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meditazione

Forza della debolezza

Cercate il Signore mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Lasci l'empio la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri: si converta al Signore che avrà pietà di lui e al nostro Dio che perdona abbondantemente.
“Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie”, dice il Signore. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri. E come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare così da dare seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza avere compiuto quello che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata” (Isaia 55, 6-11)

Il nostro testo è opera di un anonimo discepolo del profeta Isaia che opera nel periodo più drammatico della storia d’Israele: quello dell’esilio a Babilonia.

Si tratta di un periodo caratterizzato da una triplice debolezza: debolezza del popolo (l’intera popolazione di Gerusalemme è stata deportata a Babilonia); debolezza della struttura religiosa (il tempio non c’è più, i sacerdoti non possono svolgere più il loro servizio, e anche la voce dei profeti risulta affievolita); debolezza (apparente) della Parola di Dio, che tuttavia viene rivolta al profeta per sottolinearne l’efficacia.
In quel tempo, caratterizzato da una triplice debolezza, risuona la voce di Dio, riferita dal profeta.

Che cosa dice Dio al profeta? Diche che i pensieri degli esseri umani sono lontani da quelli di Dio come il cielo è lontano dalla terra. Ma c’è anche una buona notizia: è possibile avvicinare la terra al cielo! Lo strumento per realizzare tale avvicinamento è la parola di Dio.
A sottolineare questa affermazione, segue un’immagine: come la pioggia e la neve scendono dal cielo e fecondano la terra, così è della parola di Dio.

In prima battuta, sembra essere un’immagine zoppicante: i due fenomeni sono molto diversi. La parola pronunciata in una situazione particolare può incontrare infatti la fede, ma anche l’incredulità, può essere compresa, ma anche rimanere incompresa. La pioggia o la neve, invece, hanno la forza dei fenomeni naturali. La parola è uno strumento debole, la pioggia e la neve sono in qualche modo irresistibili.

Il profeta non si lascia disorientare da questa constatazione, e insiste: come la pioggia e la neve non tornano al cielo senza aver irrigato la terra e senza averla resa fertile, così la parola di Dio, nonostante la sua apparente debolezza, nonostante la debolezza del messaggero che la porta, nonostante la stessa debolezza degli uditori - un popolo esiliato e disorientato -, non torna a Dio a vuoto, ma produce il suo effetto, raggiunge lo scopo per il quale Dio l’ha mandata.

Il profeta incalza: l’efficacia della parola ha tempi lunghi, ma anche la pioggia non fa germogliare il grano da un giorno all’altro.
Ciò vale ancor di più per la neve: anzi, la neve sembra bloccare la fertilità della terra, ma quando la neve si scioglie la terra si risveglia e pian piano fa germogliare il grano. Il profeta conclude affermando che la Parola di Dio è come la neve: sotto il manto bianco, che pare indicare assenza di vita, la vita nuova sta per germogliare.

Che cosa può dirci questo testo nella nostra situazione? Per molti versi la nostra situazione è simile a quella in cui opera l’anonimo profeta. Anche noi viviamo una sorta di esilio, anche noi sentiamo la triplice debolezza che abbiamo messo in evidenza:

- debolezza del popolo di Dio: disorientato e confuso, rassegnato; un popolo orfano del tempio, secolarizzato e circondato da idoli pagani che incombono e attraggono

- debolezza dei messaggeri: la comunità cristiana nelle società occidentali, per quanto a volte tenti di imporsi, è diventata una minoranza incapace di farsi ascoltare

- debolezza della parola biblica, che ci sembra poco attraente, lontana, facilmente strumentalizzata, poco efficace di fronte ad altre parole che sembrano onnipotenti, onnipresenti, seducenti, diffuse attraverso la televisione, internet o la pubblicità, parole della tecnica, dell'economia, della scienza

Di fronte a queste debolezze la chiesa è indotta in tentazione.
È tentata di rafforzare il legame tra popolo e chiesa utilizzando strumenti di potere.
È tentata di dare più potere ai messaggeri, puntando tutto su capi carismatici e autoritari.
È tentata dal fondamentalismo, cioè dalla pretesa di avere una chiave infallibile per interpretare le Scritture, dimenticando che noi siamo solo degli umili testimoni e decifratori di una Parola che è infinitamente al di sopra di noi: “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri”, dice il Signore.
Ma è anche tentata di rendere più “seducente” la Parola di Dio, utilizzando per l’annuncio evangelico le tecniche pubblicitarie commerciali o la stessa teatralità dozzinale di certi show televisivi. A questo proposito, l'l’apostolo Paolo (1 Cor 2, 1-5) ci mette in guardia da questa tentazione sottolineando di non essere venuto “con eccellenza di parola o di sapienza”, o con “discorsi persuasivi”.

Nessuna parola seducente, dunque, nessun ricorso alla “sapienza umana”, niente “effetti speciali”: solo questa nuda parola, questa parola apparentemente debole, in cui si nasconde la potenza di Dio.

La Riforma protestante - è stato detto - ci ha tolto tutto: ci ha lasciato solo la Bibbia, e con la Bibbia il compito di trovare, nei suoi testi, la parola di Dio. Una parola apparentemente fragile, strumentalizzabile, poco seducente perché forte e angolosa, scarna e scomoda: eppure Dio ci invita ad avere fiducia in questa “parola nuda”, a non cercare altrove la nostra sicurezza, a non cedere alle tentazioni del potere umano o della spettacolarizzazione, ma a confidare in questa parola che produce il suo effetto nonostante la sua apparente debolezza e soprattutto nonostante la nostra debolezza di servitori a volte inadeguati e di ascoltatori spesso sordi.

Dio ci invita ad essere niente di meno e niente di più che una comunità che fa affidamento sulla sua parola. Una parola che parla di giustizia, di pace, di libertà, di perdono. Una parola che dobbiamo sempre di nuovo imparare a pronunciare con mitezza ma anche con fermezza; senza arroganza ma anche senza paura; senza appoggi di potere, senza effetti speciali. Una parola che esige di essere messa in pratica da chi l'ascolta e la capisce.

Che il Signore ci aiuti a trovare il centro della nostra fede, la sua sorgente inesauribile, a livello personale e comunitario, in questa parola vivente, feconda ed efficace. E faccia di noi delle testimoni e dei testimoni della giustizia, della pace, della libertà, del perdono.

I magi, allora e oggi

Essendo Gesù nato a Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode, dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: “Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo”. Udito questo, il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui. Radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: “In Betlemme di Giudea, poiché così è scritto per mezzo del profeta: 'E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele'”. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa e, mandandoli a Betlemme, disse loro: “Andate, domandate diligentemente del bambino e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché venga anche io ad adorarlo”. Essi dunque, udito il re, partirono e la stella che avevano visto in Oriente andava davanti a loro, finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. Essi, vista la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per altra via. (Matteo 2, 1-12)

I protagonisti di questo racconto, che spesso ascoltiamo in occasione dell’Epifania, sono i “magi”, figure misteriose intorno alle quali sono sorte molte leggende.

I “magi venuti dall’Oriente” erano, con ogni probabilità, degli astrologi babilonesi, entrati forse in contatto con le attese giudaiche intorno alla venuta di un Messia.
Potremmo definirli uomini di scienza, che nel loro studio cercavano delle rivelazioni sui segreti della storia.
Nell’antichità si pensava che la nascita di grandi personaggi fosse segnalata dall’apparizione di nuove stelle nel cielo (anche nel giudaismo si trova un simile riferimento, legato alle attese di un Messia, nel libro dei Numeri 24,17: “Un astro sorge da Giacobbe”). E questo potrebbe spiegare perché quei “magi” si erano messi in cammino.

Leggendo con attenzione il testo di Matteo, apparentemente noto e conosciuto, emergono alcune piccole sorprese.
In primo luogo, l’evangelista non dice quanti fossero i magi: il loro numero è stato dedotto solo più tardi, e semplicemente a partire dai tre doni – oro, incenso e mirra – da essi portati a Gesù.
In secondo luogo, Matteo non dice nemmeno che si tratti di re: è stato Cesario di Arles, intorno all’anno 500 d.C. ad affermare, per la prima volta, che erano dei re.
Terzo, nel testo non si trova traccia dei loro nomi: è il vangelo armeno dell’infanzia, del 6. secolo d.C., a sostenere che si chiamassero Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.
Quarto, il Vangelo non ci dice nulla in merito alla loro provenienza, mentre osservando le raffigurazioni dei magi vediamo che uno dei tre è di pelle scura, e dunque africano: leggende relative a questi aspetti sorgono solo nell’8. secolo d.C., in un’epoca in cui i continenti conosciuti erano tre – l’Europa, l’Asia e l’Africa – e perciò i tre magi provengono ciascuno da un continente diverso.

Il 6 gennaio, a Milano, si svolge una grande processione, dal Duomo alla basilica di Sant’Eustorgio. Attori, vestiti da magi, portano i doni al piccolo Gesù, collocato nel presepe allestito di fronte alla basilica. All’interno della chiesa c’è ancora oggi una casetta, la quale anticamente conteneva le presunte reliquie dei magi. Era stata Elena, la madre dell’imperatore Costantino, ad avere trovato, durante un viaggio in Terrasanta – narra la leggenda – i resti dei misteriosi personaggi (ovviamente, tre, dopo che era stato stabilito il loro numero). Portate a Milano, le reliquie erano state collocate a Sant’Eustorgio.
Nel 1164, l'imperatore tedesco Federico Barbarossa pose l'assedio a Milano. Conquistata la città, rubò le reliquie dei magi e le fece portare a Colonia, dove il vescovo Rainaldo di Dassel fece costruire un imponente duomo al centro del quale venne collocata una cassa tutta d’oro, tempestata di pietre preziose, per conservare i resti dei tre re.
Per il Barbarossa i resti dei magi avevano un forte valore simbolico, religioso ma soprattutto politico: possedere le reliquie di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre era una prova che il suo potere derivava da quello dei più antichi e celebri re cristiani.

Curiosamente, un secolo più tardi circa, il viaggiatore veneziano Marco Polo scrisse, nel suo celebre "Milione", di avere visto con i suoi occhi i corpi dei magi. "In Persia è la città ch'è chiamata Sabba, dalla qual si partirono li tre re [Magi] ch'andarono ad adorare a Cristo quando nacque. In quella città sono seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi e co' capegli". Qualcosa, evidentemente, non quadra!

Col passare dei secoli, la fama dei magi è cresciuta: molte taverne, alberghi e ristoranti portano, soprattutto nell’area di lingua tedesca, nomi che si riferiscono all’episodio dei “magi”: “Stern”, “Krone”, “Drei Könige”. E anche le rappresentazioni del “Chasperlitheater” traggono dall’episodio dei “magi” la loro origine.

Ritorniamo al testo dell’evangelista Matteo. Come detto, all’inizio, il racconto della visita dei magi è legato alla festa dell’Epifania. Che la parola Epifania non abbia nulla a che vedere con la befana, bensì significhi “manifestazione”, lo sappiamo. Si potrebbe addirittura affermare che tutte le narrazioni evangeliche parlano dell’epifania, in quanto da esse emerge, nelle forme più diverse, il profilo inconfondibile dell’uomo di Nazareth: e, in effetti, i racconti della Natività, quello di Luca come questo, di Matteo, contengono una sintesi dell’intera narrazione evangelica.

Levate di mezzo le costruzioni leggendarie tardive, il racconto dei sapienti che cercano Gesù ci rivela alcuni particolari che ci inducono a riflettere.
Il quadro mette a fuoco una delle dimensioni più evidenti dell’epifania: mentre da un lato Gesù è manifestato, rivelato, scoperto e accolto, dall’altro è anche oscurato, censurato, ignorato e respinto proprio là dove non ce lo aspettiamo.

Primo elemento: il bambino che è nato si manifesta ai lontani e non ai vicini, ai magi che vengono da chissà dove e non a Erode, ma nemmeno a “tutta Gerusalemme”. Chi è vicino, e dovrebbe sapere che cosa sta accadendo – e di fatto lo sa, ne è a conoscenza – non si muove, rimane indifferente, oppure “è turbato”. A mettersi in cammino, a lasciare la propria “comfort zone” sono quelli più lontani, che si lasciano interpellare, che vogliono andare a vedere, che sono disposti a cambiare.
Non vediamo forse, in quell’antico racconto, un riflesso della situazione attuale? In questo inizio di 21. secolo, la fede in Gesù fiorisce in Africa e in Asia, e anche in America Latina. Mentre in Europa, il continente che afferma di avere “radici cristiane”, chiese immense, fredde e vuote testimoniano la crescente indifferenza nei confronti del cristianesimo.

Secondo elemento: Erode e “Gerusalemme», cioè i suoi abitanti, sono “turbati” dalla notizia recata dai Magi. È una reazione simile a quella suscitata dall’entrata di Gesù a Gerusalemme poco prima della fine della sua vita: anche in quella occasione tutta la città fu “scossa” (Matteo 21,10).
Ma che cosa si può temere da un bambino? Che cosa c’è di tanto pericoloso nel messaggio dei magi? E in quello di Gesù stesso? Di che cosa avevano paura Erode e, più tardi, Pilato? Di che cosa hanno paura le autorità cinesi che oggi abbattono le chiese e imprigionano i fedeli?
Il pastore e teologo Karl Barth, diceva che il Dio di Gesù era “totalmente altro” rispetto alle categorie umane. Probabilmente è questo ciò che ha capito Erode, e con lui tanti altri. A modo loro, forse in maniera confusa, hanno colto l’essenziale: il Dio di Gesù porta nel mondo un messaggio non omologabile, diverso, altro, che non può lasciare indifferenti, che provoca trasformazioni nella vita delle persone. Meglio dunque eliminarlo, finché siamo in tempo.

Terzo elemento: l’epifania, la manifestazione di Gesù cambia le carte in tavola, rende vicini i lontani e lontani i vicini, produce fastidio, e inquieta il potere. Ma fa anche altro. E non dovremmo dimenticarlo, perché è una cosa bellissima. Se rileggiamo il testo, vediamo che i magi, quando raggiungono finalmente la meta del loro viaggio, “si rallegrarono di grandissima gioia”. L’epifania porta dunque scompiglio, sì; porta cambiamento, sì; provoca crisi, sì; ma porta anche e soprattutto gioia.

Il cielo, il creato, la fede

O Signore, Signore nostro,
quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra! […]
Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai disposte,
che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi?
Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?
Eppure, tu l'hai fatto solo di poco inferiore a Dio,
e l'hai coronato di gloria e d'onore.
Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,
hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:
pecore e buoi […] e anche le bestie selvatiche della campagna;
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
tutto quel che percorre i sentieri dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra! 
(Salmo 8)

Alcuni giorni fa è morto, all’età di 97 anni, l'astronauta James Lovell, che nel 1970 fu il comandante dell'Apollo 13. L'equipaggio di quella missione avrebbe dovuto essere il terzo a mettere piede sulla luna, ma l'esplosione di un serbatoio di ossigeno fece fallire l'obiettivo, e rischiò di compromettere il rientro sulla terra dell'astronave. Lovell passò alla storia per il drammatico SOS lanciato dallo spazio: “Houston, abbiamo un problema”.
La disavventura fu raccontata da Lovell in un libro da cui fu tratto il film “Apollo 13”, con Tom Hanks nei panni del comandante della missione.

