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Bibbia

Servire o dominare

Tra i discepoli sorse una discussione per stabilire chi tra essi doveva essere considerato il più importante. Ma Gesù disse loro: “I re comandano sui loro popoli e quelli che hanno il potere si fanno chiamare benefattori del popolo. Voi però non dovete agire così! Anzi, chi tra voi è il più importate diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve. Secondo voi, chi è più importante: chi siede a tavola oppure chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure, io sto in mezzo a voi come un servo. Voi siete quelli rimasti sempre con me, anche nelle mie prove. Ora, io vi faccio eredi di quel regno che Dio, mio Padre, ha dato a me. Quando comincerò a regnare, voi mangerete e berrete con me, alla mia tavola. E sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù del popolo d'Israele”.
(Luca 22,24-30)

“Chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve”, dice Gesù.
Un altro grande personaggio dell’antichità, il filosofo greco Platone, la pensava tuttavia diversamente. Egli si chiedeva: “Come può essere felice una persona che deve servire gli altri?”. E concludeva: “Chi serve è sottomesso, non è libero; solo chi è libero può essere veramente felice”.

Nel corso della storia dell’umanità sembra che non si siano affermate le parole di Gesù, bensì quelle di Platone. Da sempre, in ogni cultura, gli esseri umani hanno preferito come ideale di vita non il servizio, ma il dominio.

Anche nella nostra società occidentale, pur plasmata dalla cultura ebraico-cristiana, predomina l’idea che la felicità si ottiene attraverso il dominio, la supremazia, la superiorità.
Pensiamo alla sete di potere e al desiderio di comandare stampato sulle facce di tanti nostri contemporanei, ma pensiamo anche alla più modesta richiesta di poter raggiungere la felicità personale, o alla realizzazione di sé stessi, così fortemente presente nel nostro tempo.

Nella Bibbia Dio viene presentato non solo come colui che ama essere in compagnia delle sue creature. Ci viene detto anche che colui che è al di sopra di ogni legge e al quale nessuno può dare ordini ha deciso di assumere la forma del “servitore”.

Nel Nuovo Testamento la parola “servizio” è chiamata “diaconia”, il “servitore” è chiamato “diacono”. E “diacono” è uno dei titoli di Cristo.

Nel nostro testo Gesù dice: “Io sto in mezzo a voi come un servo”, cioè appunto come un “diacono”.

Dio è fedele a questo suo modo di essere: nessuna freddezza da parte nostra e nessuna ingratitudine può spingerlo a cambiare idea. Noi possiamo essere dei servitori infedeli, ma Dio non è mai infedele nei nostri confronti. Quando Gesù dice “Chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve”, non fa altro che dirci: “Siate come me! Imitate il mio modo di essere”.

Certo, è vero, la parola di Gesù sul servizio è ignorata da molti. Ma ciò non significa che essa sia meno vera o la sua applicazione meno attuale. Al contrario.
Proviamo a immaginare una società in cui regnasse questo principio dell’evangelo, dove Dio fosse riconosciuto come il Signore e gli esseri umani si amassero e servissero gli uni gli altri.
Proviamo a immaginare una società in cui nessuno si senta escluso: dove chi è solo trovi una persona che l’accoglie, l’afflitto sia consolato, gli ammalati si sentano circondati di cure, chi ha dei dubbi sia fortificato, chi ha perso la propria casa e la propria patria le ritrovi, chi è nel bisogno sia aiutato e soccorso, i nemici siano riconciliati, i peccatori e le peccatrici siano perdonati.
Proviamo a immaginare una società dove si preghi gli uni per gli altri e l’amore di Cristo non sia predicato a parole soltanto, ma venga vissuto ed esteso a tutti, dentro e fuori la chiesa, in atti concreti di solidarietà, comprensione, perdono.
Proviamo a immaginare tutto questo e altro ancora. E chiediamoci: non vale la pena affrontare disagi e difficoltà per essere fedeli a questa scelta?

Se la speranza e l’amore non si devono estinguere completamente in questo nostro tempo, è necessario che ci siano donne e uomini che continuano a professare con decisione la fede in colui che ha voluto essere il diacono dell’umanità.

Finché ci saranno persone che vivono concretamente questa scelta, il cristianesimo sopravviverà. Se questa scelta verrà meno, la causa cristiana ne risulterà indebolita.

Il compito che ci sta davanti è impegnativo e difficile. Ma non dimentichiamoci della parola detta dall’apostolo Paolo: “Io posso ogni cosa in Cristo che mi dà la forza” (Filippesi 4,13).

Sete e fame di Dio

[Gesù] lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea. Ora doveva passare per la Samaria. Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; e là c'era la fonte di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso la fonte. Era circa l'ora sesta.
Una donna della Samaria venne ad attingere l'acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.) La donna samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva». La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest'acqua viva? Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna». La donna gli disse: «Signore, dammi di quest'acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere». Egli le disse: «Va' a chiamare tuo marito e vieni qua». La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: "Non ho marito"; perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; ciò che hai detto è vero». La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare». Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annuncerà ogni cosa». Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»(Giovanni 4,3-26)

Le vicende storiche dell’antico Israele avevano prodotto una situazione geografica e religiosa paradossale: nel Sud della Palestina c’era la Giudea, ebraica, fedele alla legge e raccolta intorno alla sua capitale – Gerusalemme – e al suo tempio.
Nel lontano Nord – riconquistato al tempo delle guerre d’indipendenza condotte dai Maccabei – c’era un altro blocco ebraico: la Galilea, guidata dai dottori della legge, gli scribi e i farisei.
In mezzo c’era un’ampia regione mista di cultura e di religione: la Samaria. In passato quella era stata una terra di patriarchi e di profeti, ma ora i suoi abitanti erano considerati dai giudei come eretici e pericolosi: un buon ebreo non avrebbe mai rivolto la parola a un samaritano, e se fosse dovuto andare dalla Giudea alla Galilea avrebbe preferito fare un lungo giro dal deserto, pur di evitare quella terra impura.
I samaritani invece sostenevano di essere i più fedeli interpreti della legge di Mosè, e avevano perfino costruito un proprio santuario – in concorrenza con il tempio di Gerusalemme – sul Monte Garizìm, dove tenevano il loro culto.
Su di un punto solo ebrei e samaritani erano d'accordo: le donne dovevano starsene in casa, zitte e sottomesse.

Gesù rompe tutte queste barriere: deve andare dalla Giudea alla Galilea, e senza pensarci su due volte, passa dritto attraverso la terra maledetta. Forse perché è un ribelle, un provocatore, uno che ha il gusto della trasgressione? No, ma perché egli sente di avere dentro di sé un'autorità, una forza sufficiente per portare la buona notizia in tutto il mondo. E allora va, e lungo la strada, in una giornata calda e afosa, si siede a riprendere un po’ di respiro.
Mentre lui è lì che si asciuga il sudore, arriva una donna a prendere dell'acqua dal pozzo di Giacobbe. A quell'epoca nessuna donna per bene si sarebbe azzardata a uscire da sola, a mezzogiorno, in aperta campagna. Si deve dunque trattare di una donna poco raccomandabile.
Un ebreo normale, a questo punto, sarebbe fuggito. Oppure, se non fosse scappato, avrebbe scaricato addosso alla malcapitata una bella lezione di ortodossia giudaica: il pozzo di Giacobbe ricorda le tradizioni ebraiche, quelle vere; tu, donna samaritana scostumata, sei la dimostrazione che, quando si abbandonano le sane tradizioni ecclesiastiche, presto o tardi anche l'integrità morale degli individui e della società viene compromessa. Ma Gesù, invece di tenere una predica, apre un dialogo con questa donna. E non comincia dai suoi peccati, bensì dai suoi bisogni: l'acqua.

