeno sfiorati dal suo vento, dal vento dello Spirito, che suscita e risuscita la fede, suscita e risuscita la speranza, suscita e risuscita l’amore.

Che il Signore ci accompagni nelle nostre valli e ci doni il coraggio di credere nella resurrezione ogni giorno, per noi stessi, per chi ci è affidato e per il mondo intero. Amen.

Dove si trova il regno di Dio?

Gesù percorreva tutta la regione della Galilea: insegnava nelle sinagoghe, annunziava il regno di Dio e guariva tutte le malattie e le infermità della gente. Grandi folle lo seguivano: venivano dalla Galilea, dalla regione delle Dieci Città, da Gerusalemme, dalla Giudea e dai territori al di là del fiume Giordano. (Matteo 4, 23.25)

Di che cosa parlava Gesù quando si rivolgeva alla gente che incontrava e che lo seguiva? Parlava soprattutto del regno, annunciava il regno. E quali erano le caratteristiche del regno di cui Gesù parlava? Eccone alcune.

Si tratta di una realtà sociale, visibile, tangibile, qui e ora, nel tempo, materiale e concreta: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi (Matteo 25,35-36).
Non è un regno fatto di intenzioni, né di sole speranze, né di sole attese. Non è qualcosa di interiore, legato soltanto alla coscienza. Nel regno sono tutti fratelli e sorelle, e non solo per modo di dire, ma a partire da un comune impegno: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire chi non ha vestiti, alloggiare i senzatetto, e così via.

Ciò che Gesù intende trasmettere, parlando del regno, è qualcosa di molto concreto: si tratta di creare un mondo nuovo, nuovi rapporti sociali, una qualità diversa nei rapporti interpersonali.
Si tratta di dare senso alla vita, al lavoro, all'azione, alla società, alla morte. Non si tratta - come spesso è il caso nel discorso religioso - di rinviare all'intimo delle coscienze, né di rinviare a un domani in cui le cose andranno meglio, e nemmeno di tornare a un'età dell'oro del passato.
Ci è dato l'oggi per operare, e operare significa dare ai rapporti umani un senso che non sia quello - comunissimo, che conosciamo molto bene -, della sopraffazione, dell'ingiustizia, dell'egoismo.
Il regno è già qui, in Gesù che passa per le strade facendo il bene, che pranza con i pubblicani e con le prostitute, che muore - e non è un caso - abbandonato da tutti.

Ma se il regno annunciato da Gesù è concreto, visibile, sociale e terreno, come mai noi, oggi, non lo vediamo?
Come mai questi venti secoli di regno sembrano passati invano?
Come mai le ingiustizie e le oppressioni trionfano ancora?
Ogni persona che intenda mantenere come proprio riferimento il Gesù dei vangeli, non può fare a meno di porsi queste domande. Le risposte a questi interrogativi sono state molte.

La più comune - e forse la più adottata dalle chiese - rinvia il regno al futuro e all'interiorità delle coscienze: così però si contraddicono elementi evidenti dei vangeli e si ricade nell'alienazione religiosa più scontata, quella che fa della religione - e quindi anche del cristianesimo - uno strumento al servizio dello statu quo.

Alcuni hanno provato a dire che il regno c'è già, ed è la chiesa: ma chi se la sente, in tutta onestà, di dire che le chiese sono oasi felici di fraternità e di amore? Non lo si può dire delle grandi chiese - impelagate in terribili scandali -, né delle piccole comunità - che corrono il pericolo di ghettizzarsi.

C'è anche chi ha provato a dire che tutta la società, in questi venti secoli, si è fatta migliore. Dimenticando però gli stermini nei campi di concentramento, le bombe atomiche, e le tragedie che si consumano ancora e che sono sotto i nostri occhi nelle cronache quotidiane.

Forse ci si può accontentare di rilevare la presenza del regno nei piccoli segni che ci è dato di percepire: momenti felici di fraternità e di amore in un mondo cinico e violento. Ma questi sono segni piccoli e rari, che inoltre rinviano al domani: Gesù non ha inaugurato un mondo di piccoli segni, bensì di fatti reali e concreti, nel presente.