La notizia della morte di Lovell ci riporta al clima di euforia e di forte emozione che si respirava sessanta e più anni fa, in tutto il mondo, all’inizio della corsa per la conquista dello spazio. Prima era stato messo in orbita un satellite russo, lo Sputnik. Poi in orbita erano andate una cagnetta, di nome Laika, e una scimmia. Infine, anche un uomo, Jurij Gagarin, compì un viaggio intorno alla Terra.
Intanto sul nostro pianeta si continuava a morire di fame, di ingiustizie e di guerre, ma queste cose sembravano passare in secondo piano di fronte all’avanzare del progresso: si cominciava addirittura a parlare di un viaggio sulla luna.

In quel frangente, un giornalista italiano, Carlo Falconi, dichiarò, in un articolo: “Il primo uomo a mettere piede sulla luna sarà probabilmente un ateo”. Falconi era convinto, come molti altri allora – e forse anche oggi – , che la scienza avrebbe reso gli uomini potenti, ma increduli.
Le cose andarono poi diversamente: il primo uomo che sbarcò sulla luna era un protestante, e si chiamava Neil Armstrong. Appena messo piede sulla luna, e dopo avere pronunciato la frase che tutti ricordano: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità”, depositò sulla superficie del nostro satellite naturale una placca d’oro su cui era inciso il testo del Salmo 8: “O Signore […] quando considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte […]”

La fede di Armstrong si basava, oltre che sul Salmo 8, anche sul poema della creazione del mondo contenuto all’inizio del libro biblico della Genesi. Per capirne l’importanza, dobbiamo ricordare che quel racconto – che narra la creazione del mondo, da parte di Dio, in sei giorni – è stato scritto in un momento difficile per il popolo di Israele, sconfitto e costretto all’esilio dalla grande potenza Babilonia.
I babilonesi, forti militarmente, economicamente e anche culturalmente, avevano elaborato alcuni miti, un po’ cupi, ma impressionanti, relativi alla nascita del mondo. Secondo quei miti, prima erano nati gli dèi, poi da una lotta tra gli dèi era nato questo mondo, nel quale le divinità continuavano a interferire a causa delle loro passioni.

Gli esiliati israeliti in Babilonia rifiutarono quei miti, e contrapposero a quelli il primo capitolo della Genesi: “Nel principio, Dio creò il celo e la terra”. Il mondo esiste – afferma il poema della Genesi – non perché gli dèi si sono messi a litigare o addirittura a uccidersi tra di loro, ma perché prima e sopra di esso c'è un'intelligenza che opera con una straordinaria e metodica regolarità.
La parola di fede che si esprime in Genesi 1 è la base di una visione razionale del mondo. Ed è proprio sulla base del primo capitolo della Genesi – e del Salmo 8 – che si è sviluppata la scienza moderna.

Ma lo sviluppo della scienza non ha impedito la nascita di nuovi miti, diversi da quelli babilonesi, ma non meno fuorvianti.
Il primo mito è che l'universo sia bello, buono e grande. Le galassie, gli anni luce, le meraviglie dell'infinitamente piccolo, gli atomi, gli elettroni, i quark, tutto ciò che di sovrumano si può osservare nell’universo è fonte di ammirazione, se non addirittura di adorazione. E non sono pochi quelli che ritengono di poter inviare delle preghiere nell’universo, nella speranza che in qualche modo dagli spazi siderali arrivi una risposta.
Ma da questa religione dell'universo non viene nessuna indicazione per la nostra vita: al massimo un amore un po’ spericolato per i risultati della scienza e della tecnica.

L'altro mito è esattamente l'opposto: l'universo è insensato, dominato com'è dal caso e dalla necessità. L'unica ancora di salvezza a cui l’umanità può aggrapparsi è la propria intelligenza, capace forse di ergersi come argine di fronte all’imprevedibilità.
Si tratta tuttavia di un mito che manca di speranza: del resto, ci penserà l'entropia a distruggere, alla fine, questo mondo al di fuori del quale, secondo alcuni, non esiste nulla.

La fede biblica respinge entrambi questi miti. Non si deve adorare il mondo perché esso è solo una creatura, al di là e al di sopra della quale c'è una intelligenza ordinatrice.
Ma non si può nemmeno accettare l'idea che l'universo sia nato per caso e vada avanti alla cieca. Dietro la complessa realtà dell'universo c'è un piano d’amore e di perdono, ma soprattutto di speranza: la speranza piantata in questo mondo da Cristo, vissuto, morto e risorto. In questo mondo noi viviamo in attesa della nostra resurrezione: l’avvento del giorno nel quale Dio regnerà nella pace e nella vita.

In questa attesa, e magari guardando il cielo, in queste notti d'agosto attraversate dalle scie delle Perseidi, possiamo ripetere la parola del salmista: “O Signore, Signore nostro, quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra!”

Il gallo sul campanile

In cima ai campanili di molte chiese protestanti non c’è una croce, bensì un gallo. Non si tratta di una stranezza, ma di un preciso richiamo al celebre racconto che vede Pietro protagonista.

Dopo averlo [Gesù] arrestato, lo portarono via e lo condussero nella casa del sommo sacerdote, e Pietro seguiva da lontano.
Essi accesero un fuoco in mezzo al cortile, sedendovi intorno. Pietro si sedette in mezzo a loro. Una serva, vedendolo seduto presso il fuoco, lo guardò fisso e disse: «Anche costui era con lui». Ma egli negò, dicendo: «Donna, non lo conosco». E poco dopo, un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di quelli». Ma Pietro rispose: «No, uomo, non lo sono». Trascorsa circa un’ora, un altro insisteva, dicendo: «Certo, anche questi era con lui, poiché è Galileo». Ma Pietro disse: «Uomo, io non so quello che dici». E subito, mentre parlava ancora, un gallo cantò. E il Signore, voltatosi, guardò Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detta: «Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, [Pietro] pianse amaramente. (Luca 22,54-62)

C’era stata una drammatica discussione, nel gruppo dei discepoli, dopo che Gesù aveva accennato ai pericoli che si andavano profilando, a un suo possibile arresto. E allora Pietro aveva detto a Gesù: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e anche alla morte”.

Lui non avrebbe abbandonato Gesù, aveva affermato il discepolo, non lo avrebbe tradito. E già sognava l’esaltazione del bel gesto pubblico, la gloria di un martirio clamoroso: la sua piccola leggenda, a spese del modesto quotidiano.
Nell’esaltazione, se si fosse imbattuto nelle guardie armate, forse ci sarebbe riuscito. Ma non aveva fatto i conti con una serva: trovatosi fuori dal quadro che si era immaginato, l’euforia abbandonò Pietro. Ebbe solo paura. Perse la sua fermezza sciocca e farfugliò scuse e bugie.

Allora il gallo cantò. In quel momento, Pietro comprese che il suo coraggio era soltanto vanteria. Seguire Gesù era stata una bella promessa, un’esaltante prospettiva di gloria, ma non aveva messo in conto il disprezzo della serva, l’umiliazione delle beffe, la derisione della gente.
Il suo calcolo era stato troppo rapido, la promessa troppo precipitosa, il suo coraggio troppo imperturbabile. Ora Pietro capiva che aver coraggio significa tremare e superare quel timore senza l’aiuto dell’esaltazione.

Oggi guardiamo con sospetto quel tipo di coraggio: un coraggio che è come la buona salute di chi non ha mai avuto un mal di testa e si stupisce dei malanni degli altri.
E insieme a quel coraggio, oggi guardiamo con sospetto anche l’eroe, e l’eroismo senza brividi di chi non ha sufficiente fantasia per presentire il male.

Il coraggio di chi non trema non ci convince. Sappiamo infatti che chi si lancia nella mischia sorretto dall’esaltazione, può anche essere un vile, ubriaco di coraggio a buon mercato. Magari anche ci crede: ha bisogno di crederci per mascherare le piccole viltà di tutti i giorni.

Quel coraggio non ci convince, perché non è autentico. Come non è autentico il coraggio presuntuoso di Pietro: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e anche alla morte”.
Oggi noi vogliamo essere liberati da questo tipo di coraggio, da questo falso eroismo, e vogliamo scoprire un coraggio meno visibile, ma più autentico, liberato da ogni viltà.

Quella viltà che ci spinge a fuggire la fatica, a scansare il rischio, a non comprometterci, a non sporcarci le mani, la viltà che ci suggerisce un bilanciato qualunquismo: un colpo al cerchio e uno alla botte, per non scontentare nessuno.
La viltà che ci fa fuggire i tristi pensieri, che ci fa chiudere le pagine nere del giornale per non essere turbati, per non concedere amore, per non soffrire. La viltà che ci rende presuntuosi e strafottenti, insensibili e freddi, per poi però ritirarci quando c’è solo una serva.

Noi oggi vogliamo imparare a vivere con il nostro timore, la nostra complessità, la nostra problematicità; vogliamo liberarci dal coraggio tronfio e dalla paura vile.
Vogliamo liberarci dal voler essere grandi, dal voler dare spettacolo, dal recitare davanti alla platea del mondo e soprattutto di noi stessi: di essere ciò che avremmo voluto essere e che invece non siamo.
Vogliamo liberarci da questo voler fare del teatro che è un rifiutare la nostra povertà, un non saperci amare come siamo; liberarci dall’opaco coraggio che rifiuta il tremore vergognandosi di aver paura.

E in questa ricerca lasciarci guidare da quel Gesù che ci fa comprendere che l’eroe è uno che va avanti tremando, che il coraggio è una vittoria sulla paura, che la pace è una pacificazione che si trova al di là dell’angoscia.

Il messaggio della Pentecoste

C'era tra i farisei un uomo, chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte a Gesù e gli disse: “Maestro, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio, perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui”. Gesù gli rispose dicendo: “In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”. Nicodemo gli disse: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?”. Gesù rispose: “In verità, in verità io ti dico che, se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: 'Bisogna che nasciate di nuovo'. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito”. (Giovanni 3,1-8)

“Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti.  Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi.  Non vi lascerò orfani; tornerò a voi.  Ancora un po' e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
(Giovanni 14,15-26)

Poco prima di morire sulla croce, Gesù ha lanciato un grido: “È compiuto!” (Giovanni 19,30). Tre giorni dopo, Gesù è risorto. Qualche giorno più tardi, è asceso al cielo. Con la morte, la risurrezione e l’ascensione di Gesù, si potrebbe pensare che tutto sia concluso, completato: completata la rivelazione di Dio, completata l'opera della salvezza, completata la manifestazione della grazia e della verità in Gesù Cristo. Si potrebbe pensare che non manchi più nulla

Eppure – ci dicono i Vangeli e ci dice il libro degli Atti degli Apostoli – è come se tutto dovesse ancora cominciare. Tra il Venerdì Santo e l’Ascensione, tutto è accaduto. Ma è come se tutto dovesse ancora accadere. E che cosa deve accadere? Deve accadere una nuova manifestazione di Dio: Dio si rivela come Spirito. Questo è il messaggio, questa è la grande e bella notizia di Pentecoste: Dio è Spirito!

Gesù l'aveva già detto, alla samaritana: “Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in Spirito e verità” (Giovanni 4,24), proprio come sta scritto sulla parete della chiesa riformata di Brusio. Dio è Spirito! Nella creazione, Dio si era manifestato come Padre, nell’opera di redenzione, come Figlio. Ora, a Pentecoste, si manifesta come Spirito.

Perché quest’ultima manifestazione come Spirito? Perché era necessario che sapessimo che Dio non è solo Padre, né solo Figlio, ma anche Spirito? Perché è come Spirito che Dio entra dentro di noi. Il Padre è Dio sopra di noi, il Figlio è Dio per noi e con noi, lo Spirito è Dio dentro di noi. Questo è il significato dell'affermazione: “Dio è Spirito”: che Dio non si accontenta di stare fuori, ma vuole entrare dentro. Come dice Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora dentro di lui” (Giovanni 14,23).

La grande sorpresa di Pentecoste, la notizia inaudita, l’avvenimento stupefacente, non è il parlare in lingue. No, la meraviglia di Pentecoste è che colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere (1 Re 8,27) – secondo la definizione che re Salomone diede di Dio – può farsi tanto piccolo da trovare posto nel nostro piccolo cuore. Come dice Martin Lutero: “Nulla è così grande che Dio non sia ancora più grande; nulla è così piccolo che Dio non sia ancora più piccolo”.

I credenti lo sanno: noi abitiamo in Dio. Lo dice in modo chiarissimo l’apostolo Paolo (Atti 17,28): “In lui viviamo, ci muoviamo e siamo”. Ma a Pentecoste le cose si rovesciano, la relazione si capovolge. A Pentecoste è Dio che viene ad abitare in noi. È ancora l’apostolo Paolo a parlare e a chiedere: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Corinzi 3,16). Se abbiamo capito questo, allora possiamo riprendere il messaggio di Pentecoste ed esprimerlo in modo più preciso: Dio non sta solo fuori, sopra, accanto, vicino, in mezzo, ma sta dentro. È per questo che si è manifestato come Spirito.

Molte persone, oggi, cercano Dio soprattutto fuori: nella natura, nelle opere del creato, nei boschi, sulle montagne, nelle albe e nei tramonti; oppure in determinati fenomeni storici – i cosiddetti “segni dei tempi” – (vediamo tracce di Dio nell’opera di Martin Luther King, o di Nelson Mandela, o di Gandhi); oppure cerchiamo Dio nel prossimo, e in particolare nel prossimo che soffre, nei profughi, nei rifugiati, nei poveri, negli ultimi. Tutto giusto, tutto evangelico. Ma non dimentichiamo che Dio abita volentieri dentro ciascuno e ciascuna di noi. Dio “è nel segreto” (Matteo 6,6) e perciò dev’essere cercato anche dentro di noi. Questa è la lezione di Pentecoste: non cercare Dio solo fuori, ma anche dentro.

Ma perché Dio vuole entrare dentro di noi e non si accontenta di restare fuori? Perché vuole portare dentro di noi quella salvezza che è avvenuta fuori di noi, nella storia di Israele e in quella di Gesù, nella sua vita, morte e risurrezione. Tutto è avvenuto fuori, ma ora deve entrare dentro perché diventi nostra storia personale, perché operi concretamente nella nostra vita, nella nostra intelligenza, nella nostra anima. Questa è l'opera di Dio come Spirito: portare dentro, nella profondità del nostro cuore, la parola, la grazia, la luce, la consolazione, la pace di Dio. In una parola: portare dentro di noi Cristo stesso, affinché Cristo viva in noi. Come dice l'apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Galati 2,20).