Poi, rapidamente, il tono del discorso sale, Gesù incalza la donna, e affronta quello che ritiene essere il nodo centrale: stiamo parlando di acqua di fonte, ma il tuo problema è un altro: è l'acqua viva, la “fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna”. In altre parole, il tuo problema, dice Gesù alla samaritana non è quella vita materiale che tanto ti preoccupa. Il tuo problema è lo Spirito. Tu donna samaritana sei prigioniera dei tuoi doveri e dei tuoi piaceri, dei tuoi odi e dei tuoi amori, e non ti rendi conto che di una cosa sola hai veramente bisogno: che l'aridità della tua vita sia trasformata dalla freschezza dello Spirito, come una nuova fonte trasforma il deserto in un giardino.
A questo punto, la donna samaritana di ieri e di oggi non segue più il discorso di Gesù, non lo capisce. Perché non è abbastanza intelligente? Perché è distratta dalla televisione, dal cellulare, da internet? No, la samaritana di ieri e di oggi non capisce il discorso di Gesù perché è come prigioniera. E allora, con fermezza, Gesù la mette di fronte alle sue responsabilità. Donna, è la tua vita a tenerti lontana da Dio.

L’incontro di Gesù con la samaritana avviene al pozzo di Giacobbe. Dove lei va ad attingere acqua. Dove incontriamo noi Gesù? Dove ci trova? Ci trova al nostro pozzo, lì dove andiamo ad attingere l'acqua che ci fa vivere. È stato scavato dai nostri padri – così come il pozzo a cui si reca la samaritana era stato scavato da Giacobbe – e dà ancora acqua: è acqua potabile, buona, che disseta almeno per un po’. Che cos'è questo pozzo? È ciò che ci è stato lasciato e trasmesso da chi ci ha preceduto – i nostri padri, la tradizione di cui siamo figli e figlie, oppure è ciò che noi stessi abbiamo costruito, la nostra vita passata fino a oggi. Abbiamo tutti il nostro pozzo, attingiamo tutti a qualche pozzo, e anche a più di uno.
Pensiamo, ad esempio, al pozzo della nostra tradizione religiosa, se siamo cristiani: duemila anni di cristianesimo, e, al suo interno, la tradizione protestante – certo, non ci sono solo luci, ci sono anche molte ombre, però che ricchezza nel campo della teologia, della spiritualità, della pietà, della cultura.
Oppure pensiamo al grande pozzo della cultura umana, in tutte le sue innumerevoli espressioni e manifestazioni, tutto l'immenso sapere accumulato nei secoli fino ad oggi: anche qui che ricchezza, quanta acqua potabile.
Oppure pensiamo anche solo alla nostra vita vissuta fino ad oggi, a tutte le esperienze che abbiamo fatto, a tutte le conoscenze che abbiamo acquisito, a tutte le relazioni che abbiamo stabilito: anche qui c'è ricchezza, anche questo è un pozzo al quale si può attingere, anzi attingiamo molto al pozzo della nostra vita, della nostra storia familiare e personale.
Gesù, dunque, ci incontra al nostro pozzo, come ha incontrato la samaritana al pozzo di Giacobbe. E che cosa ci dice? Ci dice che la tradizione, sia quella grande della grande storia di cui siamo figli o figlie, sia quella piccola della nostra storia personale familiare, ci dà acqua potabile, ma non ci dà acqua viva: ci fa vivere, ma non ci fa rivivere, ci può dare la traccia, la memoria, l'orma di Dio, ma non ci può dare Dio. Dio ce lo può dare solo Dio stesso, nello Spirito che soffia anche su di noi, nella parola che rivolge anche a noi.
Ecco allora il primo messaggio di questo testo: Gesù ci incontra al nostro pozzo, e ci dice: “Nel tuo pozzo c'è acqua buona, da bere, ma Dio non è nel pozzo. Dio non è acqua, è acqua viva, metafora dello Spirito Santo” (Giovanni 7,39). Dio non è pane, è pane vivo, metafora di Gesù Cristo, “pane vivente disceso dal cielo” (Giovanni 6,51). Dio non è Libro, è Parola, Parola viva: “Le mie parole sono Spirito e vita” (Giovanni 6,63). Gesù, insomma, ci dice: “Nel tuo pozzo c'è acqua buona da bere, ma c'è un'altra acqua, un'acqua migliore che io ti voglio dare”.

“Chiunque beve dell'acqua del proprio pozzo avrà sete di nuovo, ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (v.14). C'è dunque un'altra acqua, oltre a quella del tuo pozzo, e c'è anche un'altra sete, oltre a quella che ha spinto la samaritana a recarsi al pozzo di Giacobbe. Sì, c'è un'altra acqua e c'è anche un'altra sete, quella di cui parla il profeta Amos quando dice: “Vengono i giorni, dice l'Eterno, che io manderò la fame nel paese, non fame di pane o sete di acqua, ma la fame e la sete di udire la parola di Dio. Allora, errando da un mare all'altro, dal Settentrione al Levante, correranno qua e là in cerca della parola di Dio, e non la troveranno” (8,11-12). È una profezia grave e terribile, che forse si sta realizzando anche nel nostro tempo, in cui c'è tanta secolarizzazione, ma anche tanta fame e sete di udire la parola di Dio.
Credo che tutti noi conosciamo questa sete: sete delle cose che durano, e non solo di quelle che passano, sete delle cose che non si vedono, e non solo di quelle che si vedono, sete delle “cose di sopra” (come le chiama l'apostolo Paolo), e non solo di quelle “che sono sulla terra” (Colossesi 3,1), sete delle cose eterne, e non solo di quelle provvisorie, sete delle cose divine, e non solo di quelle umane.
Che cos'è questa sete? È la sete di amore, di grazia, di luce, di gioia, di bellezza, di pace, di perdono, di riconciliazione, sete di giustizia, di verità, di libertà, di felicità, di unità, di comunione, di condivisione. È sete di Dio, quella del Salmo 63: “O Dio, tu sei il mio Dio, io ti cerco dall'alba, l'anima mia è assetata di te, ti bramo con tutto me stesso, in una terra arida, che langue senza acqua” (vv.1-2). È il desiderio di Dio del Salmo 73: “Chi ho io in cielo al di fuori di te? E sulla terra non desidero che te” (v.25).

La samaritana non aveva questa fame e questa sete di Dio prima di incontrare Gesù, le è venuta dopo averlo incontrato. Chiediamo a Dio che succeda anche a noi. Gesù non dà solo l'acqua che disseta per sempre, suscita anche la sete di quell'acqua. Dunque, prima ancora di chiedergli l'acqua, chiediamogli la sete.

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Sulla fiducia in Dio

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».
Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.
Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» (Marco 10,17-23)

Un tale, un uomo ricco, va da Gesù per chiedergli cosa debba fare per vivere una vita giusta e gradita a Dio. Gesù gli risponde citandogli alcuni comandamenti. Il ricco però insiste, dicendo che questa indicazione non è sufficiente per sapere come vivere una vita giusta. Allora Gesù gli dice: “Vai a vendere tutto quello che possiedi e i soldi che ricavi dalli ai poveri...poi vieni e seguimi”.

Vendere i propri beni e dare ai poveri i soldi ricavati dalla vendita. Questa indicazione di Gesù è forse più attuale e comprensibile oggi, per noi, gente del ventunesimo secolo, che non per i contemporanei di Gesù. Oggi il problema della fame e della povertà è sotto gli occhi di tutti.

Da ogni parte del globo ci giungono notizie, in continuazione, dettagliate, precise. E sappiamo quanto sia ricco il mondo al quale apparteniamo, e quanto sia ingiusta la distribuzione delle risorse e dei beni: quasi tutto è nelle mani di pochi, mentre molti si devono accontentare di quasi niente. L’appello di Gesù è più che mai attuale e la sua applicazione è più che mai urgente. Ridistribuire le risorse e i beni, dare a chi non ha, sviluppare un mercato solidale ed equo, abolire lo sfruttamento, farla finita con la logica in base alla quale chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero diventa sempre più povero.

E imparare a vedere che anche nelle società ricche, com’è quella in cui viviamo, sta crescendo il numero di coloro che fanno fatica a tirare avanti, che guardano con ansia al modo di arrivare fino alla fine del mese, che anche nelle società del benessere e del consumo apparentemente illimitati esiste la povertà.

Questo è sicuramente un aspetto importante sul quale siamo chiamati di nuovo a riflettere ascoltando queste parole di Gesù. E non dovremmo accantonarlo o rimuoverlo dalla nostra coscienza con leggerezza.