Spesso si sente una risposta interessante, secondo la quale il regno sarebbe qui - ma non tutto qui -, e ora - ma non ancora. Evidentemente è una risposta che cerca di salvare il salvabile, e così facendo finisce però per dover rinviare un po' troppo al "non ancora".

Le domande dunque rimangono, e interrogano tutti i cristiani e le cristiane che vogliono rimanere fedeli al cammino indicato da Gesù, in mezzo alle vicende della storia.

A chi gli poneva domande su questioni teoricamente insolubili, Gesù rispondeva spostando la questione dal piano teorico a quello pratico. Non sceglieva una delle alternative possibili, e non cercava a tutti i costi una mediazione che tenesse conto del meglio delle varie risposte possibili, come siamo invece soliti fare noi. Gesù rispondeva spingendo all'azione: "Vai e fai".
Come dire: "Non perdere tempo con domande oziose e questioni inutili".

Se ci riferiamo alla tradizione giudaico-cristiana, tra le cose da "andare e fare" c'è sempre anche la lotta agli idoli. Nei vangeli, se non è chiaro il discorso su Dio, è chiarissimo quello contro gli idoli - che emerge fin dalle prime pagine della Bibbia. Se è inutile disquisire su Dio, non è inutile combattere i baal - gli dèi, gli idoli - di tutti i tempi e di tutte le latitudini: individuarli, prima di tutto, e poi combatterli. Individuarli significa smascherarli, negare la loro intoccabilità, la sacralità di cui tutti i poteri si sono sempre rivestiti e si rivestono, fino a oggi.

A noi non spetta delineare il profilo del vero Dio, il suo identikit: non siamo in grado di farlo. Dio ci sfugge, come ci sfugge anche la comprensione ultima del regno.
A noi spetta invece di individuare i poteri, gli idoli, i baal che si presentano di volta in volta come Dio, che vogliono essere adorati e che finiscono per imprigionarci e opprimerci. Il discorso biblico su Dio è fondamentalmente un discorso, molto attuale, contro gli idoli.

Ecco l'uomo

Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s'accostavano a lui e dicevano: «Salve, re dei Giudei!» E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!» Come, dunque, i capi dei sacerdoti e le guardie lo ebbero visto, gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» (Giovanni 19, 1-6)

“Ecco l’uomo!”, dice il prefetto romano Pilato presentando Gesù ai capi sacerdoti e alle guardie. Pilato ha visto bene: quel prigioniero frustato a sangue, sulla cui testa è stata posta una corona di rami spinosi e sulle cui spalle è stato gettato un mantello dell’esercito romano, era un uomo.
E cos’è mai un uomo, un semplice essere umano?

Un uomo vale poco, o forse anche nulla, agli occhi di chi segue la logica secondo cui una persona indesiderata, pericolosa o scomoda può essere eliminata in nome di interessi “superiori”. Male che vada ci si può sempre giustificare dicendo di avere “eseguito gli ordini impartiti da altri”.
Pilato, prefetto romano con possibilità di brillante carriera, non ha nessuna voglia di intervenire in favore di un provinciale proveniente dalla lontana Galilea, strano e discutibile, contestato dalle supreme autorità religiose.
Un certo timore nasce in Pilato solo quando gli viene riferito che quell’uomo avrebbe detto di essere “Figlio di Dio”. Per Giove! Se fosse veramente figlio di Dio sarebbe un brutto affare: con gli dèi conviene sempre cercare di mantenere dei buoni rapporti. Come si dice: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi!”
Uomo, dunque, chi sei? Parla! Ma il timore di Cesare, il timore di dispiacere all’imperatore, conta più del timore di abbandonare al patibolo un “ipotetico” figlio di Dio. Da qui la conclusione: “Ecco l’uomo”, ve lo consegno, fatene quello che volete.

