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meditazione

Ecco l'uomo

Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s'accostavano a lui e dicevano: «Salve, re dei Giudei!» E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!» Come, dunque, i capi dei sacerdoti e le guardie lo ebbero visto, gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» (Giovanni 19, 1-6)

“Ecco l’uomo!”, dice il prefetto romano Pilato presentando Gesù ai capi sacerdoti e alle guardie. Pilato ha visto bene: quel prigioniero frustato a sangue, sulla cui testa è stata posta una corona di rami spinosi e sulle cui spalle è stato gettato un mantello dell’esercito romano, era un uomo.
E cos’è mai un uomo, un semplice essere umano?

Un uomo vale poco, o forse anche nulla, agli occhi di chi segue la logica secondo cui una persona indesiderata, pericolosa o scomoda può essere eliminata in nome di interessi “superiori”. Male che vada ci si può sempre giustificare dicendo di avere “eseguito gli ordini impartiti da altri”.
Pilato, prefetto romano con possibilità di brillante carriera, non ha nessuna voglia di intervenire in favore di un provinciale proveniente dalla lontana Galilea, strano e discutibile, contestato dalle supreme autorità religiose.
Un certo timore nasce in Pilato solo quando gli viene riferito che quell’uomo avrebbe detto di essere “Figlio di Dio”. Per Giove! Se fosse veramente figlio di Dio sarebbe un brutto affare: con gli dèi conviene sempre cercare di mantenere dei buoni rapporti. Come si dice: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi!”
Uomo, dunque, chi sei? Parla! Ma il timore di Cesare, il timore di dispiacere all’imperatore, conta più del timore di abbandonare al patibolo un “ipotetico” figlio di Dio. Da qui la conclusione: “Ecco l’uomo”, ve lo consegno, fatene quello che volete.

È una storia antica, questa, ma allo stesso tempo anche tragicamente attuale. Storia che era iniziata con l’omicidio compiuto da Caino, il quale si era difeso davanti a Dio sostenendo di non essere il “guardiano” di suo fratello; storia di Auschwitz e di un popolo, quello ebraico, abbandonato alla distruzione; storia di innumerevoli stragi dimenticate, o di fronte alle quali tanti hanno girato la testa dall’altra parte, per non vedere, non sapere, non sentire.
Johann Wolfgang von Goethe constatava, con amara ironia: “L’umanità progredisce incessantemente, ma l’uomo rimane sempre lo stesso”.

Dunque, Gesù è un uomo. Ma di che uomo si tratta? Anche Pilato è un uomo, anche le guardie sono uomini, anche i capi sacerdoti sono uomini. Anche quelli che, inferociti, gridano: “A morte, toglilo di mezzo, crocifiggilo”, sono uomini. Ma che uomini erano? Erano disumani, prigionieri di sé stessi, servi del potere politico o un’ideologia religiosa, menti o cuori rinsecchiti da dogmatismi, uomini che feriscono, che trafiggono, che vogliono togliere di mezzo chi annuncia una fede diversa, chi prospetta nuovi orizzonti.

Nello squallore di questa scena disumana c’è solo, forse, un timido palpito di umanità: il fremito di una donna, la moglie di Pilato, che aveva mandato a dire al marito: “Non avere nulla a che fare con quel giusto” (Matteo 27, 19). Ma, forse, anche questo non era un sussulto di umanità, quanto piuttosto il brivido di una paura nata da un sogno.

“Ecco l’uomo!” Con questa indicazione Pilato aveva inconsapevolmente affermato una grande verità: “Ecco l’uomo” che io non sono, ecco l’uomo che voi non siete. La stessa affermazione potremmo farla noi come individui e come chiese, se ci confrontassimo con l’uomo Gesù, con la pienezza della sua umanità. Sì, perché Gesù è l’uomo nuovo in cui risplende una ricchezza di umanità a noi sconosciuta.
È nell’umanità di Gesù che un mondo nuovo si è avvicinato a noi, per aprirci a nuovi orizzonti e per fare di noi degli esseri adatti al futuro.
È nell’umanità di Gesù che un seme ricco di promesse è stato deposto fra le nostre zolle (Marco 4, 1-9), che un tesoro è stato nascosto nella nostra terra (Matteo 13, 44).
È nell’umanità di colui che è andato attorno insegnando, predicando, guarendo (Matteo 9, 35), che dobbiamo affondare le nostre radici per diventare degli alberi che danno frutti nuovi (Luca 6, 44).

Ma come incontrare Gesù, l’uomo nuovo con la sua potenza liberatrice? È necessario rileggere i testi che ci parlano di lui. Non si tratta di pagine infallibili, bensì di testimonianze, riflessioni, rielaborazioni di credenti antichi. Da quei testi emergono indicazioni, sollecitazioni, novità di vita, se lo Spirito le muove per noi.

Pensiamo agli incontri conviviali di Gesù: in casa di Levi il pubblicano (Matteo 9, 9-13), dove, a tavola con pubblicani e peccatori, annuncia l’amore di Dio; in casa di Simone il lebbroso, a tavola con lui (Marco 14, 3); nella casa di Marta e Maria (Luca 10, 38-41); sulle pendici di un monte assieme a zoppi, ciechi, muti, storpi e altri malati (Matteo 15, 29-39).
Pensiamo agli incontri di Gesù con persone emarginate per vari motivi: un malato giudicato intoccabile (Luca 5, 12-13); un malato psichico di Gerasa (Marco 5, 19); un’adultera che stava per essere lapidata (Giovanni 8, 3-11); una prostituta che gli dona lacrime (Luca 7, 36-50).
Pensiamo al suo atteggiamento verso gli stranieri: la dolcezza e la delicatezza mostrate nell’incontro con la donna di Samaria (Giovanni 4, 14); alle parole rivolte al centurione romano del quale dice: “In nessuno in Israele ho trovato tanta fede” (Matteo 8, 10); alle parole dette a una donna sirofenicia: “Donna, grande è la tua fede” (Matteo 15, 28).
Non dimentichiamo la posizione della donna al seguito di Gesù (notevolmente ridimensionata, sembra, dagli stessi redattori finali dei Vangeli). Basti accennare alla donna di Betania che per il suo gesto sarà ricordata ovunque l’evangelo sarà annunciato (Matteo 26, 13) e alle due donne che saranno le prime testimoni della risurrezione (Matteo 28, 1-10).
E da ultimo pensiamo al fatto che dove Gesù avanza nasce la condivisione (Giovanni 6, 9). E, fatto incredibile, dove Gesù avanza il nemico cessa di essere considerato nemico.

“Ecco l’uomo”, dice Pilato. È l’uomo Gesù, del quale l’apostolo Paolo ha detto, nella lettera ai Filippesi: “Abbassò sé stesso, fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce” (Filippesi 2, 8). Questo uomo ci dona gli strumenti necessari per diventare “adulti nella fede”, persone che cercano di raggiungere la statura di piena e perfetta umanità di Gesù, persone in grado di mettersi al servizio dell’evangelo e gli uni degli altri, componenti di una famiglia di fratelli e sorelle con un solo padre.
Camminando sulle tracce di quell’uomo, come dice il profeta Isaia: “Delle acque sgorgheranno nel deserto, dei torrenti nella solitudine, il miraggio diventerà un lago”.

Esperienza di Dio

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian; e guidando il gregge dietro al deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. E l'angelo dell'Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Allora Mosè disse: “Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!”. E l'Eterno vide che egli si era scostato per andare a vedere. Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: “Mosè! Mosè!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. E Dio disse: “Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai, è suolo sacro”. Poi aggiunse: “Io sono l'Iddio di tuo padre, l'Iddio di Abraamo, l'Iddio di Isacco e l'Iddio di Giacobbe”. Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani, e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese dove scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me, e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora, dunque, vieni e io ti manderò dal Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figli d'Israele, dall'Egitto”. E Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal Faraone e per trarre i figli d'Israele dall'Egitto?”. E Dio disse: “Va', perché io sarò con te; e questo sarà per te il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai tratto il popolo dall'Egitto, voi servirete Iddio su questo monte”. E Mosè disse a Dio: “Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: 'L'Iddio dei vostri padri mi ha mandato da voi', se essi mi dicono: 'Qual è il suo nome?', che cosa risponderò loro?”. Iddio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. Poi disse: “Dirai così ai figli d'Israele: 'L'Io sono mi ha mandato da voi'”. (Esodo 3,1-14)

Se oggi qualcuno ci raccontasse un'esperienza di Dio, come quella vissuta da Mosè sul Monte Oreb, difficilmente gli crederemmo. Anzi, probabilmente lo giudicheremmo un matto. O quantomeno solleveremmo l’obiezione che nessuno, da allora, è stato più in grado di sperimentare Dio come lo ha sperimentato Mosè.

Noi viviamo, oggi, nella convinzione che in Dio si possa credere, ma che non sia possibile “sperimentare” Dio. In altre parole, che un’esperienza come quella capitata a Mosè non possa accadere, oggi.

Ora, la Bibbia ci pone di fronte a un problema. Secondo la sua testimonianza, infatti, a fondare la fede c’erano sempre delle esperienze della presenza di Dio. In altre parole, prima viene un incontro con Dio, e solo dopo c’è la fede.

Se le cose stanno così, nasce spontanea una domanda: una fede che resta senza esperienze della presenza di Dio, che non ha in quella il suo fondamento, non corre il pericolo di esaurirsi, prima o poi?
Applicando a noi tale domanda, non potremmo giungere alla conclusione che la crisi attuale della chiesa è originata dalla mancanza di esperienze rinnovate di Dio?
Ciò che molti contemporanei sperimentano oggi, e forse anche noi con loro, non è piuttosto la presenza dell'assenza di Dio?

Di fronte alla crisi della chiesa, rispondiamo impegnandoci in nuove attività (quando non ci abbandoniamo alla rassegnata gestione del quotidiano), cerchiamo di apportare cambiamenti strutturali di vario genere, per stare al passo con i cambiamenti in atto nella società. Tutto ciò è senza dubbio positivo. Ma è sufficiente?

“Il nostro tempo è caratterizzato in particolare dall'urgenza di controllare il mondo esteriore, trascurando quasi totalmente il mondo interiore”, ha affermato, già alcuni decenni fa, uno psichiatra inglese.
Il mondo interiore di cui parla comprende “l'immaginazione, i sogni, le realtà contemplative e i momenti meditativi, realtà delle quali l'essere umano oggi non ha generalmente la più pallida idea”.
Nella sua analisi, lo psichiatra sostiene che addirittura il nostro intero sistema educativo sarebbe concepito in modo tale da fornirci solo gli strumenti che ci rendono più scaltri e competitivi, a scuola e in seguito sul lavoro. Le esperienze socialmente non desiderabili, non conformi alla morale del rendimento, verrebbero rimosse: “Ci viene insegnato perfino quello che dobbiamo o non dobbiamo sperimentare”.

Se ciò fosse vero, se corrispondesse davvero all’orientamento della nostra società, nasce il sospetto che tra le esperienze da evitare, perché apparentemente inutili, potrebbero essere annoverate anche quelle che provengono da Dio.

Detto in estrema sintesi: nel nostro mondo moderno, razionale e controllato, Dio può essere creduto, ma non può arrecare disturbo. È socialmente inappropriato sperimentare un Dio che si presenta con i caratteri dell’imprevedibilità e dell’alterità.

Come detto, la Bibbia ci confronta con un quadro diverso: dopo avere avuto un'esperienza di Dio, i personaggi biblici vengono dirottati rispetto al loro precedente cammino. Ma ecco che noi abbiamo pronta l’obiezione: dove andremmo a finire, oggi, nel nostro tempo, se qualcosa del genere accadesse a molta gente? Tutto il processo di produzione ne sarebbe sconvolto. Per impedirlo ci viene dunque insegnato “quello che dobbiamo o non dobbiamo sperimentare”. Veniamo messi in guardia nei confronti di esperienze individuali che potrebbero portare il singolo a uscire dai ranghi dell'esperienza massificata, perseguita da tutti.

Mosè sperimenta Dio presso un cespuglio in fiamme: “Mosè osservò e si accorse che il cespuglio bruciava, ma non si consumava”.
Un uomo, un singolo individuo, sperimenta la presenza di Dio. È un singolo individuo che non si nasconde dietro agli altri, come noi facciamo, a volte, per comodità. Un singolo aperto a fare nuove esperienze, diverse dalle esperienze altrui. Incuriosito, indifeso, pieno di speranza, Mosè va a vedere, e sente una voce. Che cosa sente?

“Io sono il Dio di tuo padre, lo stesso Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, dice la voce dal cespuglio in fiamme. In altre parole, sono un Dio che vuole fare storia, che ha già iniziato a fare storia con chi ti ha preceduto, e oggi ti dice che non sei soltanto una formica nel paese delle formiche, ma un singolo individuo attraverso il quale il sentiero di Dio conduce verso il mondo, e verso un nuovo futuro.

Essere gelosi di Dio?

Acab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso con la spada tutti i profeti. Allora Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest'ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli».
Elia, vedendo questo, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Sceba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo; ma egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia anima, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!» Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra.
Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzati e mangia». Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d'acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo.
L'angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te». Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.
Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del Signore, in questi termini: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d'Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».
Dio gli disse: «Va' fuori e fermati sul monte, davanti al Signore». E il Signore passò.
Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. 
E, dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un mormorio di vento leggero. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all'ingresso della spelonca; e una voce giunse fino a lui, e disse: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d'Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita». (1 Re 19, 1-14)

“Che fai qui, Elia?” (v. 9). “Che ci stai a fare, qui, Elia?” (v.13). Quella domanda, ripetuta due volte, la possiamo rivolgere anche a noi stessi.
“Che ci fai, qui, cristiano, che ci fai qui, cristiana del 21. secolo? Che cosa ci fai in questo mondo in cui da tempo, e sempre di più, si vive come se Dio non ci fosse? Che ci fai qui, con le tue belle leggende, con il tuo ingenuo discorso, con il tuo linguaggio superato che nessuno più capisce?”
Pochi giorni fa l’ex pastore del Grossmünster di Zurigo, Christoph Sigrist, mi diceva che sta facendo sempre più fatica a predicare: “Ho sempre più spesso l’impressione che la gente a cui mi rivolgo non capisca ciò che dico. In una società sempre più secolarizzata, in cui ogni riferimento al Dio biblico sta scomparendo, mi sembra che venga a mancare un linguaggio comune che ci permetta di capirci”.

Potrei fermarmi qui, concludere la mia meditazione e invitarvi ad andare a riflettere sulla domanda rivolta a Elia e su ciò che essa può suscitare in noi oggi. Ma non lo farò, perché non dobbiamo riflettere solo sulla domanda posta al profeta, bensì anche sulla risposta che egli dà.