Questo è il messaggio di Pentecoste. Ma non è l'unico. Ce ne sono altri. Dio come Spirito vuol dire certamente tante cose. Tra queste, ne indico una. Nel racconto dell’incontro tra Gesù e Nicodemo (Giovanni 3,1-8), lo Spirito di Dio è paragonato al vento. “Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va”. Per parlare dello Spirito, Gesù ricorre alla metafora del vento, che è inafferrabile.
Che cosa ci suggerisce quella metafora? Che Dio, come il vento, non lo puoi afferrare, non lo puoi incamerare, accaparrare, privatizzare, non te ne puoi impossessare, né imprigionare nei tuoi pensieri, nelle tue esperienze, nella tua teologia, nei tuoi santuari, nei tuoi culti, nella tua religione, e nemmeno nella tua cultura. Dio come vento che soffia dove vuole, vuol dire che Dio è libero. Quel Dio che a Pentecoste vuole entrare dentro di te è un Dio di libertà e un Dio liberante. Un Dio che, essendo libero, dove arriva e dove entra porta libertà.

Il potere e lo spettacolo

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: "Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra"». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano. (Matteo 4,1-11)

Domenica scorsa ci siamo soffermati sulla prima delle tre tentazioni, quella riguardante il pane. Il diavolo - cioè, l’avversario, colui che introduce divisione - propone a Gesù di fare un miracolo per aiutare sé stesso, per sfamare sé stesso. Gesù rifiuta quella proposta. Non perché ritenga inutile preoccuparsi per il cibo, ma perché non vuole pensare solo a sé stesso, solo alla propria fame.

È una tentazione che conosciamo anche noi, un pensiero che incontriamo spesso. Quante volte prevale in noi l’impulso a curare solo i nostri affari, ignorando le necessità di chi ci sta intorno. “Basta che io me la cavo”, diciamo. “Gli altri, si arrangino”.
Gesù non condivide questo atteggiamento e, rifiutando la proposta del tentatore, ribadisce la necessità di considerare sempre anche il benessere generale. Gesù non è venuto a trasformare pietre in pani, bensì a trasformare cuori di pietra in cuori intelligenti e solidali.

Esaminiamo ora le altre due tentazioni di cui parla l’evangelista Marco. Se la prima la possiamo chiamare “la tentazione del pane”, la seconda possiamo definirla “la tentazione del potere”, e la terza “la tentazione della religione”.

La tentazione del potere, il potere come tentazione. Il diavolo porta Gesù in un punto elevato, dal quale è possibile vedere tutti i regni della terra. Lassù gli propone un accordo: a te il potere sul mondo, a me il potere su di te. Tu diventi il re del mondo, io divento il tuo re. In che cosa consiste, in questo caso, la tentazione? Possiamo individuare almeno tre aspetti.

Il primo aspetto consiste nell’accettare un accordo di qualunque tipo col diavolo. Accettare di trattare col diavolo è già in sé una sconfitta, a prescindere da quello che trattando potremmo ottenere. Ma Gesù rifiuta di trattare. Non si tratta con il diavolo, non si tratta con il male. Il male lo si combatte, senza se e senza ma. Pensiamo al percorso di un drogato: all’inizio, ribadisce di poter smettere quando vuole… e quando si accorge di essere incapace di recuperare la propria libertà, è spesso troppo tardi.
Ecco, dunque, il primo aspetto: avviare una trattativa di qualunque tipo con il male, invece di combatterlo radicalmente.

Il secondo aspetto è riconoscere il diavolo come legittimo padrone del mondo. Diciamolo chiaramente: Gesù non è un ingenuo, sa che il diavolo è “il principe di questo mondo” e che ferisce, e semina divisione, violenza, dolore e lutti come vuole, potendo contare su molti complici e seguaci. Ma non per questo Gesù si rassegna, o ritiene che il male sia il legittimo padrone della Terra. No, Gesù ha negato che il mondo sia del diavolo e ha affermato che il mondo è di Dio.
Si sentono spesso, anche in ambienti cristiani, discorsi più o meno disperati sul mondo che sarebbe in balìa del male - le guerre, la distruzione dell’ambiente, la voracità dei ricchi a detrimento dei poveri - e perciò sarebbe irrimediabilmente perduto. No, dice Gesù, il mondo perduto è salvato: è in balia del male, ma non appartiene al male, bensì a Dio. Questa è la fede di Gesù, questa è la fede che siamo chiamati ad avere anche noi.

Il terzo aspetto è che accettando di governare il mondo attraverso la via del potere, Gesù avrebbe snaturato la sua missione. Lui stesso aveva detto: “Il figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”. Se avesse accettato di impadronirsi del mondo ricorrendo alla forza, alla prevaricazione, alla violenza, si sarebbe allontanato da quella strada.
Il diavolo propone a Gesù la via del potere politico, ma Gesù è venuto per servire, non per comandare. Gesù è il re, ma il suo Regno non è di questo mondo. Questo non significa che il Regno stia sulle nuvole, ma che è totalmente diverso da quello di Pilato e di tutti i re della terra. Gesù è sì il Signore, ma manifesta la sua signoria lavando i piedi ai suoi discepoli. E chi lo vuole seguire, non deve dimenticare le sue parole: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”.

Veniamo alla terza tentazione, quella del tempio. Il tempio è il luogo sacro per eccellenza, e proprio lì si svolge la tentazione più difficile. Per tentare Gesù, il diavolo si serve della Bibbia, cioè dell'arma con la quale Gesù ha finora respinto le tentazioni. È come se il diavolo dicesse: “Guarda che ho in mano la tua stessa arma, la parola di Dio, che serve a te per difenderti, e serve a me per attaccarti”.
Che cosa fa il diavolo? Porta Gesù sulla punta più alta del tempio di Gerusalemme e gli dice di buttarsi giù, perché sta scritto: “Dio manderà i suoi angeli a sorreggerti in modo che il tuo piede non urti in alcuna pietra”.
In che cosa consiste la tentazione? Consiste in questo: se Gesù si buttasse giù si sfracellerebbe al suolo, se non si buttasse giù vorrebbe dire che non crede alla promessa di Dio e dimostrerebbe così che lui, figlio di Dio, non crede in Dio.
Si tratta di una tentazione insidiosa, alla quale Gesù si oppone citando a sua volta la Bibbia: “Non tenterete il vostro Dio”.

Come si può tentare Dio? Lo si può tentare mettendolo alla prova: non è più lui che mette alla prova noi, siamo noi che mettiamo alla prova lui.
Tentare Dio vuol dire obbligarlo a esibirsi, a dimostrare che effettivamente è Dio, che funziona come Dio. La chiesa comanda, Dio obbedisce. Non è più la chiesa in mano a Dio, ma Dio in mano alla chiesa.

Ecco perché la terza tentazione è quella più subdola, più insidiosa: è la tentazione di dimostrare Dio attraverso un miracolo, che però non corrisponde a un reale bisogno umano, a una sofferenza fisica o morale o spirituale, ma solo al desiderio di dimostrare Dio. Ma Dio non si dimostra, si testimonia. È la tentazione di rendere Dio visibile, ma Dio è invisibile, come lo Spirito Santo, come la sua parola. “Dio è nel segreto”, dice Gesù.

Viviamo nell'epoca della visibilità: se non appari non sei. Ma Dio non appare, piuttosto si nasconde, come dice il profeta Isaia: “Tu sei un Dio che ti nascondi”. Nasconde la sua divinità nell'umanità di Gesù, la sua forza nella nostra debolezza, la sua giustizia nella nostra iniquità, la sua vita eterna nella nostra mortalità.
Viviamo nell'epoca dello spettacolo e allora vorremmo avere un Dio spettacolare e trasformiamo la religione in spettacolo e Dio nell'oggetto dello spettacolo, ma noi non crediamo in un Dio spettacolare, crediamo in un Dio giusto e misericordioso.
Dio non ci ha chiamati per dimostrarlo, ma per amarlo e servirlo, amando e servendo il prossimo.
Non chiediamo di vedere Dio: ci basta sapere che egli vede noi e ci accompagna con pazienza e bontà. Non chiediamo miracoli e prodigi, ma che Dio aumenti la nostra fede grazie alla quale vediamo ogni giorno tanti miracoli intorno a noi e anche dentro di noi. Gesù ha fatto molti miracoli, ma non per dimostrare Dio, bensì per aiutare chi stava soffrendo.
Dio, che non è spettacolare, ci salvi da una religione che diventa spettacolo e da una chiesa che diventa teatro.

Il seme e il frutto

[Gesù] disse in parabola: «Il seminatore uscì a seminare; e, mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada: fu calpestato e gli uccelli del cielo lo mangiarono. Un'altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. Un'altra cadde in mezzo alle spine: le spine, crescendo insieme con esso, lo soffocarono. Un'altra parte cadde in un buon terreno: quando fu germogliato, produsse il cento per uno». Dicendo queste cose, [Gesù] esclamava: «Chi ha orecchi per udire oda!» (Luca 8, 4-8)

Ricorre, con una certa insistenza, una cruda analisi dei risultati prodotti da quasi duemila anni di cristianesimo: il cristianesimo non avrebbe dato frutti, non sarebbe stato capace di incidere positivamente sulla storia; quindi, esso può e deve scomparire ed essere sostituito da altri sistemi capaci di orientare l’umanità verso il progresso e la felicità.
Si potrebbe rispondere, e non sarebbe difficile, mettendo a nudo i fallimenti, le contraddizioni, gli errori di quei sistemi che hanno preteso e pretendono di garantire all’umanità il benessere, la stabilità, la felicità.
Ma diffamare e mettere in ridicolo non sono mai stati tra i metodi usati da Gesù. Inoltre, il cristianesimo non si difende a parole, ma deve essere vissuto e praticato rendendo cento volte ciò che abbiamo ricevuto. “I semi germogliarono e produssero il cento per uno”, come dice la parabola.

Da più parti si aggiunge che il cristianesimo ha prodotto solo frutti scadenti, o cattivi o, nel migliore dei casi, nessun frutto duraturo.
Provate tuttavia a pensare che cosa rimarrebbe se cominciassimo a smantellare tutto ciò che il cristianesimo, accanto a tanti innegabili errori, ha prodotto di significativo: demoliamo cattedrali e chiese, leviamo dai musei e distruggiamo nelle collezioni tutte le opere d’arte d’ispirazione biblica, da Michelangelo, a Dürer, a Rembrandt, a Chagall, a infiniti altri; bruciamo le opere letterarie che traggono linfa e sostanza dalla parola di Dio, da Dante, a Goethe, a Thomas Mann, a Ignazio Silone, a moltissimi altri; non eseguiamo più la musica di Buxtehude, Palestrina, Johann Sebastian Bach, Händel, per non citare che alcuni nomi; sopprimiamo Agostino, Lutero, Blaise Pascal, Sören Kierkegaard; abbattiamo ospedali, scuole, biblioteche, orfanotrofi di creazione cristiana; stralciamo dai libri di storia Valdo di Lione, Francesco d’Assisi, i pacifisti anglosassoni dissidenti del Seicento e del Settecento promotori della tolleranza, Henri Dunant, David Livingstone, Albert Schweitzer, Martin Luther King, Nelson Mandela; eliminiamo dalla storia della pedagogia Heinrich Pestalozzi e Jeremias Gotthelf; cancelliamo dalla terra tutte le tracce di Gesù di Nazareth; bruciamo le spighe nate dal seme che Gesù ha gettato nel campo del Signore...
Rimarrebbe un grande e triste vuoto. A ragione Gesù ha potuto dire che il seme che cade nella buona terra produce il cento per uno.

Ma questi sono tutti, o quasi, esempi del passato, un passato anche limpido e luminoso, ma pur sempre passato. Oggi occorre purtroppo ascoltare con attenzione le voci critiche che si levano contro il cristianesimo, perché esse contengono spesso più verità di quella contenuta nelle parole di lode e di elogio: il cristianesimo ha perso la sua carica creativa, è come bloccato, è divenuto sterile, si trova in una situazione simile a quella descritta nella prima parte della parabola: non produce frutto.

C’è bisogno di uomini e donne che vivono in modo coerente con l’evangelo di Gesù Cristo e con il messaggio del sermone sul monte: su questo punto siamo deboli. Emerge qui quell’altra parte della parabola di Gesù, quella in cui si parla del seme caduto lungo la strada, o sul terreno pietroso o tra le spine.
Il nostro stile di vita, le ambizioni che abbiamo per i nostri figli, l’ideale di uomo e di donna che traspare dai nostri volti, dalle nostre case e dalle nostre automobili sono lontani da Cristo. Molte volte siamo istruiti, attivi, presenti nel mondo, spesso onesti e perfino scrupolosi. Ma raramente la nostra anima respira quell’amore per la libertà e la povertà che ci è comunicato da ogni pagina dell’evangelo.

Siamo una comunità seria, ma non siamo una comunità che predica. Abbiamo incaricato i pastori di parlare dai pulpiti, alla radio e alla televisione: a volte esce forse anche una predicazione di livello discreto. Ma quando una predicazione non ha alle spalle una comunità di testimoni, non è più predicazione: è buona e onesta propaganda, informazione culturale, difesa di un’istituzione.
Bisogna ridiventare, o diventare, una comunità di persone la cui preoccupazione centrale è la comunicazione dell’evangelo. Vale più una parola detta in in ufficio o nella ditta o nel treno o al supermercato o all’ospedale che il miglior sermone ascoltato dai 15’000 ascoltatori della meditazione alla radio o alla televisione; o per meglio dire il discorso rivolto ai 15’000 è autentico se dietro il predicatore non c’è semplicemente un’istituzione, ma ci sono uomini e donne, ragazzi e anziani, che fanno fruttificare la parola di Dio nell’incontro con il loro prossimo, dando come unica garanzia la propria persona, piccola, debole, indifesa e contraddittoria, ma reale: perché le persone ricevono l’evangelo solo da altre persone, mai dalle cose, o dalle istituzioni.

Infine, siamo una comunità seria, ma non siamo una comunità che prega. Ma dove prendere il coraggio di parlare di Gesù Cristo al nostro prossimo, se oltre al sermone sul monte non apriamo anche il libro dei Salmi? Che cosa, se non la preghiera, riscoperta nel rumore e nella confusione della società attuale, rivissuta malgrado la superficialità e la stanchezza che afferra la nostra mente e il nostro cuore, che cosa se non la preghiera, il dialogo con Dio e l’ascolto di Dio, può ridarci il respiro necessario, lo slancio per produrre il cento per uno?

Predicare l’evangelo; modificare il nostro stile di vita secondo il sermone sul monte; rinnovare cuori e menti sulla base del libro dei Salmi: chi ha orecchi, dice Gesù nelle parole conclusive della parabola, cerchi di capire.

Il tempo che passa

Non siate in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno. (Matteo 6,34)

Nella Bibbia troviamo numerose indicazioni relative allo scorrere del tempo. Nel libro dei Proverbi, ad esempio, si dice: “Non rallegrarti del domani, perché non sai nemmeno che cosa ti capiterà oggi” (Proverbi 27,1). L’autore si rivolge a chi trascura e disprezza il presente per i miraggi del futuro. Dal canto suo, il salmista aggiunge: “Oggi, se udite la voce di Dio, non indurite i vostri cuori” (Salmo 95,7-8), ricordando che ci sono momenti nel tempo che hanno un valore assoluto perché non si ripresenteranno mai più. Ancora nel libro dei Salmi ci viene suggerito che forse ogni momento ha un valore assoluto: “Facci capire che abbiamo i giorni contati, allora troveremo la vera saggezza” (Salmo 90,12). E infine, quando Gesù si rivolge ai suoi ascoltatori, nel discorso della montagna, dicendo loro: “Non siate in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso, basta infatti a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6,34), oltre a volerli tranquillizzare, intende incoraggiarli a vivere pienamente nell’oggi.