È una storia antica, questa, ma allo stesso tempo anche tragicamente attuale. Storia che era iniziata con l’omicidio compiuto da Caino, il quale si era difeso davanti a Dio sostenendo di non essere il “guardiano” di suo fratello; storia di Auschwitz e di un popolo, quello ebraico, abbandonato alla distruzione; storia di innumerevoli stragi dimenticate, o di fronte alle quali tanti hanno girato la testa dall’altra parte, per non vedere, non sapere, non sentire.
Johann Wolfgang von Goethe constatava, con amara ironia: “L’umanità progredisce incessantemente, ma l’uomo rimane sempre lo stesso”.

Dunque, Gesù è un uomo. Ma di che uomo si tratta? Anche Pilato è un uomo, anche le guardie sono uomini, anche i capi sacerdoti sono uomini. Anche quelli che, inferociti, gridano: “A morte, toglilo di mezzo, crocifiggilo”, sono uomini. Ma che uomini erano? Erano disumani, prigionieri di sé stessi, servi del potere politico o un’ideologia religiosa, menti o cuori rinsecchiti da dogmatismi, uomini che feriscono, che trafiggono, che vogliono togliere di mezzo chi annuncia una fede diversa, chi prospetta nuovi orizzonti.

Nello squallore di questa scena disumana c’è solo, forse, un timido palpito di umanità: il fremito di una donna, la moglie di Pilato, che aveva mandato a dire al marito: “Non avere nulla a che fare con quel giusto” (Matteo 27, 19). Ma, forse, anche questo non era un sussulto di umanità, quanto piuttosto il brivido di una paura nata da un sogno.

“Ecco l’uomo!” Con questa indicazione Pilato aveva inconsapevolmente affermato una grande verità: “Ecco l’uomo” che io non sono, ecco l’uomo che voi non siete. La stessa affermazione potremmo farla noi come individui e come chiese, se ci confrontassimo con l’uomo Gesù, con la pienezza della sua umanità. Sì, perché Gesù è l’uomo nuovo in cui risplende una ricchezza di umanità a noi sconosciuta.
È nell’umanità di Gesù che un mondo nuovo si è avvicinato a noi, per aprirci a nuovi orizzonti e per fare di noi degli esseri adatti al futuro.
È nell’umanità di Gesù che un seme ricco di promesse è stato deposto fra le nostre zolle (Marco 4, 1-9), che un tesoro è stato nascosto nella nostra terra (Matteo 13, 44).
È nell’umanità di colui che è andato attorno insegnando, predicando, guarendo (Matteo 9, 35), che dobbiamo affondare le nostre radici per diventare degli alberi che danno frutti nuovi (Luca 6, 44).

Ma come incontrare Gesù, l’uomo nuovo con la sua potenza liberatrice? È necessario rileggere i testi che ci parlano di lui. Non si tratta di pagine infallibili, bensì di testimonianze, riflessioni, rielaborazioni di credenti antichi. Da quei testi emergono indicazioni, sollecitazioni, novità di vita, se lo Spirito le muove per noi.

Pensiamo agli incontri conviviali di Gesù: in casa di Levi il pubblicano (Matteo 9, 9-13), dove, a tavola con pubblicani e peccatori, annuncia l’amore di Dio; in casa di Simone il lebbroso, a tavola con lui (Marco 14, 3); nella casa di Marta e Maria (Luca 10, 38-41); sulle pendici di un monte assieme a zoppi, ciechi, muti, storpi e altri malati (Matteo 15, 29-39).
Pensiamo agli incontri di Gesù con persone emarginate per vari motivi: un malato giudicato intoccabile (Luca 5, 12-13); un malato psichico di Gerasa (Marco 5, 19); un’adultera che stava per essere lapidata (Giovanni 8, 3-11); una prostituta che gli dona lacrime (Luca 7, 36-50).
Pensiamo al suo atteggiamento verso gli stranieri: la dolcezza e la delicatezza mostrate nell’incontro con la donna di Samaria (Giovanni 4, 14); alle parole rivolte al centurione romano del quale dice: “In nessuno in Israele ho trovato tanta fede” (Matteo 8, 10); alle parole dette a una donna sirofenicia: “Donna, grande è la tua fede” (Matteo 15, 28).
Non dimentichiamo la posizione della donna al seguito di Gesù (notevolmente ridimensionata, sembra, dagli stessi redattori finali dei Vangeli). Basti accennare alla donna di Betania che per il suo gesto sarà ricordata ovunque l’evangelo sarà annunciato (Matteo 26, 13) e alle due donne che saranno le prime testimoni della risurrezione (Matteo 28, 1-10).
E da ultimo pensiamo al fatto che dove Gesù avanza nasce la condivisione (Giovanni 6, 9). E, fatto incredibile, dove Gesù avanza il nemico cessa di essere considerato nemico.

