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Bibbia

Ansia e fiducia

Perciò vi dico: non siate ansiosi per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può, con la sua preoccupazione, aggiungere una sola ora alla sua vita? E, riguardo al vestire, perché siete ansiosi? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano, eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora, se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà egli molto più voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: 'Che mangeremo? Che berremo?' o 'Di che ci vestiremo?'. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose e il vostro Padre celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in più. (Matteo 6, 24-33)

Espongo spesso, nelle bacheche delle nostre chiese, a Poschiavo e a Brusio, dei manifesti, dallo sfondo blu e le scritte in giallo, che riportano brevi citazioni bibliche. Si tratta di manifesti prodotti dall’agenzia di comunicazione “C”, dove “C” sta per “cristiana”. Quei manifesti li potete vedere in tutta la Svizzera, appesi ovunque, in italiano, tedesco e francese.
Uno di quei manifesti, che ho ripetutamente esposto, recita: “Il mio tempo è nelle tue mani”.

La frase è molto bella ed esprime una profonda fiducia. Mi ricorda un’altra espressione simile, che ho sentito pronunciare la prima volta da Margot Kässmann, già presidente della Chiesa evangelica in Germania: “Non si può cadere più in basso delle mani di Dio”. Detto in altre parole, anche se cadiamo, anche se inciampiamo, anche se ci troviamo in una situazione estremamente grave, difficile, o addirittura apparentemente disperata, Dio saprà e potrà comunque sostenerci.

Anni fa, un pensiero simile era stato espresso anche da un’amica, alla vigilia di un’operazione per l’asportazione di un tumore: “Sono nelle mani di Dio”. E aggiungeva: “Certo, anche nelle mani dei medici, ma anche i medici sono nelle mani di Dio”.
Potremmo concludere che si tratta di un tipo di fede un po’ ingenuo, certo, ma è indubbiamente una fede invidiabile per la calma che essa esprime, e per l’assenza di ansia.

E proprio di ansia, e dell’assenza di ansia, parla il testo dell’evangelista Matteo. Nel quale Gesù ci comanda, in modo assai perentorio, di non lasciarci affliggere dalle ansie per le necessità quotidiane.

Quello di Gesù, lo ripeto, risuona come un ordine. Ma come reagisce a un simile ordine una personalità fortemente ansiosa – e ce ne sono in giro molte –, che tende a preoccuparsi oggi anche per eventualità negative future che non è affatto detto che si verifichino: che cosa dovrebbe fare? Gesù in fondo ha ragione, lo dice anche la saggezza umana: se angustiarsi non serve a nulla, perché farlo? Ma basta dirselo e ripeterselo perché diventi una certezza dentro di noi?

L’ansia, infatti, non si annida tanto nella testa, quanto nella pancia e l’ansioso non ne viene a capo, anche se sa benissimo che non serve. Anzi, l’ordine di Gesù diviene un ulteriore fattore di angoscia: non essere ansioso! Suona un po’ come dire, a uno che è stato mollato dalla persona amata: devi essere sereno, o addirittura felice!

Secondo Gesù, però, molto prima di costituire un comando, le sue parole sono un annuncio di libertà. Egli parla come alla bambina che, in montagna, si trova di fronte a un passaggio che non riesce a superare: non avere paura, il papà ti prende in braccio. Senza l’assicurazione, il comando sarebbe inutile e anche crudele.
Nessun comando può cacciare l’ansia: questo può farlo solo la fiducia. La parola di Gesù non vuole porci di fronte a un ostacolo insormontabile, bensì intende donare fiducia.

Con questo però, il problema della persona ansiosa non è ancora superato. Nemmeno la fiducia, infatti, si può comandare. Soprattutto, la fiducia può essere mal riposta. Vale la pena fidarsi? Di Dio poi: e chi l’ha mai visto?

Secondo un’interpretazione classica, il successo dell’antico serpente – quello che compare nelle prime pagine della Bibbia, nel racconto del Giardino di Eden – consiste nel riuscire a incrinare la fiducia di Eva nei confronti di Dio. Sei proprio sicura? Non sarà per caso che questo Dio ti vuole tenere a distanza, vuole evitare che diventi come lui? E una volta che il seme del dubbio è piantato, cresce.
Supponiamo che ci sia davvero, questo Dio (cosa che, nella società nella quale viviamo, è tutto tranne che ovvia): tutti dicono che i suoi piani sono misteriosi. Di nuovo: c’è da fidarsi?

Chiediamoci, da che cosa nasce la fiducia in Dio? Una risposta semplice è questa: nasce dalla consuetudine con lui, in particolare nel culto, nella lettura biblica, nella preghiera. Questa visione delle cose può certo essere bollata come un discorso religioso che lascia il tempo che trova. Prova ne è il fatto che anche chi nutre una simile fiducia non è al riparo da delusioni, incidenti, malattie e morte.

Ma lasciatemi ricordarvi che può anche accadere che, nella relazione con Gesù, che appunto nasce dalla consuetudine quotidiana con la sua parola, le parole sulla possibilità di superare ogni ansia e angoscia diventino vere.
Può accadere che la voce che le pronuncia non sia solo quella della religione, che non sia solo quella della teologia, che non sia solo quella della chiesa, e che quella voce diventi certezza profonda, esistenziale, radicata dentro di noi.
Può accadere, per grazia soltanto, che sia la voce del Dio di Gesù Cristo a pronunciare il comando che in realtà è una promessa: Non siate in ansia per la vostra vita, non abbiate paura.

Cercare, trovare e festeggiare

Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.
«Oppure, qual è la donna che, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? Quando l'ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". Così, vi dico, v'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede» (Luca 15, 1-10)

Non vi capita mai di perdere le chiavi di casa? O di perdere le chiavi dell’auto? O di non ricordare più dove avete lasciato gli occhiali? E se vi capita, non siete presi da una grande agitazione, e non vi mettete a cercare ovunque per ritrovarli?

Proprio di una simile situazione parla anche questa parabola di Gesù: una donna ha perso una moneta e mette a soqquadro la casa per trovarla.
Capiamo la sua reazione: anche noi ci agitiamo quando perdiamo le chiavi di casa, o gli occhiali, o il portafoglio.
Quella donna che cerca in ogni angolo l’oggetto perduto è un’immagine della sollecitudine di Dio. E siamo noi la moneta che è andata perduta. Ritrovata la moneta, la donna è piena di gioia: chiama amiche e vicine di casa e fa festa. La parabola dice che la festa contagia anche il cielo.

Intorno alla moneta smarrita non c’è indifferenza o rassegnazione. Al contrario, la parabola dice che c’è speranza e c’è vita, dice che c’è una gran voglia di stringere di nuovo tra le mani la moneta perduta. La donna coinvolge nella sua ricerca tutto il vicinato: è una pagina evangelica piena di movimento!

Gesù, con la sua vita, ha annunciato che Dio non si rassegna alle monete perdute e, come la donna della parabola, si mette a cercarle. La vita di Gesù rimanda a Dio, al suo amore per l’umanità, e per l’umanità perduta in particolare. Sulle strade della Galilea fino a Gerusalemme, di chi Gesù si è preso cura se non delle pecore perdute, senza pastore?

Attenzione però a non deviare il senso della parabola, pensando subito alle monete perdute da cercare (o alle pecore smarrite da ricondurre sul buon sentiero). Questo è un punto delicato nella lettura della parabola: la moneta perduta non sono gli altri, che io dovrei andare a cercare, ma sono io, sei tu, cara ascoltatrice e caro ascoltatore. Se non la leggo in questo modo la parabola non ha nulla da dirmi e mi resterà tutto sommato estranea (o servirà ad alimentare il mio moralismo). Chi è la moneta smarrita? Sono io la moneta smarrita!

Non si tratta di recitare la parte della persona umiliata e disperata: è sufficiente che siamo fedeli al nostro essere per riconoscerci e identificarci con la moneta perduta.
Questa non è certo l’unica faccia della nostra vita, ma è e resta un tratto spesso presente nella nostra esistenza: anche noi, come tante altre persone, abbiamo i giorni del nostro smarrimento.

Un commentatore ha scritto: “Nella parabola il ‘regno di Dio’ si avvicina talmente all’uomo che questi prende coscienza della sua condizione di perduto e allo stesso tempo viene liberato dal peso di dover superare con le proprie forze il suo smarrimento. Egli deve piuttosto lasciarsi cercare e immedesimarsi con la gioia di Dio nel ritrovarlo”.

In molti giorni della nostra vita forse non possiamo e non sappiamo fare di più che lasciarci cercare e trovare. È già molto se, perduti o smarriti, non chiudiamo la porta a chi ci viene incontro e non evitiamo la mano di Dio che viene a sollevare da terra la moneta che era caduta.
La Bibbia non ci lancia mai un messaggio di passività, di delega assoluta a Dio per dispensarci dalle nostre responsabilità. Ma ci sono dei giorni e delle situazioni in cui siamo come quella moneta: non sappiamo cercare la mano che ci ritrovi, non siamo in grado di sollevarci dall’angolo buio in cui siamo finiti.

La buona notizia è che anche in questi casi la moneta non è perduta per sempre. Gesù ha insegnato, con la sua vita e con le sue parole, che non esiste condizione perduta da cui Dio non possa, non sappia o non voglia sollevarci e ritrovarci.

Dio contraddice il nostro sconforto

In quei giorni. Ezechiele disse: «La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?”. Io risposi: “Signore Dio, tu lo sai”.
Mi disse: “Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: ‘Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti’. Perciò profetizza e annuncia loro: ‘Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ezechiele 37,1-3.11-14)

La scena descritta dal profeta Ezechiele è potente, è un’immagine che rimane scolpita nella memoria: la visione della valle delle ossa secche.

Per comprenderne il significato, dobbiamo collocarci nello scenario in cui Ezechiele riceve la sua rivelazione. Il popolo d’Israele è in esilio a Babilonia, lontano dalla propria terra, privato del tempio, delle sue istituzioni e della sua identità. È un popolo spezzato, affranto, che si sente abbandonato da Dio e senza futuro. La valle piena di ossa secche rappresenta, allora, la condizione di disperazione collettiva, il senso di morte e di fallimento che attraversa il cuore delle persone, delle famiglie, della comunità in esilio.

Il Signore conduce Ezechiele in mezzo alla valle, lo fa camminare tra le ossa, lo pone di fronte alla realtà così com’è, senza illusioni. E gli rivolge una domanda: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?” È una domanda che mette alla prova la fede. Ezechiele risponde con umiltà: “Signore Dio, tu lo sai”. Non osa dire di sì, perché la morte appare definitiva; non dice nemmeno di no, perché sa che Dio può tutto. La risposta di Ezechiele diventa allora una preghiera di affidamento.

Ma guardiamo più da vicino questo testo. Avete sicuramente notato il grande contrasto che c’è in questi versetti tra quello che dice il popolo d’Israele esiliato a Babilonia e quello che dice Dio per mezzo del suo profeta.
Il popolo dice: “Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (v. 11), cioè, siamo morti, morti dentro anche se vivi fuori, vivi in apparenza, ma in realtà morti.
Dio invece dice: “Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (vv.12-13).

Si tratta di due discorsi diametralmente opposti. Dio dice il contrario di quello che diciamo noi, che spesso descriviamo la nostra situazione in modo simile a quanto fatto dagli esiliati in Babilonia. Ma Dio ci contraddice. E meno male che ci contraddice. Meno male che pensa e dice il contrario di quello che pensiamo e diciamo noi. Meno male che i pensieri di Dio non sono come i nostri pensieri e le sue vie non sono come le nostre vie (Isaia 55,8).
Dio contraddice il nostro sconforto, non ci permette di essere demoralizzati e di piangere su noi stessi. Che Dio ci contraddica è la nostra salvezza, è la luce nella nostra notte, la forza nella nostra debolezza. Aggrappiamoci dunque alla parola che Dio ci rivolge: “Voi rivivrete”. Questa è la parola che vale, la parola che conta.

Ma una domanda molto seria si pone: siamo veramente in grado di ascoltare questo messaggio? Abbiamo veramente il coraggio di esporci al vento di Dio che soffia sulle ossa secche, sulle speranze deluse, sul popolo sconfitto, sulla chiesa depressa? Siamo pronti a lasciarci contraddire da Dio? Siamo pronti a incontrare l’energia vitale di Dio, la sua presenza che risveglia, risana, restituisce dignità e futuro?

Il messaggio di Ezechiele non riguarda solo la rinascita storica d’Israele. Parla a ciascuno di noi, a ogni chiesa, a ogni comunità che attraversa stagioni di aridità, di crisi, di scoraggiamento. Quante situazioni nelle nostre famiglie, nel lavoro, nella società, sembrano senza speranza: relazioni spezzate, sogni infranti, giustizia che sembra lontana, guerre, solitudini. Quante volte diciamo: “Le nostre ossa sono aride, la nostra speranza è svanita, siamo perduti!”…

Non lo so, sorelle e fratelli, se siamo pronti. Eppure, sono certo che è di questo che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di sentirci dire di nuovo che non esiste deserto che Dio non possa irrigare, né morte dalla quale non possa far scaturire vita. Abbiamo bisogno di essere riportati in vita, abbiamo bisogno che Dio risusciti la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore.

Risurrezione della fede. Un solo esempio. In questi ultimi decenni si è messa in dubbio l’onnipotenza di Dio. Si è detto: Dio non è onnipotente, perché se lo fosse non avrebbe permesso e non permetterebbe il male, la distruzione, lo sterminio.
L’argomento sembra inattaccabile. Non so che cosa ne pensate. Mi limito a chiedere: chi non crede più all’onnipotenza di Dio, crede almeno ancora alla sua potenza? Crede ancora, come credeva Abramo, “che Dio è potente da far risuscitare i morti” (Ebrei 11,19)?
E quando ripetiamo il Padre Nostro, quando diciamo: “Tuo è il regno, tua la potenza, tua la gloria”, che cosa diciamo? E crediamo in quello che stiamo dicendo? Ma allora, in che Dio crediamo: in un Dio potente, o in un Dio impotente?
Non è forse il caso di chiedere a Dio di risuscitare la nostra fede, così che crediamo nella sua potenza che fa rivivere i morti? Di affidarci a Dio che sa e può far rivivere anche ciò che appare senza vita?

Risurrezione della speranza. Un solo esempio. Che cosa speriamo veramente? Cose possibili, o cose impossibili? Se speriamo solo cose possibili, non otterremo neppure quelle. Non inganniamoci: la speranza cristiana è speranza in ciò che sembra impossibile. Ecco, dunque, che dobbiamo chiedere a Dio di risuscitare la nostra speranza, affinché osiamo sperare l’impossibile.