Tuttavia, le parole che Gesù rivolge al ricco mirano più a fondo. E ce ne rendiamo conto se vediamo l’effetto che esse provocano. Quel tale se ne va via! E se ne va perché Gesù gli ha presentato una esigenza inaccettabile, di una difficoltà tale e di una durezza tale, che richiede una perfezione impossibile da raggiungere. A queste condizioni, no, Gesù, il prezzo è troppo alto. Tu chiedi la perfezione, ma questo è disumano.

E in un certo senso è vero: quello che Gesù chiede è impossibile, la sua risposta alla domanda del ricco indica nella direzione di una perfezione impossibile da raggiungere. Anzi, è proprio questo ciò che Gesù vuole far capire al ricco... e vuole far capire anche a noi. Che esiste una sola e unica perfezione, che consiste nel rinunciare a voler essere perfetti. L’unica perfezione è quella dell’umiltà e dell’amore.

Ora dobbiamo però fare un passo avanti. Quando Gesù dice al ricco “dai tutto quello che hai ai poveri”, non gli sta prescrivendo un comandamento impossibile, ma gli sta dicendo di rinunciare a voler vivere una vita conforme alla morale e alla religione. In effetti se il ricco rinunciasse a tutti i suoi beni non potrebbe più far fronte alle regole della morale e della religione e ai comandamenti della legge. Occorre del denaro per onorare i propri genitori (sostenendo le spese della loro vecchiaia), occorre del denaro per evitare di cercare di imbrogliare qualcuno, per evitare di dover rubare, e forse per non commettere qualche atto criminale più grave; e infine occorre denaro per adorare Dio, e pagare ai venditori che stanno nel cortile del tempio gli animali da sacrificare.

Gesù domanda a quell’uomo di accettare il fatto che non sarà mai perfetto. E se quell’uomo rifiuta e se ne va, non è per avarizia, ma perché non vuole rinunciare a continuare a osservare la legge. Non vuole rinunciare all’idea di essere un uomo in regola con sé stesso, con la società e con le sue regole, vuole sentirsi a posto, assicurato. E rifiuta di credere che l’unica sicurezza consiste nell’abbandonare ogni sicurezza, che la vera sicurezza e tranquillità non è quella che egli cerca di fabbricare con le proprie mani, ma è quella che Dio offre gratuitamente a chi lo accoglie.

Qual è, dunque, la proposta di Gesù a tutti i ricchi, a tutti quelli che sono oppressi, tormentati, angosciati dal desiderio di far riuscire a tutti i costi la propria vita, tormentati forse segretamente dall’ombra della morte, del limite estremo dell’esistenza umana?

Seguirlo e servirlo sapendo di esserne indegni; seguirlo e servirlo come dei mendicanti, che non hanno nulla da offrire, ma molto da ricevere.
Agire e testimoniare per il suo progetto, per la giustizia e per la riconciliazione, sapendo di essere ingiusti, inadatti a questo compito e screditati prima ancora di cominciare.
Accogliere ogni mattino come un giorno ancora sconosciuto, nel corso del quale c’è da aspettarsi di dover compiere qualcosa di imprevisto, e ciò nella povertà, nell’incompetenza e dovendo ricorrere all’improvvisazione.

Nel momento in cui smettiamo di affannarci per trovare meriti e giustificazioni, scopriamo di essere giustificati, per la sola grazia di Dio.

Un comandamento nuovo

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri (Giovanni 13,34-35)

Ci sono alcune parole-chiave nei discorsi di commiato di Gesù ai suoi discepoli, così come ce li ha tramandati l’evangelista Giovanni.
L’amore è una di queste parole.
E quello dell’amore, come leggiamo in questo testo, viene definito un “comandamento nuovo”. Ma in che cosa consiste la sua novità?

Sarebbe falso affermare che nell’Antico Testamento manchi il comandamento dell’amore. “Amerai il prossimo tuo come te stesso”: queste parole si trovano già nel libro del Levitico (19,18); e la centralità di questo comandamento era ben presente ai contemporanei di Gesù. Quando, nel Vangelo secondo Marco, Gesù afferma che il comandamento più grande è quello del duplice amore per Dio e per il prossimo, lo scriba che lo ha interpellato è pienamente d’accordo con lui (Marco 12,32-33).

Dov’è allora la novità del comandamento dell’amore?
La novità sta in una significativa aggiunta: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

Il comandamento antico diceva: ama il prossimo tuo come te stesso. Il Gesù del Vangelo di Giovanni invece dice: ama il prossimo tuo come me stesso, cioè come io vi ho mostrato nel mio amore, che arriva fino a dare la vita per voi.

Ecco la novità sostanziale. Non più: ama il prossimo tuo come te stesso, con la stessa intensità ma anche, implicitamente, con la debolezza, l’inadeguatezza della tua capacità umana di amare; bensì: ama il prossimo tuo come Gesù ha amato, non del tuo amore ma del suo amore.
Il comandamento dell’amore non si fonda sulla nostra capacità di amare, sul nostro limitato amore umano, ma sull’amore di Cristo.
Questa è la differenza fondamentale fra l’amore inteso in senso divino - l’agàpe - e in senso umano - l’eros.

Non c’è niente di male, nell’eros, nel nostro entusiasmarci e appassionarci: ma questo amore non è ancora l’amore in senso cristiano. Giovanni lo spiega bene nella sua prima lettera (4,10): “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi”.
L’amore di Dio, dunque, e non il nostro, è l’amore che siamo chiamati a mettere in pratica.

Ma come possiamo noi, esseri umani limitati e imperfetti, amare dell’amore di Cristo?
La risposta del Vangelo di Giovanni è: dimorando, cioè rimanendo nell’amore di Cristo.

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi (Giovanni 15,9-12)

Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi: è un comandamento arduo, apparentemente impossibile da mettere in pratica.
Come possiamo noi, esseri umani limitati e fondamentalmente egoisti, amare dell’amore di Cristo? Questo amore divino non rientra nelle nostre possibilità umane!

La risposta del Vangelo è che ciò che sembra impossibile diventa possibile se dimoriamo nell’amore di Cristo, se restiamo aggrappati ad esso, se rimaniamo radicati in questa dinamica di amore che parte dal Padre nel suo rapporto col Figlio, per arrivare al rapporto del Figlio con i discepoli, fino al rapporto di amore che deve regnare fra i discepoli stessi.
L’amore non è una nostra iniziativa: è una iniziativa di Dio, in cui Dio ci coinvolge.
Il problema non è dunque come amare, ma come rimanere nell’amore.

La risposta che il Vangelo di Giovanni dà è questa: lasciarsi coinvolgere nella dinamica del dono, rimanere nell’ambiente vitale dell’amore: ecco in che cosa consiste l’unione con Cristo, ecco la possibilità - l’unica possibilità - di mettere in pratica il comandamento dell’amore fraterno.

Come è possibile mettere in pratica questo “dimorare nell’amore di Cristo”? Abbeverandoci quotidianamente a questa fonte d’amore, attraverso la lettura biblica, la preghiera, la meditazione di questo mistero dell’amore di Dio, cercando di immergerci in questa corrente d’amore - l’unica che può purificarci dal nostro egoismo, della nostra incapacità di amare.

Mi viene in mente l’immagine del battesimo: battesimo vuol dire immersione, e il Nuovo Testamento parla di battesimo, cioè di immersione, in Gesù Cristo (Rom 6, Gal 3), e nello Spirito (Atti 1,5).
Analogamente si potrebbe parlare di battesimo, di immersione nell’agape di Cristo: se siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati anche battezzati - cioè, immersi - nella sua agape, nella corrente dinamica dell’amore divino.
Abbiamo un bisogno quotidiano di re-immergerci nell’agape di Cristo.

Che il Signore ci aiuti a rimanere radicati in questo amore, così che possiamo mettere in pratica il suo comandamento, e così che il mondo possa riconoscere in noi dei discepoli e delle discepole di Cristo.