“Ecco l’uomo”, dice Pilato. È l’uomo Gesù, del quale l’apostolo Paolo ha detto, nella lettera ai Filippesi: “Abbassò sé stesso, fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce” (Filippesi 2, 8). Questo uomo ci dona gli strumenti necessari per diventare “adulti nella fede”, persone che cercano di raggiungere la statura di piena e perfetta umanità di Gesù, persone in grado di mettersi al servizio dell’evangelo e gli uni degli altri, componenti di una famiglia di fratelli e sorelle con un solo padre.
Camminando sulle tracce di quell’uomo, come dice il profeta Isaia: “Delle acque sgorgheranno nel deserto, dei torrenti nella solitudine, il miraggio diventerà un lago”.

Esperienza di Dio

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian; e guidando il gregge dietro al deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. E l'angelo dell'Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Allora Mosè disse: “Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!”. E l'Eterno vide che egli si era scostato per andare a vedere. Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: “Mosè! Mosè!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. E Dio disse: “Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai, è suolo sacro”. Poi aggiunse: “Io sono l'Iddio di tuo padre, l'Iddio di Abraamo, l'Iddio di Isacco e l'Iddio di Giacobbe”. Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani, e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese dove scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me, e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora, dunque, vieni e io ti manderò dal Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figli d'Israele, dall'Egitto”. E Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal Faraone e per trarre i figli d'Israele dall'Egitto?”. E Dio disse: “Va', perché io sarò con te; e questo sarà per te il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai tratto il popolo dall'Egitto, voi servirete Iddio su questo monte”. E Mosè disse a Dio: “Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: 'L'Iddio dei vostri padri mi ha mandato da voi', se essi mi dicono: 'Qual è il suo nome?', che cosa risponderò loro?”. Iddio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. Poi disse: “Dirai così ai figli d'Israele: 'L'Io sono mi ha mandato da voi'”. (Esodo 3,1-14)

Se oggi qualcuno ci raccontasse un'esperienza di Dio, come quella vissuta da Mosè sul Monte Oreb, difficilmente gli crederemmo. Anzi, probabilmente lo giudicheremmo un matto. O quantomeno solleveremmo l’obiezione che nessuno, da allora, è stato più in grado di sperimentare Dio come lo ha sperimentato Mosè.

Noi viviamo, oggi, nella convinzione che in Dio si possa credere, ma che non sia possibile “sperimentare” Dio. In altre parole, che un’esperienza come quella capitata a Mosè non possa accadere, oggi.

Ora, la Bibbia ci pone di fronte a un problema. Secondo la sua testimonianza, infatti, a fondare la fede c’erano sempre delle esperienze della presenza di Dio. In altre parole, prima viene un incontro con Dio, e solo dopo c’è la fede.

Se le cose stanno così, nasce spontanea una domanda: una fede che resta senza esperienze della presenza di Dio, che non ha in quella il suo fondamento, non corre il pericolo di esaurirsi, prima o poi?
Applicando a noi tale domanda, non potremmo giungere alla conclusione che la crisi attuale della chiesa è originata dalla mancanza di esperienze rinnovate di Dio?
Ciò che molti contemporanei sperimentano oggi, e forse anche noi con loro, non è piuttosto la presenza dell'assenza di Dio?

