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meditazione

Violenza e nonviolenza

Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento, infatti, non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete, oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza (Efesini 6,10-18)

Il cristianesimo è portatore di un messaggio di pace. Quel messaggio di pace è definito, in Efesini 6,15, “l’evangelo della pace”. All’inizio della Lettera, si specifica che questo messaggio deve essere annunciato ai lontani e ai vicini (Efesini 2,17).
L’apostolo Paolo, nella sua lettera ai Romani, ribadisce che il messaggio della pace deve essere vissuto nella concretezza delle relazioni umane personali e sociali: “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12,18).
Ebbene, malgrado queste premesse, il cristianesimo non è riuscito, e ancora non riesce, a mettere in pratica con la necessaria determinazione l’evangelo della pace.

Anziché essere annunciato e vissuto, l’evangelo della pace è stato da un lato spiritualizzato, ridotto a fatto puramente interiore, e dall'altro secolarizzato, cioè, affidato all'arte della diplomazia e, se necessario, agli argomenti delle armi.
Il discorso nuovo della fede in un Dio forte e allo stesso tempo disarmato, vittorioso con la sola forza dell'amore e la Parola come unica arma, è stato messo da parte. A imporsi è stata la logica secondo cui la forza risolutiva, quella che ha l'ultima parola, è quella violenta, e spesso armata.

Alla logica del Regno di Dio si è sostituita la logica del Regno di Cesare, tanto più dal momento in cui quest'ultimo è diventato cristiano. E se l’imperatore, che è cristiano, scende in guerra contro i suoi nemici, i cristiani, sudditi dell’imperatore, possono e devono prestare servizio militare e combattere nell’esercito dell’imperatore. Dall’annuncio dell’evangelo della pace si è così passati alla legittimazione della guerra.

Il tramonto dell'evangelo della pace è stato accompagnato dalla progressiva scomparsa del pacifismo radicale di Gesù.
Il maestro di Nazareth aveva proposto, nel sermone sul monte, una forma di pacifismo che si spingeva fino all'amore dei nemici (Matteo 5,44). Quel pacifismo trova la sua più chiara espressione in due beatitudini: “Beati i mansueti, perché erediteranno la terra” e “Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.
La storia del cristianesimo, purtroppo, non porta molte tracce di quelle due beatitudini: cristianesimo e pacifismo faticano, fino a oggi, a darsi la mano.

Il cristianesimo non è stato capace di ribaltare quella che per noi è diventata un’affermazione scontata: “Si vis pacem, para bellum”, ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. La frase risale alla fine del quarto secolo e si trova in un testo sulla guerra, opera dell’autore latino Vegezio. Il concetto è stato ripreso dal politico e filosofo romano Cicerone, in una delle sue Filippiche: "Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra".
Detto in altre parole: la pace la si ottiene soltanto se tra i nemici c’è un equilibrio di forze, vale a dire se entrambi hanno armi potenti ed efficaci, tali da farsi paura a vicenda e quindi temere una sconfitta devastante. È la dottrina moderna del cosiddetto “equilibrio del terrore”, espressione di quello che definiamo “realismo del buon senso”.

D’altronde, dobbiamo ammettere che molte guerre sono combattute da cristiani e alcune anche tra cristiani, come tra Ucraina e Russia, dove si giustifica la guerra in nome di Dio e in suo nome si benedicono le armi. In obbedienza alla teoria dell’equilibrio del terrore, molti cristiani oggi, di fronte al comandamento dell’amore verso i nemici e della ricerca della pace, rimangono indifferenti o, tutt’al più, lo considerano possibile solo nell’ambito privato delle relazioni interpersonali.

Diverso era l’atteggiamento della generazione dei cristiani e delle cristiane del primo secolo. Lo testimonia il testo della Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetti 10-18. La Lettera, scritta probabilmente dopo la morte dell’apostolo Paolo, da un suo collaboratore, è indirizzata a tutte le comunità cristiane dell’Asia Minore. Scopo della Lettera è quello di ricordare che i cristiani sono stati coinvolti da Dio nel suo progetto d’amore, che trasforma le nostre esistenze, supera la nostra fragilità e le nostre resistenze e ci dona, in Cristo, un’esistenza nuova, capace di vivere relazioni interpersonali di comunione e di pace.