“Sono stato mosso da una gran gelosia per il Signore”, risponde Elia.
La Bibbia conosce due tipi di gelosia: il primo, è quello di Dio per Israele. Dio ha continuato ad essere abbandonato da Israele, ma ha continuato a non poter abbandonare Israele: “Come posso abbandonarti? - dice Dio al suo popolo - Come posso darti ad altri?” (Osea 11,8).
Ma la gelosia di Dio non si è limitata a Israele. No, è diventata più grande, e si è trasformata in gelosia per l’intera umanità. In Gesù è gelosia per ogni singolo essere umano, anzi, per ogni essere umano perduto.
La Bibbia ci parla di un intensificarsi della gelosia di Dio per l’essere umano. Quel sentimento raggiunge il suo culmine in Gesù, il quale ci fa capire che Dio è geloso di noi, di ciascuno di noi.

La Bibbia conosce tuttavia anche un’altra gelosia: quella di un essere umano per Dio. Elia dice appunto: “Sono stato mosso da gelosia per Dio”.
Ma che cos’è questa gelosia per Dio? Non è che forse sarebbe meglio non nutrire un simile sentimento? La gelosia per Dio non potrebbe diventare pericolosa? Infatti, quanto fanatismo, bigottismo, violenza, oppressione sono stati generati dalla gelosia per Dio. Verrebbe voglia di dire: “Gelosia per Dio, no grazie”.

Viviamo in un tempo nel quale le grandi passioni sono smorzate, un’epoca delle “passioni tristi” - come la definiva il filosofo Spinoza -, caratterizzata da un senso di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, a pensare, agire, credere con moderazione, con prudenza, con cautela. E allora non vogliamo essere gelosi. Vogliamo vivere una religiosità razionale, misurata. La gelosia è un sentimento superato, che fa parte del tempo del fanatismo. Finita la passione, è finita anche la gelosia.

Ecco però venire a noi Elia, a dirci: “Sono stato mosso dalla gelosia per Dio”. Che cosa potrebbe voler dire, oggi, “gelosia per Dio”?

In primo luogo, anche se viviamo in una cultura secolarizzata, che ha perso i suoi riferimenti cristiani - o forse proprio per questo - è rinato un ampio mercato del divino. È un divino spesso indefinito, dai contorni vaghi, un divino fai-da-te, offerto come merce a buon mercato.
Se le cose stanno così, essere mossi da gelosia per Dio vuol dire sapere che non tutto ciò che viene presentato come divino, lo è. Soltanto Dio è Dio. Non è lecito confonderlo con una divinità qualsiasi. Il Dio della Bibbia è un Dio che ama la giustizia, un Dio partigiano che sta dalla parte degli oppressi, che si schiera con i nonviolenti. Non è un Dio a buon mercato: è libero, è esigente, ci chiede di essere critici e attenti, amanti della verità.

In secondo luogo, gelosia per Dio significa: gelosia per il Dio divenuto uomo, e dunque anche gelosia per l’essere umano. Su questo punto, a volte anche le chiese hanno fallito: hanno avuto zelo geloso per Dio, dimenticando l’essere umano. Questo fallimento, quando si è prodotto, e quando si produce, ha conseguenze gravi, e ci proietta in un mondo disumano. Il racconto di Elia ci permette di scoprire che Dio è più umano di noi esseri umani, e che dobbiamo reimparare da Dio la nostra umanità, troppo spesso perduta e dimenticata.

Zelo geloso per Dio, zelo geloso per il Dio divenuto uomo: recuperare questa duplice gelosia è il compito che ci sta davanti.

Essere lettere di Cristo

È noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.
Una simile fiducia noi l'abbiamo per mezzo di Cristo presso Dio. Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio.
Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera ma di Spirito; perché la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica (2 Corinti 3,3-6)

L’immagine usata dall’apostolo Paolo per raffigurare i cristiani e le cristiane è insolita e suggestiva: sono lettere di Cristo, afferma. Detto in altre parole: nella loro vita, nei loro atteggiamenti, nei loro modi di essere, nei loro discorsi, è possibile riconoscere, e più ancora leggere, il messaggio di Cristo, l’evangelo.

Questo testo, e l’immagine che esso veicola, può essere letto in diversi modi. Mi limito a indicarne due: il primo, come una critica rivolta al nostro modo di intendere e vivere la fede, oggi; il secondo, come un invito a scoprire il messaggio che Dio ha scritto in ciascuno e ciascuna di noi.

Cominciamo dal primo, e cioè da una lettura che considera l’interrogativo, contenuto in questo testo di Paolo, rivolto al modo in cui viviamo la nostra fede.
Chiediamoci: nel corso della storia, questa lettera ha avuto caratteri chiari e comprensibili, che potevano essere letti da chi incontrava dei cristiani e delle cristiane?
Sì, certo, possiamo rispondere affermativamente. Ecco, infatti, che cosa scrive ad esempio l’anonimo autore della Lettera a Diogneto, a proposito dei cristiani: “I cristiani non appaiono distinti dagli altri uomini per il territorio che abitano, per la lingua che parlano, per le consuetudini che seguono. […] Essi abitano tuttavia nelle loro rispettive patrie, ma come passeggeri. Partecipano a tutte le cose come cittadini, ma tutte le cose subiscono come stranieri. Qualsiasi terra straniera è patria per loro, e ogni patria è terra straniera. Procedono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Si indugiano sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Si uniformano alle leggi costituite, ma con la loro foggia di vita oltrepassano le leggi. Portano amore a tutti, pur essendo da tutti perseguitati. Sono poveri, e arricchiscono molti. Di tutto hanno penuria, e di tutto sovrabbondano”.

Un altro esempio di lettera di Cristo, leggibile dai contemporanei, lo troviamo nel rapporto di un autore che invia delle notizie all’Inquisitore. Parla del comportamento degli eretici valdesi, che la chiesa medievale perseguita senza pietà: “Si può riconoscerli dai loro costumi e dai loro discorsi. Regolati, modesti, evitano lo sfarzo nei vestimenti. Non trafficano, per non esporsi a mentire e a giurare e ad ingannare. Vivono del lavoro delle loro mani. Si contentano del necessario. Sono casti, sobri, non frequentano le bettole né i balli. Assidui al lavoro, pure trovano modo di studiare e di insegnare. Si riconoscono anche dai loro discorsi, precisi e modesti. Rifuggono da ogni maldicenza e da ogni parlare buffonesco e ozioso, come dal mentire”.

I cristiani e le cristiane del primo secolo della nostra era, e i valdesi del medioevo: entrambi hanno esercitato una forte attrazione sui loro contemporanei e hanno contribuito all’ampia diffusione del cristianesimo, nell’area del bacino del Mediterraneo, i primi, in gran parte dell’Europa centrale e meridionale, i secondi.
Entrambi hanno anche suscitato forte opposizione e sono stati duramente repressi e perseguitati a causa delle domande precise, imbarazzanti, che suscitavano inquietudine, da essi sollevate.
Accolti con favore ed entusiasmo, o perseguitati con durezza e brutalità, entrambi hanno dunque saputo essere lettere leggibili che recavano un messaggio chiaro e riconoscibile.

E poi, che cosa è successo? Cristiani e cristiane sono stati capaci di presentarsi come “lettere di Cristo” leggibili dai loro contemporanei? O si sono uniformati all’ambiente circostante? Temo che la risposta sia che, fatte salve alcune eccezioni, il cristianesimo, nel suo insieme, abbia progressivamente scelto di intingere la propria penna più nell’inchiostro simpatico, che nella china nera.
Certo, ci sono state e ci sono delle eccezioni: l'Esercito della Salvezza di William Booth e di sua moglie Catherine Mumford, i socialisti religiosi intorno a Clara e Leonhard Ragaz, la chiesa evangelica confessante di Dietrich Bonhoeffer e Karl Barth, il movimento per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento antiapartheid dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu…
Ma nell’insieme, i caratteri si sono fatti sbiaditi, ci siamo adeguati all’egoismo individualista della società borghese, quando non ne siamo diventati addirittura i solerti difensori.

La nostra lettera, porta ancora la firma di Cristo? O porta la firma di qualche altro maestro, portatore di altre ideologie, dogmi, sistemi di pensiero, stili di vita? Siamo in grado di suscitare entusiasmo od opposizione, o siamo ormai divenuti indifferenti, e perciò irrilevanti, e forse anche un po’ inutili? E siamo accoglienti? Chi ci incontra e ci conosce, ha voglia di unirsi a noi?

Sì, il testo della seconda lettera dell’apostolo Paolo alla comunità cristiana di Corinto, che parla dei cristiani e delle cristiane come “lettere di Cristo”, può essere inteso innanzitutto come una profonda e salutare critica al modo in cui noi, oggi, interpretiamo e viviamo la fede.

Ma questo testo dell’apostolo Paolo si presta anche ad altre considerazioni, e in particolare, a riflettere nuovamente sul messaggio che Dio ha scritto in ciascuno e ciascuna di noi.
È vero, forse noi non siamo in grado di scrivere sempre, nella nostra vita, con lettere chiare e comprensibili. Ma, chiediamoci di nuovo, che cosa ha scritto Dio in noi? Quale messaggio ci è stato affidato, da far emergere e da mostrare? Ci sono stati affidati talenti? E quanti? E quali? Siamo forse come quel tale che ha sì ricevuto un talento, ma per paura, o per incapacità, o indifferenza, l’ha sepolto invece di farlo fruttare?

Se la nostra vita rappresenta una lettera di Cristo chiara, aperta, energica, essa risponderà alla vocazione che le è stata rivolta. Costituirà una domanda che attende risposta, un messaggio che fa riflettere, un invito al quale rispondere. Anche là e quando tutto sembra perduto, o morto, lo Spirito può fare tutte le cose nuove. Dove e quando a lui piace, in qualsiasi contesto storico, lo Spirito di Dio può scrivere delle lettere di Cristo, usando un materiale umano prima non utilizzato, o riscrivendo su materiale vecchio per incidervi altri e nuovi caratteri.

Che cosa si potrà leggere nella lettera che noi siamo? Non dimentichiamo che nessuno è troppo piccolo da non poter far emergere, nella propria vita, lettere chiare che riflettono la firma di Cristo.

Forza della debolezza

Cercate il Signore mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Lasci l'empio la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri: si converta al Signore che avrà pietà di lui e al nostro Dio che perdona abbondantemente.
“Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie”, dice il Signore. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri. E come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare così da dare seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza avere compiuto quello che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata” (Isaia 55, 6-11)

Il nostro testo è opera di un anonimo discepolo del profeta Isaia che opera nel periodo più drammatico della storia d’Israele: quello dell’esilio a Babilonia.

Si tratta di un periodo caratterizzato da una triplice debolezza: debolezza del popolo (l’intera popolazione di Gerusalemme è stata deportata a Babilonia); debolezza della struttura religiosa (il tempio non c’è più, i sacerdoti non possono svolgere più il loro servizio, e anche la voce dei profeti risulta affievolita); debolezza (apparente) della Parola di Dio, che tuttavia viene rivolta al profeta per sottolinearne l’efficacia.
In quel tempo, caratterizzato da una triplice debolezza, risuona la voce di Dio, riferita dal profeta.

Che cosa dice Dio al profeta? Diche che i pensieri degli esseri umani sono lontani da quelli di Dio come il cielo è lontano dalla terra. Ma c’è anche una buona notizia: è possibile avvicinare la terra al cielo! Lo strumento per realizzare tale avvicinamento è la parola di Dio.
A sottolineare questa affermazione, segue un’immagine: come la pioggia e la neve scendono dal cielo e fecondano la terra, così è della parola di Dio.

In prima battuta, sembra essere un’immagine zoppicante: i due fenomeni sono molto diversi. La parola pronunciata in una situazione particolare può incontrare infatti la fede, ma anche l’incredulità, può essere compresa, ma anche rimanere incompresa. La pioggia o la neve, invece, hanno la forza dei fenomeni naturali. La parola è uno strumento debole, la pioggia e la neve sono in qualche modo irresistibili.

Il profeta non si lascia disorientare da questa constatazione, e insiste: come la pioggia e la neve non tornano al cielo senza aver irrigato la terra e senza averla resa fertile, così la parola di Dio, nonostante la sua apparente debolezza, nonostante la debolezza del messaggero che la porta, nonostante la stessa debolezza degli uditori - un popolo esiliato e disorientato -, non torna a Dio a vuoto, ma produce il suo effetto, raggiunge lo scopo per il quale Dio l’ha mandata.

Il profeta incalza: l’efficacia della parola ha tempi lunghi, ma anche la pioggia non fa germogliare il grano da un giorno all’altro.
Ciò vale ancor di più per la neve: anzi, la neve sembra bloccare la fertilità della terra, ma quando la neve si scioglie la terra si risveglia e pian piano fa germogliare il grano. Il profeta conclude affermando che la Parola di Dio è come la neve: sotto il manto bianco, che pare indicare assenza di vita, la vita nuova sta per germogliare.

Che cosa può dirci questo testo nella nostra situazione? Per molti versi la nostra situazione è simile a quella in cui opera l’anonimo profeta. Anche noi viviamo una sorta di esilio, anche noi sentiamo la triplice debolezza che abbiamo messo in evidenza:

- debolezza del popolo di Dio: disorientato e confuso, rassegnato; un popolo orfano del tempio, secolarizzato e circondato da idoli pagani che incombono e attraggono

- debolezza dei messaggeri: la comunità cristiana nelle società occidentali, per quanto a volte tenti di imporsi, è diventata una minoranza incapace di farsi ascoltare

- debolezza della parola biblica, che ci sembra poco attraente, lontana, facilmente strumentalizzata, poco efficace di fronte ad altre parole che sembrano onnipotenti, onnipresenti, seducenti, diffuse attraverso la televisione, internet o la pubblicità, parole della tecnica, dell'economia, della scienza

Di fronte a queste debolezze la chiesa è indotta in tentazione.
È tentata di rafforzare il legame tra popolo e chiesa utilizzando strumenti di potere.
È tentata di dare più potere ai messaggeri, puntando tutto su capi carismatici e autoritari.
È tentata dal fondamentalismo, cioè dalla pretesa di avere una chiave infallibile per interpretare le Scritture, dimenticando che noi siamo solo degli umili testimoni e decifratori di una Parola che è infinitamente al di sopra di noi: “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri”, dice il Signore.
Ma è anche tentata di rendere più “seducente” la Parola di Dio, utilizzando per l’annuncio evangelico le tecniche pubblicitarie commerciali o la stessa teatralità dozzinale di certi show televisivi. A questo proposito, l'l’apostolo Paolo (1 Cor 2, 1-5) ci mette in guardia da questa tentazione sottolineando di non essere venuto “con eccellenza di parola o di sapienza”, o con “discorsi persuasivi”.

Nessuna parola seducente, dunque, nessun ricorso alla “sapienza umana”, niente “effetti speciali”: solo questa nuda parola, questa parola apparentemente debole, in cui si nasconde la potenza di Dio.