Di fronte alla crisi della chiesa, rispondiamo impegnandoci in nuove attività (quando non ci abbandoniamo alla rassegnata gestione del quotidiano), cerchiamo di apportare cambiamenti strutturali di vario genere, per stare al passo con i cambiamenti in atto nella società. Tutto ciò è senza dubbio positivo. Ma è sufficiente?

“Il nostro tempo è caratterizzato in particolare dall'urgenza di controllare il mondo esteriore, trascurando quasi totalmente il mondo interiore”, ha affermato, già alcuni decenni fa, uno psichiatra inglese.
Il mondo interiore di cui parla comprende “l'immaginazione, i sogni, le realtà contemplative e i momenti meditativi, realtà delle quali l'essere umano oggi non ha generalmente la più pallida idea”.
Nella sua analisi, lo psichiatra sostiene che addirittura il nostro intero sistema educativo sarebbe concepito in modo tale da fornirci solo gli strumenti che ci rendono più scaltri e competitivi, a scuola e in seguito sul lavoro. Le esperienze socialmente non desiderabili, non conformi alla morale del rendimento, verrebbero rimosse: “Ci viene insegnato perfino quello che dobbiamo o non dobbiamo sperimentare”.

Se ciò fosse vero, se corrispondesse davvero all’orientamento della nostra società, nasce il sospetto che tra le esperienze da evitare, perché apparentemente inutili, potrebbero essere annoverate anche quelle che provengono da Dio.

Detto in estrema sintesi: nel nostro mondo moderno, razionale e controllato, Dio può essere creduto, ma non può arrecare disturbo. È socialmente inappropriato sperimentare un Dio che si presenta con i caratteri dell’imprevedibilità e dell’alterità.

Come detto, la Bibbia ci confronta con un quadro diverso: dopo avere avuto un'esperienza di Dio, i personaggi biblici vengono dirottati rispetto al loro precedente cammino. Ma ecco che noi abbiamo pronta l’obiezione: dove andremmo a finire, oggi, nel nostro tempo, se qualcosa del genere accadesse a molta gente? Tutto il processo di produzione ne sarebbe sconvolto. Per impedirlo ci viene dunque insegnato “quello che dobbiamo o non dobbiamo sperimentare”. Veniamo messi in guardia nei confronti di esperienze individuali che potrebbero portare il singolo a uscire dai ranghi dell'esperienza massificata, perseguita da tutti.

Mosè sperimenta Dio presso un cespuglio in fiamme: “Mosè osservò e si accorse che il cespuglio bruciava, ma non si consumava”.
Un uomo, un singolo individuo, sperimenta la presenza di Dio. È un singolo individuo che non si nasconde dietro agli altri, come noi facciamo, a volte, per comodità. Un singolo aperto a fare nuove esperienze, diverse dalle esperienze altrui. Incuriosito, indifeso, pieno di speranza, Mosè va a vedere, e sente una voce. Che cosa sente?

“Io sono il Dio di tuo padre, lo stesso Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, dice la voce dal cespuglio in fiamme. In altre parole, sono un Dio che vuole fare storia, che ha già iniziato a fare storia con chi ti ha preceduto, e oggi ti dice che non sei soltanto una formica nel paese delle formiche, ma un singolo individuo attraverso il quale il sentiero di Dio conduce verso il mondo, e verso un nuovo futuro.

Essere gelosi di Dio?