Questi pensieri e queste indicazioni della Bibbia sembrano dunque rivolgerci un generico invito a vivere, come si dice, “alla giornata”. Ma non possiamo dimenticare che c’è un vivere alla giornata prodotto da disorientamento, da stanchezza della lotta e della sofferenza, dall’impossibilità di vedere una soluzione nel groviglio di circostanze sfavorevoli, dalla rinuncia dinanzi alla prospettiva di giorni pesanti, di settimane, di mesi, di anni tutti ugualmente difficili. Inoltre, c’è un vivere alla giornata che è attesa della sera e della notte, attesa del sonno che per qualche ora ci fa dimenticare ciò che ci tormenta, i problemi che non sappiamo risolvere. Il sonno costituisce allora un intervallo che ci fa dire: uno in meno da vivere! E infine, c’è il vivere alla giornata di chi non riesce a liberarsi da un passato ingombrante, e perciò si trova spiazzato nel presente ed è incapace di aprirsi a una visione per il futuro.

No, valorizzare l’oggi non consiste in un vivere alla giornata di questo tipo. Chi vive pienamente la vita “fa suo tutto il tempo”, come affermava il filosofo e politico romano Seneca: il passato col ricordo, il presente con l’impiego, il futuro con la previdenza. Tuttavia, è chiaro che il tempo ha valore, per noi, soltanto nel momento in cui diventa il nostro presente. “Solo l’oggi è nostro: noi siamo morti per il giorno di ieri e non siamo ancora nati per il giorno di domani”, ha detto un pensatore inglese.
Non bisogna confondere tutto questo con la presunta saggezza di chi invita a vivere la vita con moderazione, senza eccedere, per goderla il più a lungo possibile: la monotonia dei giorni felici è forse diversa dalla monotonia dei giorni caratterizzati dalla tristezza e dal dolore? E neppure con la frenesia di chi pretende di compensare con l’intensità la brevità della vita: invece di dare valore all’oggi, l’ansia di vivere lo immiserisce, perché non permette di viverlo in quella pienezza di coscienza che solo la calma produce.

C’è un solo modo per vivere senza logorarsi, senza perdersi e senza essere consumati dal tempo che passa. Esso consiste nell’adoperare il tempo in un continuo lavoro di costruzione di sé stessi per un vivere che è oltre il tempo, e nell’imparare a scorgere la luce in ogni più piccola particella della nostra giornata.
A questo proposito, possiamo ricordare, tutte le mattine e tutte le sere, le parole di una poesia del teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer, scritta nel carcere nazista: “Da potenze benigne meravigliosamente soccorsi, attendiamo consolati ogni futuro evento. Dio è con noi alla sera e al mattino, e senza dubbio, in ogni nuovo giorno”.

Imparare un nuovo giudizio

Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? O come potrai tu dire a tuo fratello: “Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre la trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello. (Matteo 7,1-5)

“Non giudicate e non sarete giudicati”, dice Gesù. Che cosa significa questa indicazione? La Bibbia contiene innumerevoli passi in cui si sottolinea l’importanza del giudizio, della capacità di discernere il bene dal male, del distinguere la verità dalla menzogna. Perché Gesù invita ad astenersi dal giudicare? E, aggiungiamo, come si fa a non giudicare? Come possiamo evitare di giudicare senza isolarci, senza chiuderci la bocca e senza in qualche modo disattivare la mente?

Va detto subito che la Bibbia conosce le colpe, non sogna una società di innocenti, sa che giudici e giudizi saranno sempre in primo piano. E va detto anche che la tradizione cristiana affida al giudizio un ruolo centrale. E allora, ancora una volta, che cosa può voler dire questa proibizione del “giudicare”?Proviamo a leggerla in positivo e vi scopriremo un significato inatteso, che potremmo esprimere così: vedere il bene piuttosto del male, guardare intorno a noi con occhi che sappiano distinguere e distinguersi dalla comune malignità e malvagità, essere capaci di stimare gli altri. Non si tratta di mettere dei paraocchi, né di essere falsi o bugiardi, ma di assumere un atteggiamento che sa che la verità è sempre complessa, che ogni medaglia ha due facce, che anche dall’esperienza più oscura si può trarre qualche spiraglio di luce.

La stima dell’altro è oggi molto rara. Il male dilaga, si trova ovunque e i media lo fanno conoscere e ne amplificano la presenza, mentre stentano a far conoscere il bene che pure c’è. Il male è rumoroso, invadente, prepotente. Il bene spesso è poco appariscente, o si nasconde. Dilaga inoltre anche la voglia di giudizio: ciascuno si sente autorizzato a ergersi a giudice, in famiglia, a scuola, dovunque. Per arginare questa tendenza, e più ancora, per orientare in modo diverso e nuovo le nostre energie, ecco che Gesù invita - in questa specifica circostanza, mediante il suo appello, a “non giudicare” - a stimare, a leggere in modo positivo le speranze, gli sforzi, i tentativi, a non bocciare a priori quello che è ancora incerto, giovane, fragile, soprattutto diverso.

Pensandoci bene, è proprio sul diverso che si esercita quasi sempre il giudizio negativo, è l’altro da me che sono tentato di condannare. È qui, invece, che si deve applicare con maggiore impegno l’indicazione evangelica del “non giudicare”: aprirsi, disporsi positivamente, evitare la condanna affrettata. La lezione sulla stima dell’altro è dunque allo stesso tempo una condanna dell’ipocrisia: attento alla trave nel tuo occhio, mentre giudichi la pagliuzza nell’occhio altrui; attento alla tua voglia di incolpare l’altro, che molto spesso non è che un tentativo di discolpare te stesso.

Siamo troppo spesso assorbiti dall’assolvere e dal condannare, vi spendiamo troppe energie e troppo tempo. Bisogna invece fare, approfittare del tempo che ci è dato per intervenire in modo costruttivo. Evitiamo di fare dei rapporti umani una continua chiamata in giudizio davanti a un enorme e diffuso tribunale. Vale per la società nel suo insieme, vale per le religioni, vale per ogni singolo individuo. Facciamone l’indicazione con la quale proseguire il cammino in questo anno cominciato da poche settimane.

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L'amore è una lotta

Ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza. Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho amore, divento un rame risonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho amore, non sono nulla. Anche se distribuissi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri e dessi il mio corpo a essere arso, se non ho amore, non mi gioverebbe a niente.
L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non sospetta il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
L'amore non verrà mai meno. Quanto alle profezie, esse saranno abolite; quanto alle lingue, esse cesseranno; quanto alla conoscenza, essa sarà abolita, poiché noi conosciamo in parte e in parte profetizziamo, ma, quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte sarà abolito. Quand'ero fanciullo, parlavo da fanciullo, pensavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo, ma, quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da fanciullo. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò appieno, come anche sono stato appieno conosciuto.
Ora, dunque, queste tre cose durano: fede, speranza e amore, ma la più grande di esse è l'amore. (1 Corinzi 12,31-13,13)

“Ora vi insegno qual è la via migliore”, dice l’apostolo. E l’indicazione che egli ci dà è semplice: la via migliore è quella dell’amore.
Una vita ha senso e valore solo finché in essa c’è amore; viceversa, una vita non è niente, e non ha alcun senso e valore, se in essa non c’è amore.
Una vita ha tanto valore, quanto amore. Tutto il resto è secondario.

A confronto con l’amore, felicità e infelicità, povertà e ricchezza, orgoglio e vergogna, patria e terra straniera sono poca cosa. E che cos’è una vita piena di disciplina, di onore, di rispettabilità, a confronto di una vita nell’amore? E che cos’è una vita piena di religiosità, di morale, di sacrificio e di rinuncia, se non è una vita nell’amore?
Lo afferma con forza anche l’autore del Cantico dei Cantici (8,6): “Forte come la morte è l’amore”.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’apostolo dice cose che già sapevamo! È vero, dire queste cose non è una novità. L’unica novità è farle.
Ebbene, non è un caso che l’apostolo parli dell’amore come di una via, cioè di un cammino da percorrere, non di un insegnamento da dare: in tutta la Bibbia non c’è mai l’invito a predicare l’amore, ma sempre e solo a camminare nell’amore. La novità non è l’amore predicato, ma l’amore praticato.

Ma c’è anche un altro aspetto sorprendente in questi primi versetti del capitolo 13, qualcosa di ancora più radicale. Paolo dice: “Se parlassi tutte le lingue... se conoscessi tutti i misteri... se avessi tutta la fede... se distribuissi tutti i miei averi... se non ho amore, non sono nulla”. Non dice: non ho nulla, ma: non sono nulla!
Questo ci dice l’apostolo: puoi avere tutto, ed essere nulla. È la più grande contraddizione che si possa immaginare: avere tutto ed essere nulla, perché questo tutto, che hai, poggia su questo nulla, che sei!

Ma andiamo avanti, e chiediamoci: che cosa significa amare? L’apostolo dà delle linee di risposta, che cerchiamo di mettere in luce.

Innanzitutto colpisce la lunga serie di negazioni. L’amore “non invidia, non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non sospetta il male, non gode dell’ingiustizia”.
Leggiamo e comprendiamo il testo con attenzione: Paolo non dice quello che l’amore non è, bensì quello che non fa. Amare significa infatti non fare tante cose. Subito pensiamo: Ma è troppo poco, amare significa anzitutto fare! No, amare significa anzitutto non fare certe cose.
L’amore non è solo slancio verso l’altro, è anche e prima di tutto controllo di sé; è una specie di opposizione a noi stessi, di lotta contro noi stessi. Per amare l’altro, devo anzitutto disciplinare me stesso. E a che cosa tende questa disciplina su sé stessi per poter amare l’altro? Tende in fondo a una cosa sola: a non strumentalizzare l’altro. Questa è la prima indicazione: amare significa non fare tutto ciò che strumentalizza l’altro. In termini positivi diremo: l’amore è l’accettazione radicale dell’altro, e il contrario dell’amore è la negazione dell’altro.

La seconda indicazione viene dalle affermazioni in positivo: l’amore “gioisce con la verità, soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa”. Qui ciò che colpisce è la varietà delle manifestazioni dell’amore. L’amore gioisce, l’amore soffre. L’amore crede, l’amore spera. L’amore è paziente, l’amore è impaziente. L’amore è benigno, l’amore è esigente. Sembrano termini perfino in opposizione tra loro.
Ciò che Paolo vuole sottolineare è una seconda indicazione relativa all’amore: l’amore ha mille nomi, il suo nome è sempre un altro. L’amore cambia nome, questa è la sua caratteristica fondamentale.
La debolezza del nostro amore è che non cambia mai nome. Si chiama forse pazienza, ma mai impazienza. Si chiama forse sofferenza, ma mai gioia. Si esprime come benevolenza, ma mai come intransigenza. I nostri amori sono deboli perché sono monotoni, ripetitivi, sempre uguali. Imparare ad amare significa imparare i molti nomi dell’amore.
L’amore non è né cieco né neutrale: sa distinguere la verità dalla menzogna, l’iniquità dal diritto, la libertà dall’oppressione, la giustizia dall’ingiustizia.
L’amore sopporta ogni cosa, ma non approva ogni cosa; è paziente e benigno, ma non è qualunquista. Secondo la situazione, l’amore sceglie il suo nome, ed è un nome di battaglia, perché su questa terra amare significa lottare.
Noi conosciamo l’amore come dono, come accoglienza e comprensione, ma conosciamo e pratichiamo pochissimo l’amore come lotta. È nel contesto della lotta che l’amore prende i suoi vari nomi di battaglia.
Dove c’è oppressione, l’amore si chiamerà resistenza. Dove c’è menzogna, si chiamerà verità. Dove c’è fame, il nome dell’amore sarà pane. Dove c’è esclusione, il nome dell’amore sarà comunione. Dove c’è solitudine, l’amore si chiamerà compagnia. Dove ci sono blocchi militari, l’amore si chiamerà disarmo.
Occorre lottare affinché l’amore non si appiattisca, non diventi monotono.

La terza indicazione scaturisce da una constatazione: i nostri amori vengono meno. La nostra vita è piena di amori finiti, dimenticati, abbandonati. Quanto è facile che i nostri amori vengano meno. Se l’apostolo pensasse a noi e ai nostri amori, non direbbe: “L’amore non verrà mai meno”.
L’apostolo dice questo perché pensa a Dio. L’amore non verrà mai meno perché Dio non verrà mai meno.
E qui diventa del tutto chiaro perché l’amore è più grande: perché Dio è più grande, e Dio non è fede, Dio non è neppure speranza, Dio è amore.
Ecco perché la via indicata da Paolo è la via per eccellenza, la via migliore: perché è la via di Dio.

Proprio in questo contesto l’apostolo introduce il discorso del bambino che diventa uomo. “Quando ero bambino, pensavo da bambino... Da quando sono un uomo ho smesso di agire così”. Il che vuol dire: è l’amore che ti fa crescere e ti fa diventare uomo.
È bello e significativo che Paolo dica “quando sono diventato uomo”, e non “quando sono diventato cristiano”. È un messaggio cristiano nella sostanza, ma laico nel linguaggio.
Dunque: finché non ami, non sei ancora divenuto un uomo. Solo l’amore ci rende umani. L’amore è la più grande forza nel combattimento per la nostra umanizzazione.

La calma, la forza, la fiducia

Così aveva detto il Signore, il Santo d'Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!
Avete detto: «No, noi galopperemo sui nostri cavalli!» E per questo galopperete! E: «Cavalcheremo su veloci destrieri!» E per questo quelli che v'inseguiranno saranno veloci! […]
Guai a quelli che scendono in Egitto in cerca di soccorso, hanno fiducia nei cavalli, confidano nei carri, perché sono numerosi, e nei cavalieri, perché sono molto potenti, ma non guardano al Santo d'Israele e non cercano il Signore! (Isaia 30,15-16. 31,1)

Il profeta Isaia scrive queste parole mentre il popolo d’Israele attraversa un momento di grave crisi. Un esercito sta avanzando, da oriente, e l’unica soluzione che il suo re, i suoi ufficiali, i suoi ministri sono in grado di indicare consiste in un’alleanza militare con un vicino potente: andiamo a chiedere aiuto all’Egitto – soldi e soldati, carri e cavalli.

Isaia critica quella politica di alleanze, perché ritiene che essa sia il frutto della mancanza di fede in Dio. Il profeta ribadisce che solo Dio, il quale conduce – a volte, è vero, misteriosamente – la storia e guida il suo popolo, è fonte affidabile di forza, mentre da tutti gli altri possibili alleati non c’è da aspettarsi altro che delusioni.

Pur se scritte molti secoli fa e certamente non riferite a noi, le parole di Isaia meritano di essere meditate anche oggi. Anche noi e le nostre chiese siamo confrontati con problemi gravi, per certi versi simili a quelli affrontati dal popolo d’Israele ai tempi del profeta.
Pensiamo alla responsabilità morale che pesa sulle chiese di fronte al conflitto in Ucraina. Pensiamo alle responsabilità che pesano sulle chiese di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania. Pensiamo alla responsabilità di annunciare l’evangelo a milioni di persone che non lo ascoltano, o lo fraintendono, o semplicemente lo rifiutano.