La Riforma protestante - è stato detto - ci ha tolto tutto: ci ha lasciato solo la Bibbia, e con la Bibbia il compito di trovare, nei suoi testi, la parola di Dio. Una parola apparentemente fragile, strumentalizzabile, poco seducente perché forte e angolosa, scarna e scomoda: eppure Dio ci invita ad avere fiducia in questa “parola nuda”, a non cercare altrove la nostra sicurezza, a non cedere alle tentazioni del potere umano o della spettacolarizzazione, ma a confidare in questa parola che produce il suo effetto nonostante la sua apparente debolezza e soprattutto nonostante la nostra debolezza di servitori a volte inadeguati e di ascoltatori spesso sordi.

Dio ci invita ad essere niente di meno e niente di più che una comunità che fa affidamento sulla sua parola. Una parola che parla di giustizia, di pace, di libertà, di perdono. Una parola che dobbiamo sempre di nuovo imparare a pronunciare con mitezza ma anche con fermezza; senza arroganza ma anche senza paura; senza appoggi di potere, senza effetti speciali. Una parola che esige di essere messa in pratica da chi l'ascolta e la capisce.

Che il Signore ci aiuti a trovare il centro della nostra fede, la sua sorgente inesauribile, a livello personale e comunitario, in questa parola vivente, feconda ed efficace. E faccia di noi delle testimoni e dei testimoni della giustizia, della pace, della libertà, del perdono.

Frammenti di Pasqua

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Luca 24,13-34)

“Il Signore è veramente risorto”: con questa esclamazione termina, nel racconto dell'evangelista Luca - il quale riferisce dell'incontro, sulla via di Emmaus, tra due discepoli e il risorto -, la giornata di Pasqua. L’annuncio della Pasqua è dunque questo: che la vita ha sconfitto la morte.
Ma nel nostro mondo, segnato dalla morte, dove possiamo trovare tracce della vittoria della vita? Ci sono tracce, frammenti di Pasqua, che possono riflettere la grande luce della risurrezione che riscalda la terra?

La prima traccia che possiamo indicare è quella di un amore più integrale per la vita. Gesù ha affermato: “Io sono la risurrezione e la vita”. Dunque, non soltanto “Io sono la risurrezione”. E Dio si è mostrato, fin dalla creazione, nei primi capitoli della Genesi, come un Dio amante della vita.
Amare la vita: sembra un'indicazione superflua, invece non lo è. La vita non è abbastanza amata: non la propria e non quella degli altri. Noi siamo mortali in due sensi: sia perché moriamo, sia perché facciamo morire. La vita è sacrificata, la vita è venduta, è abbandonata, la vita è violentata, la vita è minacciata, la vita è soppressa, la vita non conta niente. La vita non è abbastanza amata.
Prima di Pasqua, vita e morte sono quasi inestricabilmente intrecciate e collegate, ma con la risurrezione Gesù ha lasciato la morte alle spalle. Gesù ha scelto la vita e perciò noi la dobbiamo amare - come ciò che Gesù ha scelto.
Amare la vita, non soltanto quella umana, ma anche quella degli animali, delle piante, della natura. Una traccia di Pasqua consiste dunque oggi nella riscoperta del rispetto per la vita.

La seconda traccia, il secondo frammento della risurrezione, lo possiamo indicare in una nuova libertà nei confronti della morte. È difficile parlare di queste cose perché non abbiamo ancora affrontato questa prova. Eppure, se Cristo è risorto, se Cristo ha tolto alla morte il suo pungiglione, se nulla ci può separare da lui, allora dovremmo conoscere e forse anche esercitarci in una nuova libertà davanti alla morte.
Oggi la morte è rinviata dalla medicina, che la respinge sempre più lontano, pur non potendola sconfiggere e soprattutto non potendola capire. La morte è allontanata, tabuizzata, taciuta, nascosta, emarginata. Non ne parliamo, se ne parliamo lo facciamo sottovoce.
Se Pasqua ha un qualche senso per noi, allora dovremmo lottare per una società che non produce morte, che non abbandona i morenti, che non condanna più nessuno a morire prima della fine della vita.
Una società che impari a considerare la fiducia più importante del controllo, la rinuncia alla forza come uno strumento politico valido, la riconciliazione più importante della continuazione dei conflitti, un rapporto armonioso con gli animali più desiderabile che la loro estinzione.

Il terzo, e certamente più importante frammento di Pasqua nella nostra vita, è il nuovo desiderio di essere trasformati o trasfigurati. Diciamolo chiaramente: il desiderio che Pasqua fa nascere nei credenti non è il desiderio di immortalità. Jean-Paul Sartre - e con lui e dopo di lui molti altri - ha detto che la molla della fede è il desiderio di immortalità. Ma non è così. Il vero desiderio di Pasqua non è l'immortalità, ma la trasformazione. Ecco il più importante frammento di Pasqua nella nostra vita: il desiderio di essere trasformati.
Può darsi che sia un elemento di cui si parla poco nelle chiese, ma è frequente nel Nuovo Testamento. Ne parla l'apostolo Paolo scrivendo ai Corinzi: “Non vogliamo essere privati della tenda terrena, ma ricevere anche quella celeste. Così, quel che è destinato alla morte sarà assorbito dalla vita” (2 Corinzi 5,4). E ancora ai Filippesi: “Il Signore trasformerà il nostro misero corpo mortale e lo renderà somigliante al suo corpo glorioso” (Filippesi 3,21). Ai Romani: “Desideriamo di essere trasformati nell'immagine del Figlio di Dio” (Romani 8,29).
Questo desiderio di trasformazione, di trasfigurazione, va contro la nostra paura di cambiare, il nostro istinto di conservazione. Chi vuole conservarsi, non è adatto a Pasqua. Chi invece desidera cambiare ed essere cambiato, amando una vita nuova, una vita santa, con meno peccato, meno doppiezza, meno egoismo... quello e quella sono adatti a Pasqua.
Questa terza traccia è legata all’intuizione che il poeta e pastore Kurt Marti ha espresso in modo provocatorio in un suo celebre testo sulla resurrezione. “Voi chiedete”, ha scritto Marti, “com’è la resurrezione dei morti? Non lo so. Voi chiedete: quando sarà la resurrezione dei morti? Non lo so. Voi chiedete: c’è davvero una resurrezione dei morti? Non lo so. Voi chiedete: non c’è una resurrezione dei morti? Non lo so. Io so soltanto ciò di cui non chiedete: la resurrezione di quelli che sono vivi. Io so soltanto a cosa Dio ci chiama: a risorgere ora e oggi”.

Gesù è il pane di vita

In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne (Giovanni 6,47-51)

Gesù parla di pane. Anche noi ne parliamo ogni giorno, perché quando parliamo di lavoro, di disoccupazione, di ricerca di lavoro, parliamo di pane. Anche il lavoro è pane.
Ma anche quando parliamo di salute, parliamo di pane: anche la salute è pane. E anche quando parliamo di amore, parliamo di pane: anche l’amore è pane. Parliamo continuamente di pane. Non possiamo non parlarne.
L’umanità ne parla da sempre, dall’inizio della sua storia. In ogni tempo e in ogni luogo: ne parla ogni famiglia, ogni persona, ogni gruppo sociale, ogni popolo. Tutti parlano di pane, perché è ciò che fa vivere.
Se avessero la parola, anche gli animali parlerebbero di pane, perché anche loro devono mangiare, non una volta ogni tanto, ma ogni giorno.

Anche noi dobbiamo mangiare ogni giorno. Senza pane non si vive, perciò il pane è il problema numero uno. Lo sappiamo tutti. Lo dovrebbero sapere anche i governi, i quali dovrebbero mettere al primo posto, come problema numero uno, il pane (e invece mettono le armi, o la ricerca spaziale: la missione Artemis, che ha fatto il giro della luna, è costata 90 miliardi di dollari, che è una cifra tre volte più grande di quella che servirebbe per sfamare tutta la popolazione del mondo per un anno intero).

Gesù sa che il pane è il problema numero uno dell’umanità. Perciò ci ha insegnato a dire nel “Padre nostro” come prima richiesta tra quelle che riguardano noi: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Gesù prende sul serio il problema del pane perché prende sul serio il problema della fame.

Probabilmente nessuno di noi ha mai avuto fame senza avere il pane. Noi abbiamo fame, o almeno appetito, ogni giorno, ma ogni giorno abbiamo il pane. Ma avere fame e non avere pane, io non so che cosa voglia dire, so solo che deve essere terribile.

Gesù sa che cosa vuol dire avere fame e non avere pane, avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, e “alla fine”, dice il racconto di Marco (4,1-4), “ebbe fame”, ma non c’era pane, c’erano solo pietre, che egli non trasformò in pane, come gli suggeriva il diavolo.

Gesù, dunque, sa cosa vuol dire aver fame, e quindi conosce il valore del pane. Per questo ne parla spesso e per questo, prima di parlarne, lo moltiplica e lo distribuisce alla folla di cinquemila persone affamate che sono state saziate.
Davanti alla fame dell’essere umano, Gesù non fa discorsi, ma moltiplica il pane, affinché tutti siano saziati e la fame sia debellata.
Questo, dunque, è il primo messaggio del nostro testo: Gesù, pane di Dio disceso dal cielo, sa che cosa vuol dire “fame” avendola provata lui stesso; perciò, prima di fare qualunque discorso sul pane lo ha moltiplicato affinché ce ne sia per tutti. E proprio questo è il primo “messaggio del pane”: che ce ne sia per tutti.

Ma poi c’è un secondo messaggio, ed è di questo che Gesù parla il giorno dopo aver moltiplicato i pani e i pesci, quando la folla lo cerca (il giorno prima voleva “rapirlo per farlo re”; Giovanni 6,15), ma Gesù si accorge che non è lui che cercano, bensì il pane: “voi mi cercate – dice – perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati”. E aggiunge subito: “Adoperatevi non per il cibo che perisce ma per il cibo che dura in vita eterna” (Giovanni 6,27). Ecco, qui emerge il secondo “messaggio del pane”.

Il primo l’abbiamo detto: il pane quotidiano, il pane per il corpo che sazia la fame dell’essere umano è fondamentale, è preliminare a qualunque discorso, deve essercene per tutti i cinquemila.
Ma ora che la gente è stata saziata, ora che non ha più fame di pane, ora può ascoltare il discorso di Gesù sull’altro pane.
Si, c’è anche un altro pane, che non è quello che Gesù ha moltiplicato. È il pane di cui Gesù parla già nella prima tentazione, quando respinge il consiglio del diavolo di trasformare le pietre in pane dicendo: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio” (Matteo 4, 4).

Vivrà certamente di pane, anzitutto di pane, ma non soltanto di pane, perché non c’è solo il pane per il corpo, ce n’è un altro, così come non c’è solo la fame di pane, ma c’è anche nell’essere umano la fame di giustizia e Gesù dichiara “Beati gli affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati” (Matteo 5, 6). Beato te, se non hai solo fame di pane, ma anche di giustizia.
Ma nell’essere umano c’è anche fame e sete di libertà, fame e sete di verità, fame e sete di pace, fame e sete di felicità, fame e sete di amore - un’infinita fame e sete di amore. Beato te, se non hai solo fame di pane, ma hai fame e sete di libertà, di verità, di pace e di amore.
Ma l’elenco non è finito! C’è nell’essere umano una inesauribile fame e sete di conoscenza. Beato te, se hai questa fame che viene saziata dal pane della scienza.
E c’è anche nell’essere umano, una insopprimibile fame e sete di bellezza e di armonia. Beato te, se hai questa fame e sete, perché puoi saziarla con il pane delle arti e della musica. Ma neppure ora l’elenco è finito.

Nell’essere umano c’è un’altra fame ancora più profonda e misteriosa: la fame e la sete di Dio, di cui parla il profeta Amos: “Ecco, vengono i giorni, dice il Signore, che io manderò la fame nel paese, non fame di pane o sete di acqua, ma la fame e la sete di udire la parola dell’Eterno” (8,11).
Beato te, se conosci questa fame e questa sete! Beato te, beata te, se sei venuto in chiesa, se sei venuta in chiesa, perché hai questa fame e questa sete – sete dell’anima, sete di Dio. “L’anima mia è assetata di te, la mia carne ti brama, in una terra arida che langue senz’acqua”, dice il Salmo 66.

Ecco: il secondo “messaggio del pane” di cui Gesù ci parla questa mattina è la risposta a questa fame e a questa sete.
E la risposta qual è? Eccola: “Io sono il pane della vita” dice Gesù. Egli non è solo colui che moltiplica il pane e lo distribuisce: è lui stesso il pane che sazia la fame e la sete di Dio. Lo dice due volte: “Io sono il pane della vita”. È come se dicesse: “Io sono la vita della vita”.
Che cosa vuol dire? Vuol dire che la vita, per essere viva, non ha bisogno solamente di nutrimento materiale. La vita, per essere viva, ha bisogno di qualcosa che le dà sostanza e consistenza, che le dà senso, significato. Come se la vita non bastasse a sé stessa, come se non bastasse essere vivi per vivere veramente.

E allora: “Io sono il pane della vita” significa “Io sono il pane della verità della tua vita”, o più semplicemente: “Io sono la verità della tua vita”.
E qual è questa verità? La risposta di Gesù è questa: “Il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo” (Giovanni 6,51).
“La mia carne” vuol dire la mia storia, cioè la mia vita, dalla mangiatoia di Betlemme alla croce del Golgota, la mia vita totalmente vissuta per gli altri e alla fine donata interamente “per la vita del mondo “, dice Gesù.

La verità della vita portata da Gesù è che la mia vita, la tua vita, la nostra vita è perdonata, è liberata, è riconciliata. Possiamo essere sereni e felici, nulla e nessuno ci può rovinare la vita, Gesù l’ha messa al sicuro e la guida verso la piena umanità. Gesù apre le porte a un nuovo mondo, a una nuova umanità, a una nuova vita.
Ecco l’altro pane che Gesù ha portato: il pane dell’amore e della grazia di Dio, che Gesù non solo ha portato, ma che è stato ed è nei secoli dei secoli per tutte le generazioni: “Io sono il pane della vita”, io sono la vita della vita.

“Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giovanni 6,51), dice ancora Gesù. Che cosa vuol dire “mangiare di questo pane”? Vuol dire credere in Gesù. Ma l’immagine del mangiare ci fa capire bene che cosa vuol dire “credere”: vuol dire entrare in un rapporto intimo, personale, come con il cibo quando mangiamo: il cibo entra dentro di noi e diventa nutrimento.
Così credere in Gesù significa nutrirsi di lui, dei suoi pensieri, della sua sapienza, del suo perdono, della sua vittoria sul male, della sua vittoria sulla rassegnazione, sullo scetticismo, sull’incredulità. Per aprirsi a un mondo nuovo, a una vita nuova.

