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Bibbia

La trasformazione necessaria

Due giorni dopo ci fu un matrimonio a Cana, una città della Galilea. C'era anche la madre di Gesù, e Gesù fu invitato alle nozze con i suoi discepoli. A un certo punto mancò il vino. Allora la madre di Gesù gli dice: «Non hanno più vino». Risponde Gesù: «Donna, che vuoi da me? L'ora mia non è ancora giunta». La madre di lui dice ai servi: «Fate tutto quel che vi dirà». C'erano lì sei recipienti di pietra di circa cento litri ciascuno. Servivano per i riti di purificazione degli Ebrei. Gesù disse ai servi: «Riempiteli d'acqua!» Essi li riempirono fino all'orlo. Poi Gesù disse loro: «Adesso prendetene un po' e portatelo ad assaggiare al capotavola». Glielo portarono. Il capotavola assaggiò l'acqua che era diventata vino. Ma egli non sapeva da dove veniva quel vino. Lo sapevano solo i servi che avevano portato l'acqua. Quando lo ebbe assaggiato, il capotavola chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono prima il vino buono e poi, quando si è già bevuto molto, servono il vino meno buono. Tu invece hai conservato il vino buono fino a questo momento». Così Gesù fece il primo dei suoi segni miracolosi nella città di Cana, in Galilea, e manifestò la sua grandezza, e i suoi discepoli credettero in lui. (Giovanni 2,1-12)

Il Vangelo di Giovanni presenta caratteristiche particolari. Considerando il suo contenuto, gli episodi che riferisce, la sua struttura, notiamo che presenta numerose differenze rispetto agli altri tre Vangeli - di Matteo, Marco e Luca. Giovanni non mostra nessun interesse per il dato storico, e insiste soprattutto sul messaggio che intende trasmettere. Non è dunque in nessun modo un libro di storia, bensì di annuncio. Giovanni insiste molto sul carattere simbolico di ciò che espone. Non per niente, nel quarto Vangelo i “miracoli” sono definiti “segni”. E quello compiuto da Gesù a Cana è esplicitamente definito “il primo segno” compiuto dal maestro galileo.

Prima di entrare nel vivo del racconto, nel prologo, Giovanni specifica che la legge è stata data da Mosè, ma la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù. Dobbiamo tenere presente questa sottolineatura, se vogliamo cogliere ciò che l’evangelista intende trasmettere ai suoi ascoltatori, e soprattutto quale sia il cambiamento di paradigma che intende introdurre.

Al centro dell’episodio delle nozze di Cana, stanno gli elementi dell’acqua e del vino. Se li consideriamo dal punto di vista simbolico, possiamo dire che l’acqua serve alla purificazione e dunque rappresenta la purezza del rito antico. L’acqua è la tradizione, che va osservata senza modificarla in nessun modo. Come capita di dire, anche oggi: si è sempre fatto così, non è lecito apportare cambiamenti.

Il vino è la bevanda del regno, rappresenta la felicità dei credenti nel regno di Dio. Il vino è segno di rinnovamento. E a questo proposito, non possiamo non ricordare la parabola del vino nuovo in otri vecchi. In altre parole, ciò che Giovanni annuncia è la fine del ritualismo: uno spirito nuovo deve pervadere il mondo. In questa prospettiva, l’acqua rappresenta dunque una realtà in cui prevale il rito, mentre il vino rimanda alla dimensione nuova, quella in cui prevale l’amore, quella del dono gratuito.

A confermare questa lettura dell’episodio delle nozze di Cana, possiamo ricordare anche il fatto che Giovanni mette l’episodio della purificazione del tempio all’inizio del suo Vangelo. In quell’episodio si afferma il superamento del tempio – e dunque di una religiosità basata sui sacrifici e sulla centralità dell’osservanza della legge. Il tempio di Dio, afferma il Gesù giovanneo, è l’essere umano.

Non bisogna dunque concentrarsi, considerando il racconto delle nozze di Cana, sull’apparente “miracolo” – mai accaduto storicamente – bensì sull’essenziale, cioè sul messaggio che l’evangelista vuole trasmettere. E il messaggio è questo: che in Gesù, Dio si mostra favorevole all’essere umano, libera dalla paura e mostra il suo amore.

Quel Gesù che in Giovanni “trasforma” l’acqua in vino è il Gesù che al malato dice “alzati e cammina”, che alla donna condannata alla lapidazione dice “non ti condanno, vai e non peccare più”, che rivolto alla folla assicura “cercate e troverete”, che a tutti e tutte dice “io sono la via”. Non è il rito la cosa più importante, bensì avere Gesù come proprio orientamento.

Bisogna però ricordarsi di invitare Gesù al proprio tavolo, nella propria esistenza – come gli sposi di Cana si sono ricordati di fare. Ciò che constatiamo, anche nelle chiese, è che a volte Gesù è assente, perché non è neppure stato invitato. Le chiese si sono dimenticate di lui, la società “cristiana” si è dimenticata di lui, hanno pensato di poter fare a meno della sua guida, della sua presenza. Hanno ritenuto di non dover seguire le sue tracce, di poter imboccare altre strade. Se ripensiamo all’immagine della vite e dei tralci – in cui Gesù è la vite, e noi siamo i tralci – capiamo che senza un profondo radicamento in Gesù, non potremo dare frutto, di amore, di giustizia, di pace.

In un mondo pieno di abili alchimisti, che quotidianamente operano trasformazioni di ogni genere – la verità in bugia, il bene in male, ciò che è giusto in errore, la luce in ombra – confondendo i cuori e le menti, la trasformazione di cui abbiamo bisogno è quella di quel Gesù che vuole camminare con noi.

Foto: unsplash

La virtù dell'umiltà

I discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: “Chi è il più grande nel regno dei cieli?” Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chi, pertanto, si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Matteo 18, 1-6)

Il testo di Matteo ci presenta il più antico ordinamento ecclesiastico per disciplinare la vita della comunità cristiana.
È un testo semplice e chiaro, di facile comprensione. È privo di rigidità giuridica, perché alla sua base sta il comandamento dell’amore.
In questo testo veniamo a sapere qual è la vera grandezza dell’uomo cristiano, della donna cristiana, quella grandezza a cui ognuno di noi dovrebbe tendere con tutte le proprie forze.

All’origine di questo antico ordinamento c’è un problema grave: anche tra i discepoli di Gesù si è insinuato lo spirito della competizione, della supremazia, del dominio, della sopraffazione.
Qualcuno vuole essere più importante, vuole avere il primo posto, vuole affermare il proprio piccolo o grande potere su altri, vuole essere più grande. Anche quelli che seguono o dicono di seguire Gesù fanno propria la domanda che tormenta l’umanità: chi è più grande?

È la domanda che lacera le famiglie, che divide, che separa i fratelli e le sorelle, che arma la mano di Caino contro Abele, che semina inimicizia tra Giacobbe ed Esaù.
È la domanda che scatena gli odii politici, che spinge a ogni bassezza e a ogni infamia per screditare l’avversario politico, per infangare il suo nome e la sua reputazione.
È la tormentosa domanda che genera infinite guerre commerciali.
È l’eterna causa di guerre tra i popoli e di discordie tra le nazioni.
Non è il problema del pane, del cibo, quello che scatena le guerre, ma l’ambizione, che rende troppo piccola la nostra terra.
Per l’ambizione è troppo piccolo anche il regno dei cieli. Ebbene, anche nella chiesa può insinuarsi, si insinua questa domanda.

Come risponde Gesù? Gesù ci presenta l’immagine di un bambino.
Che cosa significa? Di certo non è un invito a far regredire la chiesa allo stadio di asilo infantile e i cristiani a quello di persone non ancora mature. L’immagine del bambino ci riporta alla debolezza del bambino, al suo bisogno di sostentamento e indica così l’atteggiamento del vero discepolo: consapevole della sua fragilità; umile, e perciò capace di affidarsi pienamente all’amore di Dio e alla sua guida.

Il bambino è allora l’immagine del discepolo e della discepola che si lasciano portare da Dio, che sa di non dover contare solo sulle proprie forze, peraltro limitate, e di poter fidare nell’amore infinito di Dio.

Il credente è, in un certo modo, debole. In un certo modo, perché ci sono anche deboli che non si accorgono di esserlo: ignoranti, orgogliosi, egoisti, avari, presuntuosi.
Il credente è debole nella forma dell’umiltà. Questa umiltà si esprime attraverso la mancanza di arroganza, attraverso il rispetto per l’altro, l’amore per la giustizia, il riconoscimento dei propri limiti e dei propri errori, l’amore per la verità e il rifiuto della menzogna, dell’inganno, dell’ipocrisia.
Il discepolo e la discepola veri non possono chiedersi chi sia il più grande nel regno dei cieli perché sanno di non meritare nemmeno di entrarvi. La loro vera grandezza consiste dunque nell’umiltà.

L’umiltà oggi, nel mondo, è respinta e derisa. Il mondo appartiene ai furbi che tutto vogliono tranne che rinnovare davvero la società.
L’umiltà è giudicata insipienza, inferiorità, nel migliore dei casi è forse stimata una buona virtù, ma considerata un assurdo nella libera concorrenza delle forze che reggono il mondo.
Chi è umile è sopraffatto, sfruttato, non si fa strada, è perdente. Così nella vita familiare, quando guida l’auto, quando gioca. Soprattutto nel gioco, là dove, secondo De Coubertin «l’importante non è vincere, ma partecipare», là dove l’umiltà dovrebbe trovare spazio, domina invece la violenza, la prepotenza, la sicurezza di sé. Per non parlare poi della politica, la cui porta è bene che l’umile non apra neppure, in una società terribilmente competitiva, in preda a un concorso continuo, con le sue votazioni e graduatorie. Bisogna essere bravi, forti, preparati, coraggiosi. Sapersi far valere. Sapersi arrangiare.
Non si pensa che anche nella vita politica, anche nella vita economica, anche nella vita sociale l’essere umano sta davanti a Dio e che solo da Dio viene un vero rinnovamento.

Ma quel che è peggio, è che si pensa che anche nella chiesa non debba esserci spazio per questa virtù, che anche nella chiesa si debba vivere e agire e governare secondo la domanda: chi è il maggiore? Questo è la rovina, questa è la fine della chiesa, questo è l’allontanamento dalla via segnata da Gesù.

Ma fra voi non deve essere così. Questa è la buona notizia, la novità con la quale inizia il può antico ordinamento ecclesiastico, orientato dall’amore, basato sull’amore, concepito per dare spazio all’umiltà, alla verità, all’amore, alla giustizia, allo spirito di servizio, all’uguaglianza. Fra voi non deve essere così, dice Gesù.

Seguire questa parola significa essere messi nella condizione di agire come fermento di rinnovamento nel vecchio mondo. Significa aprire le porte non soltanto di una felicità personale, silenziosa, appartata, ma anche di una vita pubblica che non sia più all’insegna della competizione, del rancore, della furbizia, che non segua più le regole del mercato, della pubblicità, del denaro.
Umiltà vorrebbe dire allora non tanto debolezza quanto dirittura morale, coraggio sincerità, rettitudine, capacità di discernimento e anche intelligenza.

Una virtù stretta, quella dell’umiltà. Una virtù di chi non ha paura, ma sa andare incontro alla vita con un sorriso sul volto, magari appena accennato. Tutto il resto è scandalo, è vergogna per la chiesa, è fonte di gelosie, di inimicizie, di incomprensioni, di divisioni, è la morte della chiesa, è arido deserto senza vita.

Chi è il maggiore? Gesù ha detto: chi si farà piccolo come un bambino.

La volpe e la chioccia

In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei e gli dissero: “Lascia questi luoghi e vattene altrove, perché Erode vuol farti uccidere”.
Ma Gesù rispose: “Andate da quel volpone e ditegli: Ecco, io scaccio gli spiriti maligni e guarisco i malati oggi e domani, e il terzo giorno raggiungerò la mia mèta. Però oggi, domani e il giorno seguente io devo continuare il mio cammino, perché nessun profeta può morire fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme! tu che metti a morte i profeti e uccidi a colpi di pietra quelli che Dio ti manda! Quante volte ho voluto riunire i tuoi abitanti attorno a me, come una gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali. Ma voi non avete voluto! Ebbene, la vostra casa sarà abbandonata! Perciò io vi dico che non mi vedrete più fino a quando esclamerete: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore!’” (Luca 13,31-35)

Il testo di Luca contiene due immagini tratte dal mondo animale.
La prima è il riferimento al re Erode come a una “volpe”: non è certo un complimento, ma Gesù non ha mai avuto paura di sfidare il potere.
La seconda immagine è davvero sorprendente: Gesù si paragona a una gallina, a una chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali.