Una lenta risurrezione

La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, i discepoli se ne stavano con le porte chiuse per paura dei capi ebrei. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”. Poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono di vedere il Signore.
Gesù disse di nuovo: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Poi soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati”.
Uno dei dodici discepoli, Tommaso, detto Gemello, non era con loro quando Gesù era venuto. Gli altri discepoli gli dissero: “Abbiamo veduto il Signore”. Tommaso replicò: “Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con la mia mano il suo fianco, io non crederò”.
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo lì, e c'era anche Tommaso con loro. Le porte erano chiuse. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò: “La pace sia con voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco. Non essere incredulo, ma credente!”. Tommaso gli rispose: “Mio Signore e mio Dio!”.
Gesù gli disse: “Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto!”. (Giovanni 20,19-29)

Gesù è risorto il terzo giorno. La sua comunità ha avuto bisogno di più tempo per afferrare questo messaggio e per risorgere a sua volta.
Di questa lenta resurrezione ci parlano gli episodi narrati negli ultimi capitoli dei vangeli, tra cui la vicenda di Tommaso.

Le manifestazioni del Risorto non sono dimostrazioni spettacolari di un morto che si mostra ancora vivo, ma azioni terapeutiche di un maestro che si prende cura di una comunità morta, che è richiamata alla vita.
Nella scena narrata da Giovanni, infatti, non si parla tanto del Risorto, quanto piuttosto del cammino della comunità verso la fede nel Risorto, attraverso alcuni passaggi che descrivono lo stato della comunità e di azioni con cui Gesù se ne prende cura.

Il primo tratto che caratterizza la comunità è la chiusura. Il testo dice per due volte che le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse (Giovanni 20,19 e 20,26). Eppure, era il primo giorno della settimana. Erano appena accaduti eventi importanti: due discepoli erano stati al sepolcro, avevano visto e uno di loro aveva anche creduto (Giovanni 20,6-8); Maria di Magdala aveva incontrato il Risorto e aveva riferito agli altri del suo incontro (Giovanni 20,11-18). Ma tutto questo non aveva provocato nessuna reazione.

Il secondo tratto è quello della paura: avevano “paura dei capi degli ebrei” (Giovanni 20,19). Una paura difficile da comprendere, visto che ormai il Maestro, colui che era sentito come una minaccia, era stato tolto di mezzo. Una paura istintiva, forse, di scenari non chiaramente identificabili.

Il terzo tratto è quello della gioia: “Si rallegrarono di vedere il Signore” (Giovanni 20,20). Si tratta però di una gioia effimera, che non smuove, se otto giorni dopo Gesù troverà quei discepoli ancora rinchiusi, come alla sua prima manifestazione.

Infine, il quarto tratto è quello di una comunità che fatica a ritrovare coesione: nella prima scena c’è il gruppo dei discepoli ma manca Tommaso, nella seconda Tommaso è presente ma non crede alla testimonianza degli altri.

Questa è la comunità alla quale il Risorto si rivela: rinchiusa, paurosa, capace di una gioia superficiale, sfilacciata. È in quel un quadro, descritto con molto realismo, che il Risorto interviene per riportare speranza e vita, per far risorgere quella piccola comunità che era morta.

Innanzitutto, entra attraverso porte che sono ancora chiuse. Agisce così non per dimostrare i suoi poteri speciali, né per suggerire l’idea che il suo corpo sia ormai altro. Intende invece affermare che la forza della resurrezione agisce anche nelle nostre durezze e lentezze.

Viene così il secondo momento: “Si fermò in piedi in mezzo a loro” (Giovanni 20,19 e 20,26). Si ferma in mezzo. Non ha fretta, ma dimora nello spazio angusto delle nostre paure. Le abita e le condivide, come aveva fatto sulla via di Emmaus, quando aveva ascoltato il racconto di delusioni e attese tradite fatto dai due discepoli.
Gesù libera dal basso, mai dall’alto; dal basso della condivisione, non dall’alto dell’intervento magico. E stando in mezzo alle paure dei discepoli, mostra loro i segni della sua passione e del suo amore: “Mostrò ai discepoli le mani e il fianco” (Giovanni 20,20).

Quindi - e siamo al terzo momento - inizia a parlare donando la pace e invitandoli a uscire: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Giovanni 20,21). A quei discepoli in preda alla paura, Gesù comunica la pace, primo dono del Risorto, e li invia. Proprio loro, bloccati dalla paura, sono invitati a uscire.

Infine Gesù alita sui discepoli lo Spirito: “Soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Giovanni 20,22).
Lo Spirito, che diventa fonte di comunione mediante il perdono dei peccati: “A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati” (Giovanni 20,23).

La storia avrebbe dovuto concludersi qui. Ma il racconto prosegue con un’aggiunta dissonante: la vicenda di Tommaso, che è “gemello” di ciascuno di noi.
Attraverso di lui è narrata la nostra fatica a credere nel Risorto, e attraverso di lui anche la cura che Gesù usa nei confronti della nostra incredulità.

Innanzitutto, Gesù ritorna in quella comunità, trovando una situazione non molto diversa dalla volta precedente, come se quel primo passaggio fosse stato inutile. Unica novità è che ora Tommaso è presente, anche se distaccato dagli altri.
Gesù lo ascolta, prende atto dei suoi dubbi, ma non gli rinfaccia la sua incredulità: lo aiuta invece a comprenderne la portata, a ripensare a quei possessivi che egli ripete: “il mio dito”, la “mia mano”. Gesù li riprende, coniugandoli con altri possessivi: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco” (Giovanni 20, 27).

È come se gli dicesse: smetti di guardare te stesso! Lascia perdere la “tua” mano e guarda le “mie” mani! Lascia perdere il “tuo” dito e guarda il “mio” fianco! Abbandona le tue pretese e guarda i segni dell’amore! I segni che ti hanno salvato, facendo di te un discepolo. Gesù tenta di rompere il cerchio autoreferenziale che avvolge Tommaso, che gli impedisce la comunione con gli altri, alla cui testimonianza si rifiuta di credere, e con il Signore risorto.

Guardare non a sé stessi ma al Signore è la via che il Risorto indica a Tommaso per ritrovare la fede, e anche la via per ritrovare la comunione con i suoi fratelli. È la via per superare la divisione, che è sempre effetto di mancanza di fiducia.
Valeva per i discepoli allora, vale ancora per noi oggi: la comunione non ha bisogno di strategie, accordi o compromessi, ma di riorientare lo sguardo al Cristo risorto, distogliendolo da sé stessi e dalle proprie pretese.

Una lettera di Cristo

Noi non siamo come quei molti che falsificano la parola di Dio, ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo.
Cominciamo di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione presso di voi o da voi?
Siete voi la nostra lettera, scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini, essendo evidente che voi siete una lettera di Cristo […] scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.(2 Corinzi 2,17-3,3)

Uno dei più grandi scrittori del 20. secolo, Franz Kafka, ebreo, era un uomo che pensava spesso al mistero di Dio e al mistero dell'essere umano. Questo mistero, Kafka lo esprime ad esempio in un racconto intitolato “Il messaggio dell'imperatore”.
Lo scrittore immagina che l'essere umano di oggi – uomo o donna – sia come un antico cinese impiegato nei lavori di costruzione della Grande Muraglia. L’operaio cinese fatica, suda, patisce il caldo e il freddo, e non comprende il significato del proprio lavoro. Ma nella lontana Pechino c'è l'imperatore, e l’imperatore, che conosce tutto, sa.
L'imperatore gli ha inviato un messaggio: proprio a lui, piccolo cinese. Il messaggio non è ancora arrivato, ma l'imperatore lo ha inviato.
L’operaio continua a lavorare e nel frattempo spera che forse, un giorno, quel messaggio gli arriverà e chiarirà il senso della sua fatica.

Noi, donne e uomini di oggi, siamo come quel piccolo operaio cinese: immersi in un mondo pieno di dolore e fatica, di illusioni e di errori. Di questo mondo noi non comprendiamo il significato, e spesso ci sfugge anche il senso della nostra esistenza personale.
Abbiamo tuttavia una certa nostalgia delle cose spirituali, di un Dio che ci parli e aiuti a comprendere le nostre esistenze, che illumini la nostra storia tribolata, piena di dubbi e di fango come la Grande Muraglia cinese.