Siamo chiamati a vivere secondo uno stile di vita rinnovato, ma con la consapevolezza che la vita cristiana in questo mondo è una lotta contro mentalità violente che si insinuano nelle coscienze e nelle istituzioni, dominandole e rendendole disumane e invivibili. Ecco perché l’autore della Lettera esorta i cristiani a rivestirsi dell’armatura di Dio, cioè della potenza disarmante di Dio, per resistere a queste mentalità malvage e imparare a combatterle.
L’immagine usata dall’anonimo autore della Lettera è straordinaria: egli prende un soldato, un legionario romano, armato di tutto punto, pronto a scendere in battaglia. Quel soldato, che porta tutti gli strumenti che servono per combattere, viene letteralmente spogliato, dapprima, e subito dopo rivestito di una nuova armatura e di nuove armi. La sua nuova armatura è l’armatura di Dio, che non è fatta né per offendere, né per uccidere. Rivestirsi dell’armatura di Dio significa rivestirsi della potenza di Dio, disarmante e non guerrafondaia.

Quell’armatura di Dio è fatta innanzitutto per disarmare noi stessi e per resistere e lottare, non contro le persone (“carne e sangue”, dice il testo), ma contro quella cultura di violenza, di arroganza e di divisione (il testo usa un linguaggio antico, e parla di “diavolo”, e di “spiriti del male”) che domina in questo mondo (è questo il significato di “principati e potenze”) e che si insinua nelle coscienze deformandone lo stile di vita.
In altre parole: tu, cristiano, tu, cristiana, anche del 21. secolo, che hai dimenticato, o relativizzato, le parole del tuo Signore, rivestiti con l’armatura nonviolenta del vangelo, che è finalizzata ad abbattere muri e fili spinati e a costruire relazioni di pace, di riconciliazione e di fraternità tra gli uomini e le donne di questo mondo. O, per dirlo con le parole dell’apostolo Paolo alla comunità di Roma (Romani 12,21): “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.

Si tratta di imparare l’arte della lotta nonviolenta, che si combatte con le armi indicate in Efesini 6,14-18: la cintura della verità, la corazza della giustizia, i calzari per l’annuncio della pace, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza, la spada della Parola di Dio. Valeva per il contesto dominato dalla violenza e dalla guerra dell’Impero Romano, e vale per noi oggi.

L’elenco delle armi è lungo: ritorneremo su questo nella predicazione delle due prossime domeniche. Oggi mi limiterò a rendervi attenti alla conclusione dell’elenco dei pezzi che compongono l’armatura del nuovo legionario. L’autore della Lettera conclude dicendo: “Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza”.
La Bibbia non ignora che la giustizia e la pace e la costruzione di una società più umana e fraterna tardano a venire, e perciò richiedono impegno, pazienza e perseveranza. E sa che la lotta comincia dentro di noi: è il nostro cuore, la nostra interiorità, che devono essere convertiti a un percorso evangelico di umanizzazione e di pacificazione della vita. È il nostro cuore di pietra, violento, che deve rinascere a vita nuova, una vita nonviolenta, capace di amare e di aprire nella storia sentieri di pace e di riconciliazione.

Viva la mamma

Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà. (Esodo 20,12)

Oggi, seconda domenica di maggio, è la Festa della Mamma. È un’occasione della quale non si può non parlare, credo.
Tuttavia, vi devo dire che faccio un po’ fatica a parlarne. Faccio un po’ fatica perché questa festa, come altre, è un appuntamento obbligato, un giorno nel quale si devono fare gli auguri, ci si deve presentare con un mazzo di fiori, si deve seguire un determinato rituale, oggi soprattutto commerciale. E mi viene da chiedere che cosa ci sia, veramente, dietro la facciata un po’ kitsch di questa festa.

Che cosa ci diciamo, in questo giorno, di che cosa parliamo in realtà, che cosa festeggiamo? Chi è la donna, chi sono le donne di cui oggi celebriamo o diciamo di celebrare la festa? Forse ve lo chiedete anche voi. O forse non osate chiedervelo perché non sta bene. O forse non ve lo chiedete affatto e pensate che le cose vanno bene così come sono.

Per carità, non è che si debba per forza cercare sempre ciò che non va nelle cose che facciamo. Però sarebbe bene ricordare che la Festa della Mamma ha delle radici anche discutibili. Se guardiamo all’Italia, i primi a celebrare la festa furono i fascisti, nel 1933, e premiarono le madri più prolifiche d'Italia. Dopo la Seconda guerra mondiale, a rilanciare l’idea e a portarla addirittura in parlamento affinché la festa venisse istituita per legge furono il sindaco di Bordighera e senatore Raoul Zaccari, e Giacomo Pallanca, presidente dell'Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia. Gli uni intendevano celebrare le famiglie numerose, i tanti figli da poter mandare in guerra; gli altri intuivano il potenziale commerciale, legato al commercio dei fiori, della Festa della Mamma.