Com’è diversa, questa immagine materna, dalle immagini correnti del Cristo, ad esclusione ovviamente del crocifisso, unica immagine veramente biblica.
La storia dell’arte cristiana ci ha lasciato diversi Cristi: dal Cristo potente, re del cielo e della terra, a certi Cristi un po’ sdolcinati, ai Gesù bambini che sembrano bambole di porcellana. Ma, in mezzo a tutti questi cristi, un Cristo-chioccia non credo che sia mai stato dipinto.
Eppure, nella Bibbia questa immagine non è affatto inconsueta. Gesù, infatti, non fa altro che applicare a sé stesso un’immagine che nell’Antico Testamento è comunemente riferita a Dio.

Nel libro del Deuteronomio Mosé paragona Dio a “un’aquila che desta la sua nidiata, svolazza sopra i suoi piccoli, spiega le sue ali, li prende e li porta sulle penne” (32,11). In vari Salmi si parla del rifugio che gli uomini trovano “all’ombra delle ali” di Dio.
Dio come un’aquila che risveglia la sua nidiata per condurla verso la terra promessa; Dio che protegge ed accoglie i credenti con le sue penne; il Cristo come la chioccia che raccoglie i suoi pulcini. Queste immagini “ornitologiche” suggeriscono tre riflessioni.

La prima è una riflessione sull’importanza di recuperare le metafore “femminili” di Dio. Nel linguaggio tradizionale della chiesa è stato dato molto spazio a un’idea “monarchica” di Dio: Dio come re e Signore, e se è padre è piuttosto un “padre-padrone”.
Ma nella Bibbia Dio è anche madre, e recuperare il “lato femminile” di Dio è importante per evitare quella forma di idolatria in cui cadiamo quando si affida a un’unica relazione personale importante - quella tra padre e figlio/a - il compito di fare da schema per parlare del rapporto tra Dio e gli umani.
Proprio perché Dio non si può ridurre ai nostri schemi umani, è importante riscoprire la ricchezza di metafore bibliche che non descrivono in modo diretto ma alludono a Dio, ci danno degli spiragli per cogliere qualche raggio, qualche brandello del mistero profondo di Dio.

Si potrebbe però obiettare: c’è davvero bisogno di recuperare questo lato materno di Dio proprio in una società permissiva come la nostra in cui c’è fin troppo amore materno, nel senso di un amore indulgente che, a furia di proteggere, capire e scusare finisce per creare dei figli immaturi, egoisti, pronti a rivoltarsi contro i genitori?
Ma chi ha detto che l’amore materno di Dio sia indulgente, iperprotettivo, permissivista?
Gesù usa l’immagine della chioccia in un contesto altamente drammatico, quello di un lamento su una città recalcitrante che mette a morte gli inviati di Dio.
Il suo amore materno non è sdolcinato, non è buonismo indulgente.
Al contrario, è un amore esigente, geloso e appassionato e quindi, in questo contesto, diventa un amore ferito, un amore che si sente rifiutato; un amore che offre protezione ma che non può e non vuole costringere chi rifiuta di essere protetto.

La chioccia vorrebbe riunire i pulcini sotto le sue ali: ma se i pulcini sono così stupidi da rifiutare la protezione, che cosa può fare la chioccia? E che cosa può fare Dio se noi ci rifiutiamo di seguire la via che ci indica? Nient’altro che abbandonarci al nostro destino, come leggiamo al versetto 35: “Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta”, cioè Dio abbandonerà la città e il suo tempio.
La punizione non è un fulmine di Dio, ma il suo ritrarsi; eppure, Dio, come mostra la fine del versetto, non rinuncerà a trovare altre occasioni per proporre il suo amore: per proporlo, non per imporlo!
L’amore “materno” di Dio forse esce sconfitto dalla battaglia, proprio perché si propone e non si impone. Se Dio ci prendesse a sberle ogni volta che sbagliamo, vincerebbe di sicuro ogni battaglia - ma forse non la guerra, perché ci lasceremmo mettere in riga per paura dei ceffoni e non perché vinti e convinti dal suo amore. E può essere che, nella sua divina pedagogia, Dio preferisca perdere tante battaglie, perché alla fine vuole vincere la guerra.
Come questo accadrà non lo sappiamo: sta solo nei piani di Dio. Ma è certo che il lamento su Gerusalemme si chiude con una parola profetica di speranza: la speranza che questo amore ferito di Dio avrà un giorno il sopravvento. E quelli che rifiutavano la protezione offerta riconosceranno quell’amore, benedicendo Iddio ed esclamando: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

Le sorprese di Natale

Anche noi […] parliamo di una sapienza. Ma non si tratta di una sapienza di questo mondo né di quella dei potenti che lo governano. Parliamo della misteriosa sapienza di Dio. Nessuna delle potenze che governano questo mondo ha conosciuto questa sapienza. Se l'avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore. Ma come si legge nella Bibbia: “Quel che nessuno ha mai visto e udito, quel che nessuno ha mai immaginato, Dio lo ha preparato per quelli che lo amano”(2 Corinzi 2,6-9).

L’arrivo del Messia era atteso, era stato preparato, i testi profetici ne avevano parlato. Ma quando Gesù nasce, molti rimangono spiazzati. I testi in cui si parla di quella nascita ci dicono, in modo evidente, che nessuno era veramente preparato, nessuno aveva nutrito un’attesa all'altezza dell’opera di Dio.
Vi leggiamo la sorpresa dei pastori nel vedere una luce nella notte di solito buia, e nell’udire un canto inconsueto: «Pace in terra». Un annuncio di pace, proprio sulla terra, dove non c’è mai pace. E dove molti vorrebbero sentire dal Messia un grido di battaglia contro l’occupante romano.
Vi leggiamo la sorpresa dei magi, venuti a cercare «il re dei giudei che è nato». Lo trovano in una mangiatoia, o comunque in un luogo decisamente poco regale.
Vi scorgiamo la sorpresa di Giuseppe e di Maria, quando vanno al tempio a presentare il bambino, «quando furono compiuti gli otto giorni dopo i quali egli doveva essere circonciso» (Luca 2,21). In lui il vecchio Simeone vede la salvezza di Dio per tutti, «e il padre e la madre restavano meravigliati delle cose che dicevano di lui» (Luca 2,33).

Se allarghiamo lo sguardo alla vita di Gesù, raccontata nei Vangeli, ci imbattiamo nella sorpresa di Simone e Andrea, pescatori di Galilea, nel sentirsi dire: «Seguitemi, e io farò di voi dei pescatori di uomini» (Marco 1,17). Come mai Gesù sceglie, per un’impresa tanto difficile, uomini oscuri e non uomini illustri, dei lavoratori e non degli intellettuali, degli illetterati e non dei dotti?
C’è la sorpresa dei pubblicani – disprezzati perché religiosamente non in regola – di sentirsi cercati e non evitati, amati e non giudicati, chiamati e non esclusi. La sorpresa di Zaccheo di sentirsi dire: «Anche questo è figlio di Abramo» (Luca 19,9).
C’è la sorprea dei farisei e degli scribi di sentirsi giudicati e contestati, anziché onorati e ubbiditi – loro che conducevano una vita irreprensibile dal punto di vista del rispetto delle norme religiose. Perché scribi e farisei sono criticati aspramente e invece la folla accorre ad scoltare il falegname di Nazaret, e si stupisce della sua dottrina, poiché egli parla «come uno che ha autorità, e non come gli scribi?» (Marco 1,22).
C’è la sorpresa della donna adultera di non essere abbandonata al proprio destino – quello di essere lapidata, secondo la legge dell’epoca – ma anzi liberata dal pericolo e, più ancora, dalla colpa. Perché Gesù non la condanna?
C’è la sorpresa dei ciechi che vedono, dei paralitici che camminano, dei malati che guariscono, dei poveri, i quali pensavano di essere ai margini del popolo di Dio e invece si vedono trattati da Gesù come i veri destinatari della buona notizia. La sorpresa di sperimentare «Quel che nessuno ha mai visto e udito, quel che nessuno ha mai immaginato».

La buona notizia portata da Gesù è dunque piena di sorprese. E lo è anche per chi crede di conoscerla bene. Attenzione, perché anche chi del Natale pensa di sapere tutto e dal Natale non si aspetta più nulla, potrebbe essere trovato tra quelli che vengono bruscamente risvegliati.
Ha scritto il teologo protestante Paul Tillich: «Penso al teologo che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso in una dottrina. Penso allo studente in teologia che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso in un libro. Penso all’uomo di chiesa che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso in un’istituzione. Penso al credente che non aspetta Dio perché lo possiede, chiuso nella propria esperienza». Tutti questi, e molti altri ancora – e magari noi potremmo essere tra quelli – potrebbero andare incontro a molte sorprese.

E del resto, quante sorprese ci sono state, nel corso della storia del cristianesimo e nella storia dell’umanità. Per quanto tempo, ad esempio, le donne sono state relegate in ruoli subalterni, per quanti secoli non hanno potuto parlare, sono state escluse – e ancora a volte sono escluse – da posizioni di autorità? E quanto tempo c’è voluto finché, con grande sorpresa, abbiamo capito che Dio affida alle donne gli stessi compiti tenuti gelosamente stretti dagli uomini? E quante altre persone, dai disabili agli omosessuali, sono stati considerati castigati da Dio e peccatori? E quanto tempo c’è voluto finché, con grande sorpresa, abbiamo capito che Dio posa su di loro uno sguardo amorevole e accogliente, lo stesso sguardo con cui guarda l’intera umanità? Davvero, le sorprese di Natale, le sorprese della venuta di Dio nel mondo, non sono ancora finite.

Nella foto: "Annunciazione", Emilio Testa

Le tentazioni di Gesù

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dalla regione del Giordano. Poi, sempre sotto l’azione dello Spirito, andò nel deserto e rimase là quaranta giorni, mentre Satana lo assaliva con le sue tentazioni. Per tutti quei giorni non mangiò nulla e alla fine ebbe fame.
Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei il Figlio di Dio comanda a questa pietra di diventare pane”.
Ma Gesù gli rispose: “No, perché nella Bibbia è scritto: ‘Non di solo pane vive l’uomo’”.
Il diavolo allora condusse Gesù sopra un monte e in un solo istante gli fece vedere tutti i regni della terra. Gli disse: “Vedi, tutti questi regni, ricchi e potenti, sono miei: a me sono stati dati e io li do a chi voglio. Ebbene, se ti inginocchierai davanti a me saranno tutti tuoi”.
Gesù rispose di nuovo: “No, perché nella Bibbia è scritto: ‘Adora il Signore, che è il tuo Dio: a lui solo rivolgi la tua preghiera!’”
Alla fine, il diavolo condusse Gesù a Gerusalemme, lo mise sulla punta più alta del Tempio e gli disse: “Se tu sei il Figlio di Dio buttati giù di qui. Perché nella Bibbia è scritto: ‘Dio comanderà ai suoi angeli di proteggerti. Essi ti sosterranno con le loro mani perché tu non inciampi contro alcuna pietra’”.
Gesù gli rispose per l’ultima volta: “Ma la Bibbia dice anche: ‘Non sfidare il Signore, tuo Dio’”.
Il diavolo allora, avendo esaurito ogni genere di tentazione, si allontanò da Gesù, in attesa di un altro momento propizio (Luca 4,1-13)

“Le tentazioni sono il dato che gli evangelisti non sono riusciti a cancellare, ma che i teologi hanno cercato di svuotare del loro contenuto”: con queste parole un commentatore esprime il disagio che questo episodio provoca in molti credenti, di fronte al pensiero che Gesù sia stato tentato dal male.
La teologia cristiana ha quasi sempre accentuato la divinità di Gesù, a spese della sua umanità, o facendo di Gesù un superuomo, una specie di superman.
L’idea di un Gesù tormentato dalla tentazione mal si concilia con questa super-umanità del Cristo. E invece no: Gesù è stato veramente tentato, perché è stato uomo fino in fondo.