“A te, proprio a te, l'imperatore ha inviato un messaggio”, ci dice Franz Kafka, incoraggiandoci a non trascurare questa nostalgia, questa nostra attesa delle cose vere e profonde, delle cose dello spirito.

Diverso è il discorso che l'apostolo Paolo invia alla chiesa di Corinto: il suo non è un messaggio intriso di malinconica nostalgia, che rinvia a un futuro incerto, bensì un annuncio che trasmette una certezza.

Noi, lettori e lettrici di Kafka, o quantomeno donne e uomini simili all’operaio cinese del suo racconto, basiamo le nostre nostalgie spirituali sugli immensi fallimenti del ventesimo secolo.
Il secolo era nato accompagnato da tre grandi attese, legate agli sviluppi della tecnica, alla fede nella nazione, ai cambiamenti generati dalla rivoluzione. Ma poi le cose hanno preso una direzione che non era quella auspicata.
La tecnica ha prodotto, accanto a innegabili frutti positivi, le armi di distruzione di massa – dai gas del primo conflitto mondiale all’atomica –, sta provocando la crisi ambientale, e ora ci propone l’incognita dell’intelligenza artificiale, del controllo totale delle nostre attività.
Il nazionalismo ha prodotto Auschwitz, ha buttato la bomba atomica, e continua ad alimentare contrapposizioni, tensioni e guerre micidiali.
La rivoluzione, che prometteva di dare vita a un “uomo nuovo”, ha prodotto lo spaventoso “arcipelago gulag”, narrato dagli scrittori Alexander Solgenitsin e Varlam Salamov, i campi di sterminio di Pol Pot in Cambogia, i lager cinesi dove oggi sono rinchiusi gli uiguri.

Le attese d’inizio Novecento sono state deluse e siamo entrati nel 21. secolo appesantiti dalla consapevolezza dei fallimenti dell’umanità.
Amareggiati, perplessi e in cerca di punti di riferimento, abbiamo ricominciato a parlare dello spirito, della spiritualità.
La spiritualità è tornata di moda: la cerchiamo nelle forme più insolite e a volte bizzarre, e quanto più esotica è una verità, tanto più essa ci sembra attraente.
A Coira, nell’ambito di una giornata di studio organizzata recentemente dalla chiesa riformata cantonale, lo studioso delle religioni Georg Otto Schmid, direttore del centro di documentazione RelInfo, ha parlato di oltre mille movimenti e organizzazioni presenti in Svizzera, di centinaia di “guru” che diffondono messaggi caratterizzati da molta superficialità e di una religiosità che insegue sempre nuove e mutevoli tendenze.

Se ora ci volgiamo al messaggio dell'apostolo Paolo, dobbiamo riconoscere che in ciò che annuncia troviamo una risposta molto chiara, che non rinvia a una nostalgia, a un annuncio incerto, bensì a una certezza: il messaggio che noi cerchiamo è già arrivato, la lettera a noi indirizzata ci è già stata recapitata.
Il messaggio ci è stato mandato mediante Gesù di Nazareth, il maestro dolce e umile di cuore. Questo Gesù è il messaggio di Dio per l'umanità dispersa e sofferente.

Si tratta innanzitutto di un messaggio di perdono e di guarigione, ma è anche l’annuncio di un compito per la vita. Gesù fa di noi dei portatori e delle portatrici del suo messaggio. L’apostolo Paolo lo dice con una immagine inequivocabile: “Voi siete una lettera di Cristo”. Chi crede in Cristo diventa portatore e portatrice del suo messaggio, in parole e in atti.

Chi crede in Cristo non può fare a meno di parlare del perdono e della liberazione ricevuti. Ma allo stesso tempo non può non fare della propria esistenza, del proprio modo di vivere, del modo in cui prende le proprie decisioni, degli atti che compie, un riflesso della grazia di Dio. In questo senso, ciascuno e ciascuna di noi è chiamato e chiamata a diventare, nel dire e nel fare, una lettera di Cristo.

Diamo dunque retta a Kafka, limitandoci ad attendere, pieni di incerta malinconia, una lettera che potrebbe forse giungerci un giorno? O diamo ascolto all’apostolo Paolo, il quale ci dice che la lettera è già arrivata, la possiamo aprire, leggere, rileggere e trarne fin da ora, con l’aiuto dello Spirito, ispirazione e pace per la nostra esistenza quotidiana?

Una nuova umiltà

Quando furono vicini a Gerusalemme e furono giunti a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nella borgata che è di fronte a voi; subito troverete un'asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno e subito li manderà”.Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: 'Ecco, il tuo re viene a te, mansueto, e montato sopra un'asina, e un asinello, puledro d'asina'».I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l'asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla gridava: “Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!”.Essendo egli entrato in Gerusalemme, tutta la città fu messa in agitazione e si diceva: “Chi è costui?”. E le folle dicevano: “Questi è Gesù, il profeta che è da Nazaret di Galilea”. (Matteo 21,1-11)

Leggendo il racconto dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, umile re in groppa a un asino, non possiamo non ricordare le parole da lui pronunciate qualche anno prima: «Beati i mansueti, perché erediteranno la terra» (Matteo 5,5). Si tratta di parole che riecheggiano il Salmo 37, dove si dice che «gli umili erediteranno la terra e godranno di una gran pace» (Salmo 37,11).

Il modo in cui Gesù entra in Gerusalemme riassume e realizza quell'affermazione. Innanzitutto, Gesù vuole adempiere la profezia di Zaccaria (9,9), secondo la quale il re messianico sarà mansueto e trionferà con la potenza dello Spirito, non con la forza delle armi. Egli ribadisce quella profezia con un gesto inequivocabile: per entrare in città non sceglie un cavallo, simbolo di guerra e di forza militare, bensì un asino, modesto animale da fatica. L’asino non serve a combattere, non è utile a togliere la vita agli altri. Serve a portare pesi, a fare modesti lavori agricoli. Sull’asino, Gesù è indifeso, disarmato.

Lo stile con cui Gesù entra a Gerusalemme significa che egli ha rinunciato al potere dato dalla forza e dalla prevaricazione: ha rinunciato al potere mondano per realizzare la potenza dell’amore. Il comportamento di Gesù chiarisce dunque il significato della sua missione. E chiarisce anche il senso della missione delle cristiane e dei cristiani nel mondo.

Se guardiamo alla storia del cristianesimo, possiamo purtroppo trovare molte prove del fatto che l’invito di Gesù a essere mansueti, umili, a seguire il suo esempio di re in groppa a un asino, è stato disatteso. Molte volte, cristiane e cristiani hanno preferito scegliere la via della forza e della violenza, piuttosto che quella dell’umiltà.
Ma possiamo anche trovare molte prove del fatto che l’invito di Gesù è stato seguito, messo in pratica, anche a costo di grandi sacrifici: gli anabattisti accettano di morire pur di non uccidere; i quaccheri rifiutano di levarsi il cappello davanti al re; nel Terzo Reich alcune migliaia di credenti preferiscono morire nei lager piuttosto che militare nella Wehrmacht; i militanti per i diritti civili degli afroamericani, discepoli di Martin Luther King, si oppongono con metodi nonviolenti alle cariche della polizia. E dunque possiamo dire che tra le virtù propagate nella storia del cristianesimo, l’umiltà non riveste l’ultimo posto in ordine di importanza.

Potremmo fermarci qui. E non sarebbe sbagliato. Ribadendo che la via dell’evangelo è la via dell’umiltà. Ma forse è necessaria qualche ulteriore riflessione. Perché oggi c’è chi si chiede se quella dell’umiltà sia ancora una via proponibile, e se l’insegnamento di un certo modello di umiltà non abbia prodotto anche dei guasti.

L’umiltà insegnava infatti ad accettare il proprio ruolo, a obbedire e a tacere. L’umile si riconosceva inferiore e non si ribellava. Solo la persona umile aveva un corretto rapporto con Dio e con tutti gli altri superiori di questa terra. La virtù dell’umiltà ha perciò portato spesso alla soggezione e all’accettazione della dipendenza. Le persone umili sono state le vittime preferite di tutti i potenti, in tutte le epoche, fino a oggi. L’umiltà è stata spesso utilizzata per spezzare ogni forma di resistenza, di opposizione, di critica. Nessuna meraviglia perciò se oggi l’umiltà sia difficile da accettare.