Risurrezione dell’amore. Anche qui, un solo esempio. Nel libro dell’Apocalisse, scritto nel primo secolo della nostra era, c’è una parola che è rivolta a una piccola comunità cristiana: “Io conosco le tue opere e la tua fatica e la tua costanza […] Ma ho questo contro di te – dice Gesù – che hai abbandonato il tuo primo amore (Apocalisse 2,2.4).
Qual è questo primo amore? È l’amore per Dio, che era il primo, ma poi è diventato il secondo, poi il terzo, poi il quarto, poi, forse, l’ultimo. Un po’ come spesso facciamo, o abbiamo fatto, anche noi, oggi.
Ecco, dunque, che dobbiamo chiedere a Dio di risuscitare il nostro amore per lui, affinché esso torni ad essere il primo nella nostra vita.

Ora, lo avrete certamente intuito: ammettere che abbiamo bisogno di essere contraddetti da Dio, di esporci al suo Spirito, è un’operazione rischiosa. C’è il rischio di incontrarlo davvero quel Dio che trasforma la vita dei singoli, la nostra vita, e la vita della chiesa, che risuscita le ossa secche. C’è il rischio che il vento di Dio soffi davvero su di noi e ci ridìa davvero la vita.
Ma è proprio per questo che siamo qui: per correre questo rischio, anzi per andargli incontro e immergerci in esso. Per essere almeno sfiorati dal suo vento, dal vento dello Spirito, che suscita e risuscita la fede, suscita e risuscita la speranza, suscita e risuscita l’amore.

Che il Signore ci accompagni nelle nostre valli e ci doni il coraggio di credere nella resurrezione ogni giorno, per noi stessi, per chi ci è affidato e per il mondo intero. Amen.

Il cielo, il creato, la fede

O Signore, Signore nostro,
quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra! […]
Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai disposte,
che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi?
Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?
Eppure, tu l'hai fatto solo di poco inferiore a Dio,
e l'hai coronato di gloria e d'onore.
Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,
hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:
pecore e buoi […] e anche le bestie selvatiche della campagna;
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
tutto quel che percorre i sentieri dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra! 
(Salmo 8)

Alcuni giorni fa è morto, all’età di 97 anni, l'astronauta James Lovell, che nel 1970 fu il comandante dell'Apollo 13. L'equipaggio di quella missione avrebbe dovuto essere il terzo a mettere piede sulla luna, ma l'esplosione di un serbatoio di ossigeno fece fallire l'obiettivo, e rischiò di compromettere il rientro sulla terra dell'astronave. Lovell passò alla storia per il drammatico SOS lanciato dallo spazio: “Houston, abbiamo un problema”.
La disavventura fu raccontata da Lovell in un libro da cui fu tratto il film “Apollo 13”, con Tom Hanks nei panni del comandante della missione.

La notizia della morte di Lovell ci riporta al clima di euforia e di forte emozione che si respirava sessanta e più anni fa, in tutto il mondo, all’inizio della corsa per la conquista dello spazio. Prima era stato messo in orbita un satellite russo, lo Sputnik. Poi in orbita erano andate una cagnetta, di nome Laika, e una scimmia. Infine, anche un uomo, Jurij Gagarin, compì un viaggio intorno alla Terra.
Intanto sul nostro pianeta si continuava a morire di fame, di ingiustizie e di guerre, ma queste cose sembravano passare in secondo piano di fronte all’avanzare del progresso: si cominciava addirittura a parlare di un viaggio sulla luna.

In quel frangente, un giornalista italiano, Carlo Falconi, dichiarò, in un articolo: “Il primo uomo a mettere piede sulla luna sarà probabilmente un ateo”. Falconi era convinto, come molti altri allora – e forse anche oggi – , che la scienza avrebbe reso gli uomini potenti, ma increduli.
Le cose andarono poi diversamente: il primo uomo che sbarcò sulla luna era un protestante, e si chiamava Neil Armstrong. Appena messo piede sulla luna, e dopo avere pronunciato la frase che tutti ricordano: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità”, depositò sulla superficie del nostro satellite naturale una placca d’oro su cui era inciso il testo del Salmo 8: “O Signore […] quando considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte […]”

La fede di Armstrong si basava, oltre che sul Salmo 8, anche sul poema della creazione del mondo contenuto all’inizio del libro biblico della Genesi. Per capirne l’importanza, dobbiamo ricordare che quel racconto – che narra la creazione del mondo, da parte di Dio, in sei giorni – è stato scritto in un momento difficile per il popolo di Israele, sconfitto e costretto all’esilio dalla grande potenza Babilonia.
I babilonesi, forti militarmente, economicamente e anche culturalmente, avevano elaborato alcuni miti, un po’ cupi, ma impressionanti, relativi alla nascita del mondo. Secondo quei miti, prima erano nati gli dèi, poi da una lotta tra gli dèi era nato questo mondo, nel quale le divinità continuavano a interferire a causa delle loro passioni.

Gli esiliati israeliti in Babilonia rifiutarono quei miti, e contrapposero a quelli il primo capitolo della Genesi: “Nel principio, Dio creò il celo e la terra”. Il mondo esiste – afferma il poema della Genesi – non perché gli dèi si sono messi a litigare o addirittura a uccidersi tra di loro, ma perché prima e sopra di esso c'è un'intelligenza che opera con una straordinaria e metodica regolarità.
La parola di fede che si esprime in Genesi 1 è la base di una visione razionale del mondo. Ed è proprio sulla base del primo capitolo della Genesi – e del Salmo 8 – che si è sviluppata la scienza moderna.

Ma lo sviluppo della scienza non ha impedito la nascita di nuovi miti, diversi da quelli babilonesi, ma non meno fuorvianti.
Il primo mito è che l'universo sia bello, buono e grande. Le galassie, gli anni luce, le meraviglie dell'infinitamente piccolo, gli atomi, gli elettroni, i quark, tutto ciò che di sovrumano si può osservare nell’universo è fonte di ammirazione, se non addirittura di adorazione. E non sono pochi quelli che ritengono di poter inviare delle preghiere nell’universo, nella speranza che in qualche modo dagli spazi siderali arrivi una risposta.
Ma da questa religione dell'universo non viene nessuna indicazione per la nostra vita: al massimo un amore un po’ spericolato per i risultati della scienza e della tecnica.

L'altro mito è esattamente l'opposto: l'universo è insensato, dominato com'è dal caso e dalla necessità. L'unica ancora di salvezza a cui l’umanità può aggrapparsi è la propria intelligenza, capace forse di ergersi come argine di fronte all’imprevedibilità.
Si tratta tuttavia di un mito che manca di speranza: del resto, ci penserà l'entropia a distruggere, alla fine, questo mondo al di fuori del quale, secondo alcuni, non esiste nulla.

La fede biblica respinge entrambi questi miti. Non si deve adorare il mondo perché esso è solo una creatura, al di là e al di sopra della quale c'è una intelligenza ordinatrice.
Ma non si può nemmeno accettare l'idea che l'universo sia nato per caso e vada avanti alla cieca. Dietro la complessa realtà dell'universo c'è un piano d’amore e di perdono, ma soprattutto di speranza: la speranza piantata in questo mondo da Cristo, vissuto, morto e risorto. In questo mondo noi viviamo in attesa della nostra resurrezione: l’avvento del giorno nel quale Dio regnerà nella pace e nella vita.

In questa attesa, e magari guardando il cielo, in queste notti d'agosto attraversate dalle scie delle Perseidi, possiamo ripetere la parola del salmista: “O Signore, Signore nostro, quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra!”

L'amore è una lotta

Ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza. Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho amore, divento un rame risonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho amore, non sono nulla. Anche se distribuissi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri e dessi il mio corpo a essere arso, se non ho amore, non mi gioverebbe a niente.
L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non sospetta il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
L'amore non verrà mai meno. Quanto alle profezie, esse saranno abolite; quanto alle lingue, esse cesseranno; quanto alla conoscenza, essa sarà abolita, poiché noi conosciamo in parte e in parte profetizziamo, ma, quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte sarà abolito. Quand'ero fanciullo, parlavo da fanciullo, pensavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo, ma, quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da fanciullo. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò appieno, come anche sono stato appieno conosciuto.
Ora, dunque, queste tre cose durano: fede, speranza e amore, ma la più grande di esse è l'amore. (1 Corinzi 12,31-13,13)

“Ora vi insegno qual è la via migliore”, dice l’apostolo. E l’indicazione che egli ci dà è semplice: la via migliore è quella dell’amore.
Una vita ha senso e valore solo finché in essa c’è amore; viceversa, una vita non è niente, e non ha alcun senso e valore, se in essa non c’è amore.
Una vita ha tanto valore, quanto amore. Tutto il resto è secondario.

A confronto con l’amore, felicità e infelicità, povertà e ricchezza, orgoglio e vergogna, patria e terra straniera sono poca cosa. E che cos’è una vita piena di disciplina, di onore, di rispettabilità, a confronto di una vita nell’amore? E che cos’è una vita piena di religiosità, di morale, di sacrificio e di rinuncia, se non è una vita nell’amore?
Lo afferma con forza anche l’autore del Cantico dei Cantici (8,6): “Forte come la morte è l’amore”.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’apostolo dice cose che già sapevamo! È vero, dire queste cose non è una novità. L’unica novità è farle.
Ebbene, non è un caso che l’apostolo parli dell’amore come di una via, cioè di un cammino da percorrere, non di un insegnamento da dare: in tutta la Bibbia non c’è mai l’invito a predicare l’amore, ma sempre e solo a camminare nell’amore. La novità non è l’amore predicato, ma l’amore praticato.

Ma c’è anche un altro aspetto sorprendente in questi primi versetti del capitolo 13, qualcosa di ancora più radicale. Paolo dice: “Se parlassi tutte le lingue... se conoscessi tutti i misteri... se avessi tutta la fede... se distribuissi tutti i miei averi... se non ho amore, non sono nulla”. Non dice: non ho nulla, ma: non sono nulla!
Questo ci dice l’apostolo: puoi avere tutto, ed essere nulla. È la più grande contraddizione che si possa immaginare: avere tutto ed essere nulla, perché questo tutto, che hai, poggia su questo nulla, che sei!

Ma andiamo avanti, e chiediamoci: che cosa significa amare? L’apostolo dà delle linee di risposta, che cerchiamo di mettere in luce.

Innanzitutto colpisce la lunga serie di negazioni. L’amore “non invidia, non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non sospetta il male, non gode dell’ingiustizia”.
Leggiamo e comprendiamo il testo con attenzione: Paolo non dice quello che l’amore non è, bensì quello che non fa. Amare significa infatti non fare tante cose. Subito pensiamo: Ma è troppo poco, amare significa anzitutto fare! No, amare significa anzitutto non fare certe cose.
L’amore non è solo slancio verso l’altro, è anche e prima di tutto controllo di sé; è una specie di opposizione a noi stessi, di lotta contro noi stessi. Per amare l’altro, devo anzitutto disciplinare me stesso. E a che cosa tende questa disciplina su sé stessi per poter amare l’altro? Tende in fondo a una cosa sola: a non strumentalizzare l’altro. Questa è la prima indicazione: amare significa non fare tutto ciò che strumentalizza l’altro. In termini positivi diremo: l’amore è l’accettazione radicale dell’altro, e il contrario dell’amore è la negazione dell’altro.

La seconda indicazione viene dalle affermazioni in positivo: l’amore “gioisce con la verità, soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa”. Qui ciò che colpisce è la varietà delle manifestazioni dell’amore. L’amore gioisce, l’amore soffre. L’amore crede, l’amore spera. L’amore è paziente, l’amore è impaziente. L’amore è benigno, l’amore è esigente. Sembrano termini perfino in opposizione tra loro.
Ciò che Paolo vuole sottolineare è una seconda indicazione relativa all’amore: l’amore ha mille nomi, il suo nome è sempre un altro. L’amore cambia nome, questa è la sua caratteristica fondamentale.
La debolezza del nostro amore è che non cambia mai nome. Si chiama forse pazienza, ma mai impazienza. Si chiama forse sofferenza, ma mai gioia. Si esprime come benevolenza, ma mai come intransigenza. I nostri amori sono deboli perché sono monotoni, ripetitivi, sempre uguali. Imparare ad amare significa imparare i molti nomi dell’amore.
L’amore non è né cieco né neutrale: sa distinguere la verità dalla menzogna, l’iniquità dal diritto, la libertà dall’oppressione, la giustizia dall’ingiustizia.
L’amore sopporta ogni cosa, ma non approva ogni cosa; è paziente e benigno, ma non è qualunquista. Secondo la situazione, l’amore sceglie il suo nome, ed è un nome di battaglia, perché su questa terra amare significa lottare.
Noi conosciamo l’amore come dono, come accoglienza e comprensione, ma conosciamo e pratichiamo pochissimo l’amore come lotta. È nel contesto della lotta che l’amore prende i suoi vari nomi di battaglia.
Dove c’è oppressione, l’amore si chiamerà resistenza. Dove c’è menzogna, si chiamerà verità. Dove c’è fame, il nome dell’amore sarà pane. Dove c’è esclusione, il nome dell’amore sarà comunione. Dove c’è solitudine, l’amore si chiamerà compagnia. Dove ci sono blocchi militari, l’amore si chiamerà disarmo.
Occorre lottare affinché l’amore non si appiattisca, non diventi monotono.

La terza indicazione scaturisce da una constatazione: i nostri amori vengono meno. La nostra vita è piena di amori finiti, dimenticati, abbandonati. Quanto è facile che i nostri amori vengano meno. Se l’apostolo pensasse a noi e ai nostri amori, non direbbe: “L’amore non verrà mai meno”.
L’apostolo dice questo perché pensa a Dio. L’amore non verrà mai meno perché Dio non verrà mai meno.
E qui diventa del tutto chiaro perché l’amore è più grande: perché Dio è più grande, e Dio non è fede, Dio non è neppure speranza, Dio è amore.
Ecco perché la via indicata da Paolo è la via per eccellenza, la via migliore: perché è la via di Dio.

Proprio in questo contesto l’apostolo introduce il discorso del bambino che diventa uomo. “Quando ero bambino, pensavo da bambino... Da quando sono un uomo ho smesso di agire così”. Il che vuol dire: è l’amore che ti fa crescere e ti fa diventare uomo.
È bello e significativo che Paolo dica “quando sono diventato uomo”, e non “quando sono diventato cristiano”. È un messaggio cristiano nella sostanza, ma laico nel linguaggio.
Dunque: finché non ami, non sei ancora divenuto un uomo. Solo l’amore ci rende umani. L’amore è la più grande forza nel combattimento per la nostra umanizzazione.