Le tentazioni non sono una “finta”. Il nostro racconto è molto sintetico, e sembra che Gesù risponda senza nessuna esitazione alle provocazioni del diavolo. Quasi che avesse imparato a memoria un copione. Ma alla fine del suo Vangelo Luca ci descrive in dettaglio un’altra ora di tentazione, cioè l’agonia nel Getsemani, dove Gesù è tentato di abbandonare tutto e di sottrarsi al suo destino, che è quello della croce. E in quell’ora Gesù è triste, è angosciato (Luca 22,44).

La parola “agonia” usata da Luca per descrivere lo stato d’animo di Gesù significa angoscia, sofferenza estrema. Anche nel deserto, dunque, le sue tentazioni non devono esser state una “passeggiata”.
Nel corso della sua attività pubblica Gesù ha probabilmente conosciuto altri momenti di tristezza, di depressione, di insicurezza e di crisi. Gesù è stato tentato sul serio, messo davvero alla prova, proprio come noi.

Il richiamo all’agonia del Getsemani ci mostra che le tentazioni non sono un episodio circoscritto, ma una costante nella vita di Gesù – come pure di ogni credente.
Nel nostro testo, Luca descrive tre tentazioni specifiche, ma lascia intendere che ci sono state altre tentazioni, forse nel deserto stesso ma sicuramente dopo: al versetto 13 leggiamo che, avendo esaurito ogni genere di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù: ma solo “in attesa di un altro momento propizio”.

I Vangeli in effetti accennano ad altre tentazioni di Gesù, oltre a quella già citata del Getsemani. Facciamone un breve elenco:

- la folla tenta Gesù, quando vuole rapirlo e incoronarlo re (Giovanni 6,15)
- Pietro tenta Gesù, quando lo rimprovera per l’annuncio della Passione e cerca così di stravolgere il senso della sua missione. Ma Gesù lo scaccia usando parole forti e brusche: “Vattene via da me, Satana” (Marco 8,33)
- i farisei “tentano” Gesù in varie occasioni, per esempio quando gli pongono la domanda se sia lecito pagare il tributo a Cesare. In quella occasione Gesù risponde: “Perché mi tentate, o ipocriti?” (Matteo 22,18).

In altre parole, tutta l'attività pubblica di Gesù è in qualche modo posta sotto il segno della tentazione, e la stessa cosa vale per i suoi discepoli.
Non è un caso che la preghiera che Gesù ci ha insegnato si concluda con domande che riguardano la tentazione. “Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”, leggiamo nella versione di Matteo 6,13. Mentre nella versione riportata da Luca (11,4) la conclusione è semplicemente: “Non ci esporre alla tentazione”. Non ci esporre: letteralmente, non “farci entrare” nella tentazione, fa’ che non crolliamo di fronte ad essa, che non cadiamo nella trappola che il male ci tende.

Le tentazioni di Gesù ci restituiscono la sua umanità, e al tempo stesso anche la nostra umanità.

In primo luogo, Gesù non è un super-uomo: è semplicemente uomo. Come noi è tentato e come noi conosce momenti di stanchezza, di esitazione, di crisi. In questo modo egli è più vicino a noi. L’incarnazione sarebbe una incarnazione a metà se Gesù non avesse conosciuto, in tutta la sua drammaticità, la tentazione. Gesù come noi ha dovuto combattere la tentazione: non ha “recitato una parte”, ma è stato uomo fino in fondo.

In secondo luogo, le tentazioni di Cristo ci restituiscono non solo la sua umanità, ma anche la nostra. Così come abbiamo fatto di Cristo un super-uomo, allo stesso modo abbiamo fatto del credente un super-uomo, una super-donna. Abbiamo pensato che essere credenti significhi essere uomini e donne che non hanno mai esitazioni, dubbi, momenti di sconforto. La vita del cristiano e della cristiana è invece anche una lotta, è anche un combattimento quotidiano.

La buona notizia contenuta nei racconti delle tentazioni è che al nostro fianco c’è quel Gesù che, come noi, ha sperimentato la tentazione e l’ha superata. Affidandoci a lui, tenendo gli occhi su di lui, potremo resistere ai dubbi e alle esitazioni e superarle.

Luce che risplende nelle tenebre

In principio, c'era colui che è 'la Parola'.
Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio.
Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa.
Senza di lui non ha creato nulla.
Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini.
Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta
(Giovanni 1,1-5)

Soffermiamoci sulle parole del versetto 5: “La luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta” (Giovanni 1,5).
Che cosa dicono queste parole? Dicono tre cose: la prima è che la luce c’è: non ci sono solo tenebre nel nostro mondo! La seconda è che questa luce risplende, cioè è piena di forza e di vita. La terza è che risplende nelle tenebre, non fuori dalle tenebre, ma dentro.

In primo luogo, dunque, la luce c’è. Non solo c’è, ma c’è dall’inizio. Non solo dall’inizio del versetto 5 del primo capitolo del Vangelo di Giovanni, ma dall’inizio del mondo, la prima parola in assoluto che Dio abbia pronunciato. All’inizio di tutto, la parola che precede e fonda tutte le altre e tutto ciò che esiste, è stata: “Sia la luce” (Genesi 1,3) “e la luce fu”.
La luce è la prima creatura di Dio. Senza la luce, anche se c’è tutto, è come se non ci fosse nulla. Chiudete gli occhi, e il mondo si svuota.
Il buio ha questo potere impressionante, di annullare in un certo senso la realtà, che la luce, invece, rivela. La luce ha questo potere immenso, di far vivere tutto. Solo con la luce il mondo esiste realmente.
Non per nulla si dice di un bambino che è nato, che è “venuto alla luce”. La luce è condizione di vita: una pianta senza luce, muore. Senza luce, la vita è impossibile. Ecco perché́ la Bibbia dice che “Dio è luce” (1 Giovanni 1,5).

Ora, la luce ha due caratteristiche.
La prima è che la luce non si vede, ma fa vedere. Vediamo il sole e i suoi raggi, ma la luce non la vediamo. Ma vediamo solo grazie alla luce che non vediamo: la luce è l’invisibile che fa vedere.
Così è anche Dio: è invisibile, nessuno l’ha mai visto, ma ci fa vedere: e ci fa vedere non solo quello che vedono gli occhi, ma anche quello che gli occhi non vedono: ci fa vedere l’invisibile. Come dice l’apostolo Paolo: “Concentriamo la nostra attenzione non su quel che vediamo ma su ciò che non vediamo” (2 Corinzi 4,18). E ancora, nel Libro dei Salmi: “Per la tua luce, noi vediamo la luce” (Salmo 36,10).

La seconda caratteristica è che la luce non fa rumore.
Tutto ciò che vive produce qualche rumore: l’acqua fa rumore, il vento, il fuoco fanno rumore, ma la luce no, non fa nessun rumore, è silenziosa. Così è Dio: anche lui è silenzioso.
Quando Dio si manifesta al profeta Elia, la Bibbia dice che soffiò un vento impetuoso che quasi spezzava le rocce, ma Dio non era nel vento, poi venne un terremoto, ma Dio non era nel terremoto, poi ci fu un incendio, ma Dio non era nel fuoco, poi venne il suono sommesso di un impercettibile silenzio, e Dio era nel silenzio (1 Re 19,11-12).
Dio non fa rumore: non strilla, non urla, ma entra silenzioso nella tua anima, e la illumina. Questa luce divina che non si vede, ma fa vedere, che non fa rumore, ma fa, appunto, luce, secondo la nostra fede, non è solo una cosa piena di fascino e di mistero, ma è una persona: Gesù di Nazareth.
Come dice il profeta Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce, su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende” (Isaia 9,1).

In che cosa consiste la luce di Gesù? È la sua vita, il suo insegnamento, il suo annuncio del Regno di Dio vicino.
Le parabole del Regno sono una luce, ogni parabola lo è. Pensiamo alla parabola del figliuol prodigo: quale luce proviene da quella parabola. Le guarigioni di Gesù sono una luce: ogni guarigione lo è. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è una luce. Le Beatitudini sono una grande luce, l’amore per i nemici è la luce più luminosa di tutta la Bibbia, anzi di tutta la storia umana.
O ancora, pensiamo all'episodio dell'incontro con la donna adultera. Alcune persone portano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e gli chiedono di giudicarla. Il giudizio, secondo la legge di Mosè, poteva essere sola una condanna a morte per lapidazione. Gesù dice invece all’adultera: “Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti condanna?” “Nessuno, Signore”, rispose la donna. E Gesù le disse: “Neppure io ti condanno.” (Giovanni 8,1-11). In quel momento risplendette una grande luce, non solo su quella donna, ma anche su di noi che, come lei, abbiamo bisogno di perdono.

Dove c’è Gesù, c’è luce. C’era luce persino sulla croce, quando pregò per i suoi carnefici dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Luca 23,34).
Dove c’è Gesù, c’è luce. Anche quando è entrato nella nostra vita ha portato luce: “Io sono la luce del mondo”, dice Gesù, e come ricorda l’evangelista Giovanni, chi segue Gesù “non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8,12).

In secondo luogo, questa luce che c’è dove c’è Gesù, dice ancora l’evangelista Giovanni, non solo c’è, ma risplende. Che cosa significa? Significa due cose.

La prima è che per risplendere, dev’essere una luce forte, vigorosa, piena di vita. Non una piccola luce tremolante che vacilla e può spegnersi a ogni soffio di vento. No, nessun vento la può spegnere. Ti puoi fidare di questa luce, non ti lascerà mai al buio.

La seconda cosa è questo verbo all’indicativo presente: risplende, mentre tutti i verbi precedenti sono al passato: “In principio, c'era colui che è 'la Parola'. Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. (Giovanni 1,1-4).
Otto verbi al passato, uno dopo l’altro. Poteva anche continuare col passato, e dire che la luce risplendeva o risplendette nelle tenebre, quando c’era Gesù.
Anche così sarebbe andato benissimo, tanto più che poi i verbi al passato riprendono subito dopo, fino in fondo al Prologo, tutto di nuovo al passato.
Oppure Giovanni avrebbe anche potuto parlare della luce al futuro e dire: “La luce splenderà” quando Gesù ritornerà e verrà il Regno di Dio.
Ma Giovanni non dice né “risplendeva” al passato, né “risplenderà” al futuro, dice “risplende” al presente. Parlando della luce di Gesù, poteva e voleva solo parlarne al presente.
Risplende oggi come allora, anzi più di allora, perché non è solo la luce del Gesù storico, è anche quella del Gesù risorto. Doppia luce, quindi, quella che risplende oggi; risplende davanti a noi e sopra di noi, nel nostro mondo e per il nostro mondo, ogni giorno.

Infine, la luce risplende oggi nelle tenebre. Le tenebre ci sono, eccome. Non ci sono solo loro, c’è anche la luce, ma non c’è solo la luce, ci sono anche le tenebre. C’era allora, ci sono anche oggi.
Sono tenebre fitte: tenebre di inimicizia, di maldicenza, di odio, di competizione, tenebre di menzogna, di conflitto, di invidia, di ingiustizia, tenebre di guerra, tenebre di dolore, di malattia, di esclusione sociale, di razzismo, tenebre di divisione.
La luce portata da Gesù non è stata accolta, duemila anni fa, se non da poche persone, e Gesù stesso non è stato amato, non è stato benvoluto, non è stato neppure capito. “È venuto nel mondo, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, ma i suoi non l’hanno ricevuto” (Giovanni 1,10-11). E anche oggi è così: Gesù non è benvenuto, ci disturba il suo invito a convertirci, a lasciarci trasformare. Noi non vogliamo essere trasformati, vogliamo rimanere quel che siamo. Preferiamo le tenebre alla luce.