Che cosa fare di fronte a queste obiezioni? Decidiamo che quella dell’umiltà è una virtù da dimenticare, superare, abbandonare, consegnare ai nostalgici del passato, ai conservatori? O possiamo in qualche modo recuperarla? Possiamo riuscire, anche oggi, a trovare un atteggiamento che sia lontano dalle vecchie sicurezze presuntuose e oppressive, da un lato, e lontano anche dalla disperazione, dall’altro? E questa terza via, tra i due estremi, potrebbe forse essere quella di una nuova umiltà?

I tratti di questa moderna umiltà dovrebbero essere la capacità di sorridere di sé e degli altri, con l’indulgenza di un necessario distacco, e con una dose di sana ironia. Non avere fretta di giudicare, di attribuire voti di merito, premi per i successi e pene per i fallimenti. «Non giudicare» potrebbe essere il punto di partenza della nuova umiltà, un punto di partenza evangelico, ma spesso dimenticato dai cristiani. Essere umili fa rima allora con sorridere e con il coltivare l’ironia: non il sarcasmo, però, e nemmeno il disprezzo. Fa rima anche con ridere.
Si ride poco, ci si meraviglia di chi osa ridere. Ride l’ingenuo, il superficiale, il matto. Bisogna ridare al riso il suo valore di rottura, di comunicazione, di attribuzione di senso alle cose della vita. C’è il riso che risuona nel convento del Nome della rosa di Umberto Eco, quel riso che deve rimanere segreto perché altrimenti l’autorità perde il suo potere. E c’è il riso della folla che scopre la nudità dell’imperatore che sfila convinto di avere indosso vestiti preziosi.

Riso, sorriso, ironia, umiltà. Una certa sottile, profonda e umile ironia fa parte di una grande tradizione biblica: basti pensare a quella ebraica. Non a caso l’ebreo Primo Levi ha indicato nella «salvazione del riso» uno dei filoni della salvezza.

Nella foto: "Entrata di Gesù a Gerusalemme", Augusto Giacometti, vetrata, Chiesa riformata di Stampa (Wikipedia)

Una porta aperta davanti a noi

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, valoroso e forte, è il Signore che vince le guerre!
Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!
(Salmo 24,7-10)

Se doveste scegliere un simbolo per l’avvento, quale vi verrebbe in mente?
Quale immagine riuscirebbe, secondo voi, ad evidenziare il significato di questo particolare periodo dell’anno?
Io, oggi, vi propongo l'immagine di una porta aperta!

Sto pensando al calendario dell’avvento con le sue porticine che devono essere aperte l’una dopo l’altra? Si! Ma non soltanto! Mi è venuto in mente questo simbolo della porta aperta perché anche la Bibbia lo usa quando ci ricorda che siamo in attesa.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!
Chi è questo re grande e glorioso?
È il Signore, Dio dell'universo: è lui il re grande e glorioso!

Così proclama il Salmo 24, scelto già dalla chiesa antica per la prima domenica dell’avvento.
Questo invito dell’antica preghiera ebraica ci vuole ricordare una cosa importante: la realtà, nella quale viviamo, non è qualche cosa di chiuso. Il mondo che conosciamo, non è quello definitivo.

Noi, in questo mondo e per questo mondo, siamo chiamati a rimanere in attesa di una realtà nuova, che sta ancora “dietro le porte”, “oltre le porte”!

Questa nuova realtà è legata a Gesù, la cui nascita ricorderemo a Natale.
Nella vita di Gesù, è stato possibile scorgere l’inizio di un mondo nuovo, la possibilità di un mondo più umano. Di un mondo in cui siamo veramente tutti fratelli e sorelle, con la stessa, identica dignità.

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Questo appello viene rivolto a te e a me, all’inizio dell’avvento, proprio per invitarmi e invitarci a porci alcune domande.
Come vivi la tua vita? La vivi come se fosse uno spazio con le porte chiuse?
O la tua vita assomiglia piuttosto ad una casa con le porte aperte?
Sei rassegnata, sei rassegnato e pensi che questo mondo, in realtà, non cambierà mai?
E allora ogni tuo impegno, ogni tuo sforzo per un mondo migliore ti sembra, in fondo, vano?
O senti ancora la speranza dentro di te che questo mondo non è abbandonato a se stesso e che la pace e la giustizia, che la comunione fraterna e la condivisione di una vita buona e bella, possano realizzarsi?

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Se tu, però, fai parte di coloro che si sentono rinchiusi in un mondo senza speranza, se tu senti di non avere più la forza di aprire le porte, né di tenerle aperte, perché la vita stessa ti ha tolto ogni speranza, allora ascolta questa parola dell’Apocalisse (3,8):

Io so tutto di voi. So che non avete molta forza, eppure avete messo in pratica la mia parola e non mi avete tradito. Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

La porta aperta, nella tua vita, c’è! Anche se tu non hai più la forza di tenerla aperta! È Dio stesso che l’ha già aperta, per te!
Prova ad alzare gli occhi verso la porta aperta, per intravvedere la luce che vuole arrivare. Quella luce che vuole brillare anche nella tua notte - nella tua delusione e nella tua paura, nella tua tristezza e nella tua solitudine. Per dare anche alla tua vita una speranza e un avvenire, contro ogni apparenza.

Adesso ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere.

Dio ci doni, in queste settimane dell’avvento, di riscoprire la porta aperta nella nostra vita. La porta dalla quale entra la luce, che ci annuncia una speranza e un avvenire, che vuole trasformare la nostra vita, oggi.

Violenza e nonviolenza

Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento, infatti, non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete, oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza (Efesini 6,10-18)

Il cristianesimo è portatore di un messaggio di pace. Quel messaggio di pace è definito, in Efesini 6,15, “l’evangelo della pace”. All’inizio della Lettera, si specifica che questo messaggio deve essere annunciato ai lontani e ai vicini (Efesini 2,17).
L’apostolo Paolo, nella sua lettera ai Romani, ribadisce che il messaggio della pace deve essere vissuto nella concretezza delle relazioni umane personali e sociali: “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12,18).
Ebbene, malgrado queste premesse, il cristianesimo non è riuscito, e ancora non riesce, a mettere in pratica con la necessaria determinazione l’evangelo della pace.

Anziché essere annunciato e vissuto, l’evangelo della pace è stato da un lato spiritualizzato, ridotto a fatto puramente interiore, e dall'altro secolarizzato, cioè, affidato all'arte della diplomazia e, se necessario, agli argomenti delle armi.
Il discorso nuovo della fede in un Dio forte e allo stesso tempo disarmato, vittorioso con la sola forza dell'amore e la Parola come unica arma, è stato messo da parte. A imporsi è stata la logica secondo cui la forza risolutiva, quella che ha l'ultima parola, è quella violenta, e spesso armata.

Alla logica del Regno di Dio si è sostituita la logica del Regno di Cesare, tanto più dal momento in cui quest'ultimo è diventato cristiano. E se l’imperatore, che è cristiano, scende in guerra contro i suoi nemici, i cristiani, sudditi dell’imperatore, possono e devono prestare servizio militare e combattere nell’esercito dell’imperatore. Dall’annuncio dell’evangelo della pace si è così passati alla legittimazione della guerra.

Il tramonto dell'evangelo della pace è stato accompagnato dalla progressiva scomparsa del pacifismo radicale di Gesù.
Il maestro di Nazareth aveva proposto, nel sermone sul monte, una forma di pacifismo che si spingeva fino all'amore dei nemici (Matteo 5,44). Quel pacifismo trova la sua più chiara espressione in due beatitudini: “Beati i mansueti, perché erediteranno la terra” e “Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.
La storia del cristianesimo, purtroppo, non porta molte tracce di quelle due beatitudini: cristianesimo e pacifismo faticano, fino a oggi, a darsi la mano.