I magi, allora e oggi

Essendo Gesù nato a Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode, dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: “Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo”. Udito questo, il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui. Radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: “In Betlemme di Giudea, poiché così è scritto per mezzo del profeta: 'E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele'”. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa e, mandandoli a Betlemme, disse loro: “Andate, domandate diligentemente del bambino e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché venga anche io ad adorarlo”. Essi dunque, udito il re, partirono e la stella che avevano visto in Oriente andava davanti a loro, finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. Essi, vista la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per altra via. (Matteo 2, 1-12)

I protagonisti di questo racconto, che spesso ascoltiamo in occasione dell’Epifania, sono i “magi”, figure misteriose intorno alle quali sono sorte molte leggende.

I “magi venuti dall’Oriente” erano, con ogni probabilità, degli astrologi babilonesi, entrati forse in contatto con le attese giudaiche intorno alla venuta di un Messia.
Potremmo definirli uomini di scienza, che nel loro studio cercavano delle rivelazioni sui segreti della storia.
Nell’antichità si pensava che la nascita di grandi personaggi fosse segnalata dall’apparizione di nuove stelle nel cielo (anche nel giudaismo si trova un simile riferimento, legato alle attese di un Messia, nel libro dei Numeri 24,17: “Un astro sorge da Giacobbe”). E questo potrebbe spiegare perché quei “magi” si erano messi in cammino.

Leggendo con attenzione il testo di Matteo, apparentemente noto e conosciuto, emergono alcune piccole sorprese.
In primo luogo, l’evangelista non dice quanti fossero i magi: il loro numero è stato dedotto solo più tardi, e semplicemente a partire dai tre doni – oro, incenso e mirra – da essi portati a Gesù.
In secondo luogo, Matteo non dice nemmeno che si tratti di re: è stato Cesario di Arles, intorno all’anno 500 d.C. ad affermare, per la prima volta, che erano dei re.
Terzo, nel testo non si trova traccia dei loro nomi: è il vangelo armeno dell’infanzia, del 6. secolo d.C., a sostenere che si chiamassero Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.
Quarto, il Vangelo non ci dice nulla in merito alla loro provenienza, mentre osservando le raffigurazioni dei magi vediamo che uno dei tre è di pelle scura, e dunque africano: leggende relative a questi aspetti sorgono solo nell’8. secolo d.C., in un’epoca in cui i continenti conosciuti erano tre – l’Europa, l’Asia e l’Africa – e perciò i tre magi provengono ciascuno da un continente diverso.

Il 6 gennaio, a Milano, si svolge una grande processione, dal Duomo alla basilica di Sant’Eustorgio. Attori, vestiti da magi, portano i doni al piccolo Gesù, collocato nel presepe allestito di fronte alla basilica. All’interno della chiesa c’è ancora oggi una casetta, la quale anticamente conteneva le presunte reliquie dei magi. Era stata Elena, la madre dell’imperatore Costantino, ad avere trovato, durante un viaggio in Terrasanta – narra la leggenda – i resti dei misteriosi personaggi (ovviamente, tre, dopo che era stato stabilito il loro numero). Portate a Milano, le reliquie erano state collocate a Sant’Eustorgio.
Nel 1164, l'imperatore tedesco Federico Barbarossa pose l'assedio a Milano. Conquistata la città, rubò le reliquie dei magi e le fece portare a Colonia, dove il vescovo Rainaldo di Dassel fece costruire un imponente duomo al centro del quale venne collocata una cassa tutta d’oro, tempestata di pietre preziose, per conservare i resti dei tre re.
Per il Barbarossa i resti dei magi avevano un forte valore simbolico, religioso ma soprattutto politico: possedere le reliquie di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre era una prova che il suo potere derivava da quello dei più antichi e celebri re cristiani.

Curiosamente, un secolo più tardi circa, il viaggiatore veneziano Marco Polo scrisse, nel suo celebre "Milione", di avere visto con i suoi occhi i corpi dei magi. "In Persia è la città ch'è chiamata Sabba, dalla qual si partirono li tre re [Magi] ch'andarono ad adorare a Cristo quando nacque. In quella città sono seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi e co' capegli". Qualcosa, evidentemente, non quadra!

Col passare dei secoli, la fama dei magi è cresciuta: molte taverne, alberghi e ristoranti portano, soprattutto nell’area di lingua tedesca, nomi che si riferiscono all’episodio dei “magi”: “Stern”, “Krone”, “Drei Könige”. E anche le rappresentazioni del “Chasperlitheater” traggono dall’episodio dei “magi” la loro origine.

Ritorniamo al testo dell’evangelista Matteo. Come detto, all’inizio, il racconto della visita dei magi è legato alla festa dell’Epifania. Che la parola Epifania non abbia nulla a che vedere con la befana, bensì significhi “manifestazione”, lo sappiamo. Si potrebbe addirittura affermare che tutte le narrazioni evangeliche parlano dell’epifania, in quanto da esse emerge, nelle forme più diverse, il profilo inconfondibile dell’uomo di Nazareth: e, in effetti, i racconti della Natività, quello di Luca come questo, di Matteo, contengono una sintesi dell’intera narrazione evangelica.

Levate di mezzo le costruzioni leggendarie tardive, il racconto dei sapienti che cercano Gesù ci rivela alcuni particolari che ci inducono a riflettere.
Il quadro mette a fuoco una delle dimensioni più evidenti dell’epifania: mentre da un lato Gesù è manifestato, rivelato, scoperto e accolto, dall’altro è anche oscurato, censurato, ignorato e respinto proprio là dove non ce lo aspettiamo.

Primo elemento: il bambino che è nato si manifesta ai lontani e non ai vicini, ai magi che vengono da chissà dove e non a Erode, ma nemmeno a “tutta Gerusalemme”. Chi è vicino, e dovrebbe sapere che cosa sta accadendo – e di fatto lo sa, ne è a conoscenza – non si muove, rimane indifferente, oppure “è turbato”. A mettersi in cammino, a lasciare la propria “comfort zone” sono quelli più lontani, che si lasciano interpellare, che vogliono andare a vedere, che sono disposti a cambiare.
Non vediamo forse, in quell’antico racconto, un riflesso della situazione attuale? In questo inizio di 21. secolo, la fede in Gesù fiorisce in Africa e in Asia, e anche in America Latina. Mentre in Europa, il continente che afferma di avere “radici cristiane”, chiese immense, fredde e vuote testimoniano la crescente indifferenza nei confronti del cristianesimo.

Secondo elemento: Erode e “Gerusalemme», cioè i suoi abitanti, sono “turbati” dalla notizia recata dai Magi. È una reazione simile a quella suscitata dall’entrata di Gesù a Gerusalemme poco prima della fine della sua vita: anche in quella occasione tutta la città fu “scossa” (Matteo 21,10).
Ma che cosa si può temere da un bambino? Che cosa c’è di tanto pericoloso nel messaggio dei magi? E in quello di Gesù stesso? Di che cosa avevano paura Erode e, più tardi, Pilato? Di che cosa hanno paura le autorità cinesi che oggi abbattono le chiese e imprigionano i fedeli?
Il pastore e teologo Karl Barth, diceva che il Dio di Gesù era “totalmente altro” rispetto alle categorie umane. Probabilmente è questo ciò che ha capito Erode, e con lui tanti altri. A modo loro, forse in maniera confusa, hanno colto l’essenziale: il Dio di Gesù porta nel mondo un messaggio non omologabile, diverso, altro, che non può lasciare indifferenti, che provoca trasformazioni nella vita delle persone. Meglio dunque eliminarlo, finché siamo in tempo.

Terzo elemento: l’epifania, la manifestazione di Gesù cambia le carte in tavola, rende vicini i lontani e lontani i vicini, produce fastidio, e inquieta il potere. Ma fa anche altro. E non dovremmo dimenticarlo, perché è una cosa bellissima. Se rileggiamo il testo, vediamo che i magi, quando raggiungono finalmente la meta del loro viaggio, “si rallegrarono di grandissima gioia”. L’epifania porta dunque scompiglio, sì; porta cambiamento, sì; provoca crisi, sì; ma porta anche e soprattutto gioia.

Il cielo, il creato, la fede

O Signore, Signore nostro,
quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra! […]
Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai disposte,
che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi?
Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?
Eppure, tu l'hai fatto solo di poco inferiore a Dio,
e l'hai coronato di gloria e d'onore.
Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,
hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:
pecore e buoi […] e anche le bestie selvatiche della campagna;
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
tutto quel che percorre i sentieri dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra! 
(Salmo 8)

Alcuni giorni fa è morto, all’età di 97 anni, l'astronauta James Lovell, che nel 1970 fu il comandante dell'Apollo 13. L'equipaggio di quella missione avrebbe dovuto essere il terzo a mettere piede sulla luna, ma l'esplosione di un serbatoio di ossigeno fece fallire l'obiettivo, e rischiò di compromettere il rientro sulla terra dell'astronave. Lovell passò alla storia per il drammatico SOS lanciato dallo spazio: “Houston, abbiamo un problema”.
La disavventura fu raccontata da Lovell in un libro da cui fu tratto il film “Apollo 13”, con Tom Hanks nei panni del comandante della missione.

La notizia della morte di Lovell ci riporta al clima di euforia e di forte emozione che si respirava sessanta e più anni fa, in tutto il mondo, all’inizio della corsa per la conquista dello spazio. Prima era stato messo in orbita un satellite russo, lo Sputnik. Poi in orbita erano andate una cagnetta, di nome Laika, e una scimmia. Infine, anche un uomo, Jurij Gagarin, compì un viaggio intorno alla Terra.
Intanto sul nostro pianeta si continuava a morire di fame, di ingiustizie e di guerre, ma queste cose sembravano passare in secondo piano di fronte all’avanzare del progresso: si cominciava addirittura a parlare di un viaggio sulla luna.

In quel frangente, un giornalista italiano, Carlo Falconi, dichiarò, in un articolo: “Il primo uomo a mettere piede sulla luna sarà probabilmente un ateo”. Falconi era convinto, come molti altri allora – e forse anche oggi – , che la scienza avrebbe reso gli uomini potenti, ma increduli.
Le cose andarono poi diversamente: il primo uomo che sbarcò sulla luna era un protestante, e si chiamava Neil Armstrong. Appena messo piede sulla luna, e dopo avere pronunciato la frase che tutti ricordano: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità”, depositò sulla superficie del nostro satellite naturale una placca d’oro su cui era inciso il testo del Salmo 8: “O Signore […] quando considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte […]”

La fede di Armstrong si basava, oltre che sul Salmo 8, anche sul poema della creazione del mondo contenuto all’inizio del libro biblico della Genesi. Per capirne l’importanza, dobbiamo ricordare che quel racconto – che narra la creazione del mondo, da parte di Dio, in sei giorni – è stato scritto in un momento difficile per il popolo di Israele, sconfitto e costretto all’esilio dalla grande potenza Babilonia.
I babilonesi, forti militarmente, economicamente e anche culturalmente, avevano elaborato alcuni miti, un po’ cupi, ma impressionanti, relativi alla nascita del mondo. Secondo quei miti, prima erano nati gli dèi, poi da una lotta tra gli dèi era nato questo mondo, nel quale le divinità continuavano a interferire a causa delle loro passioni.

Gli esiliati israeliti in Babilonia rifiutarono quei miti, e contrapposero a quelli il primo capitolo della Genesi: “Nel principio, Dio creò il celo e la terra”. Il mondo esiste – afferma il poema della Genesi – non perché gli dèi si sono messi a litigare o addirittura a uccidersi tra di loro, ma perché prima e sopra di esso c'è un'intelligenza che opera con una straordinaria e metodica regolarità.
La parola di fede che si esprime in Genesi 1 è la base di una visione razionale del mondo. Ed è proprio sulla base del primo capitolo della Genesi – e del Salmo 8 – che si è sviluppata la scienza moderna.

Ma lo sviluppo della scienza non ha impedito la nascita di nuovi miti, diversi da quelli babilonesi, ma non meno fuorvianti.
Il primo mito è che l'universo sia bello, buono e grande. Le galassie, gli anni luce, le meraviglie dell'infinitamente piccolo, gli atomi, gli elettroni, i quark, tutto ciò che di sovrumano si può osservare nell’universo è fonte di ammirazione, se non addirittura di adorazione. E non sono pochi quelli che ritengono di poter inviare delle preghiere nell’universo, nella speranza che in qualche modo dagli spazi siderali arrivi una risposta.
Ma da questa religione dell'universo non viene nessuna indicazione per la nostra vita: al massimo un amore un po’ spericolato per i risultati della scienza e della tecnica.

L'altro mito è esattamente l'opposto: l'universo è insensato, dominato com'è dal caso e dalla necessità. L'unica ancora di salvezza a cui l’umanità può aggrapparsi è la propria intelligenza, capace forse di ergersi come argine di fronte all’imprevedibilità.
Si tratta tuttavia di un mito che manca di speranza: del resto, ci penserà l'entropia a distruggere, alla fine, questo mondo al di fuori del quale, secondo alcuni, non esiste nulla.

La fede biblica respinge entrambi questi miti. Non si deve adorare il mondo perché esso è solo una creatura, al di là e al di sopra della quale c'è una intelligenza ordinatrice.
Ma non si può nemmeno accettare l'idea che l'universo sia nato per caso e vada avanti alla cieca. Dietro la complessa realtà dell'universo c'è un piano d’amore e di perdono, ma soprattutto di speranza: la speranza piantata in questo mondo da Cristo, vissuto, morto e risorto. In questo mondo noi viviamo in attesa della nostra resurrezione: l’avvento del giorno nel quale Dio regnerà nella pace e nella vita.

In questa attesa, e magari guardando il cielo, in queste notti d'agosto attraversate dalle scie delle Perseidi, possiamo ripetere la parola del salmista: “O Signore, Signore nostro, quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra!”

Il gallo sul campanile

In cima ai campanili di molte chiese protestanti non c’è una croce, bensì un gallo. Non si tratta di una stranezza, ma di un preciso richiamo al celebre racconto che vede Pietro protagonista.

Dopo averlo [Gesù] arrestato, lo portarono via e lo condussero nella casa del sommo sacerdote, e Pietro seguiva da lontano.
Essi accesero un fuoco in mezzo al cortile, sedendovi intorno. Pietro si sedette in mezzo a loro. Una serva, vedendolo seduto presso il fuoco, lo guardò fisso e disse: «Anche costui era con lui». Ma egli negò, dicendo: «Donna, non lo conosco». E poco dopo, un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di quelli». Ma Pietro rispose: «No, uomo, non lo sono». Trascorsa circa un’ora, un altro insisteva, dicendo: «Certo, anche questi era con lui, poiché è Galileo». Ma Pietro disse: «Uomo, io non so quello che dici». E subito, mentre parlava ancora, un gallo cantò. E il Signore, voltatosi, guardò Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detta: «Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, [Pietro] pianse amaramente. (Luca 22,54-62)

C’era stata una drammatica discussione, nel gruppo dei discepoli, dopo che Gesù aveva accennato ai pericoli che si andavano profilando, a un suo possibile arresto. E allora Pietro aveva detto a Gesù: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e anche alla morte”.