Dove prendere la forza per affrontare queste difficoltà? Come non sprofondare in un senso di rassegnata impotenza? Dove prendere l’autorità, o l’autorevolezza, di parlare al mondo e alla società di oggi?

La parola di Isaia vieta di cercare l’autorità mediante una politica di alleanze. Non dobbiamo appoggiarci su questa o quella potenza del mondo, su questa o quella ideologia, su questo o quel sistema economico, o tecnologico, o politico per dare peso a ciò che facciamo e diciamo.
Perché? Perché se lo facessimo saremmo costretti a seguire la sorte di quelle stesse potenze: molte menzogne, poca verità, e alla fine il tramonto e una sconfitta anche morale.

Se la forza non può venire da un’alleanza con una potenza esterna, dobbiamo cercarla forse dentro di noi? Alcuni sono fermamente convinti che la chiesa debba avere un’autorità umanamente riconoscibile e riconosciuta: denaro e prestigio, gerarchia e ubbidienza devono renderla “competitiva”. O, come si è ripetuto durante la pandemia, in particolare in ambito di lingua tedesca, la chiesa deve tornare a essere “systemrelevant”, vale a dire essere riconosciuta come un attore significativo, addirittura essenziale, per il funzionamento della società.
Secondo questo modo di vedere, la gloria di Dio deve in qualche modo rispecchiarsi nella sua forza: una chiesa che si organizza in modo tale da essere autorevole verso l’esterno, e autoritaria al suo interno.

Altri invece pensano che il segreto della forza della chiesa non vada cercato né nelle sue capacità organizzative, né nelle sue capacità intellettuali: la chiesa deve imporsi con la serietà del suo pensiero, con la sua capacità di ascolto e di dialogo, con il suo spirito di ricerca.
In realtà, ogni volta che la chiesa si guarda onestamente allo specchio, non scopre in sé né forza né sapienza, ma piuttosto contraddizioni e peccati. Se guarda sé stessa alla luce della parola di Dio, è costretta a ravvedersi, come dice il profeta, riferendo una parola di Dio: “Nel tornare a me starà la vostra salvezza”.

Una chiesa e un credente che si ravvedono, possono abbandonarsi con fiducia alla grazia e alla guida di Dio: questa è la vera fonte di forza. L’autorità, o l’autorevolezza, non dipende dalle alleanze strette dalla chiesa, né dalla sua organizzazione, né dalla sua sapienza: essa dipende dalla sua capacità di ravvedimento.
Chi è capace di ravvedimento trova il perdono, e insieme al perdono anche lo Spirito di Dio, che dona nuova forza.

Bisogna avere il coraggio di scendere nel profondo, per trovare questa forza; o, per usare le parole di Isaia: “Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”. È così che riceveremo anche autorevolezza, perché dal silenzio della chiesa penitente nasce la parola profetica: allora non esporremo più al mondo le nostre convinzioni, le nostre decisioni, ma una parola che viene da lontano, e opera nel profondo.

“Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”: più saremo semplici e più saremo forti, come quei “puri di cuore” di cui parlava Gesù. L’umanità ha bisogno, oggi più che mai, di uomini e donne dal cuore puro e dalla mente chiara. Questi hanno autorità e autorevolezza: gli altri hanno soltanto potere, come gli egiziani del tempo di Isaia.

Certo, molte volte la parola dei “puri di cuore” non è ascoltata, o viene riconosciuta solo con molto ritardo. Ma che importa? “Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”. Nessuna autentica testimonianza va mai perduta. Nessuna. Mai.

La domanda di Pasqua

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo». Pietro e l'altro discepolo uscirono e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. (Giovanni 20,1-10)

Pasqua si annuncia solitamente con un grido: il Signore è risuscitato. Ma se ci rivolgiamo al Nuovo Testamento, vediamo che le cose non stanno propriamente così. Pasqua comincia con una domanda. La domanda di Maria Maddalena davanti alla tomba vuota: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano portato”. La Pasqua inizia così, con la scomparsa di Gesù.
La chiesa di Pasqua è quella che grida: Gesù è scomparso! Presto, andiamo a cercarlo! La chiesa diventa chiesa perché non ha più Gesù, perché deve mettersi sulle sue tracce, perché si mette in cammino per andarlo a cercare. La chiesa di Pasqua non possiede Gesù, è una chiesa che lo cerca.

Ma dove andarlo a cercare, questo Gesù che è scomparso? Ecco due possibili piste.
La prima porta a cercarlo negli antichi testi che riferiscono tracce delle sue parole, dei suoi detti, delle sue azioni. La prima pista consiste dunque nell’ascolto della Scrittura: perché là dove la sua parola è ascoltata, Gesù di Nazareth continua a vivere.
La seconda pista porta verso quei luoghi e quelle persone che Gesù stesso frequentava e nei quali diceva che poteva essere trovato: i più piccoli, i più umili, i più semplici. Gesù si trova tra quelli che hanno fame e sete, fame e sete di un po’ di umanità, tra quelli che sono privati della libertà, tra i disperati, tra gli emarginati, tra i poveri, gli esclusi. Perché il regno di Dio appartiene a loro.
Ricordate il colloquio di Gesù con chi gli chiedeva dove fosse possibile incontrarlo? Ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; nudo, e mi rivestiste; fui malato, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi. E quelli gli chiesero: Signore, quando mai ti abbiamo visto aver fame, o aver sete? Quando mai ti abbiamo visto straniero, o nudo, o malato, o in prigione? Ma rispondendo disse: In quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me.

La chiesa di Pasqua non ha Gesù, non lo possiede, ma lo cerca per poterlo ascoltare di nuovo. La chiesa di Pasqua è dunque una chiesa che cerca. Se non è questo, non è più la chiesa di Pasqua. Se non è questo, forse non è più nemmeno la chiesa di Gesù. Quando fa affidamento solo su sé stessa, quando pretende di essere il metro di ogni cosa, quando smette di essere in ricerca e si sente sicura di ciò che possiede, non è più la chiesa del mattino di Pasqua.
La chiesa di Pasqua è una chiesa senza frontiere, senza barriere, senza un rigido elenco di chi è dentro e di chi è fuori, accogliente, non invadente. È una chiesa che accetta di avere un carattere provvisorio, in movimento, in ricerca. Una chiesa che guarda in avanti, che cerca di essere là dove ci sono tracce del passaggio di Gesù.

Credere nel messaggio di Pasqua vuol dire alzarsi, ogni mattina, e fare proprio il grido di Maria Maddalena: Gesù è scomparso. E di conseguenza porsi, ogni giorno, la domanda: dove mi attende, oggi, quel Gesù che è scomparso, ma che è ancora vivo? Dove vuole che io investa il mio tempo, le mie forze, la mia intelligenza, il mio cuore? Dove posso andarlo a cercare?
Non dimentichiamo l’annuncio di Pasqua: è scomparso, andiamo a cercarlo. Questa è l’aurora di un nuovo mondo, questo è il radioso mattino di Pasqua.

Foto: Tomas Robertson, unsplash

La fede che cerchiamo

Gesù raccontò una parabola per insegnare ai discepoli che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai. Disse: “C'era in città un giudice che non rispettava nessuno: né Dio né gli uomini. Nella stessa città viveva anche una vedova. Essa andava sempre da quel giudice e gli chiedeva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
'Per un po' di tempo il giudice non volle intervenire, ma alla fine pensò: 'Di Dio non mi importa niente e degli uomini non mi curo: tuttavia farò giustizia a questa vedova perché mi dà ai nervi. Così non verrà più a stancarmi con le sue richieste''.
Poi il Signore continuò: 'Fate bene attenzione a ciò che ha detto quel giudice ingiusto. Se fa così lui, volete che Dio non faccia giustizia ai suoi figli che lo invocano giorno e notte? Tarderà ad aiutarli? Vi assicuro che Dio farà loro giustizia, e molto presto! Ma quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”
(Luca 18,1-8)

La parabola termina con una domanda. Si tratta di un fatto piuttosto insolito: in genere le parabole non terminano con una domanda. E qui si tratta addirittura di una domanda posta da Dio.
Noi non siamo abituati al fatto che Dio ci ponga delle domande. Di solito siamo noi che poniamo delle domande a Dio. Nella Bibbia, tuttavia, Dio a volte pone delle domande all'essere umano.

Lo fa ad esempio in uno dei primi racconti del libro della Genesi, dopo che Caino ha ucciso suo fratello Abele. All’indomani di quel primo omicidio, Dio chiede a Caino: “Dove sei?”. In altre parole, Dio chiede all'essere umano dove si sia nascosto, dove stia fuggendo. Caino non vuole fare i conti con Dio, e non vuole fare i conti nemmeno con sé stesso, non vuole guardare in faccia la realtà.
Anche noi, a volte, come Caino, non vogliamo fare i conti con Dio, ma nemmeno con noi stessi.
La domanda che Dio pone a Caino è ripetuta, attraverso i secoli e i millenni, a tutta l'umanità. È una domanda che vuole porre fine alla nostra fuga, è una domanda che rimanda alla nostra responsabilità.

Un'altra domanda posta da Dio la troviamo nel libro di Giobbe, un uomo innocente sul quale la sorte si accanisce. Giobbe vorrebbe sapere il perché della sua sofferenza e perciò pone delle domande a Dio. Dio lo ascolta pazientemente, finché a un certo punto gli chiede: “Ma tu, dov'eri tu quando io fondavo la terra”?
È come se Dio volesse ricordare a Giobbe la differenza che c'è tra l'essere umano e Dio, tra il creatore e la creatura.
È una domanda che interpella anche noi, che abbiamo perso il senso della misura e il senso di ogni limite.
Noi, come singoli individui e come società, corriamo il pericolo di confondere l'essere umano con Dio, di non riconoscere più la differenza tra il bene e il male, di non sapere più distinguere la verità dalla menzogna, di non più vedere il confine che c'è tra la vita e la morte.

E poi c'è la domanda che viene posta, nel nostro testo, al termine della parabola di Gesù riportata da Luca: “Quando il figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra”?
Gesù non chiede se troverà religione o religioni, non chiede neppure se troverà la chiesa o le chiese, non chiede nemmeno se troverà amore (che forse sarebbe ciò che noi chiederemmo come prima cosa), non chiede se troverà la vita che Dio ha creato e che noi così spesso disprezziamo.
Non religione, dunque, non chiesa, non amore, non vita, e nemmeno – potremmo aggiungere – giustizia, pace, fraternità, solidarietà e così via. Gesù chiede se troverà fede.

Per Gesù la fede è centrale, addirittura più importante di tutte quelle altre cose. In questa parabola sembra riprendere quanto detto già dal profeta Isaia, e cioè che “senza fede non si può sussistere”.

Ora, Gesù è già venuto una volta sulla Terra, ha già cercato la fede. E che cosa ha trovato? Ha trovato, possiamo dire, la fede che non cercava. E non ha trovato invece la fede che cercava. Ha trovato tanta fede, fin troppa: il mondo è pieno di fedi. Ma non ha trovato la fede che lui cercava.

Ha trovato la fede di Caiafa, il quale credeva nella legge. La legge in cui Caiafa crede è la legge che respinge e condanna Gesù. Caiafa, sommo sacerdote, è infatti tra quelli che decidono di consegnarlo ai romani affinché lo eliminino.
Quella di Caiafa è fede nella legge, ma Gesù non ha insegnato l'amore per la legge, bensì la legge dell'amore.

Quando Gesù è venuto sulla Terra, ha trovato anche la fede di Qumran, cioè la fede di quel movimento religioso severo e integralista che viveva sulle rive del Mar Morto e di cui sono stati trovati gli scritti conservati in anfore sepolte nelle grotte. La fede di Qumran è una fede che divide il mondo in due: da un lato i figli della luce, dall'altro i figli delle tenebre.
Ma Gesù non ha insegnato una simile divisione. Gesù ha accolto pubblicani e peccatori, non ha predicato la guerra santa bensì l'evangelo della riconciliazione e del perdono.

Gesù ha trovato anche una terza fede, quando è venuto sulla Terra. Ha trovato la fede di Roma, la fede nella forza armata, la fede nel diritto, la fede nella forza della civiltà romana. È una fede molto diffusa anche nel nostro tempo, in cui il continente europeo è attraversato da appelli al riarmo, da proclami a favore dell'uso della forza, dal ricorso alla forza militare per piegare gli altri al proprio volere.
Ma Gesù non ha parlato della fede nella propria forza, bensì della fiducia nella forza che proviene da Dio.

Quando Gesù e venuto in questo mondo non ha trovato fede nemmeno tra i suoi. Ricorderete la sua amara constatazione: “Nessuno è profeta in patria”.
Gesù non ha trovato fede nemmeno a Gerusalemme, e infatti ha pianto sulla città e sulla sua incredulità.
Non ha trovato fede tra i suoi discepoli: non per nulla sul campanile di molte chiese è posto ancora oggi un gallo a ricordare il tradimento di Pietro, il quale non è stato capace di conservare la fede in Gesù.

E paradossalmente, Gesù ha trovato fede in un romano, un centurione, del quale ha detto: “In nessun altro ho trovato tanta fede come ho trovato in lui”.

Nel nostro mondo ci sono fedi granitiche, che non amano le domande. Sono fedi religiose, ma anche politiche, fedi tecniche, ma anche economiche, che pretendono di essere assolute.
Non sono il tipo di fede che Gesù cercava, perché queste fedi rendono gli uomini aggressivi, violenti e intolleranti. Sono fedi che non producono amore, ma odio, non pace, ma guerra, non vita, ma morte.
Gesù ha insegnato una fede che sa anche trasgredire, non solo obbedire. Gesù, infatti, trasgredisce la legge del sabato. Egli dice che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato. Non sempre la nostra fede è abbastanza coraggiosa da essere una fede che sa anche disobbedire. Troppe volte la nostra fede è una fede timida.

La domanda posta dalla parabola non è dunque, a ben vedere, se Gesù, quando tornerà, troverà fede, bensì quale fede troverà.

Possiamo dire qualcosa a proposito della fede che Gesù vorrebbe trovare? Sì, possiamo. Gesù vorrebbe trovare la fede della vedova della parabola. Una fede che non si rassegna all'ingiustizia, non accetta l'ingiustizia, non si arrende all'ingiustizia. Una fede che sa indignarsi e non dà tregua al potere arrogante.
E ancora, una fede che non ci rende freddi e insensibili, bensì vulnerabili perché sensibili al dolore altrui, alle necessità altrui, e alla parola di Dio. Quella fede non consiste solo in un sapere, in una conoscenza, ma anche e soprattutto in vulnerabilità e apertura.

Possiamo allora riformulare la domanda della parabola chiedendoci: “Quando il figlio dell'uomo tornerà, troverà chi gli apre la porta?”