Il cristianesimo non è stato capace di ribaltare quella che per noi è diventata un’affermazione scontata: “Si vis pacem, para bellum”, ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. La frase risale alla fine del quarto secolo e si trova in un testo sulla guerra, opera dell’autore latino Vegezio. Il concetto è stato ripreso dal politico e filosofo romano Cicerone, in una delle sue Filippiche: "Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra".
Detto in altre parole: la pace la si ottiene soltanto se tra i nemici c’è un equilibrio di forze, vale a dire se entrambi hanno armi potenti ed efficaci, tali da farsi paura a vicenda e quindi temere una sconfitta devastante. È la dottrina moderna del cosiddetto “equilibrio del terrore”, espressione di quello che definiamo “realismo del buon senso”.

D’altronde, dobbiamo ammettere che molte guerre sono combattute da cristiani e alcune anche tra cristiani, come tra Ucraina e Russia, dove si giustifica la guerra in nome di Dio e in suo nome si benedicono le armi. In obbedienza alla teoria dell’equilibrio del terrore, molti cristiani oggi, di fronte al comandamento dell’amore verso i nemici e della ricerca della pace, rimangono indifferenti o, tutt’al più, lo considerano possibile solo nell’ambito privato delle relazioni interpersonali.

Diverso era l’atteggiamento della generazione dei cristiani e delle cristiane del primo secolo. Lo testimonia il testo della Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetti 10-18. La Lettera, scritta probabilmente dopo la morte dell’apostolo Paolo, da un suo collaboratore, è indirizzata a tutte le comunità cristiane dell’Asia Minore. Scopo della Lettera è quello di ricordare che i cristiani sono stati coinvolti da Dio nel suo progetto d’amore, che trasforma le nostre esistenze, supera la nostra fragilità e le nostre resistenze e ci dona, in Cristo, un’esistenza nuova, capace di vivere relazioni interpersonali di comunione e di pace.

Siamo chiamati a vivere secondo uno stile di vita rinnovato, ma con la consapevolezza che la vita cristiana in questo mondo è una lotta contro mentalità violente che si insinuano nelle coscienze e nelle istituzioni, dominandole e rendendole disumane e invivibili. Ecco perché l’autore della Lettera esorta i cristiani a rivestirsi dell’armatura di Dio, cioè della potenza disarmante di Dio, per resistere a queste mentalità malvage e imparare a combatterle.
L’immagine usata dall’anonimo autore della Lettera è straordinaria: egli prende un soldato, un legionario romano, armato di tutto punto, pronto a scendere in battaglia. Quel soldato, che porta tutti gli strumenti che servono per combattere, viene letteralmente spogliato, dapprima, e subito dopo rivestito di una nuova armatura e di nuove armi. La sua nuova armatura è l’armatura di Dio, che non è fatta né per offendere, né per uccidere. Rivestirsi dell’armatura di Dio significa rivestirsi della potenza di Dio, disarmante e non guerrafondaia.

Quell’armatura di Dio è fatta innanzitutto per disarmare noi stessi e per resistere e lottare, non contro le persone (“carne e sangue”, dice il testo), ma contro quella cultura di violenza, di arroganza e di divisione (il testo usa un linguaggio antico, e parla di “diavolo”, e di “spiriti del male”) che domina in questo mondo (è questo il significato di “principati e potenze”) e che si insinua nelle coscienze deformandone lo stile di vita.
In altre parole: tu, cristiano, tu, cristiana, anche del 21. secolo, che hai dimenticato, o relativizzato, le parole del tuo Signore, rivestiti con l’armatura nonviolenta del vangelo, che è finalizzata ad abbattere muri e fili spinati e a costruire relazioni di pace, di riconciliazione e di fraternità tra gli uomini e le donne di questo mondo. O, per dirlo con le parole dell’apostolo Paolo alla comunità di Roma (Romani 12,21): “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.

Si tratta di imparare l’arte della lotta nonviolenta, che si combatte con le armi indicate in Efesini 6,14-18: la cintura della verità, la corazza della giustizia, i calzari per l’annuncio della pace, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza, la spada della Parola di Dio. Valeva per il contesto dominato dalla violenza e dalla guerra dell’Impero Romano, e vale per noi oggi.

L’elenco delle armi è lungo: ritorneremo su questo nella predicazione delle due prossime domeniche. Oggi mi limiterò a rendervi attenti alla conclusione dell’elenco dei pezzi che compongono l’armatura del nuovo legionario. L’autore della Lettera conclude dicendo: “Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza”.
La Bibbia non ignora che la giustizia e la pace e la costruzione di una società più umana e fraterna tardano a venire, e perciò richiedono impegno, pazienza e perseveranza. E sa che la lotta comincia dentro di noi: è il nostro cuore, la nostra interiorità, che devono essere convertiti a un percorso evangelico di umanizzazione e di pacificazione della vita. È il nostro cuore di pietra, violento, che deve rinascere a vita nuova, una vita nonviolenta, capace di amare e di aprire nella storia sentieri di pace e di riconciliazione.

Viva la mamma

Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà. (Esodo 20,12)

Oggi, seconda domenica di maggio, è la Festa della Mamma. È un’occasione della quale non si può non parlare, credo.
Tuttavia, vi devo dire che faccio un po’ fatica a parlarne. Faccio un po’ fatica perché questa festa, come altre, è un appuntamento obbligato, un giorno nel quale si devono fare gli auguri, ci si deve presentare con un mazzo di fiori, si deve seguire un determinato rituale, oggi soprattutto commerciale. E mi viene da chiedere che cosa ci sia, veramente, dietro la facciata un po’ kitsch di questa festa.

Che cosa ci diciamo, in questo giorno, di che cosa parliamo in realtà, che cosa festeggiamo? Chi è la donna, chi sono le donne di cui oggi celebriamo o diciamo di celebrare la festa? Forse ve lo chiedete anche voi. O forse non osate chiedervelo perché non sta bene. O forse non ve lo chiedete affatto e pensate che le cose vanno bene così come sono.

Per carità, non è che si debba per forza cercare sempre ciò che non va nelle cose che facciamo. Però sarebbe bene ricordare che la Festa della Mamma ha delle radici anche discutibili. Se guardiamo all’Italia, i primi a celebrare la festa furono i fascisti, nel 1933, e premiarono le madri più prolifiche d'Italia. Dopo la Seconda guerra mondiale, a rilanciare l’idea e a portarla addirittura in parlamento affinché la festa venisse istituita per legge furono il sindaco di Bordighera e senatore Raoul Zaccari, e Giacomo Pallanca, presidente dell'Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia. Gli uni intendevano celebrare le famiglie numerose, i tanti figli da poter mandare in guerra; gli altri intuivano il potenziale commerciale, legato al commercio dei fiori, della Festa della Mamma.

Meno male che la Festa della Mamma ha anche un’altra origine, che possiamo individuare negli Stati Uniti, dove alla fine dell’800 furono alcune donne - legate agli ambienti pacifisti - a proporre l’istituzione di una giornata festiva. Più precisamente, nel maggio 1870 - cinque anni dopo la fine della guerra civile americana - fu Julia Ward a lanciare l’idea di istituire una Giornata della madre per la pace.

L’iniziativa di Julia Ward non ebbe molto successo, ma fu ripresa da una sua amica, Ann Jarvis, insegnante in una scuola domenicale metodista della Virginia. Pacifista e femminista, Ann Jarvis riuscì a diffondere l’idea di celebrare il contributo dato dalle madri al benessere della società. Già all’età di dodici anni, dopo avere ascoltato un discorso di sua madre sulle “madri della Bibbia”, disse: “Spero e prego che qualcuno, prima o poi, possa intitolare un giorno di festa alla mamma, giorno che possa commemorarla per il servizio impareggiabile che ella rende all'umanità in ogni campo della vita. Ha diritto a questo.” Nel maggio del 1908, in Virginia, venne celebrata la prima giornata in onore delle madri.
Sei anni più tardi, nel 1914, il presidente americano Woodrow Wilson proclamò la seconda domenica di maggio “giornata dell’amore e della riconoscenza nei confronti di tutte le madri nel nostro paese”. Punto. Da allora la consuetudine si è diffusa un po’ ovunque, in Europa, ma anche in altri paesi. E buona festa a tutte le mamme.