Acab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso con la spada tutti i profeti. Allora Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest'ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli».
Elia, vedendo questo, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Sceba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo; ma egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia anima, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!» Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra.
Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzati e mangia». Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d'acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo.
L'angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te». Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.
Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del Signore, in questi termini: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d'Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».
Dio gli disse: «Va' fuori e fermati sul monte, davanti al Signore». E il Signore passò.
Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. 
E, dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un mormorio di vento leggero. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all'ingresso della spelonca; e una voce giunse fino a lui, e disse: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d'Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita». (1 Re 19, 1-14)

“Che fai qui, Elia?” (v. 9). “Che ci stai a fare, qui, Elia?” (v.13). Quella domanda, ripetuta due volte, la possiamo rivolgere anche a noi stessi.
“Che ci fai, qui, cristiano, che ci fai qui, cristiana del 21. secolo? Che cosa ci fai in questo mondo in cui da tempo, e sempre di più, si vive come se Dio non ci fosse? Che ci fai qui, con le tue belle leggende, con il tuo ingenuo discorso, con il tuo linguaggio superato che nessuno più capisce?”
Pochi giorni fa l’ex pastore del Grossmünster di Zurigo, Christoph Sigrist, mi diceva che sta facendo sempre più fatica a predicare: “Ho sempre più spesso l’impressione che la gente a cui mi rivolgo non capisca ciò che dico. In una società sempre più secolarizzata, in cui ogni riferimento al Dio biblico sta scomparendo, mi sembra che venga a mancare un linguaggio comune che ci permetta di capirci”.

Potrei fermarmi qui, concludere la mia meditazione e invitarvi ad andare a riflettere sulla domanda rivolta a Elia e su ciò che essa può suscitare in noi oggi. Ma non lo farò, perché non dobbiamo riflettere solo sulla domanda posta al profeta, bensì anche sulla risposta che egli dà.

“Sono stato mosso da una gran gelosia per il Signore”, risponde Elia.
La Bibbia conosce due tipi di gelosia: il primo, è quello di Dio per Israele. Dio ha continuato ad essere abbandonato da Israele, ma ha continuato a non poter abbandonare Israele: “Come posso abbandonarti? - dice Dio al suo popolo - Come posso darti ad altri?” (Osea 11,8).
Ma la gelosia di Dio non si è limitata a Israele. No, è diventata più grande, e si è trasformata in gelosia per l’intera umanità. In Gesù è gelosia per ogni singolo essere umano, anzi, per ogni essere umano perduto.
La Bibbia ci parla di un intensificarsi della gelosia di Dio per l’essere umano. Quel sentimento raggiunge il suo culmine in Gesù, il quale ci fa capire che Dio è geloso di noi, di ciascuno di noi.

La Bibbia conosce tuttavia anche un’altra gelosia: quella di un essere umano per Dio. Elia dice appunto: “Sono stato mosso da gelosia per Dio”.
Ma che cos’è questa gelosia per Dio? Non è che forse sarebbe meglio non nutrire un simile sentimento? La gelosia per Dio non potrebbe diventare pericolosa? Infatti, quanto fanatismo, bigottismo, violenza, oppressione sono stati generati dalla gelosia per Dio. Verrebbe voglia di dire: “Gelosia per Dio, no grazie”.

Viviamo in un tempo nel quale le grandi passioni sono smorzate, un’epoca delle “passioni tristi” - come la definiva il filosofo Spinoza -, caratterizzata da un senso di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, a pensare, agire, credere con moderazione, con prudenza, con cautela. E allora non vogliamo essere gelosi. Vogliamo vivere una religiosità razionale, misurata. La gelosia è un sentimento superato, che fa parte del tempo del fanatismo. Finita la passione, è finita anche la gelosia.

Ecco però venire a noi Elia, a dirci: “Sono stato mosso dalla gelosia per Dio”. Che cosa potrebbe voler dire, oggi, “gelosia per Dio”?

In primo luogo, anche se viviamo in una cultura secolarizzata, che ha perso i suoi riferimenti cristiani - o forse proprio per questo - è rinato un ampio mercato del divino. È un divino spesso indefinito, dai contorni vaghi, un divino fai-da-te, offerto come merce a buon mercato.
Se le cose stanno così, essere mossi da gelosia per Dio vuol dire sapere che non tutto ciò che viene presentato come divino, lo è. Soltanto Dio è Dio. Non è lecito confonderlo con una divinità qualsiasi. Il Dio della Bibbia è un Dio che ama la giustizia, un Dio partigiano che sta dalla parte degli oppressi, che si schiera con i nonviolenti. Non è un Dio a buon mercato: è libero, è esigente, ci chiede di essere critici e attenti, amanti della verità.