Ma per quanto diffuso possa essere il rifiuto della luce, essa risplende ancora. Le tenebre non l’hanno accolta, ma non l’hanno vinta. Essa risplende nelle tenebre. Non accanto, non sopra, non sotto, ma dentro, nel cuore delle tenebre, là dove sono più fitte, risplende la luce di Gesù.
Se risplendesse solo in cielo, noi che siamo sulla terra non potremmo vederla. Se risplendesse solo lontano dalle tenebre, noi che siamo dentro le tenebre, non potremmo vederla. Ma risplende dentro le tenebre, nel buio del mondo e nel buio dell’anima. Nelle nostre tenebre, la luce risplende, ora.
Nel buio della sofferenza, Gesù è luce con la sua compassione. Nel buio della solitudine, è luce con la sua presenza. Nel buio del peccato, è luce con il suo perdono. Nel buio dell’errore, è luce con la sua verità. Nel buio della morte, Gesù è luce con la sua risurrezione, con il suo sì alla vita.

Muri da abbattere

Fra quelli che erano andati a Gerusalemme per la festa c'erano alcuni greci. Essi si avvicinarono a Filippo (che era di Betsàida, città della Galilea) e gli dissero: 'Signore, vogliamo conoscere Gesù'.
Filippo lo disse ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: 'L'ora è venuta. Il Figlio dell'uomo sta per essere innalzato alla gloria. Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l'assicuro. Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. [Gesù parlò ancora e disse]: ‘Quando sarò innalzato dalla terra, attirerò a me tutti gli uomini'”
(Giovanni 12,20-25.32)

Uniti a Cristo Gesù per mezzo della sua morte, voi, che eravate lontani, siete diventati vicini. Infatti, Cristo è la nostra pace: egli ha fatto diventare un unico popolo i pagani e gli Ebrei; egli ha demolito quel muro che li separava e li rendeva nemici. Infatti, sacrificando sé stesso, ha abolito la Legge giudaica con tutti i regolamenti e le proibizioni. Così, ha creato un popolo nuovo, e ha portato la pace fra loro. […] Egli è venuto ad annunziare il messaggio di pace: pace a voi che eravate lontani e pace a quelli che erano vicini (Efesini 2,13-15.17)

Il nostro mondo costruisce continuamente separazioni e non condivisioni. È un mondo con persone e popoli divisi, tra coloro che appartengono al “mio” mondo e gli “altri”; un mondo nel quale si afferma la necessaria divisione per consentire una coesistenza pacifica. Si afferma con grande chiarezza che, per il bene di tutti, “ognuno stia a casa propria”. E questo accade nei nostri giorni, non è un ricordo del passato. Quando esplode in modo tragico il fenomeno migratorio si chiede di operare una scelta molto chiara: ogni popolo deve stare a casa propria così non vi saranno tutti i grandi problemi che affliggono i paesi europei. Si invoca, e si costruisce, il muro e non il ponte tra i popoli.

E di muri, in questo nostro mondo, ce ne sono molti. C’è il muro che separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud: un sistema di reticolati, torrette di guardia e muri che tagliano in due la penisola coreana. C’è il muro che separa Israele dai territori palestinesi. C’è la barriera che la Turchia ha costruito per impedire l’afflusso di profughi siriani. C’è il muro che il governo americano ha costruito lungo il confine con il Messico per fermare l’immigrazione dal Sudamerica. C’è il muro che l’Ungheria ha costruito per sbarrare il passo ai profughi provenienti dai Balcani.

A dire il vero, l’intera storia umana potrebbe essere raccontata come storia di costruzione di muri. Dai “limes” romani al vallo di Adriano, dalla Grande muraglia cinese al Danevirke danese, dal muro difensivo costruito dai francesi in Algeria al Muro di Berlino.
Anche la storia del cristianesimo ha sviluppato l’immagine di una cittadella fortificata, chiusa dietro un’alta cinta muraria: le raffigurazioni antiche del paradiso – quello celeste, ma anche il giardino dell’Eden – mostrano infatti sempre alte mura difensive, provviste di merli e porte fortificate.

Il muro non è solo una realtà fisica, è anche un simbolo. Simbolo di separazione, di chiusura, di esclusione. Simbolo di paura. Dice che il mondo è diviso tra un dentro – ritenuto sicuro e amico – e un fuori – temuto perché considerato pericoloso e nemico. Dentro c’è tranquillità, benessere e vita; fuori c’è miseria, violenza e morte. E chi sta dentro non vuole avere nessuno scambio, nessun dialogo con chi sta fuori.
Anche nel linguaggio quotidiano ricorre l’immagine inquietante del muro: si dice “parlare al muro” per intendere che non si trova nessun interlocutore; si dice “sbattere la testa contro il muro”, quando si vuole esprimere la propria disperazione; si dice “urtare contro il muro”, quando non si trova nessuna soluzione; e chi viene punito è messo “con la faccia contro il muro”.

La storia dell’umanità potrebbe però anche essere scritta come fallimento di tutti quei progetti di separazione: non uno di quei muri è servito allo scopo per il quale è stato eretto. Nessuna invasione è stata fermata, o anche solo contenuta, da quelle barriere. Tuttavia, a giudicare dall’attività nel settore dell’edificazione di muri, bisogna purtroppo dedurre che c’è chi continua a credere che i muri siano efficaci.

La Bibbia conosce un’immagine che presenta una visione diversa del rapporto con i muri: è l’immagine di Gesù Cristo, colui che “ha demolito quel muro che li separava e li rendeva nemici”, che ha abbattuto ogni muro di separazione tra i popoli, che “attira tutti a sé”. L’evangelo consiste nella potenza che abbatte i muri, che contrasta lo spirito di separazione e di esclusione, che scaccia la paura. “Abbattere i muri” è perciò la grande parola evangelica portatrice di speranza.

Non stanchiamoci di chiedere

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. (Genesi 3, 1-6)

Per gli abitanti delle zone più settentrionali del pianeta – che chiamiamo eschimesi –, la neve è un elemento molto importante. Perciò pare che conoscano un centinaio di parole diverse per indicarla. Essi distinguono tra neve d’inverno e neve primaverile, neve polverosa e neve compatta, neve fradicia e coltre nevosa che regge il peso di una slitta.
Per le popolazioni della penisola arabica, il cammello è da millenni un animale utile e prezioso. Perciò hanno sviluppato un ricco vocabolario con cui indicare le caratteristiche di questo animale. Pare che in arabo esistano oltre cento parole per indicare il cammello.
Per il popolo ebraico un elemento di centrale importanza è la domanda. Nel talmud, che è la raccolta dei commenti dei rabbini, esperti della Scrittura, ci sono almeno trenta vocaboli diversi per indicare la domanda. Quei maestri della Bibbia distinguono tra domanda difficile e domanda facile, tra domanda già parzialmente risolta e domanda che non ha ancora trovato soluzione, e così via.

In un’intervista, il rabbino e filosofo ebreo Adin Steinsaltz ha raccontato un aneddoto, riguardante un suo amico, che illustra bene l’importanza che l’ebraismo attribuisce alla domanda e al domandare.
Quell’amico, ha detto Steinsaltz, gli ha rivelato che il padre, quando tornava a casa, non gli chiedeva mai se avesse ottenuto dei buoni voti, ma se avesse posto, durante la giornata, qualche buona domanda.
L’aneddoto ci dice che secondo il pensiero ebraico la qualità più importante, in una persona, è quella di saper porre buone domande, di non accontentarsi di ciò che sa, di essere alla ricerca di risposte.
Domandare, ricercare delle risposte, è un processo continuo, che non ha lo scopo di spegnere la sete di conoscenza, ma piuttosto mette in dubbio ciò che abbiamo acquisito e spinge ad andare oltre.

Nel racconto del libro biblico della Genesi, dove si parla della tentazione, incontriamo un serpente. E quel serpente si presenta con una promessa: quella di dare agli esseri umani la conoscenza di ogni cosa. “È finito il tempo delle domande”, dice il serpente, “io vi darò tutte le risposte”. Ma il serpente è un bugiardo, è un ingannatore: la caratteristica dell’essere umano è quella di rimanere in ricerca, di continuare a porre domande. Solo così rimaniamo noi stessi, solo così rimaniamo umani.

I commentari rabbinici dicono che gli angeli scolpiti sulla cassa di legno contenente le tavole della legge, avevano la faccia di bambini. Perché avevano la faccia di bambini? Perché i bambini pongono domande: vogliono sapere, vogliono capire, sono curiosi. Quando noi non facciamo più domande, significa che siamo vecchi, o che siamo morti.

Porre delle domande significa tenersi alla larga da due atteggiamenti che non ci aiutano a crescere: il dogmatismo e lo scetticismo. Il dogmatismo crede di possedere tutte le risposte, lo scetticismo crede che non ci siano risposte. Né il dogmatismo né lo scetticismo pongono delle domande. Il dogmatismo è una forma di orgoglio spirituale, lo scetticismo una forma di disperazione esistenziale.
Sono due atteggiamenti ai quali contrapporre la paradossale versione del Padre nostro proposta da un pensatore francese. “Dacci oggi la nostra fame quotidiana”: fame di risposte, fame di conoscenza, fame alimentata dalla curiosità e dalla voglia di porre domande.

Che questa fame accompagni allieve e allievi, maestre e maestri, nel corso dell’anno scolastico che sta per iniziare. E che essa non manchi nemmeno nelle nostre case, nelle nostre famiglie, affinché tutti rimaniamo in cammino, verso una sempre maggiore conoscenza.

Parliamo una nuova lingua

Quando venne il giorno della Pentecoste, i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo. All'improvviso si sentì un rumore dal cielo, come quando tira un forte vento, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Allora videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e si posavano sopra ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo concedeva loro di esprimersi. A Gerusalemme c'erano ebrei, uomini molto religiosi, venuti da tutte le parti del mondo. Appena si sentì quel rumore, si radunò una gran folla e non sapevano che cosa pensare. Ciascuno, infatti, li sentiva parlare nella propria lingua. Erano pieni di meraviglia e di stupore e dicevano: 'Questi uomini che parlano non sono tutti Galilei? Come mai allora ciascuno di noi li sente parlare nella sua lingua nativa? Noi apparteniamo a popoli diversi: Parti, Medi e Elamiti. Alcuni di noi vengono dalla Mesopotamia, dalla Giudea e dalla Cappadòcia, dal Ponto e dall'Asia, dalla Frigia e dalla Panfilia, dall'Egitto e dalla Cirenaica, da Creta e dall'Arabia. C'è gente che viene perfino da Roma: alcuni sono nati ebrei, altri invece si sono convertiti alla religione ebraica. Eppure, tutti li sentiamo annunziare, ciascuno nella sua lingua, le grandi cose che Dio ha fatto'. Se ne stavano lì pieni di meraviglia e non sapevano che cosa pensare. Dicevano gli uni agli altri: 'Che significato avrà tutto questo?'.Altri invece ridevano e dicevano: 'Sono completamente ubriachi'. (Atti 2,1-13)

Pentecoste, forse non tutti lo sanno, è una festa ebraica, con due significati.
Un significato più antico – Pentecoste è la festa del raccolto, specialmente della mietitura – e un significato più recente, sorto dopo il 70 d.C. – Pentecoste è la festa del dono della legge.
Questi due significati sono entrambi presenti nel racconto degli Atti degli Apostoli, sia pure tra le righe. Pentecoste è festa della mietitura, ma non di quella dei campi, bensì di quella delle anime e dei cuori per il Regno di Dio, come aveva detto Gesù ai suoi discepoli: “Levate gli occhi e mirate le campagne come sono bianche da mietere” (Giovanni 4,35).
E Pentecoste è anche la festa del dono della legge, ma nel senso della legge scritta sui cuori mediante lo spirito, come avevano detto il profeta Geremia, quando parla del nuovo patto (Geremia 31,31-34) e il profeta Ezechiele, quando scrive: “Metterò dentro di voi il mio spirito e farò sì che camminerete secondo le mie leggi e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni” “Ezechiele 36,27).

La legge e lo spirito non stanno in alternativa, e neppure in concorrenza: lo spirito non sostituisce la legge, semplicemente la interiorizza, la fa diventare fatto esistenziale, orientamento per la nostra vita quotidiana. C'è dunque un rapporto stretto, anche sul piano dei contenuti, tra la Pentecoste ebraica e quella cristiana.