La fede piccola

Gesù sali sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta, che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di piccola fede?”. Poi, alzatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: “Chi è mai costui, al quale i venti e il mare ubbidiscono?”.
(Matteo 8,18-27)

Tra la barca a bordo della quale si trovano i discepoli e Gesù, sballottata dalla tempesta, e la barca del nostro mondo, sulla quale ci troviamo noi, che naviga in questo tempo incerto e carico di tensioni, non mancano sorprendenti analogie.

Siamo tutti nella stessa barca.“Tutti” vuol dire proprio “tutti”. Tutti i discepoli ma anche Gesù corrono lo stesso pericolo: se la barca dovesse capovolgersi per l'urto delle onde, tutti rischiano di andare a fondo.
Allo stesso modo, anche noi, l’umanità intera, sempre più consapevoli di avere a disposizione solo questo mondo (e nessun mondo di scorta, checché ne dica il miliardario che farnetica di una migrazione verso Marte), condividiamo tutti lo stesso destino, nessuno escluso.

La barca, l'unica barca per tutti, è nella tempesta. Una vera tempesta, non solo raccontata, ma vissuta. Una tempesta di fuori, ma anche una tempesta di dentro: all'agitazione delle onde corrisponde l'agitazione degli animi. È la situazione in cui si trovano i discepoli a bordo della barca che naviga sul lago di Galilea, ma è anche la nostra situazione in questo mondo inquieto, caratterizzato da feroci conflitti, guerre, crescente instabilità geopolitica ed ecologica, in cui siamo assediati da ansie e preoccupazioni per il presente e il futuro prossimo.

La tempesta arriva quando nessuno se l’aspettava.Se ci fosse stato qualche segnale – qualche nuvolone nero in cielo, oppure un servizio meteorologico in grado di prevedere la tempesta – Gesù e i discepoli forse non si sarebbero imbarcati, non avrebbero iniziato la traversata del lago.
In modo simile, l’attuale instabilità globale è arrivata senza preavviso tanto che, all'inizio, quasi tutti ne hanno sottovalutato la gravità e pericolosità. Prova ne è l’imbarazzo, l’impreparazione e i balbettii con cui anche i leader di molte nazioni – e non parliamo di staterelli di secondaria importanza, ma di nazioni di primo piano sulla scena mondiale – reagiscono al precipitare degli eventi.
Anche le chiese sono state colte di sorpresa, tanto che non sanno che cosa pensare né che cosa dire, se non le solite frasi di circostanza. Non sanno, o non osano o non vogliono interpretare il fenomeno, si limitano ad amministrare l’esistente.

Gesù, sulla barca, dorme.È l'unica volta in cui si parla di un Gesù addormentato. Non lo sveglia neppure la tempesta, non lo svegliano il fragore delle onde né il rumore del vento; lo svegliano i discepoli disperati.
Questo sonno di Gesù è di una attualità sorprendente. È proprio quello che pensano tanti nostri contemporanei: “Dio dorme”. Quando uno dorme è come se non ci fosse, anche se c'è. E molti nostri contemporanei pensano infatti che Dio proprio non ci sia, non esista per niente.

Dopo avere riconosciuto queste analogie, chiediamoci: qual è il messaggio che l’episodio della tempesta sul lago di Galilea trasmette a noi?

Il primo è una semplice constatazione: nell'esperienza umana c'è anche la tempesta. Non c'è solo il cielo sereno e il mare calmo – quella semmai è l’illusione che gli innumerevoli venditori di fumo, particolarmente attivi nella nostra epoca, insistono nel volerci presentare – c’è anche il cielo scuro e il mare in tempesta. Ci sono tempeste nella natura, nella storia collettiva, nella storia individuale e familiare, ce ne sono nella chiesa e nella società. Ci sono tempeste esteriori e interiori, che aggrediscono il corpo oppure l'anima, la psiche, gli affetti e i sentimenti. Nessuna vita ne è esente. La tempesta fa parte di questo mondo e di questa vita. Non c'è da stupirsi e nemmeno da scandalizzarsi, fanno parte, purtroppo, della normalità della vita.

Il secondo è legato alla domanda: Da dove viene la tempesta?Per quanto concerne la tempesta sul lago di Galilea, non si trovano, nel testo, elementi che permettano di stabilire da dove venga né perché arrivi. Non viene dagli uomini, non dai discepoli, non da Gesù, non dalla folla delusa perché Gesù se ne è andato. Sarebbe mandata da Dio? C'è chi lo sostiene: Dio manderebbe delle calamità per far rinsavire un'umanità che sembra non capire altri discorsi. Non credo assolutamente che sia così.
Vale la pena ricordare ciò che scrisse il pastore Dietrich Bonhoeffer in una lettera dal carcere di Tegel, a Berlino, nel dicembre 1943. “È vero che non tutto ciò che accade è semplicemente volontà di Dio”, scrisse Bonhoeffer, “ma in fondo non accade nulla senza la volontà di Dio, cioè in ogni avvenimento, anche il più infelice, passa un sentiero che porta a Dio”. Che cosa vuol dire?
Vuol dire due cose: la prima è che il male non è volontà di Dio, la disperazione e la morte non sono volontà di Dio. Dio vuole il bene, e non il male. Dio lotta contro il male, è unilateralmente per la vita, non per ciò che nega la vita.
La seconda è che di ogni avvenimento, anche del più infelice, non dobbiamo innanzitutto chiederci: “Da dove viene?” quanto piuttosto: “Dove ci può portare?”, perché in ogni avvenimento c'è un sentiero che porta a Dio e la volontà di Dio è proprio questa: che attraverso quello che accade, noi andiamo a lui, e impariamo a fare la sua volontà.
Si tratta, in altre parole, di rovesciare la nostra prospettiva, di passare da un atteggiamento passivo, potenzialmente vittimista, a un atteggiamento attivo, che ci permetta di reagire. E qui cito un presidente americano – uno di quelli che, a differenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca, e malgrado avesse anche lui qualche pecca, sapevano indicare obiettivi positivi – John F. Kennedy, il quale chiuse il discorso inaugurale della sua presidenza dicendo: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.
Varrebbe la pena, se ne avessimo il tempo, dedicare qualche minuto a riflettere che chiesa saremmo se facessimo nostra questa prospettiva, e invece di lamentarci per il declino della nostra visibilità e considerazione nella società, ci chiedessimo: “Che cosa possiamo fare per il bene della società in cui viviamo”…

Il terzo è che Gesù, quando si scatena la tempesta, è anche lui a bordo della barca. Il racconto della tempesta sul lago di Galilea è una sorta di parabola di Dio, perché ci ricorda, narrativamente, che Dio è con noi.
È passato da poco tempo Natale, e a Natale abbiamo sentito il racconto dell’angelo che, annunciando a Giuseppe la nascita di un figlio, gli suggerisce il nome da dargli: “Emmanuele”, che tradotto vuol dire “Dio con noi” (Matteo 1,23). Questo è Gesù: Dio con noi, nella nostra barca, e se la barca è nella tempesta, anche lui è nella tempesta. Non fuori, non accanto, non lontano, non altrove. Gesù vuol dire questo, che Dio non è senza di noi e noi non siamo senza di lui.
Gesù dunque - il Dio con noi - è nella barca e nella tempesta, ma dorme. Perché dorme? Per disinteresse? Per negligenza? Per incoscienza? No, dorme perché non ha paura, a differenza dei discepoli che invece hanno paura. Dorme perché conosce le parole del Salmo: “Ecco colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà” (121,4), e non solo le conosce, ma crede nella promessa che esse contengono. Chi ha paura non può dormire. Chi non ha paura, invece, può dormire. È sicuro che Dio, che ha creato il mare e il vento, può placare entrambi. Ed è talmente sicuro che sia così, che lo fa lui nel nome di Dio.

Il quarto riguarda la fede dei discepoli. Sulla barca, nella tempesta, i discepoli hanno tutti paura. Non ce n'è nemmeno uno che non abbia paura. E perché hanno paura? Perché hanno una “fede piccola”.
Ciò che Gesù rimprovera ai discepoli – e, indirettamente, anche a noi – non è di avere “poca fede”, ma di avere una “fede piccola”. Cioè, una fede che si rassegna prima ancora di cominciare, una fede in qualche modo “limitata”, “frenata”, una fede che non osa tradursi in pratica, in azione creativa, una fede che pensa appunto “in piccolo”, invece di sviluppare coraggiosamente nuove soluzioni.
La fede piccola è quella di chi pensa in piccolo. La fede piccola è quella di chi ritiene che essa vada vissuta nel privato, quasi di nascosto, e che non riguardi la sfera pubblica. La fede piccola è quella di chi pensa che “si è sempre fatto così” e perciò non si può cambiare. La fede piccola è quella per cui “di certe cose è meglio non parlare” e dunque copriamo tutto col silenzio. La fede piccola è quella di chi non riesce a guardare oltre la punta del proprio naso e non vede l’altro, l’altra, e le sue domande, le sue necessità, la possibilità di condividere. La fede piccola è una fede che rende piccoli, poveri di iniziative, aridi, indifferenti…

Proprio nella tempesta – oltre che nelle giornate di bel tempo – servirebbe una fede non piccola. Perciò, concludendo, possiamo associarci alla richiesta dei discepoli a Gesù che dorme: “Signore, salvaci, siamo perduti!” (v.25), salvaci dalla tempesta. E aggiungiamo: allarga la nostra fede, fa’ che acquisti respiro, impari a vedere, diventi generosa, osi andare oltre l’ordinario, osi pensare e fare quello che Dio pensa e fa.

La notte è avanzata, il giorno è vicino

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore. (Romani 13,11-14)

Nella Bibbia, la parola "notte" indica in genere la situazione dell'umanità in assenza di Cristo. Dobbiamo dunque pensare che essa indichi la situazione di chi non crede? Sì, anche, ma non solo. Infatti, anche chi crede, sotto questo aspetto, non si trova in una situazione privilegiata. Anche la fede vive infatti "nella notte", vive cioè l'esperienza di Cristo che non è qui come noi vorremmo che fosse, con evidenza, in modo da poterlo vedere e toccare.

Certo, Cristo è presente nella sua parola, nella comunione intorno ai segni del pane e del vino, nell'amore che egli ci dona e che noi possiamo condividere, nella preghiera. Ma si tratta, dobbiamo ammetterlo, di una presenza problematica. La nostra fede cerca Cristo come a tentoni, si aggrappa alla parola di Dio, ai sacramenti, alla preghiera.
Ma rimane vivo il senso di un'incompletezza, di un'incompiutezza, di un'assenza. Non vediamo Cristo, siamo "nella notte". E a volte, in questa "notte", viviamo in modo distratto, dimentichiamo Dio, dimentichiamo anche di cercarlo.

Siamo talmente immersi nella "notte" che dormiamo. E i giorni, e le settimane, e i mesi si susseguono senza che la parola di Dio, la sua presenza, riesca a scuoterci, a svegliarci.
Di solito sono altre le esperienze che ci scuotono dal nostro torpore, facendoci risvegliare, spaventati, nel buio in cui viviamo: sono l'esperienza della morte, della malattia, della sofferenza nelle sue varie forme.

La fede cristiana, se vuole essere una cosa seria, non deve ignorare o censurare questa dimensione dell'esperienza, ma deve guardare in faccia la notte. I cristiani non si ubriacano di parole, dicendo che tutto va bene perché la fede ci aiuta. La consolazione della fede non è a buon mercato, ma conosce dubbio, tormento e lotta.

Non dobbiamo temere che tutto ciò contraddica la fede, non dobbiamo temere di non essere abbastanza credenti perché vediamo l'oscurità intorno a noi e magari anche dentro di noi. La fede, quando è fede vera, sa anche riconoscere con lucidità di vivere nella notte, nel dubbio, nell'assenza.

Questa è la verità. Ma non è ancora tutta la verità. E soprattutto non è ancora l'evangelo, cioè la "buona notizia" ("evangelo" significa infatti proprio questo, "buona notizia"). La buona notizia della Bibbia non è che siamo "nella notte" - perché questo lo sapevamo anche da soli - ma che "la notte è avanzata e il giorno è vicino".

Di che giorno si parli, è chiaro: del giorno del Signore, cioè della presenza di Cristo stesso. Quella presenza non è ancora data come vorremmo, siamo ancora "nella notte", ma Cristo non è chissà dove, bensì è vicino.

Non è un caso che questo testo ci venga proposto durante il tempo dell'avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale, cioè la decisione di Dio di entrare nella nostra "notte" per portarvi la sua luce.
Ovviamente, il testo non intende dire che la "notte" durerà fino al 25 dicembre, poi Cristo arriva e tutto diventa chiaro.
Per quel che ne sappiamo, tutta la nostra vita sarà accompagnata dal tormento causato dal fatto che Cristo non è a nostra disposizione, che la nostra fede è confrontata col dubbio.

Ciò che il testo dice è che questa "notte" non è poi così nera, non è completamente buia, ma è una "notte" in cui l'orizzonte è già rischiarato dal giorno che certamente viene. La luce di Cristo non è lontana, è dietro l'angolo.
Eccoci, dunque, di nuovo alla parola di Dio, ai sacramenti, alla comunione fraterna, alla preghiera. Occorre ripeterlo: non sono, quelli, la luce piena del giorno.
Il giorno è il regno di Dio, nuovi cieli e nuova terra, Dio in tutti: nulla di meno, e nulla di diverso.
Bibbia, sacramenti, amore e preghiera sono i segnali del giorno che si avvicina, il leggero rischiararsi del cielo che precede le luci dell'alba. Sono segni che vengono a dirci che la "notte" non è l'ultima parola e non ha l'ultima parola.

La nostra fede, ci dice in sintesi l'apostolo Paolo, vive di una promessa. E questa promessa è indicata da questi barlumi di luce che rimandano all'alba che attendiamo. Tutta la vita, tutta la fede, è un'attesa che la promessa si avveri.

Rimane un ultimo punto da evidenziare. Il testo si conclude con un appello: anche se non è ancora giorno, comportiamoci come se già lo fosse. La persona credente non possiede un impianto di illuminazione capace di trasformare la "notte" in giorno. Ma ha il coraggio di vivere nella "notte" come se fosse già giorno, cioè di vivere già ora seguendo il Dio che non si vede, ma che sa essere vicino. La "morale cristiana" consiste in questo: in un agire consapevole del fatto che la nostra "notte" non è tutta la verità, e che è possibile, già oggi, vivere sprazzi di luce.

Gli esempi che l'apostolo Paolo offre sono semplici e quotidiani, e qualcuno potrebbe trovarli banali: evitare di ingozzarsi e di ubriacarsi, di praticare una sessualità selvaggia e sconsiderata, evitare le piccole beghe, le invidie e le gelosie, le maldicenze, spesso fonte di profonde lacerazioni, che già allora, a quanto pare, affliggevano le comunità.
Piccolezze? Mah, la "vita davanti a Dio" si svolge anche in questi ambiti dell'esperienza quotidiana, e sarebbe imprudente liquidare questi ammonimenti come superficiali o moralistici.

L'evangelo di questo periodo in cui ci avviamo verso il Natale è dunque questo: una comunità i cui membri vivono nella prospettiva di questa buona notizia, mostra con i fatti che, pur vivendo, come tutti, "nella notte", è raggiunta dalla promessa di una luce che le permette di vivere già ora "come di giorno".
Una comunità con i piedi per terra e che riconosce lucidamente la propria condizione, dunque, ma che allo stesso tempo è percorsa dal desiderio che la "notte" venga superata dall'unico che può farlo.

