
Pesi leggeri e carichi pesanti
Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati e io vi darò riposo. Prendete su voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore e voi troverete riposo alle anime vostre, poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero. (Matteo 11,28-30)
Sono tanti i pesi che ci può capitare di dover portare. Ci sono pesi che gravano sulle nostre spalle, e ci sono pesi che invece gravano sul nostro cuore, sulla nostra anima o sulla nostra coscienza.
Pesano i sacchi di cemento e i mattoni che portano i muratori, pesano i lavori in campagna e sui monti, pesano i mobili che devono spostare i traslocatori, pesano le derrate alimentari da immagazzinare o da disporre sugli scaffali, ma pesano anche le fatiche della vita, le delusioni, le angosce, pesano le responsabilità di chi è chiamato a prendere decisioni, e pesano anche i pensieri, gli anni che passano, gli acciacchi, le malattie, le preoccupazioni, l’amarezza, pesa la consapevolezza degli errori che facciamo e nei quali rimaniamo intrappolati.
Sappiamo dunque che cosa sia un peso, e sappiamo che esistono diversi tipi di pesi. Ma qui Gesù introduce un elemento sorprendente: ci parla di un peso leggero. Sembra un’affermazione paradossale. Che cosa sarà mai un peso leggero? Se qualcosa è leggero, perché dovremmo definirlo un carico, o un peso? Che cosa intende Gesù quando parla di un peso leggero?
Con l’aiuto della bilancia possiamo facilmente capire quale carico è più pesante e quale meno. Ma c’è un altro modo di misurare i pesi. Un modo che dice quanto pesa un determinato carico per noi e non per la bilancia. E questo ci porta a un primo importante punto, a una prima conclusione che ricaviamo dal nostro testo.
Sulla bilancia, il peso di un carico è misurato in chilogrammi, o magari in quintali. Su di noi invece un carico grava ed è tanto più pesante quanto più siamo soli a portarlo.
Lo stesso peso, se lo portiamo in due si dimezza, e diminuisce ancora se lo portiamo in tre, in quattro o in dieci. Noi possiamo fare ciò che la bilancia non può fare: possiamo portare il peso insieme, condividerlo. E allora il peso diventa più leggero.
Un carico pesante è un carico che portiamo da soli. Un carico leggero è un carico che un altro porta insieme a noi. Il carico leggero di cui parla Gesù non è un peso meno pesante di quelli a cui siamo abituati, bensì un peso condiviso, che possiamo sopportare perché lui viene a portarlo con noi.
Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore, e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.
Proviamo a guardare a questo testo anche da un altro punto di vista. Non sembra anche a voi che queste parole di Gesù siano lontane dalla realtà di tanto cristianesimo? Quante volte, infatti, essere cristiani ha significato essere sottoposti a divieti e obblighi rigorosi e opprimenti?
Anche al tempo di Gesù scribi e farisei, teologi e persone pie avevano fatto della fede un sistema chiuso, basato su divieti e prescrizioni. A coloro che erano affaticati e oppressi da questa visione legalistica della fede Gesù rivolge il suo invito: venite a me, perché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.
Significa forse che Gesù non è esigente, che diventando suoi discepoli possiamo fare tutto quel che ci pare? Che si può essere cristiani all’acqua di rose? No, il giogo di Cristo resta un giogo, ed essere cristiani comporta pur sempre un carico. Ma quel carico, quel peso non lo sentiamo più. Perché?
Perché il “carico” del discepolato è inserito nella gioia della buona notizia dell’amore e della misericordia di Dio. Le esigenze di Gesù sono a volte ancor più radicali di quelle della “legge degli antichi”, ma la gioia della scoperta dell’amore di Dio rende tutto più leggero.
Pensiamo al rapporto d’amore tra due esseri umani: anch’esso è - per certi versi - paragonabile a un giogo, a un legame, a un carico, a una responsabilità, ma l’amore stesso, la gioia che si prova nell’amare e nel sentirsi amati, rende leggeri i carichi apparentemente più pesanti.
Il secondo punto, la seconda conclusione che ricaviamo dal nostro testo è dunque questa: il giogo di Gesù è dolce e il suo carico è leggero perché Gesù ha alleggerito la legge di Dio dal formalismo, dai tanti fronzoli e dettagli non essenziali con cui era stata e ancora oggi viene ricoperta. Gesù ci invita a scrollarci di dosso l’involucro fatto di tradizioni e consuetudini umane, di norme e cavilli che ci impediscono di riconoscere il nucleo centrale, l’intenzione della legge divina, che è una legge d'amore.
Per cogliere infine un terzo aspetto, un ulteriore insegnamento, poniamoci una domanda. Qual è la forza capace di trasformare un peso pesante in un peso leggero, un giogo opprimente in un giogo dolce?
La risposta di Gesù è semplice e chiara: l’unica forza capace di tanto è racchiusa nella dolcezza, nella mitezza e nell’umiltà. Certo, secondo i criteri del nostro mondo, mitezza, umiltà e dolcezza sono caratteristiche dei deboli e non dei forti. Sono atteggiamenti ritenuti troppo arrendevoli.
Ebbene, a tutto ciò che la nostra società indica come caratteristiche in cui si esprime la forza dell’essere umano - ricchezza, potere, autorità, violenza, sopraffazione -, Gesù contrappone la dolcezza, la mitezza e l’umiltà.
Questa è la vera forza che siamo chiamati a scoprire: la forza della dolcezza contrapposta alla forza dell’arroganza, la forza della tenerezza contrapposta alla forza dell’aggressività, la forza della pazienza contrapposta alla forza dell’efficienza, la forza della non violenza contrapposta alla forza delle armi.
È una forza capace di trasformare i conflitti in relazioni di amicizia, i rapporti di potere in relazioni d’amore, i rapporti di servitù in relazioni di libertà. È una forza capace di riconciliare i nemici, di riavvicinare i rivali, di portare pace tra gli avversari.
Dolcezza non è sinonimo di passività o di rassegnazione. Dolcezza esprime invece una precisa volontà, quella di rinnovare i nostri rapporti; mitezza esprime una dichiarazione d’intenti, quella di combattere ogni forma di sopraffazione; umiltà è un programma di vita impegnativo che ci fa vivere al servizio degli altri.
Le parole di Gesù indicano un cammino. Il giogo dolce di Gesù indica la strada della fratellanza, della sororità, il sentiero dell’amicizia, il cammino dell’amore. Gesù ci dice di guardare a questo nostro mondo non come a una terra di conquista, ma come a una terra rinnovata, riconciliata e riappacificata con Dio, una terra che non appartiene ai forti, ai violenti, ai potenti, ma che – come Gesù ha ribadito nel Sermone sul monte – appartiene ai mansueti, ai non violenti.