A Pentecoste, dice il testo degli Atti degli Apostoli, Dio si manifesta come vento e come fuoco. Il vento si sente, il fuoco si sente e si vede.
Si tratta di metafore che esprimono il fatto che a Pentecoste Dio diventa esperienza. Non è la prima volta, ma qui accade alla grande, coinvolgendo un'intera comunità.
Dio non è solo pensato, detto, confessato, lodato, oppure anche negato, rifiutato, bestemmiato. No, qui ora Dio viene sperimentato: come evento e come fuoco e come parola liberata. Dio diventa esperienza. Pentecoste significa che si può fare l'esperienza di Dio.

Lo sappiamo tutti: questo è un terreno minato, perché è facile illudersi, è facile confondere Dio con i nostri sentimenti religiosi, è facile confondere Dio con le nostre emozioni, confondere il nostro spirito con il suo, e il suo con il nostro.
Tutto questo accadeva già nei tempi apostolici, tanto che l'apostolo Giovanni raccomanda ai cristiani di non credere ad ogni spirito ma di “provare gli spiriti per sapere se sono da Dio” (Giovanni 4,1).
Sicuramente non tutte le esperienze spirituali sono esperienze di Dio, ma resta il fatto che a Pentecoste Dio diventa esperienza. Lo spirito suscita l'esperienza di Dio, con lo spirito Dio diventa talmente vicino che ci tocca.

Pentecoste è questo essere toccati da Dio. È il contrario di quello che ha fatto Tommaso: lui per credere voleva toccare. Anche noi vogliamo toccare, ma Dio non si può toccare. Dio però può toccare noi. Questo è lo Spirito Santo: Dio che ci tocca. Questo essere toccati da Dio viene sperimentato come vento e come fuoco.
Che cosa esprimono queste immagini?

Il vento è una bellissima metafora della libertà: il vento soffia dove vuole, e non sai da dove viene né dove va. Non puoi imprigionare il vento in nessun sistema, in nessun organismo, in nessuno spazio. Non lo puoi neanche fermare, o frenare, o bloccare: il vento è vento solo se è libero. Senza libertà il vento non soffia più.
Essere toccati dallo spirito significa dunque essere toccati dalla libertà. E la lingua che lo spirito parla e che vuole insegnare a tutti è la lingua della libertà. Chi parla la lingua della libertà viene capito subito da tutti. Quella della libertà è una lingua universale. Pentecoste significa che il vento della libertà soffia, che la lingua della libertà viene parlata e anche capita.

Il fuoco è un’altra bellissima metafora: è metafora dell'amore. In questo caso è un fuoco particolare, che brucia, ma non consuma. È un fuoco mai visto, sconosciuto: quello che conosciamo consuma e distrugge sempre qualcosa, questo invece non distrugge niente. Essere toccati dallo spirito significa essere toccati dall'amore, e la lingua dell'amore viene capita subito da tutti. Quella dell’amore è una lingua universale. Pentecoste significa che il fuoco dell'amore brucia, e che la lingua dell'amore viene parlata e anche capita.
Il fatto che le lingue di fuoco si posarono una su ciascuno dei presenti significa che il Dio di tutti è il Dio di ciascuno, il Dio universale è il Dio personale: tu sei toccato da Dio, tu fai l'esperienza di Dio, tu sei investito dal vento della libertà e cominci a parlare di libertà, tu sei acceso dal fuoco dell'amore e cominci a parlare la lingua dell'amore.

Pentecoste è naturalmente il miracolo del parlare in lingue diverse dalla propria. Non è chiaro in che cosa sia consistito esattamente questo fenomeno, ma un fatto è certo: In quel luogo c’era una serie di popoli – che rappresentano tutta l'umanità – i quali ciascuno con la sua lingua capiscono il discorso degli apostoli senza che ci sia bisogno di tradurre o, meglio, grazie a una specie di traduzione simultanea fatta dallo spirito.
A Pentecoste le lingue particolari non vengono annullate, al contrario vengono quasi valorizzate. Per due volte si dice che i popoli capiscono “nel loro proprio natio linguaggio”, ma nello stesso tempo cade la barriera linguistica grazie alla traduzione simultanea dello spirito.

Il soffio dello spirito universalizza ciascuna lingua particolare. Non si capisce bene come questo avvenga, difatti c'è molto stupore e grande meraviglia.
Il miracolo della Pentecoste – perché in effetti un miracolo si compie – è questo: che la diversità delle lingue non è più un impedimento alla comprensione universale.
Oggi non è ancora così, non è ancora Pentecoste. Oggi tutto deve essere tradotto: se parlo italiano e tu non lo sai, non mi capisci, bisogna che qualcuno traduca; se parlo da cristiano e tu non lo sei, tu non mi capisci, bisogna tradurre anche se parliamo entrambi italiano; se parli da buddista e io non lo sono, io non capisco, bisogna che qualcuno traduca; se parlo da credente e tu non lo sei, tu mi chiedi che cosa vuol dire Dio, e bisogna tradurre.

Il miracolo di Pentecoste è che c'è comprensione senza traduzione, che è una specie di conversione dei linguaggi, che lo spirito opera miracolosamente.
Che cosa vuol dire tutto questo?
Vuol dire, innanzitutto, che lo spirito si fa capire in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo: non ci sono lingue sacre, non è necessario imparare l'aramaico per udire la voce di Gesù, l'ebraico non è lingua sacra (neppure il greco, neppure il latino, neppure il sanscrito, neppure l'arabo lo sono).
Dio parla tutte le lingue, tutti i dialetti. Dio è dicibile in tutte le lingue. La parola è stata fatta carne, afferma l’evangelista Giovanni, cioè anche lingua.
La parola di Dio si umanizza, si socializza, si pluralizza, si moltiplica per quanti sono i linguaggi umani. Non c'è lingua umana che non possa dire Dio.

In secondo luogo, significa che nessuna lingua umana è per sé lingua di tutti, lingua universale. Solo la lingua dello spirito lo è. L'universalizzazione delle lingue è possibile solo se è il frutto di una universalizzazione delle coscienze. Solo la lingua ancora sconosciuta dello spirito è universale, non la nostra lingua, neppure la nostra lingua cristiana.

Ma c'è già ora qualcosa che collega la nostra lingua particolare e la lingua universale dello spirito, c'è già ora qualche scintilla del grande fuoco di Pentecoste che già ora brilla in mezzo a noi. C'è un linguaggio oltre il linguaggio che già ora possiamo gustare in modo da percepire qualcosa del miracolo di Pentecoste. Credo di potervi dire che è il linguaggio della poesia. L’antico filosofo Platone diceva che l'amore rende ognuno poeta. La Pentecoste vuol dire anche questo: che il popolo diventi poeta e impari a tradurre il mondo in poesia.

Pasqua

Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall'apertura del sepolcro?» Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l'avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura. (Marco 16,1-8)

Molte cose colpiscono nei racconti della resurrezione. Una è questa: che Gesù è risorto e nessuno se n'è accorto. Quando è morto, tutti se ne sono accorti, perché c'è stato un oscuramento del cielo, c'è stato un terremoto, la cortina del tempio si è squarciata. Quiando risorge, invece, nessuno se ne accorge. Anche perché nessuno se lo aspetta veramente, nessuno lo ritiene possibile.

Non se ne accorgono le donne, che corrono al sepolcro convinte di andare a imbalsamare un morto e soltanto quando sono lì sono avvertite dall'angelo che dice che quel morto non c'è più.
Non se ne sono accorti i discepoli, che il Venerdì Santo sono spariti dalla circolazione per non essere coinvolti nel processo di Gesù; i discepoli sono i grandi assenti, sia alla crocifissione, sia alla risurrezione.
Non se n'è accorta neppure Maria Maddalena, che si reca al sepolcro, non per incontrare Gesù risorto, ma per piangere Gesù morto.

Non solo nessuno si accorge della risurrezione, ma non molto tempo dopo molti se ne dimenticano. È un fatto che si è verificato già nel primo secolo della nostra èra: l'apostolo Paolo deve raccomandare al suo discepolo Timoteo “ricordati di Gesù Cristo risorto dai morti” (2 Timoteo 2, 8). Anche Timoteo lo stava dimenticando.

Ma perché è così facile dimenticare la risurrezione? Perché è così facile non accorgerci che Gesù è risorto? Credo per una ragione molto semplice, che è questa: la risurrezione è la più incredibile delle opere di Dio, per non dire la più impossibile, quella che più di ogni altra sfida la nostra intelligenza, oltre che il nostro buon senso.

Non la possiamo capire, non la possiamo immaginare; è già un miracolo che qualcuno l'abbia creduta nei primissimi giorni della storia cristiana, pur non potendola capire, pur non potendola immaginare; è un miracolo che l'abbia creduta e l'abbia trasmessa, e che sia giunta questa notizia fino a noi.
Il testo dell'evangelista Marco è chiaro: le donne ricevono l'annuncio dall’angelo con spavento e grande stupore. Con spavento, perché è un fatto che ci supera, che ci trascende; davanti alla risurrezione siamo sopraffatti da qualcosa infinitamente più grande di noi. E con grande stupore però, perché questa è la più bella notizia del mondo. Non c'è nessuna notizia più bella di questa: Gesù è vivente, la morte è sconfitta. Le donne che sono andate al sepolcro con un grande dolore ritornano a casa con un grande stupore.
Ma la risurrezione resta al di là della nostra comprensione: è una cosa troppo nuova, troppo grande, troppo fuori della nostra esperienza.

È una cosa talmente strana che anche il Nuovo Testamento non sa bene come raccontarla, e quando ne parla lo fa riferendo racconti pieni di stranezze. Pensiamo ai racconti della risurrezione: nessuno riconosce Gesù risorto, o lo riconosce solo a fatica, e tra mille dubbi.
Maria Maddalena lo riconosce, ma non quando lo vede: bensì quando sente la sua voce che la chiama per nome.
I discepoli di Emmaus lo sentono parlare lungo tutto il cammino verso casa, ma non lo riconoscono né vedendo il suo corpo né udendo la sua voce: lo riconoscono nel momento in cui spezza il pane e lo distribuisce.
E quando Gesù poi si presenta agli undici, non solo non lo riconoscono, ma credono addirittura di vedere un fantasma.

Quante stranezze, quanti paradossi, quante sfide alla nostra intelligenza. Come sarebbe più facile dire: ma è chiaro, è tutta una montatura, una montatura dei discepoli che non si rassegnavano alla loro sconfitta: non si rassegnavano a perdere il loro maestro e così hanno inventato questa storia della risurrezione. Come sarebbe facile ragionare così. Forse sarebbe troppo facile, perché in realtà è successo il contrario: non è la fede dei discepoli che ha risuscitato Gesù, ma è Gesù risorto che ha risuscitato la fede dei discepoli.

Come possiamo descriverla, questa fede che nasce dall’incontro, strano e indescrivibile, con il risorto? Come possiamo dirla? Credo che non possiamo dirla in maniera diretta e immediata, ma solo con altre parole.
Certo è che la risurrezione non è conservazione di ciò che conosciamo, né semplice sopravvivenza dell’esistente. Non è preservazione delle cose così come sono, ma è trasformazione, è rinnovamento, è cambiamento.
Credere nella risurrezione significa credere nella vittoria di Dio su tutte le forze ostili e negative, quindi del bene sul male, della verità sulla menzogna, della libertà sull’oppressione, della conoscenza sull’ignoranza, dell’amore sull’odio, della nonviolenza sulla violenza, della forza della ragione sulle ragioni della forza, della pace sulla guerra, della comunione sulla solitudine.
La risurrezione di Gesù autorizza ogni speranza, anche le più ardite. Chi non spera in una trasformazione, chi vuole conservarsi, non ha capito la risurrezione. Chi invece desidera cambiare ed essere cambiato, chi ama una vita con meno peccato e meno menzogna, quella è una persona in cammino verso la risurrezione.