Lui non avrebbe abbandonato Gesù, aveva affermato il discepolo, non lo avrebbe tradito. E già sognava l’esaltazione del bel gesto pubblico, la gloria di un martirio clamoroso: la sua piccola leggenda, a spese del modesto quotidiano.
Nell’esaltazione, se si fosse imbattuto nelle guardie armate, forse ci sarebbe riuscito. Ma non aveva fatto i conti con una serva: trovatosi fuori dal quadro che si era immaginato, l’euforia abbandonò Pietro. Ebbe solo paura. Perse la sua fermezza sciocca e farfugliò scuse e bugie.

Allora il gallo cantò. In quel momento, Pietro comprese che il suo coraggio era soltanto vanteria. Seguire Gesù era stata una bella promessa, un’esaltante prospettiva di gloria, ma non aveva messo in conto il disprezzo della serva, l’umiliazione delle beffe, la derisione della gente.
Il suo calcolo era stato troppo rapido, la promessa troppo precipitosa, il suo coraggio troppo imperturbabile. Ora Pietro capiva che aver coraggio significa tremare e superare quel timore senza l’aiuto dell’esaltazione.

Oggi guardiamo con sospetto quel tipo di coraggio: un coraggio che è come la buona salute di chi non ha mai avuto un mal di testa e si stupisce dei malanni degli altri.
E insieme a quel coraggio, oggi guardiamo con sospetto anche l’eroe, e l’eroismo senza brividi di chi non ha sufficiente fantasia per presentire il male.

Il coraggio di chi non trema non ci convince. Sappiamo infatti che chi si lancia nella mischia sorretto dall’esaltazione, può anche essere un vile, ubriaco di coraggio a buon mercato. Magari anche ci crede: ha bisogno di crederci per mascherare le piccole viltà di tutti i giorni.

Quel coraggio non ci convince, perché non è autentico. Come non è autentico il coraggio presuntuoso di Pietro: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e anche alla morte”.
Oggi noi vogliamo essere liberati da questo tipo di coraggio, da questo falso eroismo, e vogliamo scoprire un coraggio meno visibile, ma più autentico, liberato da ogni viltà.

Quella viltà che ci spinge a fuggire la fatica, a scansare il rischio, a non comprometterci, a non sporcarci le mani, la viltà che ci suggerisce un bilanciato qualunquismo: un colpo al cerchio e uno alla botte, per non scontentare nessuno.
La viltà che ci fa fuggire i tristi pensieri, che ci fa chiudere le pagine nere del giornale per non essere turbati, per non concedere amore, per non soffrire. La viltà che ci rende presuntuosi e strafottenti, insensibili e freddi, per poi però ritirarci quando c’è solo una serva.

Noi oggi vogliamo imparare a vivere con il nostro timore, la nostra complessità, la nostra problematicità; vogliamo liberarci dal coraggio tronfio e dalla paura vile.
Vogliamo liberarci dal voler essere grandi, dal voler dare spettacolo, dal recitare davanti alla platea del mondo e soprattutto di noi stessi: di essere ciò che avremmo voluto essere e che invece non siamo.
Vogliamo liberarci da questo voler fare del teatro che è un rifiutare la nostra povertà, un non saperci amare come siamo; liberarci dall’opaco coraggio che rifiuta il tremore vergognandosi di aver paura.

E in questa ricerca lasciarci guidare da quel Gesù che ci fa comprendere che l’eroe è uno che va avanti tremando, che il coraggio è una vittoria sulla paura, che la pace è una pacificazione che si trova al di là dell’angoscia.

Il messaggio della Pentecoste

C'era tra i farisei un uomo, chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte a Gesù e gli disse: “Maestro, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio, perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui”. Gesù gli rispose dicendo: “In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”. Nicodemo gli disse: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?”. Gesù rispose: “In verità, in verità io ti dico che, se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: 'Bisogna che nasciate di nuovo'. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito”. (Giovanni 3,1-8)

“Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti.  Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi.  Non vi lascerò orfani; tornerò a voi.  Ancora un po' e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
(Giovanni 14,15-26)

Poco prima di morire sulla croce, Gesù ha lanciato un grido: “È compiuto!” (Giovanni 19,30). Tre giorni dopo, Gesù è risorto. Qualche giorno più tardi, è asceso al cielo. Con la morte, la risurrezione e l’ascensione di Gesù, si potrebbe pensare che tutto sia concluso, completato: completata la rivelazione di Dio, completata l'opera della salvezza, completata la manifestazione della grazia e della verità in Gesù Cristo. Si potrebbe pensare che non manchi più nulla

Eppure – ci dicono i Vangeli e ci dice il libro degli Atti degli Apostoli – è come se tutto dovesse ancora cominciare. Tra il Venerdì Santo e l’Ascensione, tutto è accaduto. Ma è come se tutto dovesse ancora accadere. E che cosa deve accadere? Deve accadere una nuova manifestazione di Dio: Dio si rivela come Spirito. Questo è il messaggio, questa è la grande e bella notizia di Pentecoste: Dio è Spirito!

Gesù l'aveva già detto, alla samaritana: “Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in Spirito e verità” (Giovanni 4,24), proprio come sta scritto sulla parete della chiesa riformata di Brusio. Dio è Spirito! Nella creazione, Dio si era manifestato come Padre, nell’opera di redenzione, come Figlio. Ora, a Pentecoste, si manifesta come Spirito.

Perché quest’ultima manifestazione come Spirito? Perché era necessario che sapessimo che Dio non è solo Padre, né solo Figlio, ma anche Spirito? Perché è come Spirito che Dio entra dentro di noi. Il Padre è Dio sopra di noi, il Figlio è Dio per noi e con noi, lo Spirito è Dio dentro di noi. Questo è il significato dell'affermazione: “Dio è Spirito”: che Dio non si accontenta di stare fuori, ma vuole entrare dentro. Come dice Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora dentro di lui” (Giovanni 14,23).

La grande sorpresa di Pentecoste, la notizia inaudita, l’avvenimento stupefacente, non è il parlare in lingue. No, la meraviglia di Pentecoste è che colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere (1 Re 8,27) – secondo la definizione che re Salomone diede di Dio – può farsi tanto piccolo da trovare posto nel nostro piccolo cuore. Come dice Martin Lutero: “Nulla è così grande che Dio non sia ancora più grande; nulla è così piccolo che Dio non sia ancora più piccolo”.

I credenti lo sanno: noi abitiamo in Dio. Lo dice in modo chiarissimo l’apostolo Paolo (Atti 17,28): “In lui viviamo, ci muoviamo e siamo”. Ma a Pentecoste le cose si rovesciano, la relazione si capovolge. A Pentecoste è Dio che viene ad abitare in noi. È ancora l’apostolo Paolo a parlare e a chiedere: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Corinzi 3,16). Se abbiamo capito questo, allora possiamo riprendere il messaggio di Pentecoste ed esprimerlo in modo più preciso: Dio non sta solo fuori, sopra, accanto, vicino, in mezzo, ma sta dentro. È per questo che si è manifestato come Spirito.

Molte persone, oggi, cercano Dio soprattutto fuori: nella natura, nelle opere del creato, nei boschi, sulle montagne, nelle albe e nei tramonti; oppure in determinati fenomeni storici – i cosiddetti “segni dei tempi” – (vediamo tracce di Dio nell’opera di Martin Luther King, o di Nelson Mandela, o di Gandhi); oppure cerchiamo Dio nel prossimo, e in particolare nel prossimo che soffre, nei profughi, nei rifugiati, nei poveri, negli ultimi. Tutto giusto, tutto evangelico. Ma non dimentichiamo che Dio abita volentieri dentro ciascuno e ciascuna di noi. Dio “è nel segreto” (Matteo 6,6) e perciò dev’essere cercato anche dentro di noi. Questa è la lezione di Pentecoste: non cercare Dio solo fuori, ma anche dentro.

Ma perché Dio vuole entrare dentro di noi e non si accontenta di restare fuori? Perché vuole portare dentro di noi quella salvezza che è avvenuta fuori di noi, nella storia di Israele e in quella di Gesù, nella sua vita, morte e risurrezione. Tutto è avvenuto fuori, ma ora deve entrare dentro perché diventi nostra storia personale, perché operi concretamente nella nostra vita, nella nostra intelligenza, nella nostra anima. Questa è l'opera di Dio come Spirito: portare dentro, nella profondità del nostro cuore, la parola, la grazia, la luce, la consolazione, la pace di Dio. In una parola: portare dentro di noi Cristo stesso, affinché Cristo viva in noi. Come dice l'apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Galati 2,20).

Questo è il messaggio di Pentecoste. Ma non è l'unico. Ce ne sono altri. Dio come Spirito vuol dire certamente tante cose. Tra queste, ne indico una. Nel racconto dell’incontro tra Gesù e Nicodemo (Giovanni 3,1-8), lo Spirito di Dio è paragonato al vento. “Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va”. Per parlare dello Spirito, Gesù ricorre alla metafora del vento, che è inafferrabile.
Che cosa ci suggerisce quella metafora? Che Dio, come il vento, non lo puoi afferrare, non lo puoi incamerare, accaparrare, privatizzare, non te ne puoi impossessare, né imprigionare nei tuoi pensieri, nelle tue esperienze, nella tua teologia, nei tuoi santuari, nei tuoi culti, nella tua religione, e nemmeno nella tua cultura. Dio come vento che soffia dove vuole, vuol dire che Dio è libero. Quel Dio che a Pentecoste vuole entrare dentro di te è un Dio di libertà e un Dio liberante. Un Dio che, essendo libero, dove arriva e dove entra porta libertà.

Il potere e lo spettacolo

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: "Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra"». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano. (Matteo 4,1-11)

Domenica scorsa ci siamo soffermati sulla prima delle tre tentazioni, quella riguardante il pane. Il diavolo - cioè, l’avversario, colui che introduce divisione - propone a Gesù di fare un miracolo per aiutare sé stesso, per sfamare sé stesso. Gesù rifiuta quella proposta. Non perché ritenga inutile preoccuparsi per il cibo, ma perché non vuole pensare solo a sé stesso, solo alla propria fame.

È una tentazione che conosciamo anche noi, un pensiero che incontriamo spesso. Quante volte prevale in noi l’impulso a curare solo i nostri affari, ignorando le necessità di chi ci sta intorno. “Basta che io me la cavo”, diciamo. “Gli altri, si arrangino”.
Gesù non condivide questo atteggiamento e, rifiutando la proposta del tentatore, ribadisce la necessità di considerare sempre anche il benessere generale. Gesù non è venuto a trasformare pietre in pani, bensì a trasformare cuori di pietra in cuori intelligenti e solidali.

Esaminiamo ora le altre due tentazioni di cui parla l’evangelista Marco. Se la prima la possiamo chiamare “la tentazione del pane”, la seconda possiamo definirla “la tentazione del potere”, e la terza “la tentazione della religione”.

La tentazione del potere, il potere come tentazione. Il diavolo porta Gesù in un punto elevato, dal quale è possibile vedere tutti i regni della terra. Lassù gli propone un accordo: a te il potere sul mondo, a me il potere su di te. Tu diventi il re del mondo, io divento il tuo re. In che cosa consiste, in questo caso, la tentazione? Possiamo individuare almeno tre aspetti.

Il primo aspetto consiste nell’accettare un accordo di qualunque tipo col diavolo. Accettare di trattare col diavolo è già in sé una sconfitta, a prescindere da quello che trattando potremmo ottenere. Ma Gesù rifiuta di trattare. Non si tratta con il diavolo, non si tratta con il male. Il male lo si combatte, senza se e senza ma. Pensiamo al percorso di un drogato: all’inizio, ribadisce di poter smettere quando vuole… e quando si accorge di essere incapace di recuperare la propria libertà, è spesso troppo tardi.
Ecco, dunque, il primo aspetto: avviare una trattativa di qualunque tipo con il male, invece di combatterlo radicalmente.

Il secondo aspetto è riconoscere il diavolo come legittimo padrone del mondo. Diciamolo chiaramente: Gesù non è un ingenuo, sa che il diavolo è “il principe di questo mondo” e che ferisce, e semina divisione, violenza, dolore e lutti come vuole, potendo contare su molti complici e seguaci. Ma non per questo Gesù si rassegna, o ritiene che il male sia il legittimo padrone della Terra. No, Gesù ha negato che il mondo sia del diavolo e ha affermato che il mondo è di Dio.
Si sentono spesso, anche in ambienti cristiani, discorsi più o meno disperati sul mondo che sarebbe in balìa del male - le guerre, la distruzione dell’ambiente, la voracità dei ricchi a detrimento dei poveri - e perciò sarebbe irrimediabilmente perduto. No, dice Gesù, il mondo perduto è salvato: è in balia del male, ma non appartiene al male, bensì a Dio. Questa è la fede di Gesù, questa è la fede che siamo chiamati ad avere anche noi.

Il terzo aspetto è che accettando di governare il mondo attraverso la via del potere, Gesù avrebbe snaturato la sua missione. Lui stesso aveva detto: “Il figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”. Se avesse accettato di impadronirsi del mondo ricorrendo alla forza, alla prevaricazione, alla violenza, si sarebbe allontanato da quella strada.
Il diavolo propone a Gesù la via del potere politico, ma Gesù è venuto per servire, non per comandare. Gesù è il re, ma il suo Regno non è di questo mondo. Questo non significa che il Regno stia sulle nuvole, ma che è totalmente diverso da quello di Pilato e di tutti i re della terra. Gesù è sì il Signore, ma manifesta la sua signoria lavando i piedi ai suoi discepoli. E chi lo vuole seguire, non deve dimenticare le sue parole: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”.

Veniamo alla terza tentazione, quella del tempio. Il tempio è il luogo sacro per eccellenza, e proprio lì si svolge la tentazione più difficile. Per tentare Gesù, il diavolo si serve della Bibbia, cioè dell'arma con la quale Gesù ha finora respinto le tentazioni. È come se il diavolo dicesse: “Guarda che ho in mano la tua stessa arma, la parola di Dio, che serve a te per difenderti, e serve a me per attaccarti”.
Che cosa fa il diavolo? Porta Gesù sulla punta più alta del tempio di Gerusalemme e gli dice di buttarsi giù, perché sta scritto: “Dio manderà i suoi angeli a sorreggerti in modo che il tuo piede non urti in alcuna pietra”.
In che cosa consiste la tentazione? Consiste in questo: se Gesù si buttasse giù si sfracellerebbe al suolo, se non si buttasse giù vorrebbe dire che non crede alla promessa di Dio e dimostrerebbe così che lui, figlio di Dio, non crede in Dio.
Si tratta di una tentazione insidiosa, alla quale Gesù si oppone citando a sua volta la Bibbia: “Non tenterete il vostro Dio”.