La calma, la forza, la fiducia

Così aveva detto il Signore, il Santo d'Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!
Avete detto: «No, noi galopperemo sui nostri cavalli!» E per questo galopperete! E: «Cavalcheremo su veloci destrieri!» E per questo quelli che v'inseguiranno saranno veloci! […]
Guai a quelli che scendono in Egitto in cerca di soccorso, hanno fiducia nei cavalli, confidano nei carri, perché sono numerosi, e nei cavalieri, perché sono molto potenti, ma non guardano al Santo d'Israele e non cercano il Signore! (Isaia 30,15-16. 31,1)

Il profeta Isaia scrive queste parole mentre il popolo d’Israele attraversa un momento di grave crisi. Un esercito sta avanzando, da oriente, e l’unica soluzione che il suo re, i suoi ufficiali, i suoi ministri sono in grado di indicare consiste in un’alleanza militare con un vicino potente: andiamo a chiedere aiuto all’Egitto – soldi e soldati, carri e cavalli.

Isaia critica quella politica di alleanze, perché ritiene che essa sia il frutto della mancanza di fede in Dio. Il profeta ribadisce che solo Dio, il quale conduce – a volte, è vero, misteriosamente – la storia e guida il suo popolo, è fonte affidabile di forza, mentre da tutti gli altri possibili alleati non c’è da aspettarsi altro che delusioni.

Pur se scritte molti secoli fa e certamente non riferite a noi, le parole di Isaia meritano di essere meditate anche oggi. Anche noi e le nostre chiese siamo confrontati con problemi gravi, per certi versi simili a quelli affrontati dal popolo d’Israele ai tempi del profeta.
Pensiamo alla responsabilità morale che pesa sulle chiese di fronte al conflitto in Ucraina. Pensiamo alle responsabilità che pesano sulle chiese di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania. Pensiamo alla responsabilità di annunciare l’evangelo a milioni di persone che non lo ascoltano, o lo fraintendono, o semplicemente lo rifiutano.

Dove prendere la forza per affrontare queste difficoltà? Come non sprofondare in un senso di rassegnata impotenza? Dove prendere l’autorità, o l’autorevolezza, di parlare al mondo e alla società di oggi?

La parola di Isaia vieta di cercare l’autorità mediante una politica di alleanze. Non dobbiamo appoggiarci su questa o quella potenza del mondo, su questa o quella ideologia, su questo o quel sistema economico, o tecnologico, o politico per dare peso a ciò che facciamo e diciamo.
Perché? Perché se lo facessimo saremmo costretti a seguire la sorte di quelle stesse potenze: molte menzogne, poca verità, e alla fine il tramonto e una sconfitta anche morale.

Se la forza non può venire da un’alleanza con una potenza esterna, dobbiamo cercarla forse dentro di noi? Alcuni sono fermamente convinti che la chiesa debba avere un’autorità umanamente riconoscibile e riconosciuta: denaro e prestigio, gerarchia e ubbidienza devono renderla “competitiva”. O, come si è ripetuto durante la pandemia, in particolare in ambito di lingua tedesca, la chiesa deve tornare a essere “systemrelevant”, vale a dire essere riconosciuta come un attore significativo, addirittura essenziale, per il funzionamento della società.
Secondo questo modo di vedere, la gloria di Dio deve in qualche modo rispecchiarsi nella sua forza: una chiesa che si organizza in modo tale da essere autorevole verso l’esterno, e autoritaria al suo interno.

Altri invece pensano che il segreto della forza della chiesa non vada cercato né nelle sue capacità organizzative, né nelle sue capacità intellettuali: la chiesa deve imporsi con la serietà del suo pensiero, con la sua capacità di ascolto e di dialogo, con il suo spirito di ricerca.
In realtà, ogni volta che la chiesa si guarda onestamente allo specchio, non scopre in sé né forza né sapienza, ma piuttosto contraddizioni e peccati. Se guarda sé stessa alla luce della parola di Dio, è costretta a ravvedersi, come dice il profeta, riferendo una parola di Dio: “Nel tornare a me starà la vostra salvezza”.

Una chiesa e un credente che si ravvedono, possono abbandonarsi con fiducia alla grazia e alla guida di Dio: questa è la vera fonte di forza. L’autorità, o l’autorevolezza, non dipende dalle alleanze strette dalla chiesa, né dalla sua organizzazione, né dalla sua sapienza: essa dipende dalla sua capacità di ravvedimento.
Chi è capace di ravvedimento trova il perdono, e insieme al perdono anche lo Spirito di Dio, che dona nuova forza.

Bisogna avere il coraggio di scendere nel profondo, per trovare questa forza; o, per usare le parole di Isaia: “Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”. È così che riceveremo anche autorevolezza, perché dal silenzio della chiesa penitente nasce la parola profetica: allora non esporremo più al mondo le nostre convinzioni, le nostre decisioni, ma una parola che viene da lontano, e opera nel profondo.

“Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”: più saremo semplici e più saremo forti, come quei “puri di cuore” di cui parlava Gesù. L’umanità ha bisogno, oggi più che mai, di uomini e donne dal cuore puro e dalla mente chiara. Questi hanno autorità e autorevolezza: gli altri hanno soltanto potere, come gli egiziani del tempo di Isaia.

Certo, molte volte la parola dei “puri di cuore” non è ascoltata, o viene riconosciuta solo con molto ritardo. Ma che importa? “Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”. Nessuna autentica testimonianza va mai perduta. Nessuna. Mai.

La fede che cerchiamo

Gesù raccontò una parabola per insegnare ai discepoli che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai. Disse: “C'era in città un giudice che non rispettava nessuno: né Dio né gli uomini. Nella stessa città viveva anche una vedova. Essa andava sempre da quel giudice e gli chiedeva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
'Per un po' di tempo il giudice non volle intervenire, ma alla fine pensò: 'Di Dio non mi importa niente e degli uomini non mi curo: tuttavia farò giustizia a questa vedova perché mi dà ai nervi. Così non verrà più a stancarmi con le sue richieste''.
Poi il Signore continuò: 'Fate bene attenzione a ciò che ha detto quel giudice ingiusto. Se fa così lui, volete che Dio non faccia giustizia ai suoi figli che lo invocano giorno e notte? Tarderà ad aiutarli? Vi assicuro che Dio farà loro giustizia, e molto presto! Ma quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”
(Luca 18,1-8)

La parabola termina con una domanda. Si tratta di un fatto piuttosto insolito: in genere le parabole non terminano con una domanda. E qui si tratta addirittura di una domanda posta da Dio.
Noi non siamo abituati al fatto che Dio ci ponga delle domande. Di solito siamo noi che poniamo delle domande a Dio. Nella Bibbia, tuttavia, Dio a volte pone delle domande all'essere umano.

Lo fa ad esempio in uno dei primi racconti del libro della Genesi, dopo che Caino ha ucciso suo fratello Abele. All’indomani di quel primo omicidio, Dio chiede a Caino: “Dove sei?”. In altre parole, Dio chiede all'essere umano dove si sia nascosto, dove stia fuggendo. Caino non vuole fare i conti con Dio, e non vuole fare i conti nemmeno con sé stesso, non vuole guardare in faccia la realtà.
Anche noi, a volte, come Caino, non vogliamo fare i conti con Dio, ma nemmeno con noi stessi.
La domanda che Dio pone a Caino è ripetuta, attraverso i secoli e i millenni, a tutta l'umanità. È una domanda che vuole porre fine alla nostra fuga, è una domanda che rimanda alla nostra responsabilità.

Un'altra domanda posta da Dio la troviamo nel libro di Giobbe, un uomo innocente sul quale la sorte si accanisce. Giobbe vorrebbe sapere il perché della sua sofferenza e perciò pone delle domande a Dio. Dio lo ascolta pazientemente, finché a un certo punto gli chiede: “Ma tu, dov'eri tu quando io fondavo la terra”?
È come se Dio volesse ricordare a Giobbe la differenza che c'è tra l'essere umano e Dio, tra il creatore e la creatura.
È una domanda che interpella anche noi, che abbiamo perso il senso della misura e il senso di ogni limite.
Noi, come singoli individui e come società, corriamo il pericolo di confondere l'essere umano con Dio, di non riconoscere più la differenza tra il bene e il male, di non sapere più distinguere la verità dalla menzogna, di non più vedere il confine che c'è tra la vita e la morte.

E poi c'è la domanda che viene posta, nel nostro testo, al termine della parabola di Gesù riportata da Luca: “Quando il figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra”?
Gesù non chiede se troverà religione o religioni, non chiede neppure se troverà la chiesa o le chiese, non chiede nemmeno se troverà amore (che forse sarebbe ciò che noi chiederemmo come prima cosa), non chiede se troverà la vita che Dio ha creato e che noi così spesso disprezziamo.
Non religione, dunque, non chiesa, non amore, non vita, e nemmeno – potremmo aggiungere – giustizia, pace, fraternità, solidarietà e così via. Gesù chiede se troverà fede.

Per Gesù la fede è centrale, addirittura più importante di tutte quelle altre cose. In questa parabola sembra riprendere quanto detto già dal profeta Isaia, e cioè che “senza fede non si può sussistere”.

Ora, Gesù è già venuto una volta sulla Terra, ha già cercato la fede. E che cosa ha trovato? Ha trovato, possiamo dire, la fede che non cercava. E non ha trovato invece la fede che cercava. Ha trovato tanta fede, fin troppa: il mondo è pieno di fedi. Ma non ha trovato la fede che lui cercava.

Ha trovato la fede di Caiafa, il quale credeva nella legge. La legge in cui Caiafa crede è la legge che respinge e condanna Gesù. Caiafa, sommo sacerdote, è infatti tra quelli che decidono di consegnarlo ai romani affinché lo eliminino.
Quella di Caiafa è fede nella legge, ma Gesù non ha insegnato l'amore per la legge, bensì la legge dell'amore.

Quando Gesù è venuto sulla Terra, ha trovato anche la fede di Qumran, cioè la fede di quel movimento religioso severo e integralista che viveva sulle rive del Mar Morto e di cui sono stati trovati gli scritti conservati in anfore sepolte nelle grotte. La fede di Qumran è una fede che divide il mondo in due: da un lato i figli della luce, dall'altro i figli delle tenebre.
Ma Gesù non ha insegnato una simile divisione. Gesù ha accolto pubblicani e peccatori, non ha predicato la guerra santa bensì l'evangelo della riconciliazione e del perdono.

Gesù ha trovato anche una terza fede, quando è venuto sulla Terra. Ha trovato la fede di Roma, la fede nella forza armata, la fede nel diritto, la fede nella forza della civiltà romana. È una fede molto diffusa anche nel nostro tempo, in cui il continente europeo è attraversato da appelli al riarmo, da proclami a favore dell'uso della forza, dal ricorso alla forza militare per piegare gli altri al proprio volere.
Ma Gesù non ha parlato della fede nella propria forza, bensì della fiducia nella forza che proviene da Dio.

Quando Gesù e venuto in questo mondo non ha trovato fede nemmeno tra i suoi. Ricorderete la sua amara constatazione: “Nessuno è profeta in patria”.
Gesù non ha trovato fede nemmeno a Gerusalemme, e infatti ha pianto sulla città e sulla sua incredulità.
Non ha trovato fede tra i suoi discepoli: non per nulla sul campanile di molte chiese è posto ancora oggi un gallo a ricordare il tradimento di Pietro, il quale non è stato capace di conservare la fede in Gesù.

E paradossalmente, Gesù ha trovato fede in un romano, un centurione, del quale ha detto: “In nessun altro ho trovato tanta fede come ho trovato in lui”.

Nel nostro mondo ci sono fedi granitiche, che non amano le domande. Sono fedi religiose, ma anche politiche, fedi tecniche, ma anche economiche, che pretendono di essere assolute.
Non sono il tipo di fede che Gesù cercava, perché queste fedi rendono gli uomini aggressivi, violenti e intolleranti. Sono fedi che non producono amore, ma odio, non pace, ma guerra, non vita, ma morte.
Gesù ha insegnato una fede che sa anche trasgredire, non solo obbedire. Gesù, infatti, trasgredisce la legge del sabato. Egli dice che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato. Non sempre la nostra fede è abbastanza coraggiosa da essere una fede che sa anche disobbedire. Troppe volte la nostra fede è una fede timida.

La domanda posta dalla parabola non è dunque, a ben vedere, se Gesù, quando tornerà, troverà fede, bensì quale fede troverà.

Possiamo dire qualcosa a proposito della fede che Gesù vorrebbe trovare? Sì, possiamo. Gesù vorrebbe trovare la fede della vedova della parabola. Una fede che non si rassegna all'ingiustizia, non accetta l'ingiustizia, non si arrende all'ingiustizia. Una fede che sa indignarsi e non dà tregua al potere arrogante.
E ancora, una fede che non ci rende freddi e insensibili, bensì vulnerabili perché sensibili al dolore altrui, alle necessità altrui, e alla parola di Dio. Quella fede non consiste solo in un sapere, in una conoscenza, ma anche e soprattutto in vulnerabilità e apertura.

Possiamo allora riformulare la domanda della parabola chiedendoci: “Quando il figlio dell'uomo tornerà, troverà chi gli apre la porta?”

La fede piccola

Gesù sali sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta, che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di piccola fede?”. Poi, alzatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: “Chi è mai costui, al quale i venti e il mare ubbidiscono?”.
(Matteo 8,18-27)

Tra la barca a bordo della quale si trovano i discepoli e Gesù, sballottata dalla tempesta, e la barca del nostro mondo, sulla quale ci troviamo noi, che naviga in questo tempo incerto e carico di tensioni, non mancano sorprendenti analogie.

Siamo tutti nella stessa barca.“Tutti” vuol dire proprio “tutti”. Tutti i discepoli ma anche Gesù corrono lo stesso pericolo: se la barca dovesse capovolgersi per l'urto delle onde, tutti rischiano di andare a fondo.
Allo stesso modo, anche noi, l’umanità intera, sempre più consapevoli di avere a disposizione solo questo mondo (e nessun mondo di scorta, checché ne dica il miliardario che farnetica di una migrazione verso Marte), condividiamo tutti lo stesso destino, nessuno escluso.

La barca, l'unica barca per tutti, è nella tempesta. Una vera tempesta, non solo raccontata, ma vissuta. Una tempesta di fuori, ma anche una tempesta di dentro: all'agitazione delle onde corrisponde l'agitazione degli animi. È la situazione in cui si trovano i discepoli a bordo della barca che naviga sul lago di Galilea, ma è anche la nostra situazione in questo mondo inquieto, caratterizzato da feroci conflitti, guerre, crescente instabilità geopolitica ed ecologica, in cui siamo assediati da ansie e preoccupazioni per il presente e il futuro prossimo.