Paziente attesa

Alcuni farisei rivolsero a Gesù questa domanda:
- Quando verrà il regno di Dio?
Gesù rispose:
- Il regno di Dio non viene in modo spettacolare. Nessuno potrà dire: 'Eccolo qua' oppure 'Eccolo là', perché il regno di Dio è già in mezzo a voi.
Poi disse ai suoi discepoli: 'Verranno tempi nei quali voi desidererete vedere anche solo per poco il Figlio dell'uomo che viene, ma non lo vedrete. Allora molti vi diranno: 'Eccolo qua', oppure: 'Eccolo là', ma voi non muovetevi! Non seguiteli! Perché come il lampo improvvisamente splende e illumina tutto il cielo, così verrà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Prima, però, egli deve soffrire molto. Sarà rifiutato dagli uomini di questo tempo.
'Come accadde ai tempi di Noè, così avverrà anche quando tornerà il Figlio dell'uomo. Si mangiava e si beveva anche allora. C'era chi prendeva moglie e chi prendeva marito, fino al giorno nel quale Noè entrò nell'arca. Poi venne il diluvio e li spazzò via tutti. Lo stesso avvenne al tempo di Lot: la gente mangiava e beveva, comprava e vendeva, piantava alberi e costruiva case, fino al giorno in cui Lot uscì da Sòdoma: allora dal cielo venne fuoco e zolfo, e tutti furono distrutti.
'Così succederà anche nel giorno in cui il Figlio dell'uomo si manifesterà. (Luca 17,20-30)

Molte persone, in Israele, aspettavano l’avvento degli ultimi tempi, la fine del mondo, la venuta del Messia, l’irruzione del Regno di Dio. Anche tra i farisei, appartenenti a una corrente religiosa seria e impegnata, era diffusa una viva attesa messianica.
Alcuni di loro, avendo riconosciuto in Gesù un maestro degno di ascolto, un profeta, o un nuovo Giovanni Battista, gli rivolgono una precisa domanda. Tu che la sai lunga, dicci, quando verrà il Regno tanto atteso?

Gesù dà loro una risposta che disorienta e che, nei secoli successivi, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro. “Il Regno di Dio – dice Gesù – non viene in modo da attirare gli sguardi perché – e qui viene il difficile, leggendo il testo greco del Nuovo Testamento – è “entòs hymòn”.
Queste due parole greche hanno suscitato molti dibattiti. Esse possono infatti essere tradotte in due modi, entrambi corretti, entrambi legittimi, molto diversi tra di loro. La prima possibile traduzione è: “il Regno di Dio è in mezzo a voi”. Mentre la seconda è: “il Regno di Dio è dentro di voi”.

A prima vista la seconda lettura sembra la più evidente, la più sensata. È anche quella che, nel corso dei secoli, e fino a oggi, ha ottenuto i maggiori consensi.
Propende per questa lettura già il Vangelo [apocrifo] di Tommaso, che restituisce le parole di Gesù, modificandole, più o meno così: “Il Regno di Dio non è in cielo, perché in questo caso gli uccelli del cielo vi precederebbe; ma non è neanche nel mare, perché allora sarebbero i pesci a precedervi. No, il Regno di Dio è dentro di voi”.
Dello stesso avviso sono anche alcuni padri della chiesa, come Cirillo di Alessandria, e più tardi Beda il Venerabile.
È celebre il motto di Sant'Agostino: “Non andare nell’esteriore, rientra in te stesso; la verità abita nell'interiorità dell'uomo”. Da buon agostiniano, Martin Lutero si è mantenuto anch’egli nella stessa linea: “Il Regno di Dio”, dice, è “in animis vestris”.
In tempi più vicini al nostro, anche lo scrittore russo Leone Tolstoj abbraccia questa interpretazione in un saggio intitolato proprio “Il regno di Dio è in voi”.

Di fronte a tante voci che concordano su di un punto cruciale, e cioè che la venuta del Regno di Dio è un fatto interiore, verrebbe voglia di accettare questa linea.
Viviamo oltretutto in un tempo di estrema superficialità, di materialismo banale e ingiusto, di esteriorità spinta all’eccesso: un tempo che spesso appare senza cuore e senza memoria. Sembra dunque appropriato ribadire, oggi, che il Regno di Dio è un avvenimento interiore.

Rileggendo l’episodio dell’incontro tra Gesù e i farisei, riferito da Luca, collocato nel suo contesto, possiamo tuttavia trovare validi argomenti anche a favore dell’altra traduzione dell’espressione “entòs hymòn”, quella che in italiano rende “il Regno di Dio è in mezzo a voi”.

Cominciamo col considerare le espressioni che, secondo l’evangelista Luca, Gesù avrebbe usato rivolgendosi a dei farisei. “Voi vi preoccupate di pulire la parte esterna del bicchiere e del piatto, ma all'interno siete pieni di furti e di cattiverie” (Luca 11,39); e ancora: “Siete come sepolcri che non si vedono” (Luca 11,44). E non dimentichiamo le parole dette da Gesù ai suoi discepoli: “Tenetevi lontani dal lievito dei farisei, dalla loro ipocrisia” (Luca 12,1).
Alla luce di quei giudizi taglienti, sembra difficile attribuire a Gesù l'idea che esista nell'essere umano un luogo, un ambito, una sfera interiore che possa facilmente mettersi in contatto con Dio, e col suo Regno.
A costo di apparire sfrontati, e riconoscendo la spericolatezza dell’accostamento, potremmo riprendere un tormentone del comico italiano Corrado Guzzanti, il quale, in una delle sue battute più fulminanti, ripeteva: “Le risposte, non le devi cercare fuori, la risposta è dentro di te. Epperò è sbagliata”.

Che cosa ha voluto dire Gesù affermando che “il Regno di Dio è in mezzo a voi”? L’impressione è che Gesù stia parlando di sé stesso. Alcuni capitoli prima, egli aveva infatti già affermato: “Se è con l'aiuto di Dio che io scaccio i demòni, allora vuol dire che è giunto per voi il regno di Dio.” (Luca 11.20).
Commentando questo episodio, il teologo svizzero Karl Barth non ha avuto dubbi: il Regno di Dio è in mezzo a voi in quanto Gesù è in mezzo a voi: “Gesù stesso è il Regno in persona”.

Sembra tutto chiaro: il Regno è Gesù, la sua parola e i suoi gesti di liberazione. Il pensiero va alle parole di Gesù riferite dall’evangelista Matteo: “Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20).
Ma è una chiarezza che si mostra solo a sprazzi, interrotta da passaggi nebbiosi. Che cosa leggiamo infatti? Leggiamo che il Messia dovrà “soffrire molto e sarà rifiutato dagli uomini di questo tempo”, e che chi crede in lui andrà incontro a tempi incerti: “Verranno tempi nei quali desidererete vedere anche solo per poco il Figlio dell'uomo che viene, ma non lo vedrete.”

Sono parole che si adattano bene alla nostra epoca, un tempo in cui crollano certezze, nascono dubbi, e sorgono improvvisi entusiasmi dettati dall’impazienza. “Allora molti vi diranno: 'Eccolo qua', oppure: 'Eccolo là', ma voi non muovetevi! Non seguiteli! Perché come il lampo improvvisamente splende e illumina tutto il cielo, così verrà il Figlio dell'uomo nel suo giorno”.
Gesù sembra preoccuparsi soprattutto di quella tendenza, sempre presente, a trasformare l'attesa del Regno in un insieme di falsi allarmi, di calcoli avventati, di confusione tra le nostre battaglie e le battaglie di Dio.

No, la risposta di Gesù non lascia posto per facili entusiasmi, per trionfalismi, per fanatismi di qualsiasi genere. La via si presenta aspra e insidiosa, per procedere occorrono respiro lungo e sguardo acuto, capace di vedere oltre la superficie, oltre le apparenze.

Per ribadire questo, Gesù si riferisce a due episodi dell'antica narrazione biblica: il diluvio e la distruzione di Sodoma.
Gesù non cita quegli episodi per stigmatizzare i vizi di quella gente: dice che mangiavano, bevevano, si sposavano e (nel caso di Sodoma) commerciavano, piantavano alberi e costruivano case. Il loro peccato non era il vizio, comunque ben presente, bensì il cedere alla seduzione della normalità: vivere come se il mondo (e noi in esso) fosse eterno, mentre è provvisorio. Perciò il giudizio di Dio (acqua, fuoco) li colse di sorpresa.

Analogo giudizio colpisce la nostra epoca: non semplicemente perché è un tempo di violenze e ingiustizie, ma perché considera definitivo ciò che è solo provvisorio: non importa se in Africa crepano di fame, non importa se i prepotenti prevalgono, non importa se le disuguaglianze nella società crescono a dismisura, non importa se le risorse della Terra vengono dilapidate, inquinate, distrutte: quel che conta è godersi avaramente la vita. Questo è il nostro peccato. È su questa stoltezza che piove il giudizio di Dio.

I credenti però non temono quel giudizio: come nei “tempi di Noè”, come nei “tempi di Lot”, essi si sentono a disagio, soli come Noè e Lot. Nell’attesa, sanno che, quando il Regno verrà, ci sarà la conferma del fatto che avevano fatto bene a considerare la passione del Messia come il centro della vicenda umana, e a regolarsi di conseguenza, cioè a vivere in una dimensione di fede, speranza e amore.

In fondo, non è questo l'essenziale della nostra fede e la base del nostro impegno?

Perdere e ritrovare

"Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna”. (Giovanni 12,24-25)

Queste sono le due parole di Gesù, legate l'una all'altra, sulle quali soffermiamo la nostra attenzione. La prima si riferisce a Gesù. La seconda è rivolta direttamente a noi.

Cominciamo con l'immagine del chicco di grano. All'inizio della sequenza della Passione - che nel Vangelo di Giovanni occupa la metà del libro -, Gesù applica a sé stesso una legge che osserva nella natura: prima di poter rinascere e moltiplicarsi, il chicco di grano deve morire. Gesù conosce la vita del contadino e la campagna è spesso lo scenario della sua predicazione. Ecco perché sa vedere nei gigli del campo, nel volo dei passeri, nei ramoscelli degli alberi o nel colore del cielo parallelismi e parabole su Dio e sulla condizione umana.
Mentre sta per iniziare la festa di Pasqua, a Gerusalemme, Gesù applica a sé stesso l’immagine del chicco di grano che deve morire. Usa questa immagine per descrivere una fine che nessuno, in quel momento, è in grado di comprendere. Con questa immagine, presenta la propria morte come una necessità.

L'evangelista Giovanni scrive per una generazione cristiana non ancora molto distante dagli eventi e che si pone ancora una domanda assillante: perché il Messia doveva morire in questo modo, mentre i profeti di Israele dicono quasi unanimemente il contrario? Tutti in Israele concordano sul fatto che le profezie annunciano la venuta di un inviato di Dio. Che questo inviato possa essere Gesù, è una questione divisiva: alcuni lo ammettono, altri no. Ma che il Messia debba soffrire e morire come un comune bestemmiatore, ha colto tutti di sorpresa. Non rientra in nessuno schema conosciuto.
Un grande uomo non è forse qualcuno il cui successo è evidente a tutti? Se Gesù era davvero chi diceva di essere, avrebbe dovuto mostrare la sua forza invece di morire miseramente tra due briganti. A meno che non ci fosse uno scopo nascosto e superiore dietro la sua morte. E questo è ciò che viene suggerito dall'immagine del chicco di grano.

E se invece Gesù fosse scappato? Se avesse evitato la croce scomparendo dalla scena al momento giusto? Sarebbe stato facile: i suoi sostenitori lo avrebbero potuto nascondere. Sarebbe potuto sparire per un po’ di tempo, in attesa che le acque si calmassero. Ma il grano sarebbe rimasto solo, non sarebbe finito nella terra, e non avrebbe dato frutto. Il nome di Gesù di Nazareth non sarebbe stato ricordato. E noi oggi non saremmo qui: niente nuvola di testimoni, niente chiesa, niente fede, nessuna nuova speranza, nessuna ispirazione per l'umanità.
Ecco perché Cristo accetta la sua morte e, come afferma in questo brano, addirittura la sceglie. Questa pagina del Vangelo di Giovanni ci fa capire che Gesù ha una sorta di sovranità di fronte al suo tragico destino. È lui che decide. "La vita non mi viene tolta, la do io". Alla luce di questa determinazione, l'arresto, il processo, la condanna e la crocifissione non sembrano più sfortunati incidenti. Anzi, costituiscono un dono volontario di sé che è come un sigillo messo sulla sua parola, una firma di certificazione del suo testamento.
Una scelta del genere non è stata facile, non è stata priva di turbamenti interiori e di paure: “L'anima mia è turbata”, dirà Gesù, e ancora: “Padre, liberami da quest'ora”. Ma il vero coraggio non è l'assenza di paura. Il vero coraggio è la capacità di vincere la paura. È proprio per quest'ora che Gesù è venuto, come dice lui stesso. La volontà di non tirarsi indietro alla fine è più forte.