Come si può tentare Dio? Lo si può tentare mettendolo alla prova: non è più lui che mette alla prova noi, siamo noi che mettiamo alla prova lui.
Tentare Dio vuol dire obbligarlo a esibirsi, a dimostrare che effettivamente è Dio, che funziona come Dio. La chiesa comanda, Dio obbedisce. Non è più la chiesa in mano a Dio, ma Dio in mano alla chiesa.

Ecco perché la terza tentazione è quella più subdola, più insidiosa: è la tentazione di dimostrare Dio attraverso un miracolo, che però non corrisponde a un reale bisogno umano, a una sofferenza fisica o morale o spirituale, ma solo al desiderio di dimostrare Dio. Ma Dio non si dimostra, si testimonia. È la tentazione di rendere Dio visibile, ma Dio è invisibile, come lo Spirito Santo, come la sua parola. “Dio è nel segreto”, dice Gesù.

Viviamo nell'epoca della visibilità: se non appari non sei. Ma Dio non appare, piuttosto si nasconde, come dice il profeta Isaia: “Tu sei un Dio che ti nascondi”. Nasconde la sua divinità nell'umanità di Gesù, la sua forza nella nostra debolezza, la sua giustizia nella nostra iniquità, la sua vita eterna nella nostra mortalità.
Viviamo nell'epoca dello spettacolo e allora vorremmo avere un Dio spettacolare e trasformiamo la religione in spettacolo e Dio nell'oggetto dello spettacolo, ma noi non crediamo in un Dio spettacolare, crediamo in un Dio giusto e misericordioso.
Dio non ci ha chiamati per dimostrarlo, ma per amarlo e servirlo, amando e servendo il prossimo.
Non chiediamo di vedere Dio: ci basta sapere che egli vede noi e ci accompagna con pazienza e bontà. Non chiediamo miracoli e prodigi, ma che Dio aumenti la nostra fede grazie alla quale vediamo ogni giorno tanti miracoli intorno a noi e anche dentro di noi. Gesù ha fatto molti miracoli, ma non per dimostrare Dio, bensì per aiutare chi stava soffrendo.
Dio, che non è spettacolare, ci salvi da una religione che diventa spettacolo e da una chiesa che diventa teatro.

Il seme e il frutto

[Gesù] disse in parabola: «Il seminatore uscì a seminare; e, mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada: fu calpestato e gli uccelli del cielo lo mangiarono. Un'altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. Un'altra cadde in mezzo alle spine: le spine, crescendo insieme con esso, lo soffocarono. Un'altra parte cadde in un buon terreno: quando fu germogliato, produsse il cento per uno». Dicendo queste cose, [Gesù] esclamava: «Chi ha orecchi per udire oda!» (Luca 8, 4-8)

Ricorre, con una certa insistenza, una cruda analisi dei risultati prodotti da quasi duemila anni di cristianesimo: il cristianesimo non avrebbe dato frutti, non sarebbe stato capace di incidere positivamente sulla storia; quindi, esso può e deve scomparire ed essere sostituito da altri sistemi capaci di orientare l’umanità verso il progresso e la felicità.
Si potrebbe rispondere, e non sarebbe difficile, mettendo a nudo i fallimenti, le contraddizioni, gli errori di quei sistemi che hanno preteso e pretendono di garantire all’umanità il benessere, la stabilità, la felicità.
Ma diffamare e mettere in ridicolo non sono mai stati tra i metodi usati da Gesù. Inoltre, il cristianesimo non si difende a parole, ma deve essere vissuto e praticato rendendo cento volte ciò che abbiamo ricevuto. “I semi germogliarono e produssero il cento per uno”, come dice la parabola.

Da più parti si aggiunge che il cristianesimo ha prodotto solo frutti scadenti, o cattivi o, nel migliore dei casi, nessun frutto duraturo.
Provate tuttavia a pensare che cosa rimarrebbe se cominciassimo a smantellare tutto ciò che il cristianesimo, accanto a tanti innegabili errori, ha prodotto di significativo: demoliamo cattedrali e chiese, leviamo dai musei e distruggiamo nelle collezioni tutte le opere d’arte d’ispirazione biblica, da Michelangelo, a Dürer, a Rembrandt, a Chagall, a infiniti altri; bruciamo le opere letterarie che traggono linfa e sostanza dalla parola di Dio, da Dante, a Goethe, a Thomas Mann, a Ignazio Silone, a moltissimi altri; non eseguiamo più la musica di Buxtehude, Palestrina, Johann Sebastian Bach, Händel, per non citare che alcuni nomi; sopprimiamo Agostino, Lutero, Blaise Pascal, Sören Kierkegaard; abbattiamo ospedali, scuole, biblioteche, orfanotrofi di creazione cristiana; stralciamo dai libri di storia Valdo di Lione, Francesco d’Assisi, i pacifisti anglosassoni dissidenti del Seicento e del Settecento promotori della tolleranza, Henri Dunant, David Livingstone, Albert Schweitzer, Martin Luther King, Nelson Mandela; eliminiamo dalla storia della pedagogia Heinrich Pestalozzi e Jeremias Gotthelf; cancelliamo dalla terra tutte le tracce di Gesù di Nazareth; bruciamo le spighe nate dal seme che Gesù ha gettato nel campo del Signore...
Rimarrebbe un grande e triste vuoto. A ragione Gesù ha potuto dire che il seme che cade nella buona terra produce il cento per uno.

Ma questi sono tutti, o quasi, esempi del passato, un passato anche limpido e luminoso, ma pur sempre passato. Oggi occorre purtroppo ascoltare con attenzione le voci critiche che si levano contro il cristianesimo, perché esse contengono spesso più verità di quella contenuta nelle parole di lode e di elogio: il cristianesimo ha perso la sua carica creativa, è come bloccato, è divenuto sterile, si trova in una situazione simile a quella descritta nella prima parte della parabola: non produce frutto.

C’è bisogno di uomini e donne che vivono in modo coerente con l’evangelo di Gesù Cristo e con il messaggio del sermone sul monte: su questo punto siamo deboli. Emerge qui quell’altra parte della parabola di Gesù, quella in cui si parla del seme caduto lungo la strada, o sul terreno pietroso o tra le spine.
Il nostro stile di vita, le ambizioni che abbiamo per i nostri figli, l’ideale di uomo e di donna che traspare dai nostri volti, dalle nostre case e dalle nostre automobili sono lontani da Cristo. Molte volte siamo istruiti, attivi, presenti nel mondo, spesso onesti e perfino scrupolosi. Ma raramente la nostra anima respira quell’amore per la libertà e la povertà che ci è comunicato da ogni pagina dell’evangelo.

Siamo una comunità seria, ma non siamo una comunità che predica. Abbiamo incaricato i pastori di parlare dai pulpiti, alla radio e alla televisione: a volte esce forse anche una predicazione di livello discreto. Ma quando una predicazione non ha alle spalle una comunità di testimoni, non è più predicazione: è buona e onesta propaganda, informazione culturale, difesa di un’istituzione.
Bisogna ridiventare, o diventare, una comunità di persone la cui preoccupazione centrale è la comunicazione dell’evangelo. Vale più una parola detta in in ufficio o nella ditta o nel treno o al supermercato o all’ospedale che il miglior sermone ascoltato dai 15’000 ascoltatori della meditazione alla radio o alla televisione; o per meglio dire il discorso rivolto ai 15’000 è autentico se dietro il predicatore non c’è semplicemente un’istituzione, ma ci sono uomini e donne, ragazzi e anziani, che fanno fruttificare la parola di Dio nell’incontro con il loro prossimo, dando come unica garanzia la propria persona, piccola, debole, indifesa e contraddittoria, ma reale: perché le persone ricevono l’evangelo solo da altre persone, mai dalle cose, o dalle istituzioni.

Infine, siamo una comunità seria, ma non siamo una comunità che prega. Ma dove prendere il coraggio di parlare di Gesù Cristo al nostro prossimo, se oltre al sermone sul monte non apriamo anche il libro dei Salmi? Che cosa, se non la preghiera, riscoperta nel rumore e nella confusione della società attuale, rivissuta malgrado la superficialità e la stanchezza che afferra la nostra mente e il nostro cuore, che cosa se non la preghiera, il dialogo con Dio e l’ascolto di Dio, può ridarci il respiro necessario, lo slancio per produrre il cento per uno?

Predicare l’evangelo; modificare il nostro stile di vita secondo il sermone sul monte; rinnovare cuori e menti sulla base del libro dei Salmi: chi ha orecchi, dice Gesù nelle parole conclusive della parabola, cerchi di capire.

Il tempo che passa

Non siate in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno. (Matteo 6,34)

Nella Bibbia troviamo numerose indicazioni relative allo scorrere del tempo. Nel libro dei Proverbi, ad esempio, si dice: “Non rallegrarti del domani, perché non sai nemmeno che cosa ti capiterà oggi” (Proverbi 27,1). L’autore si rivolge a chi trascura e disprezza il presente per i miraggi del futuro. Dal canto suo, il salmista aggiunge: “Oggi, se udite la voce di Dio, non indurite i vostri cuori” (Salmo 95,7-8), ricordando che ci sono momenti nel tempo che hanno un valore assoluto perché non si ripresenteranno mai più. Ancora nel libro dei Salmi ci viene suggerito che forse ogni momento ha un valore assoluto: “Facci capire che abbiamo i giorni contati, allora troveremo la vera saggezza” (Salmo 90,12). E infine, quando Gesù si rivolge ai suoi ascoltatori, nel discorso della montagna, dicendo loro: “Non siate in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso, basta infatti a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6,34), oltre a volerli tranquillizzare, intende incoraggiarli a vivere pienamente nell’oggi.

Questi pensieri e queste indicazioni della Bibbia sembrano dunque rivolgerci un generico invito a vivere, come si dice, “alla giornata”. Ma non possiamo dimenticare che c’è un vivere alla giornata prodotto da disorientamento, da stanchezza della lotta e della sofferenza, dall’impossibilità di vedere una soluzione nel groviglio di circostanze sfavorevoli, dalla rinuncia dinanzi alla prospettiva di giorni pesanti, di settimane, di mesi, di anni tutti ugualmente difficili. Inoltre, c’è un vivere alla giornata che è attesa della sera e della notte, attesa del sonno che per qualche ora ci fa dimenticare ciò che ci tormenta, i problemi che non sappiamo risolvere. Il sonno costituisce allora un intervallo che ci fa dire: uno in meno da vivere! E infine, c’è il vivere alla giornata di chi non riesce a liberarsi da un passato ingombrante, e perciò si trova spiazzato nel presente ed è incapace di aprirsi a una visione per il futuro.

No, valorizzare l’oggi non consiste in un vivere alla giornata di questo tipo. Chi vive pienamente la vita “fa suo tutto il tempo”, come affermava il filosofo e politico romano Seneca: il passato col ricordo, il presente con l’impiego, il futuro con la previdenza. Tuttavia, è chiaro che il tempo ha valore, per noi, soltanto nel momento in cui diventa il nostro presente. “Solo l’oggi è nostro: noi siamo morti per il giorno di ieri e non siamo ancora nati per il giorno di domani”, ha detto un pensatore inglese.
Non bisogna confondere tutto questo con la presunta saggezza di chi invita a vivere la vita con moderazione, senza eccedere, per goderla il più a lungo possibile: la monotonia dei giorni felici è forse diversa dalla monotonia dei giorni caratterizzati dalla tristezza e dal dolore? E neppure con la frenesia di chi pretende di compensare con l’intensità la brevità della vita: invece di dare valore all’oggi, l’ansia di vivere lo immiserisce, perché non permette di viverlo in quella pienezza di coscienza che solo la calma produce.

C’è un solo modo per vivere senza logorarsi, senza perdersi e senza essere consumati dal tempo che passa. Esso consiste nell’adoperare il tempo in un continuo lavoro di costruzione di sé stessi per un vivere che è oltre il tempo, e nell’imparare a scorgere la luce in ogni più piccola particella della nostra giornata.
A questo proposito, possiamo ricordare, tutte le mattine e tutte le sere, le parole di una poesia del teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer, scritta nel carcere nazista: “Da potenze benigne meravigliosamente soccorsi, attendiamo consolati ogni futuro evento. Dio è con noi alla sera e al mattino, e senza dubbio, in ogni nuovo giorno”.

Imparare un nuovo giudizio

Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? O come potrai tu dire a tuo fratello: “Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre la trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello. (Matteo 7,1-5)

“Non giudicate e non sarete giudicati”, dice Gesù. Che cosa significa questa indicazione? La Bibbia contiene innumerevoli passi in cui si sottolinea l’importanza del giudizio, della capacità di discernere il bene dal male, del distinguere la verità dalla menzogna. Perché Gesù invita ad astenersi dal giudicare? E, aggiungiamo, come si fa a non giudicare? Come possiamo evitare di giudicare senza isolarci, senza chiuderci la bocca e senza in qualche modo disattivare la mente?

Va detto subito che la Bibbia conosce le colpe, non sogna una società di innocenti, sa che giudici e giudizi saranno sempre in primo piano. E va detto anche che la tradizione cristiana affida al giudizio un ruolo centrale. E allora, ancora una volta, che cosa può voler dire questa proibizione del “giudicare”?Proviamo a leggerla in positivo e vi scopriremo un significato inatteso, che potremmo esprimere così: vedere il bene piuttosto del male, guardare intorno a noi con occhi che sappiano distinguere e distinguersi dalla comune malignità e malvagità, essere capaci di stimare gli altri. Non si tratta di mettere dei paraocchi, né di essere falsi o bugiardi, ma di assumere un atteggiamento che sa che la verità è sempre complessa, che ogni medaglia ha due facce, che anche dall’esperienza più oscura si può trarre qualche spiraglio di luce.

La stima dell’altro è oggi molto rara. Il male dilaga, si trova ovunque e i media lo fanno conoscere e ne amplificano la presenza, mentre stentano a far conoscere il bene che pure c’è. Il male è rumoroso, invadente, prepotente. Il bene spesso è poco appariscente, o si nasconde. Dilaga inoltre anche la voglia di giudizio: ciascuno si sente autorizzato a ergersi a giudice, in famiglia, a scuola, dovunque. Per arginare questa tendenza, e più ancora, per orientare in modo diverso e nuovo le nostre energie, ecco che Gesù invita - in questa specifica circostanza, mediante il suo appello, a “non giudicare” - a stimare, a leggere in modo positivo le speranze, gli sforzi, i tentativi, a non bocciare a priori quello che è ancora incerto, giovane, fragile, soprattutto diverso.