La tempesta arriva quando nessuno se l’aspettava.Se ci fosse stato qualche segnale – qualche nuvolone nero in cielo, oppure un servizio meteorologico in grado di prevedere la tempesta – Gesù e i discepoli forse non si sarebbero imbarcati, non avrebbero iniziato la traversata del lago.
In modo simile, l’attuale instabilità globale è arrivata senza preavviso tanto che, all'inizio, quasi tutti ne hanno sottovalutato la gravità e pericolosità. Prova ne è l’imbarazzo, l’impreparazione e i balbettii con cui anche i leader di molte nazioni – e non parliamo di staterelli di secondaria importanza, ma di nazioni di primo piano sulla scena mondiale – reagiscono al precipitare degli eventi.
Anche le chiese sono state colte di sorpresa, tanto che non sanno che cosa pensare né che cosa dire, se non le solite frasi di circostanza. Non sanno, o non osano o non vogliono interpretare il fenomeno, si limitano ad amministrare l’esistente.

Gesù, sulla barca, dorme.È l'unica volta in cui si parla di un Gesù addormentato. Non lo sveglia neppure la tempesta, non lo svegliano il fragore delle onde né il rumore del vento; lo svegliano i discepoli disperati.
Questo sonno di Gesù è di una attualità sorprendente. È proprio quello che pensano tanti nostri contemporanei: “Dio dorme”. Quando uno dorme è come se non ci fosse, anche se c'è. E molti nostri contemporanei pensano infatti che Dio proprio non ci sia, non esista per niente.

Dopo avere riconosciuto queste analogie, chiediamoci: qual è il messaggio che l’episodio della tempesta sul lago di Galilea trasmette a noi?

Il primo è una semplice constatazione: nell'esperienza umana c'è anche la tempesta. Non c'è solo il cielo sereno e il mare calmo – quella semmai è l’illusione che gli innumerevoli venditori di fumo, particolarmente attivi nella nostra epoca, insistono nel volerci presentare – c’è anche il cielo scuro e il mare in tempesta. Ci sono tempeste nella natura, nella storia collettiva, nella storia individuale e familiare, ce ne sono nella chiesa e nella società. Ci sono tempeste esteriori e interiori, che aggrediscono il corpo oppure l'anima, la psiche, gli affetti e i sentimenti. Nessuna vita ne è esente. La tempesta fa parte di questo mondo e di questa vita. Non c'è da stupirsi e nemmeno da scandalizzarsi, fanno parte, purtroppo, della normalità della vita.

Il secondo è legato alla domanda: Da dove viene la tempesta?Per quanto concerne la tempesta sul lago di Galilea, non si trovano, nel testo, elementi che permettano di stabilire da dove venga né perché arrivi. Non viene dagli uomini, non dai discepoli, non da Gesù, non dalla folla delusa perché Gesù se ne è andato. Sarebbe mandata da Dio? C'è chi lo sostiene: Dio manderebbe delle calamità per far rinsavire un'umanità che sembra non capire altri discorsi. Non credo assolutamente che sia così.
Vale la pena ricordare ciò che scrisse il pastore Dietrich Bonhoeffer in una lettera dal carcere di Tegel, a Berlino, nel dicembre 1943. “È vero che non tutto ciò che accade è semplicemente volontà di Dio”, scrisse Bonhoeffer, “ma in fondo non accade nulla senza la volontà di Dio, cioè in ogni avvenimento, anche il più infelice, passa un sentiero che porta a Dio”. Che cosa vuol dire?
Vuol dire due cose: la prima è che il male non è volontà di Dio, la disperazione e la morte non sono volontà di Dio. Dio vuole il bene, e non il male. Dio lotta contro il male, è unilateralmente per la vita, non per ciò che nega la vita.
La seconda è che di ogni avvenimento, anche del più infelice, non dobbiamo innanzitutto chiederci: “Da dove viene?” quanto piuttosto: “Dove ci può portare?”, perché in ogni avvenimento c'è un sentiero che porta a Dio e la volontà di Dio è proprio questa: che attraverso quello che accade, noi andiamo a lui, e impariamo a fare la sua volontà.
Si tratta, in altre parole, di rovesciare la nostra prospettiva, di passare da un atteggiamento passivo, potenzialmente vittimista, a un atteggiamento attivo, che ci permetta di reagire. E qui cito un presidente americano – uno di quelli che, a differenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca, e malgrado avesse anche lui qualche pecca, sapevano indicare obiettivi positivi – John F. Kennedy, il quale chiuse il discorso inaugurale della sua presidenza dicendo: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.
Varrebbe la pena, se ne avessimo il tempo, dedicare qualche minuto a riflettere che chiesa saremmo se facessimo nostra questa prospettiva, e invece di lamentarci per il declino della nostra visibilità e considerazione nella società, ci chiedessimo: “Che cosa possiamo fare per il bene della società in cui viviamo”…

Il terzo è che Gesù, quando si scatena la tempesta, è anche lui a bordo della barca. Il racconto della tempesta sul lago di Galilea è una sorta di parabola di Dio, perché ci ricorda, narrativamente, che Dio è con noi.
È passato da poco tempo Natale, e a Natale abbiamo sentito il racconto dell’angelo che, annunciando a Giuseppe la nascita di un figlio, gli suggerisce il nome da dargli: “Emmanuele”, che tradotto vuol dire “Dio con noi” (Matteo 1,23). Questo è Gesù: Dio con noi, nella nostra barca, e se la barca è nella tempesta, anche lui è nella tempesta. Non fuori, non accanto, non lontano, non altrove. Gesù vuol dire questo, che Dio non è senza di noi e noi non siamo senza di lui.
Gesù dunque - il Dio con noi - è nella barca e nella tempesta, ma dorme. Perché dorme? Per disinteresse? Per negligenza? Per incoscienza? No, dorme perché non ha paura, a differenza dei discepoli che invece hanno paura. Dorme perché conosce le parole del Salmo: “Ecco colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà” (121,4), e non solo le conosce, ma crede nella promessa che esse contengono. Chi ha paura non può dormire. Chi non ha paura, invece, può dormire. È sicuro che Dio, che ha creato il mare e il vento, può placare entrambi. Ed è talmente sicuro che sia così, che lo fa lui nel nome di Dio.

Il quarto riguarda la fede dei discepoli. Sulla barca, nella tempesta, i discepoli hanno tutti paura. Non ce n'è nemmeno uno che non abbia paura. E perché hanno paura? Perché hanno una “fede piccola”.
Ciò che Gesù rimprovera ai discepoli – e, indirettamente, anche a noi – non è di avere “poca fede”, ma di avere una “fede piccola”. Cioè, una fede che si rassegna prima ancora di cominciare, una fede in qualche modo “limitata”, “frenata”, una fede che non osa tradursi in pratica, in azione creativa, una fede che pensa appunto “in piccolo”, invece di sviluppare coraggiosamente nuove soluzioni.
La fede piccola è quella di chi pensa in piccolo. La fede piccola è quella di chi ritiene che essa vada vissuta nel privato, quasi di nascosto, e che non riguardi la sfera pubblica. La fede piccola è quella di chi pensa che “si è sempre fatto così” e perciò non si può cambiare. La fede piccola è quella per cui “di certe cose è meglio non parlare” e dunque copriamo tutto col silenzio. La fede piccola è quella di chi non riesce a guardare oltre la punta del proprio naso e non vede l’altro, l’altra, e le sue domande, le sue necessità, la possibilità di condividere. La fede piccola è una fede che rende piccoli, poveri di iniziative, aridi, indifferenti…

Proprio nella tempesta – oltre che nelle giornate di bel tempo – servirebbe una fede non piccola. Perciò, concludendo, possiamo associarci alla richiesta dei discepoli a Gesù che dorme: “Signore, salvaci, siamo perduti!” (v.25), salvaci dalla tempesta. E aggiungiamo: allarga la nostra fede, fa’ che acquisti respiro, impari a vedere, diventi generosa, osi andare oltre l’ordinario, osi pensare e fare quello che Dio pensa e fa.

La notte è avanzata, il giorno è vicino

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore. (Romani 13,11-14)

Nella Bibbia, la parola "notte" indica in genere la situazione dell'umanità in assenza di Cristo. Dobbiamo dunque pensare che essa indichi la situazione di chi non crede? Sì, anche, ma non solo. Infatti, anche chi crede, sotto questo aspetto, non si trova in una situazione privilegiata. Anche la fede vive infatti "nella notte", vive cioè l'esperienza di Cristo che non è qui come noi vorremmo che fosse, con evidenza, in modo da poterlo vedere e toccare.

Certo, Cristo è presente nella sua parola, nella comunione intorno ai segni del pane e del vino, nell'amore che egli ci dona e che noi possiamo condividere, nella preghiera. Ma si tratta, dobbiamo ammetterlo, di una presenza problematica. La nostra fede cerca Cristo come a tentoni, si aggrappa alla parola di Dio, ai sacramenti, alla preghiera.
Ma rimane vivo il senso di un'incompletezza, di un'incompiutezza, di un'assenza. Non vediamo Cristo, siamo "nella notte". E a volte, in questa "notte", viviamo in modo distratto, dimentichiamo Dio, dimentichiamo anche di cercarlo.

Siamo talmente immersi nella "notte" che dormiamo. E i giorni, e le settimane, e i mesi si susseguono senza che la parola di Dio, la sua presenza, riesca a scuoterci, a svegliarci.
Di solito sono altre le esperienze che ci scuotono dal nostro torpore, facendoci risvegliare, spaventati, nel buio in cui viviamo: sono l'esperienza della morte, della malattia, della sofferenza nelle sue varie forme.

La fede cristiana, se vuole essere una cosa seria, non deve ignorare o censurare questa dimensione dell'esperienza, ma deve guardare in faccia la notte. I cristiani non si ubriacano di parole, dicendo che tutto va bene perché la fede ci aiuta. La consolazione della fede non è a buon mercato, ma conosce dubbio, tormento e lotta.

Non dobbiamo temere che tutto ciò contraddica la fede, non dobbiamo temere di non essere abbastanza credenti perché vediamo l'oscurità intorno a noi e magari anche dentro di noi. La fede, quando è fede vera, sa anche riconoscere con lucidità di vivere nella notte, nel dubbio, nell'assenza.

Questa è la verità. Ma non è ancora tutta la verità. E soprattutto non è ancora l'evangelo, cioè la "buona notizia" ("evangelo" significa infatti proprio questo, "buona notizia"). La buona notizia della Bibbia non è che siamo "nella notte" - perché questo lo sapevamo anche da soli - ma che "la notte è avanzata e il giorno è vicino".

Di che giorno si parli, è chiaro: del giorno del Signore, cioè della presenza di Cristo stesso. Quella presenza non è ancora data come vorremmo, siamo ancora "nella notte", ma Cristo non è chissà dove, bensì è vicino.

Non è un caso che questo testo ci venga proposto durante il tempo dell'avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale, cioè la decisione di Dio di entrare nella nostra "notte" per portarvi la sua luce.
Ovviamente, il testo non intende dire che la "notte" durerà fino al 25 dicembre, poi Cristo arriva e tutto diventa chiaro.
Per quel che ne sappiamo, tutta la nostra vita sarà accompagnata dal tormento causato dal fatto che Cristo non è a nostra disposizione, che la nostra fede è confrontata col dubbio.

Ciò che il testo dice è che questa "notte" non è poi così nera, non è completamente buia, ma è una "notte" in cui l'orizzonte è già rischiarato dal giorno che certamente viene. La luce di Cristo non è lontana, è dietro l'angolo.
Eccoci, dunque, di nuovo alla parola di Dio, ai sacramenti, alla comunione fraterna, alla preghiera. Occorre ripeterlo: non sono, quelli, la luce piena del giorno.
Il giorno è il regno di Dio, nuovi cieli e nuova terra, Dio in tutti: nulla di meno, e nulla di diverso.
Bibbia, sacramenti, amore e preghiera sono i segnali del giorno che si avvicina, il leggero rischiararsi del cielo che precede le luci dell'alba. Sono segni che vengono a dirci che la "notte" non è l'ultima parola e non ha l'ultima parola.

La nostra fede, ci dice in sintesi l'apostolo Paolo, vive di una promessa. E questa promessa è indicata da questi barlumi di luce che rimandano all'alba che attendiamo. Tutta la vita, tutta la fede, è un'attesa che la promessa si avveri.

Rimane un ultimo punto da evidenziare. Il testo si conclude con un appello: anche se non è ancora giorno, comportiamoci come se già lo fosse. La persona credente non possiede un impianto di illuminazione capace di trasformare la "notte" in giorno. Ma ha il coraggio di vivere nella "notte" come se fosse già giorno, cioè di vivere già ora seguendo il Dio che non si vede, ma che sa essere vicino. La "morale cristiana" consiste in questo: in un agire consapevole del fatto che la nostra "notte" non è tutta la verità, e che è possibile, già oggi, vivere sprazzi di luce.

Gli esempi che l'apostolo Paolo offre sono semplici e quotidiani, e qualcuno potrebbe trovarli banali: evitare di ingozzarsi e di ubriacarsi, di praticare una sessualità selvaggia e sconsiderata, evitare le piccole beghe, le invidie e le gelosie, le maldicenze, spesso fonte di profonde lacerazioni, che già allora, a quanto pare, affliggevano le comunità.
Piccolezze? Mah, la "vita davanti a Dio" si svolge anche in questi ambiti dell'esperienza quotidiana, e sarebbe imprudente liquidare questi ammonimenti come superficiali o moralistici.

L'evangelo di questo periodo in cui ci avviamo verso il Natale è dunque questo: una comunità i cui membri vivono nella prospettiva di questa buona notizia, mostra con i fatti che, pur vivendo, come tutti, "nella notte", è raggiunta dalla promessa di una luce che le permette di vivere già ora "come di giorno".
Una comunità con i piedi per terra e che riconosce lucidamente la propria condizione, dunque, ma che allo stesso tempo è percorsa dal desiderio che la "notte" venga superata dall'unico che può farlo.

La preghiera crea comunità

Pregate gli uni per gli altri (Giacomo 5,16)

Noi partecipiamo al culto, ciascuno con la testa e il cuore pieni dei propri pensieri e delle proprie preoccupazioni. Partecipiamo al culto, ma siamo una comunità convocata da Gesù? Siamo riuniti perché chiamati dal comune Signore? C’è tra noi un collegamento costituito dalla preghiera degli uni per gli altri? O prevale una certa indifferenza reciproca? O c’è quella cordialità semplicemente umana, data dalla consuetudine, magari dalla parentela, e che copre il fatto che ciascuno vive per conto suo, senza preoccuparsi del fratello e della sorella e senza preoccuparsi di portarne il peso? O prevale la critica, magari non aspra, ma che comunque deteriora i rapporti? C’è nella nostra comunità lo spirito della preghiera gli uni per gli altri, che è riflesso dell’amore di Cristo per noi, che può trasformare tutti i rapporti umani?

La preghiera è necessaria per metterci in grado di accogliere l’altro, anche se non ci piace, anche se è noioso, anche se ha idee e abitudini diverse dalle nostre, anche se è ancora incerto nella fede. La preghiera ci aiuta a non condannare, bensì a cercare di aiutare noi stessi, e gli altri, a superare i nostri difetti, a vincere i nostri peccati, a crescere nella fede.