Parliamo ora dei frutti. Se un chicco di grano muore, porta molto frutto, si moltiplica. Questo frutto è direttamente collegato alla tomba vuota del mattino di Pasqua e siamo noi a raccoglierlo. Raccogliamo il frutto della speranza di fronte alla morte, che non è una caduta nel nulla ma un passaggio verso qualcos'altro. L'ultima parola della vita non è la morte, ma la vita infinita. Raccogliamo il frutto della fiducia in Dio, che ha manifestato la sua presenza anche nella morte del suo inviato. Raccogliamo il frutto di essere accettati da Dio così come siamo, senza condizioni. Dio ama così tanto l'umanità che ha voluto condividere la tragedia della nostra condizione per illuminarla con la sua luce. Tutti questi frutti sono il raccolto seminato dalla croce.

Ma noi non siamo destinatari passivi. Questi frutti ci impegnano, ci affidano un compito. Un compito che Gesù ci indica molto chiaramente: “Chi ama la propria vita la perderà e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà”.
A prima vista, queste parole sembrano dure, persino deprimenti, e sollevano obiezioni. Come possiamo odiare la vita che viene da Dio? Perché odiare questo mondo creato da Dio? In realtà, Gesù ci esorta non a odiare la nostra vita e questo mondo, bensì a coltivare il distacco.
Nelle sue parole, amare la propria vita in questo mondo significa costruire la propria casa sulla sabbia. Mettere fiducia, speranza e salvezza solo nell'essere umano, cercare la salvezza attraverso la scienza, l'economia, la politica o la guerra. Puntare tutto sui beni materiali, sul monopolio del mondo, sulla legge del più forte. Considerare il nostro ego come un assoluto. Amare la propria vita in questo modo significa dimenticare Dio e fare di noi stessi, del nostro interesse, il nostro idolo.

Intendiamoci, amare la propria vita non è di per sé una cosa negativa. Non lo è nemmeno amare questo mondo. Né lo è trovare gioia e felicità in esso. A condizione che il nostro modo di amare ricordi che siamo stranieri e viaggiatori qui sulla terra, che veniamo da altrove e che andiamo altrove. Apparteniamo a questo mondo, e allo stesso tempo non gli apparteniamo. Possiamo amarlo senza nasconderci che è transitorio.
Gesù ci dice: scegliete con cura le vostre priorità. Ricordate che di voi rimarrà soltanto ciò che avrete dato, niente di ciò che avete tenuto per voi. Fiorirà, di voi, ciò che avete dato agli altri. Rimarrà, di noi, ciò che abbiamo offerto. La vita che pensiamo di avere perso donandola ad altri, la ritroveremo. Ciò che avremo condiviso, sofferto, seminato con gli altri, fiorirà, germoglierà, e darà frutto. Chi perde la sua vita un giorno la ritroverà.

Foto: Tamas Tokos unsplash

Pesi leggeri e carichi pesanti

Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati e io vi darò riposo. Prendete su voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore e voi troverete riposo alle anime vostre, poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero. (Matteo 11,28-30)

Sono tanti i pesi che ci può capitare di dover portare. Ci sono pesi che gravano sulle nostre spalle, e ci sono pesi che invece gravano sul nostro cuore, sulla nostra anima o sulla nostra coscienza.
Pesano i sacchi di cemento e i mattoni che portano i muratori, pesano i lavori in campagna e sui monti, pesano i mobili che devono spostare i traslocatori, pesano le derrate alimentari da immagazzinare o da disporre sugli scaffali, ma pesano anche le fatiche della vita, le delusioni, le angosce, pesano le responsabilità di chi è chiamato a prendere decisioni, e pesano anche i pensieri, gli anni che passano, gli acciacchi, le malattie, le preoccupazioni, l’amarezza, pesa la consapevolezza degli errori che facciamo e nei quali rimaniamo intrappolati.

Sappiamo dunque che cosa sia un peso, e sappiamo che esistono diversi tipi di pesi. Ma qui Gesù introduce un elemento sorprendente: ci parla di un peso leggero. Sembra un’affermazione paradossale. Che cosa sarà mai un peso leggero? Se qualcosa è leggero, perché dovremmo definirlo un carico, o un peso? Che cosa intende Gesù quando parla di un peso leggero?

Con l’aiuto della bilancia possiamo facilmente capire quale carico è più pesante e quale meno. Ma c’è un altro modo di misurare i pesi. Un modo che dice quanto pesa un determinato carico per noi e non per la bilancia. E questo ci porta a un primo importante punto, a una prima conclusione che ricaviamo dal nostro testo.

Sulla bilancia, il peso di un carico è misurato in chilogrammi, o magari in quintali. Su di noi invece un carico grava ed è tanto più pesante quanto più siamo soli a portarlo.
Lo stesso peso, se lo portiamo in due si dimezza, e diminuisce ancora se lo portiamo in tre, in quattro o in dieci. Noi possiamo fare ciò che la bilancia non può fare: possiamo portare il peso insieme, condividerlo. E allora il peso diventa più leggero.

Un carico pesante è un carico che portiamo da soli. Un carico leggero è un carico che un altro porta insieme a noi. Il carico leggero di cui parla Gesù non è un peso meno pesante di quelli a cui siamo abituati, bensì un peso condiviso, che possiamo sopportare perché lui viene a portarlo con noi.

Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore, e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Proviamo a guardare a questo testo anche da un altro punto di vista. Non sembra anche a voi che queste parole di Gesù siano lontane dalla realtà di tanto cristianesimo? Quante volte, infatti, essere cristiani ha significato essere sottoposti a divieti e obblighi rigorosi e opprimenti?
Anche al tempo di Gesù scribi e farisei, teologi e persone pie avevano fatto della fede un sistema chiuso, basato su divieti e prescrizioni. A coloro che erano affaticati e oppressi da questa visione legalistica della fede Gesù rivolge il suo invito: venite a me, perché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Significa forse che Gesù non è esigente, che diventando suoi discepoli possiamo fare tutto quel che ci pare? Che si può essere cristiani all’acqua di rose? No, il giogo di Cristo resta un giogo, ed essere cristiani comporta pur sempre un carico. Ma quel carico, quel peso non lo sentiamo più. Perché?

Perché il “carico” del discepolato è inserito nella gioia della buona notizia dell’amore e della misericordia di Dio. Le esigenze di Gesù sono a volte ancor più radicali di quelle della “legge degli antichi”, ma la gioia della scoperta dell’amore di Dio rende tutto più leggero.
Pensiamo al rapporto d’amore tra due esseri umani: anch’esso è - per certi versi - paragonabile a un giogo, a un legame, a un carico, a una responsabilità, ma l’amore stesso, la gioia che si prova nell’amare e nel sentirsi amati, rende leggeri i carichi apparentemente più pesanti.

Il secondo punto, la seconda conclusione che ricaviamo dal nostro testo è dunque questa: il giogo di Gesù è dolce e il suo carico è leggero perché Gesù ha alleggerito la legge di Dio dal formalismo, dai tanti fronzoli e dettagli non essenziali con cui era stata e ancora oggi viene ricoperta. Gesù ci invita a scrollarci di dosso l’involucro fatto di tradizioni e consuetudini umane, di norme e cavilli che ci impediscono di riconoscere il nucleo centrale, l’intenzione della legge divina, che è una legge d'amore.

Per cogliere infine un terzo aspetto, un ulteriore insegnamento, poniamoci una domanda. Qual è la forza capace di trasformare un peso pesante in un peso leggero, un giogo opprimente in un giogo dolce?
La risposta di Gesù è semplice e chiara: l’unica forza capace di tanto è racchiusa nella dolcezza, nella mitezza e nell’umiltà. Certo, secondo i criteri del nostro mondo, mitezza, umiltà e dolcezza sono caratteristiche dei deboli e non dei forti. Sono atteggiamenti ritenuti troppo arrendevoli.
Ebbene, a tutto ciò che la nostra società indica come caratteristiche in cui si esprime la forza dell’essere umano - ricchezza, potere, autorità, violenza, sopraffazione -, Gesù contrappone la dolcezza, la mitezza e l’umiltà.

Questa è la vera forza che siamo chiamati a scoprire: la forza della dolcezza contrapposta alla forza dell’arroganza, la forza della tenerezza contrapposta alla forza dell’aggressività, la forza della pazienza contrapposta alla forza dell’efficienza, la forza della non violenza contrapposta alla forza delle armi.
È una forza capace di trasformare i conflitti in relazioni di amicizia, i rapporti di potere in relazioni d’amore, i rapporti di servitù in relazioni di libertà. È una forza capace di riconciliare i nemici, di riavvicinare i rivali, di portare pace tra gli avversari.

Dolcezza non è sinonimo di passività o di rassegnazione. Dolcezza esprime invece una precisa volontà, quella di rinnovare i nostri rapporti; mitezza esprime una dichiarazione d’intenti, quella di combattere ogni forma di sopraffazione; umiltà è un programma di vita impegnativo che ci fa vivere al servizio degli altri.

Le parole di Gesù indicano un cammino. Il giogo dolce di Gesù indica la strada della fratellanza, della sororità, il sentiero dell’amicizia, il cammino dell’amore. Gesù ci dice di guardare a questo nostro mondo non come a una terra di conquista, ma come a una terra rinnovata, riconciliata e riappacificata con Dio, una terra che non appartiene ai forti, ai violenti, ai potenti, ma che – come Gesù ha ribadito nel Sermone sul monte – appartiene ai mansueti, ai non violenti.

Pregate per la città

Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia, dopo che il re Ieconia, la regina, gli eunuchi, i prìncipi di Giuda e di Gerusalemme, i falegnami e i fabbri furono usciti da Gerusalemme. La lettera fu portata per mano di Elasa, figlio di Safan […]. Essa diceva: «Così parla il Signore, Dio d'Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia: "Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene". Infatti, così dice il Signore, Dio d'Israele: "I vostri profeti, che sono in mezzo a voi, e i vostri indovini non v'ingannino, e non date retta ai sogni che fate. Poiché quelli vi profetizzano falsamente nel mio nome; io non li ho mandati". Poiché così parla il Signore: "Quando settant'anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. Infatti, io so i pensieri che medito per voi", dice il Signore: "pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m'invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore”. (Geremia 29,1-13)

La lettera del profeta Geremia è stata scritta in un momento drammatico della storia d’Israele: le truppe di Babilonia hanno invaso il paese e il re babilonese Nabucodonosor II ha ordinato la deportazione di buona parte della popolazione di Gerusalemme e del Regno di Giuda.
Per gli ebrei deportati l’esilio è un grande trauma: sono stati sradicati dalla loro terra, sono in balìa del disegno imperiale babilonese, vivono lontano dal Tempio di Gerusalemme, in una terra impura, condizionata dai poteri pagani e dalle loro ideologie.
La disperazione dei deportati è descritta vividamente nel Salmo 137: “Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici delle sponde avevamo appeso le nostre cetre. Là ci chiedevano delle canzoni quelli che ci avevano deportati, dei canti di gioia quelli che ci opprimevano, dicendo: «Cantateci canzoni di Sion!» Come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera?”.

In quella situazione logorante, tra i deportati si diffondono due atteggiamenti opposti: qualcuno si deprime, altri invece si lasciano andare a speranze esaltate e affermano che presto il Signore dispiegherà tutta la sua potenza, abbatterà Babilonia e permetterà agli esiliati di ritornare trionfanti a Gerusalemme. Questa esaltazione era alimentata tra l’altro da alcuni profeti, i quali promettevano ai deportati un rapido ritorno in patria.
Paradossalmente, questi due atteggiamenti, tra loro così diversi, hanno lo stesso risultato pratico: una completa passività. Passivi sono i depressi, ma passivi sono anche gli esaltati. Ed è proprio contro questa passività che si dirige la lettera di Geremia. È bene non dimenticare che il Signore regna, afferma il profeta: il Signore, e non Nabucodonosor II governa la storia. Anche la storia di quella Babilonia il cui nome, per gli ebrei – e non solo per loro, visto l’uso che facciamo anche noi di quel termine – è sinonimo di “confusione”.