La pace di Gesù

La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, i discepoli se ne stavano con le porte chiuse per paura dei capi ebrei. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”. Poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono di vedere il Signore.
Gesù disse di nuovo: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Poi soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati”.
Uno dei dodici discepoli, Tommaso, detto Gemello, non era con loro quando Gesù era venuto. Gli altri discepoli gli dissero: “Abbiamo veduto il Signore”. Tommaso replicò: “Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con la mia mano il suo fianco, io non crederò”.
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo lì, e c'era anche Tommaso con loro. Le porte erano chiuse. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò: “La pace sia con voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco. Non essere incredulo, ma credente!”. Tommaso gli rispose: “Mio Signore e mio Dio!”.
Gesù gli disse: “Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto!”. (Giovanni 20,19-29)

Siamo di fronte a un testo che ci parla di perdono che è più forte della colpa, di gioia che è più forte del dubbio, e di una chiamata che suscita una risposta.

Il perdono più forte della colpa. La sera di Pasqua i discepoli rivedono Gesù. Sono riuniti a porte chiuse, sono disorientati, confusi, sono consapevoli di aver abbandonato, rinnegato e tradito il loro maestro. Nella mente di Pietro risuona certamente ancora il canto del gallo.
Ritrovandosi davanti Gesù, il ricordo delle loro colpe dovrebbe rendere i discepoli tristi, abbattuti, pieni di vergogna. Invece dopo averlo riconosciuto sono pieni di gioia. Perché?
Perché Gesù non viene loro incontro per rimproverarli, come avremmo potuto aspettarci. Gesù entra rivolgendo loro un saluto: “Pace a voi!”. Quel saluto è l'annuncio che il tradimento dei discepoli è stato cancellato. È una situazione sorprendente, inaspettata. Invece del giudizio, Gesù porta il perdono. “Pace a voi”, e non “guai a voi”, perché la croce ha cancellato i loro tradimenti, le loro mancanze.
Se non ci fosse il perdono, nessun incontro tra l'essere umano e Dio potrebbe avvenire nella gioia: sarebbe offuscato dal ricordo e dal peso dei nostri rinnegamenti. Ma ora succede l’imprevedibile: rivedendo il Signore, i discepoli non vedono la loro colpa, ma il suo perdono.
Oggi come allora, Gesù ci viene incontro non per creare rimorsi, ma libertà; non per fare l'elenco delle nostre inadempienze, ma per renderci partecipi di quanto egli ha adempiuto; non per schiacciarci, ma per risollevarci; non con l’indice alzato, ma con la mano tesa.

La gioia che è più forte del dubbio. I discepoli sono pieni di gioia anche perché, rivedendo il Signore, si rendono conto che egli vive. Fino a quel momento erano nel dubbio: la notizia si era sparsa, ma non sapevano se credere nella risurrezione di Gesù oppure no. Ma essere nel dubbio su questo punto significa esserlo su tutti gli altri.
Se Gesù non è risorto, non possiamo più credere in lui, ma solo commemorarlo; rievocarlo, ma non invocarlo; parlare di lui, ma non parlare a lui; ricordarlo, ma non ascoltarlo. Se Gesù non è risorto, avremo a che fare con un assente, non con uno presente. In qualche modo saremo noi a far vivere lui, e non lui a far vivere noi.
Il dubbio circa la risurrezione di Gesù, che i discepoli nutrono prima che egli si presenti in mezzo a loro, è un veleno mortale per la fede. Perciò essi si rallegrano quando vedono Gesù, le sue mani, il suo costato: perché il dubbio cede il posto alla certezza. Gesù vive: non solo dentro di loro, ma accanto e indipendentemente da loro. Gesù non è quindi un ricordo, ma una scoperta; non la proiezione di speranze deluse, ma la fede che riconosce e confessa una presenza; e la fede dei discepoli non sarà un tuffo nel passato, ma una decisione nell'oggi.
Perciò i discepoli sono pieni di gioia: perché rivivono, rivive la loro fede, rifiorisce la loro speranza. La loro vita potrà essere diversa ora che hanno visto il Signore e sanno che egli vive.

Una chiamata che suscita una risposta. A questo punto, vale la pena soffermarci qualche istante sulla figura di Tommaso. Quando Gesù è apparso la prima volta, lui non c’era. Così, mentre gli altri dieci sono ormai entusiasti, Tommaso ha una settimana di tempo per macerarsi nella sua incertezza: non crede alle parole di Maria Maddalena, perché è una donna; e non crede agli altri discepoli, perché sospetta che abbiano visto semplicemente quello che volevano ardentemente vedere.
Tommaso vuole verificare di persona se il crocifisso è risuscitato o meno. E perciò vuole mettere il dito nelle piaghe dei suoi polsi, e toccare con mano la ferita nel suo costato. Se questa verifica non si può fare, la risurrezione risulterà una notizia falsa, o una semplice opinione.
Tommaso non è un ateo, e non è un pagano. Ma vuole attenersi ai fatti: Gesù è morto, e per ora, niente è cambiato. E invece, la mattina di Pasqua, tutto è cambiato. E quando Gesù si presenta davanti a lui, Tommaso capisce che il metodo sperimentale in questa circostanza non serve, non funziona. Di fronte all’amore che crea e perdona, che cambia tutto, che rigenera e consola, di fronte al perdono che fa rivivere, di fronte al dono di una nuova vita, il metodo sperimentale diventa inutile.
Quel dono non lo si può sperimentare, o per meglio dire lo si sperimenta come un bambino sperimenta la sua nascita: il bambino riceve la vita, e basta, non fa tante domande. E infatti Tommaso smette di fare domande, di sottoporre Gesù vivente a un interrogatorio: e ora è Gesù che lo interpella. E con la sua risposta, Tommaso dimostra di avere capito che in quelle parole che Gesù gli rivolge c’è una chiamata che apre la porta alla salvezza.

Conclusione. Noi cristiani e cristiane moderne siamo come Tommaso nella settimana passata tra la domenica in cui il Cristo è risorto e la domenica in cui è apparso anche a lui per chiamarlo. Siamo travagliati e inquieti, prigionieri del nostro tentativo di applicare anche a Dio le scienze di questo mondo: al massimo, se tutto va bene, crediamo di credere. Ma la fede non è una semplice constatazione, non è nemmeno una immaginazione. Non servono prove e neppure visioni: basta la certezza, creduta, di una presenza che ci incontra con una parola di grazia: “Pace”, e così ricrea una comunione che era perduta o dimenticata.

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La pace di Natale

In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo censimento fu il primo fatto mentre Quirinio governava la Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città. Anche Giuseppe salì in Giudea dalla Galilea, dalla città di Nazaret, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e della famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito; lo fasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro e furono presi da gran timore. E l'angelo disse loro: “Non temete, perché ecco, vi reco la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: 'Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino fasciato e coricato in una mangiatoia'”. E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi, pace in terra fra gli uomini che egli gradisce!”. Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori presero a dire tra di loro: “Passiamo fino a Betlemme e vediamo questo che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto sapere”. Andarono in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia e, vedutolo, divulgarono ciò che era loro stato detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte quelle cose, meditandole in cuor suo. E i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato loro annunciato. (Luca 2,1-20)

A Natale gli angeli cantano. E gli angeli che cantano, secondo Luca, annunciano “pace in terra”. Di fronte a questo annuncio, è inevitabile constatare che di pace, in questo mondo, non ce n’è molta. Anno dopo anno, Natale dopo Natale, il mondo va avanti come sempre, cioè piuttosto male, i poveri restano poveri, la giustizia di Dio non si vede e la pace è lontana.
E allora noi, che siamo gente pragmatica, con i piedi per terra, poco incline a credere ai sogni e alle illusioni, concludiamo: “È vero, è un gran peccato che le cose non vadano meglio, ma che cosa dovremmo aspettarci a Natale? Una rivoluzione mondiale? L’instaurazione di un mondo in cui regnano davvero la giustizia e la pace? Non crediamo più a Gesù bambino, noi…”.

Una simile reazione è tuttavia l’esatto opposto di ciò che dicono i Salmi, i profeti e lo stesso Gesù, i quali non si stancano di invocare la giustizia di Dio sulla terra. La giustizia è l’amicizia di Dio con le donne e gli uomini, con l’intera umanità, e determina rapporti nuovi tra le persone, a livello individuale e nella società. Tutto questo, nel cantico degli angeli riportato nel brano di Luca, è indicato dalla parola “pace”. La pace è assenza di guerra – e quanto stride questa invocazione con la cronaca di questi mesi, dal Medio Oriente all’Ucraina, a molti altri teatri di guerra –, ma anche buoni rapporti, condivisione di risorse, di tempi e di spazi, gioia di essere insieme o almeno disponibilità a farlo.

Riprendiamo il racconto di Luca. Ciò che lo movimenta, è un censimento. Si tratta di un importante intervento del potere: per chi governa, contare i sudditi significa poterli tassare e poter reclutare i maschi per l’esercito. La Bibbia non ama i censimenti: quando Davide decise di indirne uno, la faccenda finì malissimo. “Dopo che Davide ebbe fatto il censimento del popolo, si sentì battere il cuore e disse al Signore: ‘Ho peccato molto per quanto ho fatto; ma ora, Signore, perdona l’iniquità del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza’” (2 Samuele 24,10). E il Signore lo punì mandando la peste. Lo storico Giuseppe Flavio, dal canto suo, sostiene che l’annuncio di un censimento fu tra i fattori all’origine del movimento ebraico di lotta armata contro Roma.

La scena descritta dall’evangelista Luca è dunque dominata dal potere dell’impero, incarnato da Cesare Augusto, definito, nella liturgia politica imperiale, “signore e salvatore”. Augusto è portatore di un preciso ideale di pace e giustizia che plasma le strutture politiche del mondo, e il mondo è il teatro della gloria di Roma.
Giuseppe e Maria fanno parte di quel mondo, non si ribellano alla pace e alla giustizia di Augusto, si inseriscono nella dinamica del censimento e dunque vanno a farsi registrare a Betlemme. Il loro è un viaggio difficoltoso. Probabilmente intendevano dormire in un posto di cambio per i cavalli, ma non trovano posto e finiscono nella stalla, dove Maria partorisce. La narrazione è essenziale, asciutta.

A questo punto l’azione si sposta, dalla mangiatoia di Betlemme ai pascoli dove i pastori fanno la guardia alle loro greggi. Come era accaduto a Elisabetta, Zaccaria e Maria, anche ai pastori è rivolto un annuncio, introdotto da un “non temete”, perché la parola di Dio è lieta, ma anche conturbante. L’angelo dice ai pastori: “Vi porto una buona notizia”. La buona notizia consiste nell’annuncio della pace e della giustizia che stanno per arrivare sulla terra. Non la pace e la giustizia dell’imperatore Cesare Augusto, però, ma la pace e la giustizia di Dio. E il segno di tale pace e di tale giustizia è ai margini della società, nella mangiatoia di Betlemme. I pastori seguono le indicazioni date dagli angeli, trovano il bambino nella mangiatoia, si rallegrano, e raccontano quello che hanno visto e ascoltato.

Questa è la risposta di Luca alle inquietudini del nostro tempo, percorso da rumori di guerra e povero di giustizia: la pace di Dio è realmente presente in Gesù Cristo. Non è la pace imperiale, annunciata dai messaggeri di Cesare Augusto, nei cortili del Palazzo; ma è la pace di Dio, annunciata da umili pastori, alla periferia del mondo, nella mangiatoia di Betlemme. Certo, anche il termine “periferia” può essere frainteso, svuotato di senso, banalizzato. Qui però l’evangelista riprende il cantico di Maria, il “Magnificat”, in cui la giovane madre di Gesù dice che Dio “ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore; ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Luca 1,50-53). In altre parole, la pace di Dio esiste davvero, e non è quella di Cesare Augusto.

Al nostro scetticismo, al nostro pragmatismo di donne e uomini dubbiosi, l’evangelista risponde dicendo che la pace di Dio è un dono prezioso che ci viene offerto ogni giorno. Esso ha dimensioni private e familiari, frammenti di vita buona e carica di gioia, che si tratta di cogliere e custodire. Ma ha anche dimensioni politiche e sociali. Non si tratta della società perfetta: quella è il progetto di Cesare Augusto e dei suoi innumerevoli successori e troppo spesso si trasforma in regimi oppressivi, in governi autoritari, in dittature che mettono in carcere gli oppositori. No, la pace e la giustizia di Dio sono nella stalla di Betlemme, ai margini, nella normalità della quale il potere non si accorge, ma che anche noi, troppo spesso, trascuriamo.

Ora, qual è la vera realtà? È quella di Cesare Augusto, o quella della stalla di Betlemme? Non rispondiamo con troppa fretta. A Natale potrebbe sembrare facile, mentre non lo è. E anziché rispondere picchiando il pugno sul tavolo con qualche forte affermazione di fede, lasciamo che la domanda decanti dentro di noi. E prestiamo attenzione alla buona notizia annunciata dagli angeli: “Sì, la pace di Dio è nascosta e fragile, e la gloria di Dio non risplende urbi et orbi, ma di fronte ai pastori. Essa però può costituire, anche per noi, una possibilità per una vita ricca”.
E se fosse vero? Come si presenterebbe, la nostra vita, se fosse davvero così? Forse proprio questa domanda potrebbe essere il contenuto evangelico di questo giorno di Natale.

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La preghiera crea comunità

Pregate gli uni per gli altri (Giacomo 5,16)

Noi partecipiamo al culto, ciascuno con la testa e il cuore pieni dei propri pensieri e delle proprie preoccupazioni. Partecipiamo al culto, ma siamo una comunità convocata da Gesù? Siamo riuniti perché chiamati dal comune Signore? C’è tra noi un collegamento costituito dalla preghiera degli uni per gli altri? O prevale una certa indifferenza reciproca? O c’è quella cordialità semplicemente umana, data dalla consuetudine, magari dalla parentela, e che copre il fatto che ciascuno vive per conto suo, senza preoccuparsi del fratello e della sorella e senza preoccuparsi di portarne il peso? O prevale la critica, magari non aspra, ma che comunque deteriora i rapporti? C’è nella nostra comunità lo spirito della preghiera gli uni per gli altri, che è riflesso dell’amore di Cristo per noi, che può trasformare tutti i rapporti umani?

La preghiera è necessaria per metterci in grado di accogliere l’altro, anche se non ci piace, anche se è noioso, anche se ha idee e abitudini diverse dalle nostre, anche se è ancora incerto nella fede. La preghiera ci aiuta a non condannare, bensì a cercare di aiutare noi stessi, e gli altri, a superare i nostri difetti, a vincere i nostri peccati, a crescere nella fede.

Se si prega per un fratello o una sorella, non una volta, nello slancio di un momento, ma con perseveranza, non si può più parlare male di lui o di lei, o avere un atteggiamento sprezzante o anche semplicemente indifferente nei suoi confronti. Perfino il nostro modo di guardare, di dare la mano, di salutare l'altra persona, può trasformarsi se noi preghiamo per quell'uomo, o quella donna.