Se si prega per un fratello o una sorella, non una volta, nello slancio di un momento, ma con perseveranza, non si può più parlare male di lui o di lei, o avere un atteggiamento sprezzante o anche semplicemente indifferente nei suoi confronti. Perfino il nostro modo di guardare, di dare la mano, di salutare l'altra persona, può trasformarsi se noi preghiamo per quell'uomo, o quella donna.

Ogni rapporto nella chiesa è falso se non è preceduto, accompagnato, seguito dalla preghiera. Non possiamo misurare, e forse neppure immaginare, quello che può operare una preghiera intensa, perseverante per un fratello, per una sorella: quello che può operare per loro e per la creazione di una comunità vivente, quanto può aiutare a superare antipatie, diffidenze, freddezze, incomprensioni.

Il fratello e la sorella non sono realmente presenti nella nostra vita se non sappiamo pregare per loro. Una comunità è una comunità viva e fraterna soltanto quando sa diventare una comunità di preghiera. Se preghiamo soltanto per noi, perché le nostre cose vadano bene, è segno che dobbiamo ancora imparare a pregare. Ed è segno che non siamo ancora, veramente, una comunità cristiana.

Ci sono persone, nella nostra comunità, che hanno un peso o dei pesi gravi sul cuore: ce ne siamo accorti, abbiamo pregato per loro? Ci sono delle persone nella nostra comunità che sono sole: ce ne siamo accorti, abbiamo pregato per loro? Ci sono persone che fanno parte della comunità, ma hanno dimenticato di avere questo legame. Le abbiamo seguite, le seguiamo con la nostra preghiera? Ci sono delle persone che sono indifferenti, ci ricordiamo di loro nella preghiera? Ci sono delle persone che si sono avvicinate alla chiesa e che invece di porte aperte si sono trovate di fronte a freddezza e diffidenza. Ci siamo preparati, nella preghiera, all’incontro con loro?

Che cos’è una comunità cristiana? Si possono dare molte risposte a questo interrogativo. Una risposta che forse non è formulata di frequente è questa: una comunità cristiana è una comunità di uomini e donne che hanno imparato a pregare gli uni per gli altri, che hanno scoperto nella preghiera il segreto per superare le loro divisioni umane, che hanno imparato tramite la preghiera a guardare oltre le apparenze, che grazie alla preghiera stabiliscono fra loro un’unità nuova e paradossale.

La prudenza nel tempo dell'attesa

Così sarà il regno di Dio. “C'erano dieci ragazze che avevano preso le loro lampade a olio ed erano andate incontro allo sposo. Cinque erano sciocche e cinque erano prudenti. Le cinque sciocche presero le lampade ma non portarono una riserva di olio; le altre cinque, invece, portarono anche un vasetto di olio. Poi, siccome lo sposo faceva tardi, tutte furono prese dal sonno e si addormentarono.
 mezzanotte si sente un grido: 'Ecco lo sposo! Andategli incontro!'. Subito le dieci ragazze si svegliarono e si misero a preparare le lampade. Le cinque sciocche dissero alle prudenti: - Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.
Ma le altre cinque risposero:
- No, perché non basterebbe più né a voi né a noi. Piuttosto, andate a comprarvelo al negozio.
Le cinque sciocche andarono a comprare l'olio, ma proprio mentre erano lontane arrivò lo sposo: quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del banchetto e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre cinque e si misero a gridare:
- Signore, signore, aprici!
Ma egli rispose:
- Non so proprio chi siete.
State svegli, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
(Matteo 25,1-13)

Per cercare di cogliere il senso di questa parabola possiamo chiederci: quali sono le anomalie, quali sono i dettagli strani che saltano agli occhi?
Mi sembra evidente che una prima anomalia è costituita dal ritardo dello sposo. Anche in Oriente, di solito, uno sposo felice di coronare il suo sogno non arriva con cinque o sei ore di ritardo alla cerimonia nuziale. Immaginatevi per un momento che questo incidente si fosse verificato per voi…

Ora, Gesù dichiara qui, molto chiaramente, che benché egli sia sposo della chiesa, potrebbe arrivare in ritardo. Anzi, egli arriverà molto tardi: a mezzanotte, precisa la parabola.
Si tratta di un dettaglio per nulla casuale: mezzanotte è l'ora in cui la sposa potrebbe rassegnarsi e dire “non verrà più”, è anche l'ora delle tenebre e della disperazione.

Proprio in questo dettaglio mi pare possibile cogliere uno degli insegnamenti della nostra parabola: Gesù avverte la sua chiesa che probabilmente ci sarà un notevole ritardo tra l'ora prevista per il suo arrivo e l'ora reale dell'arrivo. Inoltre, quando molti non lo aspetteranno più, allora egli verrà.

Pensiamo a due atteggiamenti cristiani antitetici, ma vecchi quanto la chiesa.

Il primo è l'atteggiamento di chi non si rassegna a questo ritardo e non soltanto vive come se il Cristo stesse per tornare tra poco, ma soprattutto non è mai presente al proprio presente. È l'atteggiamento di chi è a tal punto aspirato dal ritorno di Cristo da negare questo nostro tempo, o quantomeno da dimenticarlo.

Il secondo è l'atteggiamento di chi pensa che Cristo non verrà mai o che il ritorno sia talmente lontano da non riguardare il presente.

Gli uni non hanno voluto prendere sul serio questo ritardo,
gli altri non prendono sul serio le nozze.
Gli uni non hanno mai voluto essere presenti al mondo,
gli altri vi si sono pesantemente installati.
Ma in fondo, né gli uni né gli altri hanno avuto una vera speranza: gli uni sono rimasti alla speranza che scavalca e nega questo tempo, gli altri non hanno mai nutrito altro che speranze vuote.

In questa parabola possiamo scoprire anche una seconda anomalia.
Si tratta di un dettaglio meno importante del primo, ma ancora più sorprendente. Infatti, che uno sposo arrivi in ritardo alle proprie nozze, passi, ma che alcune damigelle d'onore abbiano previsto tale impossibile ritardo è qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Ora, ciò è proprio quello che hanno fatto le cinque prudenti che si sono portate dell'olio di riserva. Quelle cinque ragazze prudenti hanno avuto l'inverosimile prudenza di pensare all'impossibile.

Considerando la situazione, viene da dire che si dovrebbero difendere le insensate: non hanno previsto l'impossibile, non hanno preso con sé la scorta di olio. Umanamente, quelle ragazze avevano ragione. Ma la parabola dice che resteranno fuori.
In questa parabola, Gesù ci esorta dunque a prevedere l'imprevedibile, a non dimenticare la prudenza, la sapienza e questa vita presente, a non guardare al tempo attuale come a un contrattempo.

Quello che Gesù dà alla chiesa è un consiglio pieno di sapienza: “Certo, voi siete il corteo nuziale del figlio dell'uomo; certo, voi dovete vivere nell'attesa e nella speranza del suo ritorno. Ma, mentre attendete, cercate di vivere pienamente ciascuno dei giorni che vi sono dati. Viveteli come se il Cristo potesse tornare domani, ma anche come se dovesse venire molto più tardi. Sappiate dunque essere persone che, allo stesso tempo, sperano veramente, ma anche persone che sono presenti al loro presente: uomini e donne pieni di fede e pieni di prudenza, uomini e donne che il domani non rende estranei al loro oggi, persone che nutrono speranza nel mondo contemporaneo perché attendono con vera prudenza il mondo a venire. Questa è la vigilanza e la prudenza alla quale siamo chiamati.

Un'ultima osservazione sulla parabola. Il fatto che tutte le damigelle d'onore si addormentino avrebbe dovuto già da molto tempo eliminare gli equivoci in cui si cade leggendola: la prudenza non ci impedisce di essere come tutti e di avere sonno come gli altri uomini e donne.
Le dieci ragazze sono tutt'altro che perfette, si addormentano tutte, il che dimostra quanto sia limitata la loro capacità di vegliare. Eppure, sono proprio queste ragazze che Gesù ci mostra come il Regno dei cieli.

Quelle ragazze, tutte e dieci, sono una figura di noi stessi, con la nostra sete di capire, di amare e di essere amati, e con i nostri addormentamenti.
Noi siamo quelle cinque ragazze un po' prudenti e quelle cinque un po' insensate, come siamo allo stesso tempo lo spirituale Abele e il rude Caino, come siamo lo spirituale Giacobbe e il più animalesco Esaù, come siamo allo stesso tempo il piccolo Davide scelto da Dio per regnare e i suoi fratelli maggiori più potenti.
Siamo allo stesso tempo l'Adamo terreno, ci dice l'apostolo Paolo, e l'Adamo portatore dello Spirito vivificante, “e come abbiamo portato l'immagine del terreno, porteremo anche l'immagine del celeste” (1 Corinzi 15,49).

Quelle ragazze rappresentano due aspetti del nostro essere. Due aspetti positivi, perché tutte portano un po' di luce, tutte ascoltano l’evangelo e sono risvegliate da esso. C'è solo una distinzione da fare, a quanto pare, tra queste due parti di noi. Ecco perché possiamo concludere che la parabola è anche un invito a mettere in ordine le diverse dimensioni del nostro essere. È un invito a capire cosa deve guidare la nostra personalità, la nostra coscienza animata dal soffio di Dio.

Mediante questa parabola, Gesù ci esorta a fare scorta delle benedizioni di Dio per i periodi bui della nostra vita. Di notte, infatti, è più difficile trovarle.
I periodi relativamente più luminosi della nostra vita sono quelli giusti per lavorare sulla nostra fede, nutrire la nostra intelligenza, curare il nostro buon umore, rafforzare la nostra gentilezza, abituarci alla preghiera, alla contemplazione, alla lode, alla conoscenza di Dio e di noi stessi. Questo è ciò che possiamo cercare di fare finché c'è luce. Che Dio ci aiuti a vegliare e a coltivare la nostra prudenza.

La virtù dell'umiltà

I discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: “Chi è il più grande nel regno dei cieli?” Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chi, pertanto, si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Matteo 18, 1-6)

Il testo di Matteo ci presenta il più antico ordinamento ecclesiastico per disciplinare la vita della comunità cristiana.
È un testo semplice e chiaro, di facile comprensione. È privo di rigidità giuridica, perché alla sua base sta il comandamento dell’amore.
In questo testo veniamo a sapere qual è la vera grandezza dell’uomo cristiano, della donna cristiana, quella grandezza a cui ognuno di noi dovrebbe tendere con tutte le proprie forze.

All’origine di questo antico ordinamento c’è un problema grave: anche tra i discepoli di Gesù si è insinuato lo spirito della competizione, della supremazia, del dominio, della sopraffazione.
Qualcuno vuole essere più importante, vuole avere il primo posto, vuole affermare il proprio piccolo o grande potere su altri, vuole essere più grande. Anche quelli che seguono o dicono di seguire Gesù fanno propria la domanda che tormenta l’umanità: chi è più grande?

È la domanda che lacera le famiglie, che divide, che separa i fratelli e le sorelle, che arma la mano di Caino contro Abele, che semina inimicizia tra Giacobbe ed Esaù.
È la domanda che scatena gli odii politici, che spinge a ogni bassezza e a ogni infamia per screditare l’avversario politico, per infangare il suo nome e la sua reputazione.
È la tormentosa domanda che genera infinite guerre commerciali.
È l’eterna causa di guerre tra i popoli e di discordie tra le nazioni.
Non è il problema del pane, del cibo, quello che scatena le guerre, ma l’ambizione, che rende troppo piccola la nostra terra.
Per l’ambizione è troppo piccolo anche il regno dei cieli. Ebbene, anche nella chiesa può insinuarsi, si insinua questa domanda.

Come risponde Gesù? Gesù ci presenta l’immagine di un bambino.
Che cosa significa? Di certo non è un invito a far regredire la chiesa allo stadio di asilo infantile e i cristiani a quello di persone non ancora mature. L’immagine del bambino ci riporta alla debolezza del bambino, al suo bisogno di sostentamento e indica così l’atteggiamento del vero discepolo: consapevole della sua fragilità; umile, e perciò capace di affidarsi pienamente all’amore di Dio e alla sua guida.

Il bambino è allora l’immagine del discepolo e della discepola che si lasciano portare da Dio, che sa di non dover contare solo sulle proprie forze, peraltro limitate, e di poter fidare nell’amore infinito di Dio.

Il credente è, in un certo modo, debole. In un certo modo, perché ci sono anche deboli che non si accorgono di esserlo: ignoranti, orgogliosi, egoisti, avari, presuntuosi.
Il credente è debole nella forma dell’umiltà. Questa umiltà si esprime attraverso la mancanza di arroganza, attraverso il rispetto per l’altro, l’amore per la giustizia, il riconoscimento dei propri limiti e dei propri errori, l’amore per la verità e il rifiuto della menzogna, dell’inganno, dell’ipocrisia.
Il discepolo e la discepola veri non possono chiedersi chi sia il più grande nel regno dei cieli perché sanno di non meritare nemmeno di entrarvi. La loro vera grandezza consiste dunque nell’umiltà.

L’umiltà oggi, nel mondo, è respinta e derisa. Il mondo appartiene ai furbi che tutto vogliono tranne che rinnovare davvero la società.
L’umiltà è giudicata insipienza, inferiorità, nel migliore dei casi è forse stimata una buona virtù, ma considerata un assurdo nella libera concorrenza delle forze che reggono il mondo.
Chi è umile è sopraffatto, sfruttato, non si fa strada, è perdente. Così nella vita familiare, quando guida l’auto, quando gioca. Soprattutto nel gioco, là dove, secondo De Coubertin «l’importante non è vincere, ma partecipare», là dove l’umiltà dovrebbe trovare spazio, domina invece la violenza, la prepotenza, la sicurezza di sé. Per non parlare poi della politica, la cui porta è bene che l’umile non apra neppure, in una società terribilmente competitiva, in preda a un concorso continuo, con le sue votazioni e graduatorie. Bisogna essere bravi, forti, preparati, coraggiosi. Sapersi far valere. Sapersi arrangiare.
Non si pensa che anche nella vita politica, anche nella vita economica, anche nella vita sociale l’essere umano sta davanti a Dio e che solo da Dio viene un vero rinnovamento.

Ma quel che è peggio, è che si pensa che anche nella chiesa non debba esserci spazio per questa virtù, che anche nella chiesa si debba vivere e agire e governare secondo la domanda: chi è il maggiore? Questo è la rovina, questa è la fine della chiesa, questo è l’allontanamento dalla via segnata da Gesù.