Senza dimenticare però che nel 1943, Ann Jarvis iniziò a raccogliere firme a sostegno di una petizione per l’abolizione della Festa della Mamma, divenuta, a suo dire, una ricorrenza troppo commerciale. Chiusa la parentesi storica.

Ricordare le mamme potrebbe però anche essere occasione per riflettere sul fatto che siamo, tutti quanti, figli e figlie; che facciamo parte di un flusso di generazioni che si succedono, le une dipendenti dalle altre, le une legate alle altre. La generazione che ci precede è responsabile nei nostri confronti, a nostra volta siamo responsabili nei confronti di chi ci ha preceduto e di chi ci segue. O sbaglio?

In effetti da più parti la solidarietà tra le generazioni è messa in dubbio. Responsabilità e rispetto tra le generazioni sono termini che servono sempre meno, sono comunque oggetto di discussione, risentono delle forti spinte a giudicare l’essere umano solo più in termini di produttività e di costi. Per i vecchi non abbiamo più posto nelle nostre case, per i bambini non abbiamo più tempo nelle nostre agende né denaro nei nostri budget. E ci illudiamo di poter ripagare il contratto tra le generazioni solo col denaro.

Certo, viviamo in un’epoca nella quale i rapporti tra le generazioni subiscono continue trasformazioni, sono continuamente sottoposti a revisione. Non è auspicabile il ritorno a modelli passati, di sottomissione dei figli ai genitori. Non si tratta di riprendere il comandamento che prescrive di onorare padre e madre leggendolo, come è stato fatto, in chiave di ubbidienza unilaterale dei figli. Quel comandamento comprende anche un’esortazione implicita, rivolta ai genitori, a rispettare l’autonomia dei figli. Non richiede una reciproca sottomissione, ma il rispetto da entrambe le parti.

In conclusione, questa giornata potrebbe essere un momento di riflessione e verifica del modo in cui intendiamo i rapporti tra le generazioni: per riscoprire l’importanza di dare all’altro ciò che gli spetta, senza sottomettersi ossequiosamente, né accondiscendendo a ogni sua richiesta, ma prendendolo sul serio.

Vivere e agire in modo umano

Quando ebbe finito di insegnare ai suoi dodici discepoli, Gesù partì per andare a predicare e ad insegnare nelle città di quella regione.
Giovanni era in prigione, ma sentì parlare di quel che faceva il Cristo. Allora mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:
- Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?
Gesù rispose ai discepoli di Giovanni:
- Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me.
(Matteo 11,1-6)

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Questa non è, per Giovanni, una domanda dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Egli è in carcere, alla vigilia dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, il Battista pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” La domanda di Giovanni non è dettata dalla curiosità, e sia pure una curiosità religiosa. Giovanni è in carcere, in attesa dell’esecuzione: inviando i discepoli a interrogare Gesù sulla sua identità, egli pone, con ansia e urgenza, la domanda sulla presenza di Dio, nella storia di Israele, certo, ma prima ancora nella sua storia personale.

Sei tu? Sei veramente tu, il Cristo dei Vangeli, della chiesa, il Cristo nel nome del quale celebriamo questo culto; colui al quale, talora con convinzione, altre volte meno, in qualche caso addirittura con rabbiosa disperazione rivolgiamo la nostra preghiera: sei tu colui che doveva venire, per conferire senso e direzione al nostro tempo e alla nostra vita?
Giovanni interroga con ansia e urgenza: tutto, per lui, dipende dalla risposta a quella domanda.

Non solo Giovanni, ma milioni di cristiane e cristiani, ogni giorno, pongono quella stessa domanda. Spesso non sanno, non sappiamo, se la poniamo realmente a Gesù, nella preghiera, oppure a noi stessi, oppure ancora, in realtà, a nessuno.
Davvero, Gesù, il tuo nome e la tua storia incontrano le nostre angosce, accolgono la nostra attesa, rispondono alle nostre speranze?

Attesa, speranza, sono parole ambigue. A volte sono pronunciate con superficialità, sono parole che vanno sempre bene e che costano poco.
Ma proviamo a immaginarle in una trincea; o in un campo profughi; oppure anche in una coda, davanti allo sportello di un ospedale, in attesa di risultati di analisi cliniche dai quali dipende la vita: queste situazioni tagliano l’erba sotto i piedi a ogni superficialità, a ogni qualunquismo, a ogni chiacchiera religiosa. Sei tu il contenuto di ogni attesa? Sì o no?

“Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi vedono e gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, persino i morti risuscitano e ai poveri è annunciata la buona notizia”.
Sembra una risposta chiarissima: Gesù elenca alcune guarigione da lui operate, alcune talmente straordinarie da essere considerate addirittura come risurrezioni dai morti.
Lo fa con parola tratte dall’Antico Testamento e interpreta quelle guarigioni come segni di una vicinanza di Dio che trasforma la realtà. Che cosa volete di più? Non è chiaro abbastanza?

Beh, non è così semplice. Nemmeno in presenza di Gesù tutti i ciechi, tutti i paralitici, tutti i lebbrosi, tutti i sordi sono stati guariti, e la gente ha continuato a morire. Il meno che si possa affermare, dunque, è che la buona notizia del regno di Dio è piuttosto parziale.

È un po’ come oggi: certamente ci sono anche segni di speranza; certamente nel cuore di situazioni oscure si accendono anche luci inattese e generatrici di futuro; e a volte, nel periodo natalizio, i media le pubblicizzano un po’ di più, perché a Natale non solo siamo tutti più buoni, ma anche un po’ più fiduciosi.

O forse no, forse, anzi, ogni buona notizia appare come una misera goccia nel mare del dolore e del non senso dell’umanità; forse ogni bambino salvato dalla denutrizione o dalla malattia, che certamente costituisce un risultato, anzi, una conquista, evidenzia, per contrasto, la tragedia dei molti e delle molte che non ce la fanno; e a quel punto, anche la buona notizia della vicinanza di Dio, annunciata ai poveri, appare discutibile. Non sono pochi a pensarla così. E anche a quel tempo non era diverso.

La risposta di Gesù, dunque, non solo è indiretta, non è un sì o un no, ma è anche contestabile. Ed è esattamente per questo che essa culmina in una beatitudine: Beato, beata, chi non si scandalizza di me!

Che cosa significa, qui, scandalo? In fondo, l’abbiamo già visto. Colui che doveva venire, colui che di fatto è venuto, non ci ha trasportati in un mondo nel quale tutti i problemi sono risolti per via religiosa.
Gesù di Nazareth è venuto in questo mondo e nelle sue tragedie: in esso ha parlato e agito, in esso è morto. I Vangeli, le buone notizie, sono stati scritti nella convinzione che la sua storia non finisca qui.

Come scrive un poeta cristiano: “Anziché rifugiarsi ammutolito / in un aldilà migliore / irruppe nuovamente nell’aldiquà crudele / nella lunga marcia attraverso i molti labirinti / dei popoli delle chiese e / della nostra storia di non salvezza”.
L’uomo di Nazaret viene ancora e ancora, nell’annuncio del suo messaggio, in parole e gesti, e ci invita non a una religiosa festa scintillante nella quale tutte le soluzioni e le consolazioni sono servite, bensì ad attraversare insieme a lui le tempeste e le ingiustizie della vita, scoprendo, e anche costruendo, segni di un mondo diverso, ispirato dalla volontà di Dio.

E ha ragione il poeta, quando prosegue dicendo: “Spesso ora ci coglie la paura che egli possa / essersi da lungo tempo perduto e smarrito / scomparso per sempre nello scoramento”.
Conosciamo questa possibilità. Beato chi non la fa propria, dice Gesù, beato chi riconosce nei segni della speranza la possibilità di una vita con un capo e una coda, la possibilità di una vita con Gesù.

Non scandalizzarsi di Gesù significa provare, tra mille contraddizioni, ad essere cristiane e cristiane, cioè, provare a seguire Gesù, in questo mondo.
Come ha scritto il teologo Hans Küng, “a vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte, sorretti da Dio e fecondi di aiuto per gli altri”.