Ogni rapporto nella chiesa è falso se non è preceduto, accompagnato, seguito dalla preghiera. Non possiamo misurare, e forse neppure immaginare, quello che può operare una preghiera intensa, perseverante per un fratello, per una sorella: quello che può operare per loro e per la creazione di una comunità vivente, quanto può aiutare a superare antipatie, diffidenze, freddezze, incomprensioni.

Il fratello e la sorella non sono realmente presenti nella nostra vita se non sappiamo pregare per loro. Una comunità è una comunità viva e fraterna soltanto quando sa diventare una comunità di preghiera. Se preghiamo soltanto per noi, perché le nostre cose vadano bene, è segno che dobbiamo ancora imparare a pregare. Ed è segno che non siamo ancora, veramente, una comunità cristiana.

Ci sono persone, nella nostra comunità, che hanno un peso o dei pesi gravi sul cuore: ce ne siamo accorti, abbiamo pregato per loro? Ci sono delle persone nella nostra comunità che sono sole: ce ne siamo accorti, abbiamo pregato per loro? Ci sono persone che fanno parte della comunità, ma hanno dimenticato di avere questo legame. Le abbiamo seguite, le seguiamo con la nostra preghiera? Ci sono delle persone che sono indifferenti, ci ricordiamo di loro nella preghiera? Ci sono delle persone che si sono avvicinate alla chiesa e che invece di porte aperte si sono trovate di fronte a freddezza e diffidenza. Ci siamo preparati, nella preghiera, all’incontro con loro?

Che cos’è una comunità cristiana? Si possono dare molte risposte a questo interrogativo. Una risposta che forse non è formulata di frequente è questa: una comunità cristiana è una comunità di uomini e donne che hanno imparato a pregare gli uni per gli altri, che hanno scoperto nella preghiera il segreto per superare le loro divisioni umane, che hanno imparato tramite la preghiera a guardare oltre le apparenze, che grazie alla preghiera stabiliscono fra loro un’unità nuova e paradossale.

La prudenza nel tempo dell'attesa

Così sarà il regno di Dio. “C'erano dieci ragazze che avevano preso le loro lampade a olio ed erano andate incontro allo sposo. Cinque erano sciocche e cinque erano prudenti. Le cinque sciocche presero le lampade ma non portarono una riserva di olio; le altre cinque, invece, portarono anche un vasetto di olio. Poi, siccome lo sposo faceva tardi, tutte furono prese dal sonno e si addormentarono.
 mezzanotte si sente un grido: 'Ecco lo sposo! Andategli incontro!'. Subito le dieci ragazze si svegliarono e si misero a preparare le lampade. Le cinque sciocche dissero alle prudenti: - Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.
Ma le altre cinque risposero:
- No, perché non basterebbe più né a voi né a noi. Piuttosto, andate a comprarvelo al negozio.
Le cinque sciocche andarono a comprare l'olio, ma proprio mentre erano lontane arrivò lo sposo: quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del banchetto e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre cinque e si misero a gridare:
- Signore, signore, aprici!
Ma egli rispose:
- Non so proprio chi siete.
State svegli, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
(Matteo 25,1-13)

Per cercare di cogliere il senso di questa parabola possiamo chiederci: quali sono le anomalie, quali sono i dettagli strani che saltano agli occhi?
Mi sembra evidente che una prima anomalia è costituita dal ritardo dello sposo. Anche in Oriente, di solito, uno sposo felice di coronare il suo sogno non arriva con cinque o sei ore di ritardo alla cerimonia nuziale. Immaginatevi per un momento che questo incidente si fosse verificato per voi…

Ora, Gesù dichiara qui, molto chiaramente, che benché egli sia sposo della chiesa, potrebbe arrivare in ritardo. Anzi, egli arriverà molto tardi: a mezzanotte, precisa la parabola.
Si tratta di un dettaglio per nulla casuale: mezzanotte è l'ora in cui la sposa potrebbe rassegnarsi e dire “non verrà più”, è anche l'ora delle tenebre e della disperazione.

Proprio in questo dettaglio mi pare possibile cogliere uno degli insegnamenti della nostra parabola: Gesù avverte la sua chiesa che probabilmente ci sarà un notevole ritardo tra l'ora prevista per il suo arrivo e l'ora reale dell'arrivo. Inoltre, quando molti non lo aspetteranno più, allora egli verrà.

Pensiamo a due atteggiamenti cristiani antitetici, ma vecchi quanto la chiesa.

Il primo è l'atteggiamento di chi non si rassegna a questo ritardo e non soltanto vive come se il Cristo stesse per tornare tra poco, ma soprattutto non è mai presente al proprio presente. È l'atteggiamento di chi è a tal punto aspirato dal ritorno di Cristo da negare questo nostro tempo, o quantomeno da dimenticarlo.

Il secondo è l'atteggiamento di chi pensa che Cristo non verrà mai o che il ritorno sia talmente lontano da non riguardare il presente.

Gli uni non hanno voluto prendere sul serio questo ritardo,
gli altri non prendono sul serio le nozze.
Gli uni non hanno mai voluto essere presenti al mondo,
gli altri vi si sono pesantemente installati.
Ma in fondo, né gli uni né gli altri hanno avuto una vera speranza: gli uni sono rimasti alla speranza che scavalca e nega questo tempo, gli altri non hanno mai nutrito altro che speranze vuote.

In questa parabola possiamo scoprire anche una seconda anomalia.
Si tratta di un dettaglio meno importante del primo, ma ancora più sorprendente. Infatti, che uno sposo arrivi in ritardo alle proprie nozze, passi, ma che alcune damigelle d'onore abbiano previsto tale impossibile ritardo è qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Ora, ciò è proprio quello che hanno fatto le cinque prudenti che si sono portate dell'olio di riserva. Quelle cinque ragazze prudenti hanno avuto l'inverosimile prudenza di pensare all'impossibile.

Considerando la situazione, viene da dire che si dovrebbero difendere le insensate: non hanno previsto l'impossibile, non hanno preso con sé la scorta di olio. Umanamente, quelle ragazze avevano ragione. Ma la parabola dice che resteranno fuori.
In questa parabola, Gesù ci esorta dunque a prevedere l'imprevedibile, a non dimenticare la prudenza, la sapienza e questa vita presente, a non guardare al tempo attuale come a un contrattempo.

Quello che Gesù dà alla chiesa è un consiglio pieno di sapienza: “Certo, voi siete il corteo nuziale del figlio dell'uomo; certo, voi dovete vivere nell'attesa e nella speranza del suo ritorno. Ma, mentre attendete, cercate di vivere pienamente ciascuno dei giorni che vi sono dati. Viveteli come se il Cristo potesse tornare domani, ma anche come se dovesse venire molto più tardi. Sappiate dunque essere persone che, allo stesso tempo, sperano veramente, ma anche persone che sono presenti al loro presente: uomini e donne pieni di fede e pieni di prudenza, uomini e donne che il domani non rende estranei al loro oggi, persone che nutrono speranza nel mondo contemporaneo perché attendono con vera prudenza il mondo a venire. Questa è la vigilanza e la prudenza alla quale siamo chiamati.

Un'ultima osservazione sulla parabola. Il fatto che tutte le damigelle d'onore si addormentino avrebbe dovuto già da molto tempo eliminare gli equivoci in cui si cade leggendola: la prudenza non ci impedisce di essere come tutti e di avere sonno come gli altri uomini e donne.
Le dieci ragazze sono tutt'altro che perfette, si addormentano tutte, il che dimostra quanto sia limitata la loro capacità di vegliare. Eppure, sono proprio queste ragazze che Gesù ci mostra come il Regno dei cieli.

Quelle ragazze, tutte e dieci, sono una figura di noi stessi, con la nostra sete di capire, di amare e di essere amati, e con i nostri addormentamenti.
Noi siamo quelle cinque ragazze un po' prudenti e quelle cinque un po' insensate, come siamo allo stesso tempo lo spirituale Abele e il rude Caino, come siamo lo spirituale Giacobbe e il più animalesco Esaù, come siamo allo stesso tempo il piccolo Davide scelto da Dio per regnare e i suoi fratelli maggiori più potenti.
Siamo allo stesso tempo l'Adamo terreno, ci dice l'apostolo Paolo, e l'Adamo portatore dello Spirito vivificante, “e come abbiamo portato l'immagine del terreno, porteremo anche l'immagine del celeste” (1 Corinzi 15,49).

Quelle ragazze rappresentano due aspetti del nostro essere. Due aspetti positivi, perché tutte portano un po' di luce, tutte ascoltano l’evangelo e sono risvegliate da esso. C'è solo una distinzione da fare, a quanto pare, tra queste due parti di noi. Ecco perché possiamo concludere che la parabola è anche un invito a mettere in ordine le diverse dimensioni del nostro essere. È un invito a capire cosa deve guidare la nostra personalità, la nostra coscienza animata dal soffio di Dio.

Mediante questa parabola, Gesù ci esorta a fare scorta delle benedizioni di Dio per i periodi bui della nostra vita. Di notte, infatti, è più difficile trovarle.
I periodi relativamente più luminosi della nostra vita sono quelli giusti per lavorare sulla nostra fede, nutrire la nostra intelligenza, curare il nostro buon umore, rafforzare la nostra gentilezza, abituarci alla preghiera, alla contemplazione, alla lode, alla conoscenza di Dio e di noi stessi. Questo è ciò che possiamo cercare di fare finché c'è luce. Che Dio ci aiuti a vegliare e a coltivare la nostra prudenza.

La ricerca di Dio

Verso sera dopo il tramonto del sole, la gente portò a Gesù tutti quelli che erano malati e posseduti dal demonio. Tutti gli abitanti della città si erano radunati davanti alla porta della casa. Gesù guarì molti di loro che soffrivano di varie malattie e scacciò molti demòni. E poiché i demòni sapevano chi era Gesù, egli non li lasciava parlare.
Il giorno dopo Gesù si alzò molto presto, quando ancora era notte fonda, e uscì fuori. Se ne andò in un luogo isolato, e là si mise a pregare. Ma Simone e i suoi compagni si misero a cercarlo, e quando lo trovarono gli dissero: “Tutti ti cercano!”
Gesù rispose: “Andiamo da un'altra parte, nei villaggi vicini, perché voglio portare il mio messaggio anche là. Per questo ho lasciato Cafàrnao”.
Viaggiò così per tutta la Galilea predicando nelle sinagoghe e scacciando i demòni. (Marco 1,32-39)

Come succede con una certa frequenza, Gesù si è appartato. Ha lasciato la folla che lo segue e anche i suoi discepoli. Ha bisogno di quiete. “Ma Simone e i suoi compagni si misero a cercarlo, e quando lo trovarono gli dissero: Tutti ti cercano!”.

Potremmo andare anche noi, oggi, da Gesù, per dirgli che tutti lo cercano? Forse no. Oggi potrebbe sembrare una parola esagerata: perché noi vediamo, nel nostro tempo, che solo una piccola minoranza ricerca Dio, mentre la grande massa si disinteressa di Dio. Lo confermano anche le statistiche relative alla situazione del cristianesimo nel nostro Paese: le persone che fanno parte di una chiesa sono in forte diminuzione. Certo, appartenere a una chiesa e credere in Dio, e nel Dio di Gesù Cristo, non è la medesima cosa. E tuttavia quelle statistiche dicono molto sulla crescente disaffezione nei confronti di Dio.

E allora? Ci fermiamo qui, magari ripetendo le parole dell’apostolo Paolo, il quale, scrivendo alla comunità di Roma, diceva: “Non c’è nessuno che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati” (Romani 3,11)?

Il nostro tempo è caratterizzato da una grande agitazione, da una grande inquietudine, da un passare febbrile, affannoso, instancabile degli esseri umani da un’attività all’altra, da un’occupazione all’altra, da un divertimento all’altro. Perché questa continua ricerca di qualcosa in cui posarsi, qualcosa che interessi non solo per un momento e non solo in parte, qualcosa in cui trovare l’appagamento di tutti i bisogni? Perché gli esseri umani non sono mai soddisfatti nelle loro soluzioni e nei beni raggiunti? Perché la gioia attesa e sperata, una volta gustata, delude in tutto o in parte? Perché tutto questo correre da ciò che abbiamo verso ciò che non abbiamo ancora, da ciò che è oggi verso ciò che sarà domani?

Ciò che in superficie appare come la grande agitazione degli esseri umani, volta a inseguire obiettivi umani, non potrebbe essere, guardando in profondità, una forma di ricerca di Dio, del grande obiettivo di ogni donna e ogni uomo, della pace, della gioia, della sazietà, di senso, di vita autentica, di appagamento della fame e della sete? Anche l’ateismo che serpeggia nel nostro tempo, la negazione rabbiosa e ostinata di Dio che ha avuto in Nietzsche il grande precursore e maestro, non potrebbe essere la negazione di un Dio ritenuto falso, impuro, ufficiale, per cercare un Dio più vero e più vivo?
E se tutto questo indicasse nella giusta direzione, non si potrebbe individuare anche dietro le piccole o grandi speculazioni commerciali e la ricerca del guadagno, una ricerca di Dio? Una ricerca della base su cui costruire in modo sicuro e controllato l’edificio dell’esistenza umana?
E l’attività politica, la preoccupazione per una migliore sistemazione sociale, l’attivismo umanitario, non potrebbero essere anch’essi una ricerca di Dio, e di quel Regno dove vigono leggi giuste, eque, rispettose dei diritti, che metterebbero ordine nei regni umani?
Tutto ciò che attira e appassiona l’umanità nel suo quotidiano andare, non potrebbe essere colto come ricerca segreta e inconsapevole di Dio? E dunque non sarebbe possibile dire, anche oggi: “tutti cercano Dio”?

Ma come affermò l’apostolo Paolo, parlando ai saggi di Atene: “Gli uomini cercano Dio come a tastoni”. Quella ricerca è indirizzata male, e si risolve non in un ritrovamento di Dio, ma in un ritrovamento di idoli. E dopo averli trovati, gli esseri umani si mettono a seguirli.

E la chiesa, in tutto questo, come sta? La chiesa dovrebbe sapere dove deve e può essere trovato Dio. E dovrebbe avere abbandonato la ricerca e l’inseguimento degli idoli. O no? È una domanda legittima, che va posta. La chiesa è composta da persone che cercano Dio, o da persone la cui ricerca ristagna? Se così fosse, bisognerebbe concludere che, paradossalmente, gli atei, i dissoluti, i peccatori, gli attivi di questo mondo, possono essere maestri ed esempi di ricerca per chi, pur definendosi religioso, non ha fiato spirituale sufficiente per andare sino a Dio. È un giudizio tagliente, espresso la prima volta da Gesù: “Io vi dico in verità: i pubblicani e le prostitute vanno innanzi a voi nel Regno”.

La chiesa dovrebbe essere un’associazione di cercatori e di cercatrici che risponde all’invito di Gesù: “Venite e vedrete”. Un’associazione che applica a sé stessa quell’altra parola biblica: “Beati quelli e quelle che cercano l’Eterno con tutto il cuore”. Non smettiamo di cercarlo, Dio, e facciamone il faro che illumina il nostro cammino.

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