Ma fra voi non deve essere così. Questa è la buona notizia, la novità con la quale inizia il può antico ordinamento ecclesiastico, orientato dall’amore, basato sull’amore, concepito per dare spazio all’umiltà, alla verità, all’amore, alla giustizia, allo spirito di servizio, all’uguaglianza. Fra voi non deve essere così, dice Gesù.

Seguire questa parola significa essere messi nella condizione di agire come fermento di rinnovamento nel vecchio mondo. Significa aprire le porte non soltanto di una felicità personale, silenziosa, appartata, ma anche di una vita pubblica che non sia più all’insegna della competizione, del rancore, della furbizia, che non segua più le regole del mercato, della pubblicità, del denaro.
Umiltà vorrebbe dire allora non tanto debolezza quanto dirittura morale, coraggio sincerità, rettitudine, capacità di discernimento e anche intelligenza.

Una virtù stretta, quella dell’umiltà. Una virtù di chi non ha paura, ma sa andare incontro alla vita con un sorriso sul volto, magari appena accennato. Tutto il resto è scandalo, è vergogna per la chiesa, è fonte di gelosie, di inimicizie, di incomprensioni, di divisioni, è la morte della chiesa, è arido deserto senza vita.

Chi è il maggiore? Gesù ha detto: chi si farà piccolo come un bambino.

Luce che risplende nelle tenebre

In principio, c'era colui che è 'la Parola'.
Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio.
Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa.
Senza di lui non ha creato nulla.
Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini.
Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta
(Giovanni 1,1-5)

Soffermiamoci sulle parole del versetto 5: “La luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta” (Giovanni 1,5).
Che cosa dicono queste parole? Dicono tre cose: la prima è che la luce c’è: non ci sono solo tenebre nel nostro mondo! La seconda è che questa luce risplende, cioè è piena di forza e di vita. La terza è che risplende nelle tenebre, non fuori dalle tenebre, ma dentro.

In primo luogo, dunque, la luce c’è. Non solo c’è, ma c’è dall’inizio. Non solo dall’inizio del versetto 5 del primo capitolo del Vangelo di Giovanni, ma dall’inizio del mondo, la prima parola in assoluto che Dio abbia pronunciato. All’inizio di tutto, la parola che precede e fonda tutte le altre e tutto ciò che esiste, è stata: “Sia la luce” (Genesi 1,3) “e la luce fu”.
La luce è la prima creatura di Dio. Senza la luce, anche se c’è tutto, è come se non ci fosse nulla. Chiudete gli occhi, e il mondo si svuota.
Il buio ha questo potere impressionante, di annullare in un certo senso la realtà, che la luce, invece, rivela. La luce ha questo potere immenso, di far vivere tutto. Solo con la luce il mondo esiste realmente.
Non per nulla si dice di un bambino che è nato, che è “venuto alla luce”. La luce è condizione di vita: una pianta senza luce, muore. Senza luce, la vita è impossibile. Ecco perché́ la Bibbia dice che “Dio è luce” (1 Giovanni 1,5).

Ora, la luce ha due caratteristiche.
La prima è che la luce non si vede, ma fa vedere. Vediamo il sole e i suoi raggi, ma la luce non la vediamo. Ma vediamo solo grazie alla luce che non vediamo: la luce è l’invisibile che fa vedere.
Così è anche Dio: è invisibile, nessuno l’ha mai visto, ma ci fa vedere: e ci fa vedere non solo quello che vedono gli occhi, ma anche quello che gli occhi non vedono: ci fa vedere l’invisibile. Come dice l’apostolo Paolo: “Concentriamo la nostra attenzione non su quel che vediamo ma su ciò che non vediamo” (2 Corinzi 4,18). E ancora, nel Libro dei Salmi: “Per la tua luce, noi vediamo la luce” (Salmo 36,10).

La seconda caratteristica è che la luce non fa rumore.
Tutto ciò che vive produce qualche rumore: l’acqua fa rumore, il vento, il fuoco fanno rumore, ma la luce no, non fa nessun rumore, è silenziosa. Così è Dio: anche lui è silenzioso.
Quando Dio si manifesta al profeta Elia, la Bibbia dice che soffiò un vento impetuoso che quasi spezzava le rocce, ma Dio non era nel vento, poi venne un terremoto, ma Dio non era nel terremoto, poi ci fu un incendio, ma Dio non era nel fuoco, poi venne il suono sommesso di un impercettibile silenzio, e Dio era nel silenzio (1 Re 19,11-12).
Dio non fa rumore: non strilla, non urla, ma entra silenzioso nella tua anima, e la illumina. Questa luce divina che non si vede, ma fa vedere, che non fa rumore, ma fa, appunto, luce, secondo la nostra fede, non è solo una cosa piena di fascino e di mistero, ma è una persona: Gesù di Nazareth.
Come dice il profeta Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce, su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende” (Isaia 9,1).

In che cosa consiste la luce di Gesù? È la sua vita, il suo insegnamento, il suo annuncio del Regno di Dio vicino.
Le parabole del Regno sono una luce, ogni parabola lo è. Pensiamo alla parabola del figliuol prodigo: quale luce proviene da quella parabola. Le guarigioni di Gesù sono una luce: ogni guarigione lo è. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è una luce. Le Beatitudini sono una grande luce, l’amore per i nemici è la luce più luminosa di tutta la Bibbia, anzi di tutta la storia umana.
O ancora, pensiamo all'episodio dell'incontro con la donna adultera. Alcune persone portano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e gli chiedono di giudicarla. Il giudizio, secondo la legge di Mosè, poteva essere sola una condanna a morte per lapidazione. Gesù dice invece all’adultera: “Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti condanna?” “Nessuno, Signore”, rispose la donna. E Gesù le disse: “Neppure io ti condanno.” (Giovanni 8,1-11). In quel momento risplendette una grande luce, non solo su quella donna, ma anche su di noi che, come lei, abbiamo bisogno di perdono.

Dove c’è Gesù, c’è luce. C’era luce persino sulla croce, quando pregò per i suoi carnefici dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Luca 23,34).
Dove c’è Gesù, c’è luce. Anche quando è entrato nella nostra vita ha portato luce: “Io sono la luce del mondo”, dice Gesù, e come ricorda l’evangelista Giovanni, chi segue Gesù “non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8,12).

In secondo luogo, questa luce che c’è dove c’è Gesù, dice ancora l’evangelista Giovanni, non solo c’è, ma risplende. Che cosa significa? Significa due cose.

La prima è che per risplendere, dev’essere una luce forte, vigorosa, piena di vita. Non una piccola luce tremolante che vacilla e può spegnersi a ogni soffio di vento. No, nessun vento la può spegnere. Ti puoi fidare di questa luce, non ti lascerà mai al buio.

La seconda cosa è questo verbo all’indicativo presente: risplende, mentre tutti i verbi precedenti sono al passato: “In principio, c'era colui che è 'la Parola'. Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. (Giovanni 1,1-4).
Otto verbi al passato, uno dopo l’altro. Poteva anche continuare col passato, e dire che la luce risplendeva o risplendette nelle tenebre, quando c’era Gesù.
Anche così sarebbe andato benissimo, tanto più che poi i verbi al passato riprendono subito dopo, fino in fondo al Prologo, tutto di nuovo al passato.
Oppure Giovanni avrebbe anche potuto parlare della luce al futuro e dire: “La luce splenderà” quando Gesù ritornerà e verrà il Regno di Dio.
Ma Giovanni non dice né “risplendeva” al passato, né “risplenderà” al futuro, dice “risplende” al presente. Parlando della luce di Gesù, poteva e voleva solo parlarne al presente.
Risplende oggi come allora, anzi più di allora, perché non è solo la luce del Gesù storico, è anche quella del Gesù risorto. Doppia luce, quindi, quella che risplende oggi; risplende davanti a noi e sopra di noi, nel nostro mondo e per il nostro mondo, ogni giorno.

Infine, la luce risplende oggi nelle tenebre. Le tenebre ci sono, eccome. Non ci sono solo loro, c’è anche la luce, ma non c’è solo la luce, ci sono anche le tenebre. C’era allora, ci sono anche oggi.
Sono tenebre fitte: tenebre di inimicizia, di maldicenza, di odio, di competizione, tenebre di menzogna, di conflitto, di invidia, di ingiustizia, tenebre di guerra, tenebre di dolore, di malattia, di esclusione sociale, di razzismo, tenebre di divisione.
La luce portata da Gesù non è stata accolta, duemila anni fa, se non da poche persone, e Gesù stesso non è stato amato, non è stato benvoluto, non è stato neppure capito. “È venuto nel mondo, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, ma i suoi non l’hanno ricevuto” (Giovanni 1,10-11). E anche oggi è così: Gesù non è benvenuto, ci disturba il suo invito a convertirci, a lasciarci trasformare. Noi non vogliamo essere trasformati, vogliamo rimanere quel che siamo. Preferiamo le tenebre alla luce.

Ma per quanto diffuso possa essere il rifiuto della luce, essa risplende ancora. Le tenebre non l’hanno accolta, ma non l’hanno vinta. Essa risplende nelle tenebre. Non accanto, non sopra, non sotto, ma dentro, nel cuore delle tenebre, là dove sono più fitte, risplende la luce di Gesù.
Se risplendesse solo in cielo, noi che siamo sulla terra non potremmo vederla. Se risplendesse solo lontano dalle tenebre, noi che siamo dentro le tenebre, non potremmo vederla. Ma risplende dentro le tenebre, nel buio del mondo e nel buio dell’anima. Nelle nostre tenebre, la luce risplende, ora.
Nel buio della sofferenza, Gesù è luce con la sua compassione. Nel buio della solitudine, è luce con la sua presenza. Nel buio del peccato, è luce con il suo perdono. Nel buio dell’errore, è luce con la sua verità. Nel buio della morte, Gesù è luce con la sua risurrezione, con il suo sì alla vita.

Paziente attesa

Alcuni farisei rivolsero a Gesù questa domanda:
- Quando verrà il regno di Dio?
Gesù rispose:
- Il regno di Dio non viene in modo spettacolare. Nessuno potrà dire: 'Eccolo qua' oppure 'Eccolo là', perché il regno di Dio è già in mezzo a voi.
Poi disse ai suoi discepoli: 'Verranno tempi nei quali voi desidererete vedere anche solo per poco il Figlio dell'uomo che viene, ma non lo vedrete. Allora molti vi diranno: 'Eccolo qua', oppure: 'Eccolo là', ma voi non muovetevi! Non seguiteli! Perché come il lampo improvvisamente splende e illumina tutto il cielo, così verrà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Prima, però, egli deve soffrire molto. Sarà rifiutato dagli uomini di questo tempo.
'Come accadde ai tempi di Noè, così avverrà anche quando tornerà il Figlio dell'uomo. Si mangiava e si beveva anche allora. C'era chi prendeva moglie e chi prendeva marito, fino al giorno nel quale Noè entrò nell'arca. Poi venne il diluvio e li spazzò via tutti. Lo stesso avvenne al tempo di Lot: la gente mangiava e beveva, comprava e vendeva, piantava alberi e costruiva case, fino al giorno in cui Lot uscì da Sòdoma: allora dal cielo venne fuoco e zolfo, e tutti furono distrutti.
'Così succederà anche nel giorno in cui il Figlio dell'uomo si manifesterà. (Luca 17,20-30)

Molte persone, in Israele, aspettavano l’avvento degli ultimi tempi, la fine del mondo, la venuta del Messia, l’irruzione del Regno di Dio. Anche tra i farisei, appartenenti a una corrente religiosa seria e impegnata, era diffusa una viva attesa messianica.
Alcuni di loro, avendo riconosciuto in Gesù un maestro degno di ascolto, un profeta, o un nuovo Giovanni Battista, gli rivolgono una precisa domanda. Tu che la sai lunga, dicci, quando verrà il Regno tanto atteso?

Gesù dà loro una risposta che disorienta e che, nei secoli successivi, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro. “Il Regno di Dio – dice Gesù – non viene in modo da attirare gli sguardi perché – e qui viene il difficile, leggendo il testo greco del Nuovo Testamento – è “entòs hymòn”.
Queste due parole greche hanno suscitato molti dibattiti. Esse possono infatti essere tradotte in due modi, entrambi corretti, entrambi legittimi, molto diversi tra di loro. La prima possibile traduzione è: “il Regno di Dio è in mezzo a voi”. Mentre la seconda è: “il Regno di Dio è dentro di voi”.

A prima vista la seconda lettura sembra la più evidente, la più sensata. È anche quella che, nel corso dei secoli, e fino a oggi, ha ottenuto i maggiori consensi.
Propende per questa lettura già il Vangelo [apocrifo] di Tommaso, che restituisce le parole di Gesù, modificandole, più o meno così: “Il Regno di Dio non è in cielo, perché in questo caso gli uccelli del cielo vi precederebbe; ma non è neanche nel mare, perché allora sarebbero i pesci a precedervi. No, il Regno di Dio è dentro di voi”.
Dello stesso avviso sono anche alcuni padri della chiesa, come Cirillo di Alessandria, e più tardi Beda il Venerabile.
È celebre il motto di Sant'Agostino: “Non andare nell’esteriore, rientra in te stesso; la verità abita nell'interiorità dell'uomo”. Da buon agostiniano, Martin Lutero si è mantenuto anch’egli nella stessa linea: “Il Regno di Dio”, dice, è “in animis vestris”.
In tempi più vicini al nostro, anche lo scrittore russo Leone Tolstoj abbraccia questa interpretazione in un saggio intitolato proprio “Il regno di Dio è in voi”.

Di fronte a tante voci che concordano su di un punto cruciale, e cioè che la venuta del Regno di Dio è un fatto interiore, verrebbe voglia di accettare questa linea.
Viviamo oltretutto in un tempo di estrema superficialità, di materialismo banale e ingiusto, di esteriorità spinta all’eccesso: un tempo che spesso appare senza cuore e senza memoria. Sembra dunque appropriato ribadire, oggi, che il Regno di Dio è un avvenimento interiore.

Rileggendo l’episodio dell’incontro tra Gesù e i farisei, riferito da Luca, collocato nel suo contesto, possiamo tuttavia trovare validi argomenti anche a favore dell’altra traduzione dell’espressione “entòs hymòn”, quella che in italiano rende “il Regno di Dio è in mezzo a voi”.

Cominciamo col considerare le espressioni che, secondo l’evangelista Luca, Gesù avrebbe usato rivolgendosi a dei farisei. “Voi vi preoccupate di pulire la parte esterna del bicchiere e del piatto, ma all'interno siete pieni di furti e di cattiverie” (Luca 11,39); e ancora: “Siete come sepolcri che non si vedono” (Luca 11,44). E non dimentichiamo le parole dette da Gesù ai suoi discepoli: “Tenetevi lontani dal lievito dei farisei, dalla loro ipocrisia” (Luca 12,1).
Alla luce di quei giudizi taglienti, sembra difficile attribuire a Gesù l'idea che esista nell'essere umano un luogo, un ambito, una sfera interiore che possa facilmente mettersi in contatto con Dio, e col suo Regno.
A costo di apparire sfrontati, e riconoscendo la spericolatezza dell’accostamento, potremmo riprendere un tormentone del comico italiano Corrado Guzzanti, il quale, in una delle sue battute più fulminanti, ripeteva: “Le risposte, non le devi cercare fuori, la risposta è dentro di te. Epperò è sbagliata”.