In secondo luogo, gelosia per Dio significa: gelosia per il Dio divenuto uomo, e dunque anche gelosia per l’essere umano. Su questo punto, a volte anche le chiese hanno fallito: hanno avuto zelo geloso per Dio, dimenticando l’essere umano. Questo fallimento, quando si è prodotto, e quando si produce, ha conseguenze gravi, e ci proietta in un mondo disumano. Il racconto di Elia ci permette di scoprire che Dio è più umano di noi esseri umani, e che dobbiamo reimparare da Dio la nostra umanità, troppo spesso perduta e dimenticata.

Zelo geloso per Dio, zelo geloso per il Dio divenuto uomo: recuperare questa duplice gelosia è il compito che ci sta davanti.

Essere lettere di Cristo

È noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.
Una simile fiducia noi l'abbiamo per mezzo di Cristo presso Dio. Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio.
Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera ma di Spirito; perché la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica (2 Corinti 3,3-6)

L’immagine usata dall’apostolo Paolo per raffigurare i cristiani e le cristiane è insolita e suggestiva: sono lettere di Cristo, afferma. Detto in altre parole: nella loro vita, nei loro atteggiamenti, nei loro modi di essere, nei loro discorsi, è possibile riconoscere, e più ancora leggere, il messaggio di Cristo, l’evangelo.

Questo testo, e l’immagine che esso veicola, può essere letto in diversi modi. Mi limito a indicarne due: il primo, come una critica rivolta al nostro modo di intendere e vivere la fede, oggi; il secondo, come un invito a scoprire il messaggio che Dio ha scritto in ciascuno e ciascuna di noi.

Cominciamo dal primo, e cioè da una lettura che considera l’interrogativo, contenuto in questo testo di Paolo, rivolto al modo in cui viviamo la nostra fede.
Chiediamoci: nel corso della storia, questa lettera ha avuto caratteri chiari e comprensibili, che potevano essere letti da chi incontrava dei cristiani e delle cristiane?
Sì, certo, possiamo rispondere affermativamente. Ecco, infatti, che cosa scrive ad esempio l’anonimo autore della Lettera a Diogneto, a proposito dei cristiani: “I cristiani non appaiono distinti dagli altri uomini per il territorio che abitano, per la lingua che parlano, per le consuetudini che seguono. […] Essi abitano tuttavia nelle loro rispettive patrie, ma come passeggeri. Partecipano a tutte le cose come cittadini, ma tutte le cose subiscono come stranieri. Qualsiasi terra straniera è patria per loro, e ogni patria è terra straniera. Procedono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Si indugiano sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Si uniformano alle leggi costituite, ma con la loro foggia di vita oltrepassano le leggi. Portano amore a tutti, pur essendo da tutti perseguitati. Sono poveri, e arricchiscono molti. Di tutto hanno penuria, e di tutto sovrabbondano”.

Un altro esempio di lettera di Cristo, leggibile dai contemporanei, lo troviamo nel rapporto di un autore che invia delle notizie all’Inquisitore. Parla del comportamento degli eretici valdesi, che la chiesa medievale perseguita senza pietà: “Si può riconoscerli dai loro costumi e dai loro discorsi. Regolati, modesti, evitano lo sfarzo nei vestimenti. Non trafficano, per non esporsi a mentire e a giurare e ad ingannare. Vivono del lavoro delle loro mani. Si contentano del necessario. Sono casti, sobri, non frequentano le bettole né i balli. Assidui al lavoro, pure trovano modo di studiare e di insegnare. Si riconoscono anche dai loro discorsi, precisi e modesti. Rifuggono da ogni maldicenza e da ogni parlare buffonesco e ozioso, come dal mentire”.