Meno male che la Festa della Mamma ha anche un’altra origine, che possiamo individuare negli Stati Uniti, dove alla fine dell’800 furono alcune donne - legate agli ambienti pacifisti - a proporre l’istituzione di una giornata festiva. Più precisamente, nel maggio 1870 - cinque anni dopo la fine della guerra civile americana - fu Julia Ward a lanciare l’idea di istituire una Giornata della madre per la pace.

L’iniziativa di Julia Ward non ebbe molto successo, ma fu ripresa da una sua amica, Ann Jarvis, insegnante in una scuola domenicale metodista della Virginia. Pacifista e femminista, Ann Jarvis riuscì a diffondere l’idea di celebrare il contributo dato dalle madri al benessere della società. Già all’età di dodici anni, dopo avere ascoltato un discorso di sua madre sulle “madri della Bibbia”, disse: “Spero e prego che qualcuno, prima o poi, possa intitolare un giorno di festa alla mamma, giorno che possa commemorarla per il servizio impareggiabile che ella rende all'umanità in ogni campo della vita. Ha diritto a questo.” Nel maggio del 1908, in Virginia, venne celebrata la prima giornata in onore delle madri.
Sei anni più tardi, nel 1914, il presidente americano Woodrow Wilson proclamò la seconda domenica di maggio “giornata dell’amore e della riconoscenza nei confronti di tutte le madri nel nostro paese”. Punto. Da allora la consuetudine si è diffusa un po’ ovunque, in Europa, ma anche in altri paesi. E buona festa a tutte le mamme.

Senza dimenticare però che nel 1943, Ann Jarvis iniziò a raccogliere firme a sostegno di una petizione per l’abolizione della Festa della Mamma, divenuta, a suo dire, una ricorrenza troppo commerciale. Chiusa la parentesi storica.

Ricordare le mamme potrebbe però anche essere occasione per riflettere sul fatto che siamo, tutti quanti, figli e figlie; che facciamo parte di un flusso di generazioni che si succedono, le une dipendenti dalle altre, le une legate alle altre. La generazione che ci precede è responsabile nei nostri confronti, a nostra volta siamo responsabili nei confronti di chi ci ha preceduto e di chi ci segue. O sbaglio?

In effetti da più parti la solidarietà tra le generazioni è messa in dubbio. Responsabilità e rispetto tra le generazioni sono termini che servono sempre meno, sono comunque oggetto di discussione, risentono delle forti spinte a giudicare l’essere umano solo più in termini di produttività e di costi. Per i vecchi non abbiamo più posto nelle nostre case, per i bambini non abbiamo più tempo nelle nostre agende né denaro nei nostri budget. E ci illudiamo di poter ripagare il contratto tra le generazioni solo col denaro.

Certo, viviamo in un’epoca nella quale i rapporti tra le generazioni subiscono continue trasformazioni, sono continuamente sottoposti a revisione. Non è auspicabile il ritorno a modelli passati, di sottomissione dei figli ai genitori. Non si tratta di riprendere il comandamento che prescrive di onorare padre e madre leggendolo, come è stato fatto, in chiave di ubbidienza unilaterale dei figli. Quel comandamento comprende anche un’esortazione implicita, rivolta ai genitori, a rispettare l’autonomia dei figli. Non richiede una reciproca sottomissione, ma il rispetto da entrambe le parti.

In conclusione, questa giornata potrebbe essere un momento di riflessione e verifica del modo in cui intendiamo i rapporti tra le generazioni: per riscoprire l’importanza di dare all’altro ciò che gli spetta, senza sottomettersi ossequiosamente, né accondiscendendo a ogni sua richiesta, ma prendendolo sul serio.

Vivere e agire in modo umano

Quando ebbe finito di insegnare ai suoi dodici discepoli, Gesù partì per andare a predicare e ad insegnare nelle città di quella regione.
Giovanni era in prigione, ma sentì parlare di quel che faceva il Cristo. Allora mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:
- Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?
Gesù rispose ai discepoli di Giovanni:
- Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me.
(Matteo 11,1-6)

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Questa non è, per Giovanni, una domanda dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Egli è in carcere, alla vigilia dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, il Battista pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” La domanda di Giovanni non è dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Giovanni è in carcere, in attesa dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, egli pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

Sei tu? Sei veramente tu, il Cristo dei Vangeli, della chiesa, il Cristo nel nome del quale celebriamo questo culto; colui al quale, talora con convinzione, altre volte meno, in qualche caso addirittura con rabbiosa disperazione rivolgiamo la nostra preghiera: sei tu colui che doveva venire, per conferire senso e direzione al nostro tempo e alla nostra vita?
Giovanni interroga con ansia e urgenza: tutto, per lui, dipende dalla risposta a quella domanda.