Che cosa ha voluto dire Gesù affermando che “il Regno di Dio è in mezzo a voi”? L’impressione è che Gesù stia parlando di sé stesso. Alcuni capitoli prima, egli aveva infatti già affermato: “Se è con l'aiuto di Dio che io scaccio i demòni, allora vuol dire che è giunto per voi il regno di Dio.” (Luca 11.20).
Commentando questo episodio, il teologo svizzero Karl Barth non ha avuto dubbi: il Regno di Dio è in mezzo a voi in quanto Gesù è in mezzo a voi: “Gesù stesso è il Regno in persona”.

Sembra tutto chiaro: il Regno è Gesù, la sua parola e i suoi gesti di liberazione. Il pensiero va alle parole di Gesù riferite dall’evangelista Matteo: “Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20).
Ma è una chiarezza che si mostra solo a sprazzi, interrotta da passaggi nebbiosi. Che cosa leggiamo infatti? Leggiamo che il Messia dovrà “soffrire molto e sarà rifiutato dagli uomini di questo tempo”, e che chi crede in lui andrà incontro a tempi incerti: “Verranno tempi nei quali desidererete vedere anche solo per poco il Figlio dell'uomo che viene, ma non lo vedrete.”

Sono parole che si adattano bene alla nostra epoca, un tempo in cui crollano certezze, nascono dubbi, e sorgono improvvisi entusiasmi dettati dall’impazienza. “Allora molti vi diranno: 'Eccolo qua', oppure: 'Eccolo là', ma voi non muovetevi! Non seguiteli! Perché come il lampo improvvisamente splende e illumina tutto il cielo, così verrà il Figlio dell'uomo nel suo giorno”.
Gesù sembra preoccuparsi soprattutto di quella tendenza, sempre presente, a trasformare l'attesa del Regno in un insieme di falsi allarmi, di calcoli avventati, di confusione tra le nostre battaglie e le battaglie di Dio.

No, la risposta di Gesù non lascia posto per facili entusiasmi, per trionfalismi, per fanatismi di qualsiasi genere. La via si presenta aspra e insidiosa, per procedere occorrono respiro lungo e sguardo acuto, capace di vedere oltre la superficie, oltre le apparenze.

Per ribadire questo, Gesù si riferisce a due episodi dell'antica narrazione biblica: il diluvio e la distruzione di Sodoma.
Gesù non cita quegli episodi per stigmatizzare i vizi di quella gente: dice che mangiavano, bevevano, si sposavano e (nel caso di Sodoma) commerciavano, piantavano alberi e costruivano case. Il loro peccato non era il vizio, comunque ben presente, bensì il cedere alla seduzione della normalità: vivere come se il mondo (e noi in esso) fosse eterno, mentre è provvisorio. Perciò il giudizio di Dio (acqua, fuoco) li colse di sorpresa.

Analogo giudizio colpisce la nostra epoca: non semplicemente perché è un tempo di violenze e ingiustizie, ma perché considera definitivo ciò che è solo provvisorio: non importa se in Africa crepano di fame, non importa se i prepotenti prevalgono, non importa se le disuguaglianze nella società crescono a dismisura, non importa se le risorse della Terra vengono dilapidate, inquinate, distrutte: quel che conta è godersi avaramente la vita. Questo è il nostro peccato. È su questa stoltezza che piove il giudizio di Dio.

I credenti però non temono quel giudizio: come nei “tempi di Noè”, come nei “tempi di Lot”, essi si sentono a disagio, soli come Noè e Lot. Nell’attesa, sanno che, quando il Regno verrà, ci sarà la conferma del fatto che avevano fatto bene a considerare la passione del Messia come il centro della vicenda umana, e a regolarsi di conseguenza, cioè a vivere in una dimensione di fede, speranza e amore.

In fondo, non è questo l'essenziale della nostra fede e la base del nostro impegno?

Riforma e coscienza

Mentre [Pietro e Giovanni] parlavano al popolo, giunsero i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, indignati perché essi insegnavano al popolo e annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti. Misero loro le mani addosso e li gettarono in prigione fino al giorno seguente, perché era già sera. Ma molti di coloro che avevano udito la Parola credettero, e il numero degli uomini salì a circa cinquemila.
Il giorno seguente i loro capi, con gli anziani e gli scribi, si riunirono a Gerusalemme con Anna, il sommo sacerdote, Caiafa, Giovanni, Alessandro e tutti quelli che facevano parte della famiglia dei sommi sacerdoti. E, fatti condurre in mezzo a loro Pietro e Giovanni, domandarono: «Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?»
E, avendoli chiamati, imposero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite» (Atti 4, 5-7.18-20)

La prima domenica di novembre è, per le chiese evangeliche, dedicata al ricordo della riforma protestante del 16. secolo.
Accade spesso che il testo della predicazione sia costituito dall’episodio, contenuto nel quarto capitolo del libro degli Atti degli apostoli, in cui si racconta che, quando Pietro e Giovanni furono ammoniti e diffidati dal tribunale ebraico a non più predicare l’evangelo, essi risposero: “Noi non possiamo non parlare”.

Perché questo testo è spesso scelto per la domenica della Riforma? Perché esso richiama un famoso episodio che ebbe come protagonista il monaco agostiniano Martin Lutero.

Lutero fu convocato, nel 1521, a Worms, davanti all’imperatore Carlo V e alle massime autorità dell’impero. Carlo V intimò a Lutero di dichiarare nullo tutto ciò che egli aveva detto e scritto fino a quel momento. Lutero rifiutò, con queste parole: “Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto andare contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti!”.

Due risposte - quella di Pietro e Giovanni e quella di Lutero - lontane nel tempo, che esprimono un principio che la Riforma del 16. secolo ha rivendicato con determinazione: quello della libertà di coscienza.
Questo principio significa, concretamente, sia per Pietro e Giovanni che per Martin Lutero, che la coscienza, forte della propria convinzione, può giungere ad assumere un atteggiamento deciso, di rottura, di fronte a qualsiasi tipo di autorità e di tradizione.
Si tratta di prese di posizione importanti, specie se cadono quando una persona scopre il valore della propria individualità e la necessità di fare le proprie scelte, in ogni campo, in conformità alla propria convinzione, alla propria coscienza. Quando nell’essere umano si sveglia il senso del valore che la propria coscienza deve avere come sorgente di autorità, allora - e va sottolineato: solo allora - gli eventi possono cambiare il loro corso.

Il richiamo protestante alla coscienza individuale ha aperto la porta a tempi nuovi, ha avuto e ha tuttora una forza rivoluzionaria: dove viene accolto provoca un riorientamento della scala dei valori.
Nella politica: non dimentichiamo che lo stato moderno, come noi lo conosciamo oggi, nella sua forma di democrazia parlamentare, è uscito dal travaglio della riforma protestante del 16. secolo.
Nella chiesa: la Riforma ha proposto e realizzato, almeno in parte, l’abbattimento della distinzione tra clero e laici e ha aperto la strada al sacerdozio universale.
Nella società: è negli ambienti più illuminati del protestantesimo che è sorta la battaglia per l’abolizione della schiavitù, ed è nell’ambiente delle chiese nate dalla Riforma che ha messo radice il movimento per la liberazione delle donne.

Nella visione protestante il cristianesimo è dunque religione della coscienza: qui è tutta la forza e la dignità del protestantesimo. Non si tratta di una coscienza lasciata a sé stessa, ma di una coscienza resa sensibile, matura e profonda dall’incontro con la coscienza più alta, quella di Gesù.

In un tempo come il nostro, in cui il conformismo e l’ossequio servile a pregiudizi di ogni sorta sembrano riacquistare e riacquistano il sopravvento; in cui le relazioni umane, di lavoro e politiche, sembrano essere sempre più dominate da criteri di interesse e di profitto, il protestantesimo può pronunciare una parola importante: l’appello a dare il primato alla coscienza illuminata dall’evangelo.

Si potrebbero e si possono dire anche altre cose sulla Riforma e sulla sua attualità, ma è importante ricordare, oggi, che “è pericoloso e ingiusto andare contro la propria coscienza” e che è pericoloso trascurare di alimentare la propria coscienza con la parola evangelica.
Ed è pericoloso, perché non si possono alla lunga mantenere i risultati politici, sociali, culturali, umani della rivoluzione religiosa della riforma protestante senza nutrirli in continuazione.

Che cosa significa? Significa che la libertà della coscienza è da conquistare, da riconquistare, mai da ritenere scontata, mai da considerare come un bene acquisito una volta per tutte. La libertà di coscienza è il prodotto di un lavoro continuo su noi stessi.
Non basta dirsi protestanti per essere davvero protestanti. Non basta risultare come protestanti nei registri di qualche comunità o di qualche ufficio del controllo abitanti per possedere una coscienza libera.
La tua libertà di coscienza non la ricevi attraverso la nascita, per tradizione, esibendo un documento su cui sta scritto che sei protestante. La tua libertà di coscienza l’acquisisci dal padre che è nei cieli, il quale lotta con te affinché tu cresca, misurandoti alla statura di Gesù.
È nelle tue decisioni quotidiane, politiche, sociali, culturali, religiose, che si mostra il grado della tua libertà di coscienza, la tua capacità di andare contro corrente, seguendo le orme di Gesù.

La riforma protestante del 16. secolo ha mostrato di avere capito tutto questo, operando di conseguenza delle scelte spesso molto nette, di rottura. Noi, che oggi celebriamo la Riforma, siamo altrettanto consapevoli?
Non siamo chiamati a ripetere le stesse scelte, perché viviamo in un’epoca, in un mondo, in una società diverse. Ma nel nostro mondo, nella nostra società, nel nostro tempo - se riteniamo valido ciò che i Riformatori hanno intuito e praticato nel 16. secolo - possiamo e dobbiamo operare scelte ispirate, guidate da una coscienza liberata dalla parola di Dio.

Servire o dominare

Tra i discepoli sorse una discussione per stabilire chi tra essi doveva essere considerato il più importante. Ma Gesù disse loro: “I re comandano sui loro popoli e quelli che hanno il potere si fanno chiamare benefattori del popolo. Voi però non dovete agire così! Anzi, chi tra voi è il più importate diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve. Secondo voi, chi è più importante: chi siede a tavola oppure chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure, io sto in mezzo a voi come un servo. Voi siete quelli rimasti sempre con me, anche nelle mie prove. Ora, io vi faccio eredi di quel regno che Dio, mio Padre, ha dato a me. Quando comincerò a regnare, voi mangerete e berrete con me, alla mia tavola. E sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù del popolo d'Israele”.
(Luca 22,24-30)

“Chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve”, dice Gesù.
Un altro grande personaggio dell’antichità, il filosofo greco Platone, la pensava tuttavia diversamente. Egli si chiedeva: “Come può essere felice una persona che deve servire gli altri?”. E concludeva: “Chi serve è sottomesso, non è libero; solo chi è libero può essere veramente felice”.

Nel corso della storia dell’umanità sembra che non si siano affermate le parole di Gesù, bensì quelle di Platone. Da sempre, in ogni cultura, gli esseri umani hanno preferito come ideale di vita non il servizio, ma il dominio.

Anche nella nostra società occidentale, pur plasmata dalla cultura ebraico-cristiana, predomina l’idea che la felicità si ottiene attraverso il dominio, la supremazia, la superiorità.
Pensiamo alla sete di potere e al desiderio di comandare stampato sulle facce di tanti nostri contemporanei, ma pensiamo anche alla più modesta richiesta di poter raggiungere la felicità personale, o alla realizzazione di sé stessi, così fortemente presente nel nostro tempo.

Nella Bibbia Dio viene presentato non solo come colui che ama essere in compagnia delle sue creature. Ci viene detto anche che colui che è al di sopra di ogni legge e al quale nessuno può dare ordini ha deciso di assumere la forma del “servitore”.

Nel Nuovo Testamento la parola “servizio” è chiamata “diaconia”, il “servitore” è chiamato “diacono”. E “diacono” è uno dei titoli di Cristo.

Nel nostro testo Gesù dice: “Io sto in mezzo a voi come un servo”, cioè appunto come un “diacono”.

Dio è fedele a questo suo modo di essere: nessuna freddezza da parte nostra e nessuna ingratitudine può spingerlo a cambiare idea. Noi possiamo essere dei servitori infedeli, ma Dio non è mai infedele nei nostri confronti. Quando Gesù dice “Chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve”, non fa altro che dirci: “Siate come me! Imitate il mio modo di essere”.

Certo, è vero, la parola di Gesù sul servizio è ignorata da molti. Ma ciò non significa che essa sia meno vera o la sua applicazione meno attuale. Al contrario.
Proviamo a immaginare una società in cui regnasse questo principio dell’evangelo, dove Dio fosse riconosciuto come il Signore e gli esseri umani si amassero e servissero gli uni gli altri.
Proviamo a immaginare una società in cui nessuno si senta escluso: dove chi è solo trovi una persona che l’accoglie, l’afflitto sia consolato, gli ammalati si sentano circondati di cure, chi ha dei dubbi sia fortificato, chi ha perso la propria casa e la propria patria le ritrovi, chi è nel bisogno sia aiutato e soccorso, i nemici siano riconciliati, i peccatori e le peccatrici siano perdonati.
Proviamo a immaginare una società dove si preghi gli uni per gli altri e l’amore di Cristo non sia predicato a parole soltanto, ma venga vissuto ed esteso a tutti, dentro e fuori la chiesa, in atti concreti di solidarietà, comprensione, perdono.
Proviamo a immaginare tutto questo e altro ancora. E chiediamoci: non vale la pena affrontare disagi e difficoltà per essere fedeli a questa scelta?

Se la speranza e l’amore non si devono estinguere completamente in questo nostro tempo, è necessario che ci siano donne e uomini che continuano a professare con decisione la fede in colui che ha voluto essere il diacono dell’umanità.

Finché ci saranno persone che vivono concretamente questa scelta, il cristianesimo sopravviverà. Se questa scelta verrà meno, la causa cristiana ne risulterà indebolita.

Il compito che ci sta davanti è impegnativo e difficile. Ma non dimentichiamoci della parola detta dall’apostolo Paolo: “Io posso ogni cosa in Cristo che mi dà la forza” (Filippesi 4,13).