Pensandoci bene, è proprio sul diverso che si esercita quasi sempre il giudizio negativo, è l’altro da me che sono tentato di condannare. È qui, invece, che si deve applicare con maggiore impegno l’indicazione evangelica del “non giudicare”: aprirsi, disporsi positivamente, evitare la condanna affrettata. La lezione sulla stima dell’altro è dunque allo stesso tempo una condanna dell’ipocrisia: attento alla trave nel tuo occhio, mentre giudichi la pagliuzza nell’occhio altrui; attento alla tua voglia di incolpare l’altro, che molto spesso non è che un tentativo di discolpare te stesso.

Siamo troppo spesso assorbiti dall’assolvere e dal condannare, vi spendiamo troppe energie e troppo tempo. Bisogna invece fare, approfittare del tempo che ci è dato per intervenire in modo costruttivo. Evitiamo di fare dei rapporti umani una continua chiamata in giudizio davanti a un enorme e diffuso tribunale. Vale per la società nel suo insieme, vale per le religioni, vale per ogni singolo individuo. Facciamone l’indicazione con la quale proseguire il cammino in questo anno cominciato da poche settimane.

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L'amore è una lotta

Ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza. Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho amore, divento un rame risonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho amore, non sono nulla. Anche se distribuissi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri e dessi il mio corpo a essere arso, se non ho amore, non mi gioverebbe a niente.
L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non sospetta il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
L'amore non verrà mai meno. Quanto alle profezie, esse saranno abolite; quanto alle lingue, esse cesseranno; quanto alla conoscenza, essa sarà abolita, poiché noi conosciamo in parte e in parte profetizziamo, ma, quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte sarà abolito. Quand'ero fanciullo, parlavo da fanciullo, pensavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo, ma, quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da fanciullo. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò appieno, come anche sono stato appieno conosciuto.
Ora, dunque, queste tre cose durano: fede, speranza e amore, ma la più grande di esse è l'amore. (1 Corinzi 12,31-13,13)

“Ora vi insegno qual è la via migliore”, dice l’apostolo. E l’indicazione che egli ci dà è semplice: la via migliore è quella dell’amore.
Una vita ha senso e valore solo finché in essa c’è amore; viceversa, una vita non è niente, e non ha alcun senso e valore, se in essa non c’è amore.
Una vita ha tanto valore, quanto amore. Tutto il resto è secondario.

A confronto con l’amore, felicità e infelicità, povertà e ricchezza, orgoglio e vergogna, patria e terra straniera sono poca cosa. E che cos’è una vita piena di disciplina, di onore, di rispettabilità, a confronto di una vita nell’amore? E che cos’è una vita piena di religiosità, di morale, di sacrificio e di rinuncia, se non è una vita nell’amore?
Lo afferma con forza anche l’autore del Cantico dei Cantici (8,6): “Forte come la morte è l’amore”.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’apostolo dice cose che già sapevamo! È vero, dire queste cose non è una novità. L’unica novità è farle.
Ebbene, non è un caso che l’apostolo parli dell’amore come di una via, cioè di un cammino da percorrere, non di un insegnamento da dare: in tutta la Bibbia non c’è mai l’invito a predicare l’amore, ma sempre e solo a camminare nell’amore. La novità non è l’amore predicato, ma l’amore praticato.

Ma c’è anche un altro aspetto sorprendente in questi primi versetti del capitolo 13, qualcosa di ancora più radicale. Paolo dice: “Se parlassi tutte le lingue... se conoscessi tutti i misteri... se avessi tutta la fede... se distribuissi tutti i miei averi... se non ho amore, non sono nulla”. Non dice: non ho nulla, ma: non sono nulla!
Questo ci dice l’apostolo: puoi avere tutto, ed essere nulla. È la più grande contraddizione che si possa immaginare: avere tutto ed essere nulla, perché questo tutto, che hai, poggia su questo nulla, che sei!

Ma andiamo avanti, e chiediamoci: che cosa significa amare? L’apostolo dà delle linee di risposta, che cerchiamo di mettere in luce.

Innanzitutto colpisce la lunga serie di negazioni. L’amore “non invidia, non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non sospetta il male, non gode dell’ingiustizia”.
Leggiamo e comprendiamo il testo con attenzione: Paolo non dice quello che l’amore non è, bensì quello che non fa. Amare significa infatti non fare tante cose. Subito pensiamo: Ma è troppo poco, amare significa anzitutto fare! No, amare significa anzitutto non fare certe cose.
L’amore non è solo slancio verso l’altro, è anche e prima di tutto controllo di sé; è una specie di opposizione a noi stessi, di lotta contro noi stessi. Per amare l’altro, devo anzitutto disciplinare me stesso. E a che cosa tende questa disciplina su sé stessi per poter amare l’altro? Tende in fondo a una cosa sola: a non strumentalizzare l’altro. Questa è la prima indicazione: amare significa non fare tutto ciò che strumentalizza l’altro. In termini positivi diremo: l’amore è l’accettazione radicale dell’altro, e il contrario dell’amore è la negazione dell’altro.

La seconda indicazione viene dalle affermazioni in positivo: l’amore “gioisce con la verità, soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa”. Qui ciò che colpisce è la varietà delle manifestazioni dell’amore. L’amore gioisce, l’amore soffre. L’amore crede, l’amore spera. L’amore è paziente, l’amore è impaziente. L’amore è benigno, l’amore è esigente. Sembrano termini perfino in opposizione tra loro.
Ciò che Paolo vuole sottolineare è una seconda indicazione relativa all’amore: l’amore ha mille nomi, il suo nome è sempre un altro. L’amore cambia nome, questa è la sua caratteristica fondamentale.
La debolezza del nostro amore è che non cambia mai nome. Si chiama forse pazienza, ma mai impazienza. Si chiama forse sofferenza, ma mai gioia. Si esprime come benevolenza, ma mai come intransigenza. I nostri amori sono deboli perché sono monotoni, ripetitivi, sempre uguali. Imparare ad amare significa imparare i molti nomi dell’amore.
L’amore non è né cieco né neutrale: sa distinguere la verità dalla menzogna, l’iniquità dal diritto, la libertà dall’oppressione, la giustizia dall’ingiustizia.
L’amore sopporta ogni cosa, ma non approva ogni cosa; è paziente e benigno, ma non è qualunquista. Secondo la situazione, l’amore sceglie il suo nome, ed è un nome di battaglia, perché su questa terra amare significa lottare.
Noi conosciamo l’amore come dono, come accoglienza e comprensione, ma conosciamo e pratichiamo pochissimo l’amore come lotta. È nel contesto della lotta che l’amore prende i suoi vari nomi di battaglia.
Dove c’è oppressione, l’amore si chiamerà resistenza. Dove c’è menzogna, si chiamerà verità. Dove c’è fame, il nome dell’amore sarà pane. Dove c’è esclusione, il nome dell’amore sarà comunione. Dove c’è solitudine, l’amore si chiamerà compagnia. Dove ci sono blocchi militari, l’amore si chiamerà disarmo.
Occorre lottare affinché l’amore non si appiattisca, non diventi monotono.

La terza indicazione scaturisce da una constatazione: i nostri amori vengono meno. La nostra vita è piena di amori finiti, dimenticati, abbandonati. Quanto è facile che i nostri amori vengano meno. Se l’apostolo pensasse a noi e ai nostri amori, non direbbe: “L’amore non verrà mai meno”.
L’apostolo dice questo perché pensa a Dio. L’amore non verrà mai meno perché Dio non verrà mai meno.
E qui diventa del tutto chiaro perché l’amore è più grande: perché Dio è più grande, e Dio non è fede, Dio non è neppure speranza, Dio è amore.
Ecco perché la via indicata da Paolo è la via per eccellenza, la via migliore: perché è la via di Dio.

Proprio in questo contesto l’apostolo introduce il discorso del bambino che diventa uomo. “Quando ero bambino, pensavo da bambino... Da quando sono un uomo ho smesso di agire così”. Il che vuol dire: è l’amore che ti fa crescere e ti fa diventare uomo.
È bello e significativo che Paolo dica “quando sono diventato uomo”, e non “quando sono diventato cristiano”. È un messaggio cristiano nella sostanza, ma laico nel linguaggio.
Dunque: finché non ami, non sei ancora divenuto un uomo. Solo l’amore ci rende umani. L’amore è la più grande forza nel combattimento per la nostra umanizzazione.

La buona notizia di Dio

(Genesi 1,1-2,25)

Nei primi due capitoli del libro della Genesi troviamo due racconti della creazione. Il primo si distingue per essere articolato in sette momenti, corrispondenti ai sei giorni della creazione più un giorno di riposo; il secondo, diverso e più breve, è costruito intorno alla creazione dell’uomo e della donna posti a vivere nel giardino dell’Eden.

Tra le cose che ci colpiscono nel primo racconto c’è certamente una parola ripetuta più volte come un canto di gioia: «E Dio vide che era bello... era davvero molto bello».

Spesso, noi cristiani abbiamo guardato al creato con una certa diffidenza, come se la natura fosse un palcoscenico inanimato, una scenografia distante o, peggio, una massa di beni da consumare a nostro piacimento.
Abbiamo dimenticato che la creazione è il primo libro scritto da Dio, la prima grande “buona notizia” della storia. Essa è il luogo in cui Dio ha deciso di manifestarsi.
Se vogliamo guarire la nostra relazione con la Terra, ferita da una crisi ambientale senza precedenti, dobbiamo riscoprire tre grandi verità che il Vangelo e la tradizione biblica ci consegnano.

La prima verità è racchiusa nelle nostre stesse origini. La Genesi ci dice, nel secondo racconto della creazione, che il nome dell’essere umano, Adam, ha la stessa identica radice di Adamá, che in ebraico significa “il suolo”, la terra.
L'uomo non è un essere alieno caduto sul pianeta, bensì un terrestre. Siamo fatti di polvere del suolo (Genesi 2,7), impastati della stessa materia delle stelle, delle colline, dei prati, dei pascoli, dei fiumi e torrenti, delle montagne. Condividiamo con gli animali la stessa identica benedizione originaria della vita.
Questo non toglie nulla alla nostra dignità spirituale, ma ci rimanda a una solidarietà universale. Non siamo i padroni assoluti della Terra, ma siamo co-creature tra le creature.
Dovremmo avere il coraggio di aggiornare il comandamento dell'amore dicendo: «Ama la terra come te stesso», perché la terra siamo noi.
E dovremmo ricordare che quando feriamo il suolo, i fiumi e l'aria, stiamo ferendo noi stessi.

La seconda verità ci viene dal modo in cui Gesù abitava questo mondo. Se leggiamo i Vangeli, scopriamo che Gesù è stato un meraviglioso contemplativo della creazione. Egli non ha mai guardato alla natura con l'occhio del predatore o del capitalista che calcola il profitto.
Gesù sapeva fermarsi. Sapeva guardare gli uccelli del cielo che non seminano e non mietono; sapeva contemplare i gigli del campo nella loro bellezza gratuita: “Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non raccolgono e non mettono il raccolto nei granai. Eppure, il Padre vostro che è in cielo li nutre! Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti. Eppure, vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello!” (Matteo 6, 26.28-29).
Gesù conosceva il ritmo delle stagioni, il mistero del seme che muore nella terra per portare frutto, il vento che soffia dove vuole.
Da questo ascolto attento e innamorato del creato, egli ha tratto le parabole per parlarci del Regno di Dio. Per Gesù, nulla era banale o di scarto: persino un piccolo passero è custodito dallo sguardo del Padre: “Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure, nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio.” (Luca 2,6).

Infine, dobbiamo fare chiarezza su quel mandato della Genesi che per secoli è stato drammaticamente travisato: l'invito a “dominare” la terra.
Nel linguaggio della Bibbia, il dominio non è mai dispotismo, tirannia o saccheggio. L'uomo è chiamato a esercitare la sua responsabilità nello stesso modo in cui Dio esercita la sua regalità: cioè attraverso la cura, il servizio e la protezione.
Il testo biblico parla chiaro: l'essere umano è posto nel giardino del mondo per «coltivare e custodire» (Genesi 2,15). Custodire significa proteggere qualcosa che non ci appartiene.
Noi non siamo i proprietari della Terra; il proprietario è il Signore. Noi siamo soltanto amministratori, ospiti di passaggio, chiamati a consegnare questo giardino fiorito e vivibile alle generazioni che verranno dopo di noi.

La crisi ecologica che stiamo vivendo non è semplicemente un problema politico, economico o scientifico. È, prima di tutto, una profonda crisi spirituale. È il frutto del nostro egoismo, del nostro consumismo sfrenato, dell'illusione di poter essere felici da soli, accumulando merci e distruggendo la vita attorno a noi.
Il Signore ci chiama a una vera e propria conversione ecologica, che è conversione del cuore. Ci chiede di passare dal consumo allo stupore, dal possesso al rispetto, dall'arroganza alla sobrietà.
Ascoltiamo il grido della terra, che è lo stesso grido dei poveri e dei dimenticati di questo mondo. E camminiamo insieme a tutta la creazione che, come ci ricorda l’apostolo Paolo, ancora oggi «soffre e geme nelle doglie del parto» (Romani 8,22), in attesa di quel giorno in cui Dio sarà tutto in tutti e la Terra sarà finalmente guarita, riconciliata e salva.

La calma, la forza, la fiducia

Così aveva detto il Signore, il Santo d'Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!
Avete detto: «No, noi galopperemo sui nostri cavalli!» E per questo galopperete! E: «Cavalcheremo su veloci destrieri!» E per questo quelli che v'inseguiranno saranno veloci! […]
Guai a quelli che scendono in Egitto in cerca di soccorso, hanno fiducia nei cavalli, confidano nei carri, perché sono numerosi, e nei cavalieri, perché sono molto potenti, ma non guardano al Santo d'Israele e non cercano il Signore! (Isaia 30,15-16. 31,1)

Il profeta Isaia scrive queste parole mentre il popolo d’Israele attraversa un momento di grave crisi. Un esercito sta avanzando, da oriente, e l’unica soluzione che il suo re, i suoi ufficiali, i suoi ministri sono in grado di indicare consiste in un’alleanza militare con un vicino potente: andiamo a chiedere aiuto all’Egitto – soldi e soldati, carri e cavalli.

Isaia critica quella politica di alleanze, perché ritiene che essa sia il frutto della mancanza di fede in Dio. Il profeta ribadisce che solo Dio, il quale conduce – a volte, è vero, misteriosamente – la storia e guida il suo popolo, è fonte affidabile di forza, mentre da tutti gli altri possibili alleati non c’è da aspettarsi altro che delusioni.

Pur se scritte molti secoli fa e certamente non riferite a noi, le parole di Isaia meritano di essere meditate anche oggi. Anche noi e le nostre chiese siamo confrontati con problemi gravi, per certi versi simili a quelli affrontati dal popolo d’Israele ai tempi del profeta.
Pensiamo alla responsabilità morale che pesa sulle chiese di fronte al conflitto in Ucraina. Pensiamo alle responsabilità che pesano sulle chiese di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania. Pensiamo alla responsabilità di annunciare l’evangelo a milioni di persone che non lo ascoltano, o lo fraintendono, o semplicemente lo rifiutano.