Non solo Giovanni, ma milioni di cristiane e cristiani, ogni giorno, pongono quella stessa domanda. Spesso non sanno, non sappiamo, se la poniamo realmente a Gesù, nella preghiera, oppure a noi stessi, oppure ancora, in realtà, a nessuno.
Davvero, Gesù, il tuo nome e la tua storia incontrano le nostre angosce, accolgono la nostra attesa, rispondono alle nostre speranze?

Attesa, speranza, sono parole ambigue. A volte sono pronunciate con superficialità, sono parole che vanno sempre bene e che costano poco.
Ma proviamo a immaginarle in una trincea; o in un campo profughi; oppure anche in una coda, davanti allo sportello di un ospedale, in attesa di risultati di analisi cliniche dai quali dipende la vita: queste situazioni tagliano l’erba sotto i piedi a ogni superficialità, a ogni qualunquismo, a ogni chiacchiera religiosa. Sei tu il contenuto di ogni attesa? Sì o no?

“Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi vedono e gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, persino i morti risuscitano e ai poveri è annunciata la buona notizia”.
Sembra una risposta chiarissima: Gesù elenca alcune guarigione da lui operate, alcune talmente straordinarie da essere considerate addirittura come risurrezioni dai morti.
Lo fa con parola tratte dall’Antico Testamento e interpreta quelle guarigioni come segni di una vicinanza di Dio che trasforma la realtà. Che cosa volete di più? Non è chiaro abbastanza?

Beh, non è così semplice. Nemmeno in presenza di Gesù tutti i ciechi, tutti i paralitici, tutti i lebbrosi, tutti i sordi sono stati guariti, e la gente ha continuato a morire. Il meno che si possa affermare, dunque, è che la buona notizia del regno di Dio è piuttosto parziale.

È un po’ come oggi: certamente ci sono anche segni di speranza; certamente nel cuore di situazioni oscure si accendono anche luci inattese e generatrici di futuro; e a volte, nel periodo natalizio, i media le pubblicizzano un po’ di più, perché a Natale non solo siamo tutti più buoni, ma anche un po’ più fiduciosi.

O forse no, forse, anzi, ogni buona notizia appare come una misera goccia nel mare del dolore e del non senso dell’umanità; forse ogni bambino salvato dalla denutrizione o dalla malattia, che certamente costituisce un risultato, anzi, una conquista, evidenzia, per contrasto, la tragedia dei molti e delle molte che non ce la fanno; e a quel punto, anche la buona notizia della vicinanza di Dio, annunciata ai poveri, appare discutibile. Non sono pochi a pensarla così. E anche a quel tempo non era diverso.

La risposta di Gesù, dunque, non solo è indiretta, non è un sì o un no, ma è anche contestabile. Ed è esattamente per questo che essa culmina in una beatitudine: Beato, beata, chi non si scandalizza di me!

Che cosa significa, qui, scandalo? In fondo, l’abbiamo già visto. Colui che doveva venire, colui che di fatto è venuto, non ci ha trasportati in un mondo nel quale tutti i problemi sono risolti per via religiosa.
Gesù di Nazareth è venuto in questo mondo e nelle sue tragedie: in esso ha parlato e agito, in esso è morto. I Vangeli, le buone notizie, sono stati scritti nella convinzione che la sua storia non finisca qui.

Come scrive un poeta cristiano: “Anziché rifugiarsi ammutolito / in un aldilà migliore / irruppe nuovamente nell’aldiquà crudele / nella lunga marcia attraverso i molti labirinti / dei popoli delle chiese e / della nostra storia di non salvezza”.
L’uomo di Nazaret viene ancora e ancora, nell’annuncio del suo messaggio, in parole e gesti, e ci invita non a una religiosa festa scintillante nella quale tutte le soluzioni e le consolazioni sono servite, bensì ad attraversare insieme a lui le tempeste e le ingiustizie della vita, scoprendo, e anche costruendo, segni di un mondo diverso, ispirato dalla volontà di Dio.

E ha ragione il poeta, quando prosegue dicendo: “Spesso ora ci coglie la paura che egli possa / essersi da lungo tempo perduto e smarrito / scomparso per sempre nello scoramento”.
Conosciamo questa possibilità. Beato chi non la fa propria, dice Gesù, beato chi riconosce nei segni della speranza la possibilità di una vita con un capo e una coda, la possibilità di una vita con Gesù.

Non scandalizzarsi di Gesù significa provare, tra mille contraddizioni, ad essere cristiane e cristiane, cioè, provare a seguire Gesù, in questo mondo.
Come ha scritto il teologo Hans Küng, “a vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte, sorretti da Dio e fecondi di aiuto per gli altri”.