I cristiani e le cristiane del primo secolo della nostra era, e i valdesi del medioevo: entrambi hanno esercitato una forte attrazione sui loro contemporanei e hanno contribuito all’ampia diffusione del cristianesimo, nell’area del bacino del Mediterraneo, i primi, in gran parte dell’Europa centrale e meridionale, i secondi.
Entrambi hanno anche suscitato forte opposizione e sono stati duramente repressi e perseguitati a causa delle domande precise, imbarazzanti, che suscitavano inquietudine, da essi sollevate.
Accolti con favore ed entusiasmo, o perseguitati con durezza e brutalità, entrambi hanno dunque saputo essere lettere leggibili che recavano un messaggio chiaro e riconoscibile.

E poi, che cosa è successo? Cristiani e cristiane sono stati capaci di presentarsi come “lettere di Cristo” leggibili dai loro contemporanei? O si sono uniformati all’ambiente circostante? Temo che la risposta sia che, fatte salve alcune eccezioni, il cristianesimo, nel suo insieme, abbia progressivamente scelto di intingere la propria penna più nell’inchiostro simpatico, che nella china nera.
Certo, ci sono state e ci sono delle eccezioni: l'Esercito della Salvezza di William Booth e di sua moglie Catherine Mumford, i socialisti religiosi intorno a Clara e Leonhard Ragaz, la chiesa evangelica confessante di Dietrich Bonhoeffer e Karl Barth, il movimento per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento antiapartheid dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu…
Ma nell’insieme, i caratteri si sono fatti sbiaditi, ci siamo adeguati all’egoismo individualista della società borghese, quando non ne siamo diventati addirittura i solerti difensori.

La nostra lettera, porta ancora la firma di Cristo? O porta la firma di qualche altro maestro, portatore di altre ideologie, dogmi, sistemi di pensiero, stili di vita? Siamo in grado di suscitare entusiasmo od opposizione, o siamo ormai divenuti indifferenti, e perciò irrilevanti, e forse anche un po’ inutili? E siamo accoglienti? Chi ci incontra e ci conosce, ha voglia di unirsi a noi?

Sì, il testo della seconda lettera dell’apostolo Paolo alla comunità cristiana di Corinto, che parla dei cristiani e delle cristiane come “lettere di Cristo”, può essere inteso innanzitutto come una profonda e salutare critica al modo in cui noi, oggi, interpretiamo e viviamo la fede.

Ma questo testo dell’apostolo Paolo si presta anche ad altre considerazioni, e in particolare, a riflettere nuovamente sul messaggio che Dio ha scritto in ciascuno e ciascuna di noi.
È vero, forse noi non siamo in grado di scrivere sempre, nella nostra vita, con lettere chiare e comprensibili. Ma, chiediamoci di nuovo, che cosa ha scritto Dio in noi? Quale messaggio ci è stato affidato, da far emergere e da mostrare? Ci sono stati affidati talenti? E quanti? E quali? Siamo forse come quel tale che ha sì ricevuto un talento, ma per paura, o per incapacità, o indifferenza, l’ha sepolto invece di farlo fruttare?

Se la nostra vita rappresenta una lettera di Cristo chiara, aperta, energica, essa risponderà alla vocazione che le è stata rivolta. Costituirà una domanda che attende risposta, un messaggio che fa riflettere, un invito al quale rispondere. Anche là e quando tutto sembra perduto, o morto, lo Spirito può fare tutte le cose nuove. Dove e quando a lui piace, in qualsiasi contesto storico, lo Spirito di Dio può scrivere delle lettere di Cristo, usando un materiale umano prima non utilizzato, o riscrivendo su materiale vecchio per incidervi altri e nuovi caratteri.

Che cosa si potrà leggere nella lettera che noi siamo? Non dimentichiamo che nessuno è troppo piccolo da non poter far emergere, nella propria vita, lettere chiare che riflettono la firma di Cristo.