Dove prendere la forza per affrontare queste difficoltà? Come non sprofondare in un senso di rassegnata impotenza? Dove prendere l’autorità, o l’autorevolezza, di parlare al mondo e alla società di oggi?

La parola di Isaia vieta di cercare l’autorità mediante una politica di alleanze. Non dobbiamo appoggiarci su questa o quella potenza del mondo, su questa o quella ideologia, su questo o quel sistema economico, o tecnologico, o politico per dare peso a ciò che facciamo e diciamo.
Perché? Perché se lo facessimo saremmo costretti a seguire la sorte di quelle stesse potenze: molte menzogne, poca verità, e alla fine il tramonto e una sconfitta anche morale.

Se la forza non può venire da un’alleanza con una potenza esterna, dobbiamo cercarla forse dentro di noi? Alcuni sono fermamente convinti che la chiesa debba avere un’autorità umanamente riconoscibile e riconosciuta: denaro e prestigio, gerarchia e ubbidienza devono renderla “competitiva”. O, come si è ripetuto durante la pandemia, in particolare in ambito di lingua tedesca, la chiesa deve tornare a essere “systemrelevant”, vale a dire essere riconosciuta come un attore significativo, addirittura essenziale, per il funzionamento della società.
Secondo questo modo di vedere, la gloria di Dio deve in qualche modo rispecchiarsi nella sua forza: una chiesa che si organizza in modo tale da essere autorevole verso l’esterno, e autoritaria al suo interno.

Altri invece pensano che il segreto della forza della chiesa non vada cercato né nelle sue capacità organizzative, né nelle sue capacità intellettuali: la chiesa deve imporsi con la serietà del suo pensiero, con la sua capacità di ascolto e di dialogo, con il suo spirito di ricerca.
In realtà, ogni volta che la chiesa si guarda onestamente allo specchio, non scopre in sé né forza né sapienza, ma piuttosto contraddizioni e peccati. Se guarda sé stessa alla luce della parola di Dio, è costretta a ravvedersi, come dice il profeta, riferendo una parola di Dio: “Nel tornare a me starà la vostra salvezza”.

Una chiesa e un credente che si ravvedono, possono abbandonarsi con fiducia alla grazia e alla guida di Dio: questa è la vera fonte di forza. L’autorità, o l’autorevolezza, non dipende dalle alleanze strette dalla chiesa, né dalla sua organizzazione, né dalla sua sapienza: essa dipende dalla sua capacità di ravvedimento.
Chi è capace di ravvedimento trova il perdono, e insieme al perdono anche lo Spirito di Dio, che dona nuova forza.

Bisogna avere il coraggio di scendere nel profondo, per trovare questa forza; o, per usare le parole di Isaia: “Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”. È così che riceveremo anche autorevolezza, perché dal silenzio della chiesa penitente nasce la parola profetica: allora non esporremo più al mondo le nostre convinzioni, le nostre decisioni, ma una parola che viene da lontano, e opera nel profondo.

“Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”: più saremo semplici e più saremo forti, come quei “puri di cuore” di cui parlava Gesù. L’umanità ha bisogno, oggi più che mai, di uomini e donne dal cuore puro e dalla mente chiara. Questi hanno autorità e autorevolezza: gli altri hanno soltanto potere, come gli egiziani del tempo di Isaia.

Certo, molte volte la parola dei “puri di cuore” non è ascoltata, o viene riconosciuta solo con molto ritardo. Ma che importa? “Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza”. Nessuna autentica testimonianza va mai perduta. Nessuna. Mai.

La domanda di Pasqua

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo». Pietro e l'altro discepolo uscirono e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. (Giovanni 20,1-10)

Pasqua si annuncia solitamente con un grido: il Signore è risuscitato. Ma se ci rivolgiamo al Nuovo Testamento, vediamo che le cose non stanno propriamente così. Pasqua comincia con una domanda. La domanda di Maria Maddalena davanti alla tomba vuota: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano portato”. La Pasqua inizia così, con la scomparsa di Gesù.
La chiesa di Pasqua è quella che grida: Gesù è scomparso! Presto, andiamo a cercarlo! La chiesa diventa chiesa perché non ha più Gesù, perché deve mettersi sulle sue tracce, perché si mette in cammino per andarlo a cercare. La chiesa di Pasqua non possiede Gesù, è una chiesa che lo cerca.

Ma dove andarlo a cercare, questo Gesù che è scomparso? Ecco due possibili piste.
La prima porta a cercarlo negli antichi testi che riferiscono tracce delle sue parole, dei suoi detti, delle sue azioni. La prima pista consiste dunque nell’ascolto della Scrittura: perché là dove la sua parola è ascoltata, Gesù di Nazareth continua a vivere.
La seconda pista porta verso quei luoghi e quelle persone che Gesù stesso frequentava e nei quali diceva che poteva essere trovato: i più piccoli, i più umili, i più semplici. Gesù si trova tra quelli che hanno fame e sete, fame e sete di un po’ di umanità, tra quelli che sono privati della libertà, tra i disperati, tra gli emarginati, tra i poveri, gli esclusi. Perché il regno di Dio appartiene a loro.
Ricordate il colloquio di Gesù con chi gli chiedeva dove fosse possibile incontrarlo? Ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; nudo, e mi rivestiste; fui malato, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi. E quelli gli chiesero: Signore, quando mai ti abbiamo visto aver fame, o aver sete? Quando mai ti abbiamo visto straniero, o nudo, o malato, o in prigione? Ma rispondendo disse: In quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me.

La chiesa di Pasqua non ha Gesù, non lo possiede, ma lo cerca per poterlo ascoltare di nuovo. La chiesa di Pasqua è dunque una chiesa che cerca. Se non è questo, non è più la chiesa di Pasqua. Se non è questo, forse non è più nemmeno la chiesa di Gesù. Quando fa affidamento solo su sé stessa, quando pretende di essere il metro di ogni cosa, quando smette di essere in ricerca e si sente sicura di ciò che possiede, non è più la chiesa del mattino di Pasqua.
La chiesa di Pasqua è una chiesa senza frontiere, senza barriere, senza un rigido elenco di chi è dentro e di chi è fuori, accogliente, non invadente. È una chiesa che accetta di avere un carattere provvisorio, in movimento, in ricerca. Una chiesa che guarda in avanti, che cerca di essere là dove ci sono tracce del passaggio di Gesù.

Credere nel messaggio di Pasqua vuol dire alzarsi, ogni mattina, e fare proprio il grido di Maria Maddalena: Gesù è scomparso. E di conseguenza porsi, ogni giorno, la domanda: dove mi attende, oggi, quel Gesù che è scomparso, ma che è ancora vivo? Dove vuole che io investa il mio tempo, le mie forze, la mia intelligenza, il mio cuore? Dove posso andarlo a cercare?
Non dimentichiamo l’annuncio di Pasqua: è scomparso, andiamo a cercarlo. Questa è l’aurora di un nuovo mondo, questo è il radioso mattino di Pasqua.

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La fede che cerchiamo

Gesù raccontò una parabola per insegnare ai discepoli che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai. Disse: “C'era in città un giudice che non rispettava nessuno: né Dio né gli uomini. Nella stessa città viveva anche una vedova. Essa andava sempre da quel giudice e gli chiedeva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
'Per un po' di tempo il giudice non volle intervenire, ma alla fine pensò: 'Di Dio non mi importa niente e degli uomini non mi curo: tuttavia farò giustizia a questa vedova perché mi dà ai nervi. Così non verrà più a stancarmi con le sue richieste''.
Poi il Signore continuò: 'Fate bene attenzione a ciò che ha detto quel giudice ingiusto. Se fa così lui, volete che Dio non faccia giustizia ai suoi figli che lo invocano giorno e notte? Tarderà ad aiutarli? Vi assicuro che Dio farà loro giustizia, e molto presto! Ma quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”
(Luca 18,1-8)

La parabola termina con una domanda. Si tratta di un fatto piuttosto insolito: in genere le parabole non terminano con una domanda. E qui si tratta addirittura di una domanda posta da Dio.
Noi non siamo abituati al fatto che Dio ci ponga delle domande. Di solito siamo noi che poniamo delle domande a Dio. Nella Bibbia, tuttavia, Dio a volte pone delle domande all'essere umano.

Lo fa ad esempio in uno dei primi racconti del libro della Genesi, dopo che Caino ha ucciso suo fratello Abele. All’indomani di quel primo omicidio, Dio chiede a Caino: “Dove sei?”. In altre parole, Dio chiede all'essere umano dove si sia nascosto, dove stia fuggendo. Caino non vuole fare i conti con Dio, e non vuole fare i conti nemmeno con sé stesso, non vuole guardare in faccia la realtà.
Anche noi, a volte, come Caino, non vogliamo fare i conti con Dio, ma nemmeno con noi stessi.
La domanda che Dio pone a Caino è ripetuta, attraverso i secoli e i millenni, a tutta l'umanità. È una domanda che vuole porre fine alla nostra fuga, è una domanda che rimanda alla nostra responsabilità.

Un'altra domanda posta da Dio la troviamo nel libro di Giobbe, un uomo innocente sul quale la sorte si accanisce. Giobbe vorrebbe sapere il perché della sua sofferenza e perciò pone delle domande a Dio. Dio lo ascolta pazientemente, finché a un certo punto gli chiede: “Ma tu, dov'eri tu quando io fondavo la terra”?
È come se Dio volesse ricordare a Giobbe la differenza che c'è tra l'essere umano e Dio, tra il creatore e la creatura.
È una domanda che interpella anche noi, che abbiamo perso il senso della misura e il senso di ogni limite.
Noi, come singoli individui e come società, corriamo il pericolo di confondere l'essere umano con Dio, di non riconoscere più la differenza tra il bene e il male, di non sapere più distinguere la verità dalla menzogna, di non più vedere il confine che c'è tra la vita e la morte.

E poi c'è la domanda che viene posta, nel nostro testo, al termine della parabola di Gesù riportata da Luca: “Quando il figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra”?
Gesù non chiede se troverà religione o religioni, non chiede neppure se troverà la chiesa o le chiese, non chiede nemmeno se troverà amore (che forse sarebbe ciò che noi chiederemmo come prima cosa), non chiede se troverà la vita che Dio ha creato e che noi così spesso disprezziamo.
Non religione, dunque, non chiesa, non amore, non vita, e nemmeno – potremmo aggiungere – giustizia, pace, fraternità, solidarietà e così via. Gesù chiede se troverà fede.

Per Gesù la fede è centrale, addirittura più importante di tutte quelle altre cose. In questa parabola sembra riprendere quanto detto già dal profeta Isaia, e cioè che “senza fede non si può sussistere”.

Ora, Gesù è già venuto una volta sulla Terra, ha già cercato la fede. E che cosa ha trovato? Ha trovato, possiamo dire, la fede che non cercava. E non ha trovato invece la fede che cercava. Ha trovato tanta fede, fin troppa: il mondo è pieno di fedi. Ma non ha trovato la fede che lui cercava.

Ha trovato la fede di Caiafa, il quale credeva nella legge. La legge in cui Caiafa crede è la legge che respinge e condanna Gesù. Caiafa, sommo sacerdote, è infatti tra quelli che decidono di consegnarlo ai romani affinché lo eliminino.
Quella di Caiafa è fede nella legge, ma Gesù non ha insegnato l'amore per la legge, bensì la legge dell'amore.

Quando Gesù è venuto sulla Terra, ha trovato anche la fede di Qumran, cioè la fede di quel movimento religioso severo e integralista che viveva sulle rive del Mar Morto e di cui sono stati trovati gli scritti conservati in anfore sepolte nelle grotte. La fede di Qumran è una fede che divide il mondo in due: da un lato i figli della luce, dall'altro i figli delle tenebre.
Ma Gesù non ha insegnato una simile divisione. Gesù ha accolto pubblicani e peccatori, non ha predicato la guerra santa bensì l'evangelo della riconciliazione e del perdono.

Gesù ha trovato anche una terza fede, quando è venuto sulla Terra. Ha trovato la fede di Roma, la fede nella forza armata, la fede nel diritto, la fede nella forza della civiltà romana. È una fede molto diffusa anche nel nostro tempo, in cui il continente europeo è attraversato da appelli al riarmo, da proclami a favore dell'uso della forza, dal ricorso alla forza militare per piegare gli altri al proprio volere.
Ma Gesù non ha parlato della fede nella propria forza, bensì della fiducia nella forza che proviene da Dio.

Quando Gesù e venuto in questo mondo non ha trovato fede nemmeno tra i suoi. Ricorderete la sua amara constatazione: “Nessuno è profeta in patria”.
Gesù non ha trovato fede nemmeno a Gerusalemme, e infatti ha pianto sulla città e sulla sua incredulità.
Non ha trovato fede tra i suoi discepoli: non per nulla sul campanile di molte chiese è posto ancora oggi un gallo a ricordare il tradimento di Pietro, il quale non è stato capace di conservare la fede in Gesù.

E paradossalmente, Gesù ha trovato fede in un romano, un centurione, del quale ha detto: “In nessun altro ho trovato tanta fede come ho trovato in lui”.

Nel nostro mondo ci sono fedi granitiche, che non amano le domande. Sono fedi religiose, ma anche politiche, fedi tecniche, ma anche economiche, che pretendono di essere assolute.
Non sono il tipo di fede che Gesù cercava, perché queste fedi rendono gli uomini aggressivi, violenti e intolleranti. Sono fedi che non producono amore, ma odio, non pace, ma guerra, non vita, ma morte.
Gesù ha insegnato una fede che sa anche trasgredire, non solo obbedire. Gesù, infatti, trasgredisce la legge del sabato. Egli dice che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato. Non sempre la nostra fede è abbastanza coraggiosa da essere una fede che sa anche disobbedire. Troppe volte la nostra fede è una fede timida.

La domanda posta dalla parabola non è dunque, a ben vedere, se Gesù, quando tornerà, troverà fede, bensì quale fede troverà.

Possiamo dire qualcosa a proposito della fede che Gesù vorrebbe trovare? Sì, possiamo. Gesù vorrebbe trovare la fede della vedova della parabola. Una fede che non si rassegna all'ingiustizia, non accetta l'ingiustizia, non si arrende all'ingiustizia. Una fede che sa indignarsi e non dà tregua al potere arrogante.
E ancora, una fede che non ci rende freddi e insensibili, bensì vulnerabili perché sensibili al dolore altrui, alle necessità altrui, e alla parola di Dio. Quella fede non consiste solo in un sapere, in una conoscenza, ma anche e soprattutto in vulnerabilità e apertura.

Possiamo allora riformulare la domanda della parabola chiedendoci: “Quando il figlio dell'uomo tornerà, troverà chi gli apre la porta?”