Una lettera di Cristo

Noi non siamo come quei molti che falsificano la parola di Dio, ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo.
Cominciamo di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione presso di voi o da voi?
Siete voi la nostra lettera, scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini, essendo evidente che voi siete una lettera di Cristo […] scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.(2 Corinzi 2,17-3,3)

Uno dei più grandi scrittori del 20. secolo, Franz Kafka, ebreo, era un uomo che pensava spesso al mistero di Dio e al mistero dell'essere umano. Questo mistero, Kafka lo esprime ad esempio in un racconto intitolato “Il messaggio dell'imperatore”.
Lo scrittore immagina che l'essere umano di oggi – uomo o donna – sia come un antico cinese impiegato nei lavori di costruzione della Grande Muraglia. L’operaio cinese fatica, suda, patisce il caldo e il freddo, e non comprende il significato del proprio lavoro. Ma nella lontana Pechino c'è l'imperatore, e l’imperatore, che conosce tutto, sa.
L'imperatore gli ha inviato un messaggio: proprio a lui, piccolo cinese. Il messaggio non è ancora arrivato, ma l'imperatore lo ha inviato.
L’operaio continua a lavorare e nel frattempo spera che forse, un giorno, quel messaggio gli arriverà e chiarirà il senso della sua fatica.

Noi, donne e uomini di oggi, siamo come quel piccolo operaio cinese: immersi in un mondo pieno di dolore e fatica, di illusioni e di errori. Di questo mondo noi non comprendiamo il significato, e spesso ci sfugge anche il senso della nostra esistenza personale.
Abbiamo tuttavia una certa nostalgia delle cose spirituali, di un Dio che ci parli e aiuti a comprendere le nostre esistenze, che illumini la nostra storia tribolata, piena di dubbi e di fango come la Grande Muraglia cinese.

“A te, proprio a te, l'imperatore ha inviato un messaggio”, ci dice Franz Kafka, incoraggiandoci a non trascurare questa nostalgia, questa nostra attesa delle cose vere e profonde, delle cose dello spirito.

Diverso è il discorso che l'apostolo Paolo invia alla chiesa di Corinto: il suo non è un messaggio intriso di malinconica nostalgia, che rinvia a un futuro incerto, bensì un annuncio che trasmette una certezza.

Noi, lettori e lettrici di Kafka, o quantomeno donne e uomini simili all’operaio cinese del suo racconto, basiamo le nostre nostalgie spirituali sugli immensi fallimenti del ventesimo secolo.
Il secolo era nato accompagnato da tre grandi attese, legate agli sviluppi della tecnica, alla fede nella nazione, ai cambiamenti generati dalla rivoluzione. Ma poi le cose hanno preso una direzione che non era quella auspicata.
La tecnica ha prodotto, accanto a innegabili frutti positivi, le armi di distruzione di massa – dai gas del primo conflitto mondiale all’atomica –, sta provocando la crisi ambientale, e ora ci propone l’incognita dell’intelligenza artificiale, del controllo totale delle nostre attività.
Il nazionalismo ha prodotto Auschwitz, ha buttato la bomba atomica, e continua ad alimentare contrapposizioni, tensioni e guerre micidiali.
La rivoluzione, che prometteva di dare vita a un “uomo nuovo”, ha prodotto lo spaventoso “arcipelago gulag”, narrato dagli scrittori Alexander Solgenitsin e Varlam Salamov, i campi di sterminio di Pol Pot in Cambogia, i lager cinesi dove oggi sono rinchiusi gli uiguri.

Le attese d’inizio Novecento sono state deluse e siamo entrati nel 21. secolo appesantiti dalla consapevolezza dei fallimenti dell’umanità.
Amareggiati, perplessi e in cerca di punti di riferimento, abbiamo ricominciato a parlare dello spirito, della spiritualità.
La spiritualità è tornata di moda: la cerchiamo nelle forme più insolite e a volte bizzarre, e quanto più esotica è una verità, tanto più essa ci sembra attraente.
A Coira, nell’ambito di una giornata di studio organizzata recentemente dalla chiesa riformata cantonale, lo studioso delle religioni Georg Otto Schmid, direttore del centro di documentazione RelInfo, ha parlato di oltre mille movimenti e organizzazioni presenti in Svizzera, di centinaia di “guru” che diffondono messaggi caratterizzati da molta superficialità e di una religiosità che insegue sempre nuove e mutevoli tendenze.

Se ora ci volgiamo al messaggio dell'apostolo Paolo, dobbiamo riconoscere che in ciò che annuncia troviamo una risposta molto chiara, che non rinvia a una nostalgia, a un annuncio incerto, bensì a una certezza: il messaggio che noi cerchiamo è già arrivato, la lettera a noi indirizzata ci è già stata recapitata.
Il messaggio ci è stato mandato mediante Gesù di Nazareth, il maestro dolce e umile di cuore. Questo Gesù è il messaggio di Dio per l'umanità dispersa e sofferente.

Si tratta innanzitutto di un messaggio di perdono e di guarigione, ma è anche l’annuncio di un compito per la vita. Gesù fa di noi dei portatori e delle portatrici del suo messaggio. L’apostolo Paolo lo dice con una immagine inequivocabile: “Voi siete una lettera di Cristo”. Chi crede in Cristo diventa portatore e portatrice del suo messaggio, in parole e in atti.

Chi crede in Cristo non può fare a meno di parlare del perdono e della liberazione ricevuti. Ma allo stesso tempo non può non fare della propria esistenza, del proprio modo di vivere, del modo in cui prende le proprie decisioni, degli atti che compie, un riflesso della grazia di Dio. In questo senso, ciascuno e ciascuna di noi è chiamato e chiamata a diventare, nel dire e nel fare, una lettera di Cristo.

Diamo dunque retta a Kafka, limitandoci ad attendere, pieni di incerta malinconia, una lettera che potrebbe forse giungerci un giorno? O diamo ascolto all’apostolo Paolo, il quale ci dice che la lettera è già arrivata, la possiamo aprire, leggere, rileggere e trarne fin da ora, con l’aiuto dello Spirito, ispirazione e pace per la nostra esistenza quotidiana?

Una porta aperta davanti a noi

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, valoroso e forte, è il Signore che vince le guerre!
Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!
(Salmo 24,7-10)

Se doveste scegliere un simbolo per l’avvento, quale vi verrebbe in mente?
Quale immagine riuscirebbe, secondo voi, ad evidenziare il significato di questo particolare periodo dell’anno?
Io, oggi, vi propongo l'immagine di una porta aperta!

Sto pensando al calendario dell’avvento con le sue porticine che devono essere aperte l’una dopo l’altra? Si! Ma non soltanto! Mi è venuto in mente questo simbolo della porta aperta perché anche la Bibbia lo usa quando ci ricorda che siamo in attesa.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!

Così proclama il Salmo 24, scelto già dalla chiesa antica per la prima domenica dell’avvento.
Questo invito dell’antica preghiera ebraica ci vuole ricordare una cosa importante: la realtà, nella quale viviamo, non è qualche cosa di chiuso. Il mondo che conosciamo, non è quello definitivo.

Noi, in questo mondo e per questo mondo, siamo chiamati a rimanere in attesa di una realtà nuova, che sta ancora “dietro le porte”, “oltre le porte”!

Questa nuova realtà è legata a Gesù, la cui nascita ricorderemo a Natale.
Nella vita di Gesù, è stato possibile scorgere l’inizio di un mondo nuovo, la possibilità di un mondo più umano. Di un mondo in cui siamo veramente tutti fratelli e sorelle, con la stessa, identica dignità.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Questo appello viene rivolto a te e a me, all’inizio dell’avvento, proprio per invitarmi e invitarci a porci alcune domande.
Come vivi la tua vita? La vivi come se fosse uno spazio con le porte chiuse?
O la tua vita assomiglia piuttosto ad una casa con le porte aperte?
Sei rassegnata, sei rassegnato e pensi che questo mondo, in realtà, non cambierà mai?
E allora ogni tuo impegno, ogni tuo sforzo per un mondo migliore ti sembra, in fondo, vano?
O senti ancora la speranza dentro di te che questo mondo non è abbandonato a se stesso e che la pace e la giustizia, che la comunione fraterna e la condivisione di una vita buona e bella, possano realizzarsi?

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Se tu, però, fai parte di coloro che si sentono rinchiusi in un mondo senza speranza, se tu senti di non avere più la forza di aprire le porte, né di tenerle aperte, perché la vita stessa ti ha tolto ogni speranza, allora ascolta questa parola dell’Apocalisse (3,8):

Io so tutto di voi. So che non avete molta forza, eppure avete messo in pratica la mia parola e non mi avete tradito. Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

La porta aperta, nella tua vita, c’è! Anche se tu non hai più la forza di tenerla aperta! È Dio stesso che l’ha già aperta, per te!
Prova ad alzare gli occhi verso la porta aperta, per intravvedere la luce che vuole arrivare. Quella luce che vuole brillare anche nella tua notte - nella tua delusione e nella tua paura, nella tua tristezza e nella tua solitudine. Per dare anche alla tua vita una speranza e un avvenire, contro ogni apparenza.

Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

Dio ci doni, in queste settimane dell’avvento, di riscoprire la porta aperta nella nostra vita. La porta dalla quale entra la luce, che ci annuncia una speranza e un avvenire, che vuole trasformare la nostra vita, oggi.

Vivere e agire in modo umano

Quando ebbe finito di insegnare ai suoi dodici discepoli, Gesù partì per andare a predicare e ad insegnare nelle città di quella regione.
Giovanni era in prigione, ma sentì parlare di quel che faceva il Cristo. Allora mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:
- Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?
Gesù rispose ai discepoli di Giovanni:
- Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me.
(Matteo 11,1-6)

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Questa non è, per Giovanni, una domanda dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Egli è in carcere, alla vigilia dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, il Battista pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” La domanda di Giovanni non è dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Giovanni è in carcere, in attesa dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, egli pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

Sei tu? Sei veramente tu, il Cristo dei Vangeli, della chiesa, il Cristo nel nome del quale celebriamo questo culto; colui al quale, talora con convinzione, altre volte meno, in qualche caso addirittura con rabbiosa disperazione rivolgiamo la nostra preghiera: sei tu colui che doveva venire, per conferire senso e direzione al nostro tempo e alla nostra vita?
Giovanni interroga con ansia e urgenza: tutto, per lui, dipende dalla risposta a quella domanda.

Non solo Giovanni, ma milioni di cristiane e cristiani, ogni giorno, pongono quella stessa domanda. Spesso non sanno, non sappiamo, se la poniamo realmente a Gesù, nella preghiera, oppure a noi stessi, oppure ancora, in realtà, a nessuno.
Davvero, Gesù, il tuo nome e la tua storia incontrano le nostre angosce, accolgono la nostra attesa, rispondono alle nostre speranze?

Attesa, speranza, sono parole ambigue. A volte sono pronunciate con superficialità, sono parole che vanno sempre bene e che costano poco.
Ma proviamo a immaginarle in una trincea; o in un campo profughi; oppure anche in una coda, davanti allo sportello di un ospedale, in attesa di risultati di analisi cliniche dai quali dipende la vita: queste situazioni tagliano l’erba sotto i piedi a ogni superficialità, a ogni qualunquismo, a ogni chiacchiera religiosa. Sei tu il contenuto di ogni attesa? Sì o no?

“Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi vedono e gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, persino i morti risuscitano e ai poveri è annunciata la buona notizia”.
Sembra una risposta chiarissima: Gesù elenca alcune guarigione da lui operate, alcune talmente straordinarie da essere considerate addirittura come risurrezioni dai morti.
Lo fa con parola tratte dall’Antico Testamento e interpreta quelle guarigioni come segni di una vicinanza di Dio che trasforma la realtà. Che cosa volete di più? Non è chiaro abbastanza?

Beh, non è così semplice. Nemmeno in presenza di Gesù tutti i ciechi, tutti i paralitici, tutti i lebbrosi, tutti i sordi sono stati guariti, e la gente ha continuato a morire. Il meno che si possa affermare, dunque, è che la buona notizia del regno di Dio è piuttosto parziale.

È un po’ come oggi: certamente ci sono anche segni di speranza; certamente nel cuore di situazioni oscure si accendono anche luci inattese e generatrici di futuro; e a volte, nel periodo natalizio, i media le pubblicizzano un po’ di più, perché a Natale non solo siamo tutti più buoni, ma anche un po’ più fiduciosi.

O forse no, forse, anzi, ogni buona notizia appare come una misera goccia nel mare del dolore e del non senso dell’umanità; forse ogni bambino salvato dalla denutrizione o dalla malattia, che certamente costituisce un risultato, anzi, una conquista, evidenzia, per contrasto, la tragedia dei molti e delle molte che non ce la fanno; e a quel punto, anche la buona notizia della vicinanza di Dio, annunciata ai poveri, appare discutibile. Non sono pochi a pensarla così. E anche a quel tempo non era diverso.

La risposta di Gesù, dunque, non solo è indiretta, non è un sì o un no, ma è anche contestabile. Ed è esattamente per questo che essa culmina in una beatitudine: Beato, beata, chi non si scandalizza di me!

Che cosa significa, qui, scandalo? In fondo, l’abbiamo già visto. Colui che doveva venire, colui che di fatto è venuto, non ci ha trasportati in un mondo nel quale tutti i problemi sono risolti per via religiosa.
Gesù di Nazareth è venuto in questo mondo e nelle sue tragedie: in esso ha parlato e agito, in esso è morto. I Vangeli, le buone notizie, sono stati scritti nella convinzione che la sua storia non finisca qui.

Come scrive un poeta cristiano: “Anziché rifugiarsi ammutolito / in un aldilà migliore / irruppe nuovamente nell’aldiquà crudele / nella lunga marcia attraverso i molti labirinti / dei popoli delle chiese e / della nostra storia di non salvezza”.
L’uomo di Nazaret viene ancora e ancora, nell’annuncio del suo messaggio, in parole e gesti, e ci invita non a una religiosa festa scintillante nella quale tutte le soluzioni e le consolazioni sono servite, bensì ad attraversare insieme a lui le tempeste e le ingiustizie della vita, scoprendo, e anche costruendo, segni di un mondo diverso, ispirato dalla volontà di Dio.

E ha ragione il poeta, quando prosegue dicendo: “Spesso ora ci coglie la paura che egli possa / essersi da lungo tempo perduto e smarrito / scomparso per sempre nello scoramento”.
Conosciamo questa possibilità. Beato chi non la fa propria, dice Gesù, beato chi riconosce nei segni della speranza la possibilità di una vita con un capo e una coda, la possibilità di una vita con Gesù.

Non scandalizzarsi di Gesù significa provare, tra mille contraddizioni, ad essere cristiane e cristiane, cioè, provare a seguire Gesù, in questo mondo.
Come ha scritto il teologo Hans Küng, “a vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte, sorretti da Dio e fecondi di aiuto per gli altri”.