Sulla base di questa convinzione, Geremia trasmette agli esuli un ordine sorprendente: non rinunciate a costruire delle case, col pretesto che presto dovrete lasciarle; piantate dei giardini, anche se non siete sicuri di poterne godere i frutti; generate dei figli, senza pensare che la loro esistenza sarà forse precaria. Nel pieno di una drammatica crisi, Geremia ha il coraggio di ripetere l’ordine dato da Dio nel primo capitolo del libro della Genesi (1,28): “Moltiplicate là dove siete, e non diminuite”. In altre parole, Geremia dice ai deportati: “Non dovete pensare che il potere creativo di Dio sia finito solo perché voi vi trovate in una grave crisi. Anzi, è proprio nella crisi che Dio si manifesta, attraverso di voi, con la sua potenza creatrice”.

Pieno di fiducia e di speranza, Geremia invita inoltre gli esiliati ad allargare il loro orizzonte: “Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”. Non si tratta di un’esortazione al conformismo: il profeta non invita gli esuli a onorare gli dèi di Babilonia, ma a pregare il Signore in Babilonia, e per Babilonia. Geremia incoraggia gli esiliati a guardare oltre, a guardare in profondità, a non fermarsi alle sconfitte di Israele, ma a vedere, nelle pieghe della storia, lo svolgersi di un più ampio disegno di Dio. Bisogna vivere a Babilonia, imparare a pregare per lei e a costruire una vita in un mondo nuovo e sconosciuto. Solo dopo avere accettato di vivere in Babilonia, ci si può aprire all’avvenire: l’esilio non durerà per sempre, e quando il tempo sarà compiuto, il Signore “visiterà il suo popolo” e gli permetterà di vivere di nuovo a Gerusalemme. “Poiché io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore”. In altre parole, il Signore continua a governare la storia del suo popolo con amore e intelligenza, gli offre “un avvenire e una speranza” (cioè, delle condizioni di vita che gli permettano di costruire abitazioni e comunità, e dunque di durare nella storia); una comunione d’amore (“mi cercherete e mi troverete”); e la possibilità di ritornare, a suo tempo, nella terra da cui sono stati deportati.

Ma sia ben chiaro: la libertà di tornare a Gerusalemme non significherà un ritorno al passato, ma l’inizio di un’epoca nuova. L’epoca in cui la fede d’Israele assumerà una dimensione di universalità. Una fede non più legata a santuari e luoghi santi, ma scolpita nel cuore di donne e uomini dispersi e riuniti, che accettano di partecipare alle responsabilità del tempo presente, con uno sguardo aperto al futuro.

Anche noi, nel nostro tempo, viviamo una sorta di “crisi babilonese”, l’esperienza di una “deportazione” in un mondo in cui i valori, le consuetudini, le istituzioni ereditate dal passato sono radicalmente messi in discussione, vacillano e minacciano di cadere. Anche noi, come gli antichi deportati, oscilliamo a volte tra la delusione e la rassegnazione, da un lato, e l’illusione di un ritorno al passato, dall’altro.
Sulla scorta delle indicazioni contenute nell’antica lettera di Geremia, c’è da augurarsi che la crisi che stiamo attraversando, nel nostro tempo, ci aiuti a scoprire invece una nuova dimensione, più profonda e universale, per la nostra fede, sul fondamento della promessa di Dio e della sua inesausta creatività.

Quaresima e tentazioni

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: "Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra"». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano. (Matteo 4,1-11)

Oggi è la prima domenica di quello che si chiama “tempo di passione”, detto anche “quaresima”. La parola “quaresima” è la contrazione dell'aggettivo latino “quadragesimo” - cioè, quarantesimo [giorno] - e indica il quarantesimo giorno prima di Pasqua. Il “tempo di passione”, o appunto “quaresima”, è un periodo di preparazione in vista della Pasqua. Nella tradizione della chiesa questo era un periodo di pentimento e di digiuno.

Perché quaranta giorni? Per ricordare i quaranta giorni di digiuno e preghiera trascorsi da Gesù nel deserto nel corso dei quali fu tentato dal diavolo. Ecco, quindi, perché il racconto delle tentazioni di Gesù era letto e commentato proprio in questo periodo, che ricordava a sua volta i quarant'anni trascorsi da Israele nel deserto. Nel corso di quel lungo viaggio, il popolo di Dio cedette ripetutamente alle tentazioni: basti pensare all'episodio del vitello d'oro.

Già nella chiesa antica il racconto delle tentazioni di Gesù veniva letto e commentato nel “tempo di passione”, o “quaresima”.
È il racconto di un episodio che avviene in un momento strategico della missione di Gesù, proprio all'inizio, subito dopo il battesimo nel quale una voce dal cielo lo ha dichiarato figlio di Dio. Ora si tratta di vedere se effettivamente egli lo è oppure no.

Prima di esaminare da vicino le tre tentazioni, occorre sottolineare una cosa: quelle del diavolo sono ottime proposte, sensate, convincenti, seducenti. Il diavolo non è un mostro. Dimentichiamo le raffigurazioni che lo dipingono come un essere ripugnante, con la coda e gli zoccoli da caprone. Se il diavolo fosse un mostro, sarebbe facile riconoscerlo e starne alla larga. Ma il diavolo non è affatto mostruoso, al contrario è un personaggio presentabile, intelligente, in giacca e cravatta. Non per niente il grande romanziere russo Fedor Dostoevskij lo ha chiamato “lo spirito intelligente del deserto”.

Il diavolo che incontriamo nel nostro testo non consiglia nulla di male, anzi, fa delle proposte ragionevoli, che ognuno di noi potrebbe fare.
Che cosa c'è di male a trasformare una pietra in pane per sfamare un affamato? Gesù non potrebbe fare nulla di meglio che trasformare le pietre in pane.
Che cosa c'è di male a buttarsi giù dal tempio e non farsi male? In altre parole, che male c'è a fare un miracolo? Gesù ne ha fatti tanti di miracoli. Perché non dovrebbe fare anche questo?
Che cosa c'è di male a prendere nelle proprie mani il governo del mondo? Non è forse per questo che Gesù è venuto su questa Terra? Non sarebbe proprio questa la cosa più bella che si possa immaginare?

Dobbiamo allora concludere che quelle che siamo abituati a chiamare tentazioni, in realtà sono grandi occasioni che il diavolo suggerisce a Gesù? Dovremmo forse intitolare quel racconto biblico non “le tentazioni di Gesù”, ma “le grandi occasioni di Gesù”?
No, quelle suggerito dal diavolo sembrano occasioni, ma sono tentazioni. Sembrano bene, ma sono male. Così sono in realtà quasi tutte le tentazioni: sono affascinanti, promettono il paradiso, appaiono come bene. Ma in realtà sono male travestito da bene.
Veniamo finalmente alle tentazioni descritte nel racconto di Matteo. Oggi riflettiamo brevemente sulla prima delle tre.

Dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto Gesù “ebbe fame”. Noi non sappiamo più che cosa significa avere veramente fame, perché la nostra è fame saziata. Ma sappiamo che per ottenere del pane le persone veramente affamate sono disposte a tutto. Quella del pane è un'esigenza primaria, assoluta: puoi fare a meno di tutto, anche della libertà, anche dell'amore, ma non del pane. Perciò quando il diavolo tenta Gesù puntando sulla sua fame, sa quello che fa: per fame uno è disposto a fare qualunque cosa.

Detto questo, ciò che il diavolo suggerisce a Gesù non è nulla di illecito: che cosa c'è di più ovvio che procurarsi del pane perché si ha fame? “Se sei il figlio di Dio dì a questa pietra che diventi pane”. Eppure, questa proposta, che sembra ragionevole, e cristiana, è diabolica. Perché lo è? Perché è una tentazione e non un'occasione? In che cosa consiste la tentazione? Le tentazioni qui sono due, una dentro l'altra.

La prima, è questa: il diavolo suggerisce a Gesù di procurarsi lui il pane necessario a sfamarsi. È come se gli dicesse: “Non chiedere a Dio il tuo pane, Dio ha altro a cui pensare. Procuratelo tu, dato che puoi farlo. Prendi in mano la tua vita, chiedi a te stesso il pane quotidiano”.
In un certo senso, il diavolo suggerisce a Gesù di modificare il Padre Nostro: non più “dacci il nostro pane quotidiano”, ma dire a Dio: “Per il nostro pane quotidiano ci pensiamo noi, non hai bisogno di pensarci tu, ce lo diamo da noi, non hai bisogno di darcelo tu”.
Questa è la prima tentazione: dubitare che Dio si occupi del nostro pane, considerarci autosufficienti, non riconoscere più in Dio colui il quale ci dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere.

Dentro questa tentazione - separare Dio dal nostro pane quotidiano, quindi ad esempio non ringraziarlo più prima dei pasti, né per nessun altro dono che egli ci fa - ce n'è una seconda, che è questa: il diavolo invita Gesù a utilizzare i suoi poteri per saziare la sua fame. Gesù si trova in una situazione di pericolo, rischia di morire di fame. Il diavolo, fingendo di volerlo aiutare, lo invita a fare qualcosa per sé, solo per sé.
Gesù però è, dall'inizio alla fine della sua missione, l'uomo per gli altri. Mai nei Vangeli si dice che Gesù abbia fatto qualcosa per sé: egli ha fatto tutto per gli altri e solo per gli altri.

A questo punto qualcuno potrebbe dire: “Ecco, Gesù non si occupa della sua fame, ma solo di questioni spirituali”. Non è vero. Gesù non si occupa della sua fame - perché non pensa solo a sé stesso -, e si occuperà invece della fame della folla che lo aveva seguito per ascoltarlo. Ma neppure allora trasformerà le pietre in pane: prenderà i cinque pani e i due pesci dei discepoli e li moltiplicherà, cioè li condividerà.
Con quel gesto, Gesù vuole farci capire che, quando si condivide il pane, quando prevale la solidarietà, il pane si moltiplica e può sfamare tutta la folla. Gesù non è venuto a trasformare pietre in pani, bensì a trasformare cuori di pietra in cuori intelligenti e solidali, pronti a introdurre strategie capaci di superare il problema della fame.

Resta da commentare la parola con la quale Gesù affronta e vince questa prima tentazione: “Non di pane soltanto vivrà l'uomo”.
Con questa frase ha voluto dire, come nel Sermone sul Monte, che la vita è più del nutrimento e il corpo è più del vestito.
Il pane è indispensabile per vivere - senza pane non c'è vita -, ma la vita è più del pane. E che cosa c'è in questo “più”? C'è il senso della vita, perché una vita senza senso non è vita; c'è l'amore, senza il quale la vita è un deserto; c'è la fede, senza la quale la vita è un enigma; c'è la speranza, senza la quale la vita è paralizzata; c'è la poesia, l'arte, la musica, la scienza, la filosofia, lo sport; c'è il lavoro che riempie il tempo e procura soddisfazione; ci sono le relazioni che sono la trama della vita; c'è la conoscenza, la ricerca, anche la ricerca di Dio.

Dicendo che l'uomo non vive di solo pane - cioè, di soli beni materiali - Gesù ci invita a dare alla nostra vita la pienezza di significati per la quale Dio l'ha creata e ce l'ha data. Non accontentiamoci quindi di una vita povera di significati.

Riforma e coscienza

Mentre [Pietro e Giovanni] parlavano al popolo, giunsero i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, indignati perché essi insegnavano al popolo e annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti. Misero loro le mani addosso e li gettarono in prigione fino al giorno seguente, perché era già sera. Ma molti di coloro che avevano udito la Parola credettero, e il numero degli uomini salì a circa cinquemila.
Il giorno seguente i loro capi, con gli anziani e gli scribi, si riunirono a Gerusalemme con Anna, il sommo sacerdote, Caiafa, Giovanni, Alessandro e tutti quelli che facevano parte della famiglia dei sommi sacerdoti. E, fatti condurre in mezzo a loro Pietro e Giovanni, domandarono: «Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?»
E, avendoli chiamati, imposero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite» (Atti 4, 5-7.18-20)

La prima domenica di novembre è, per le chiese evangeliche, dedicata al ricordo della riforma protestante del 16. secolo.
Accade spesso che il testo della predicazione sia costituito dall’episodio, contenuto nel quarto capitolo del libro degli Atti degli apostoli, in cui si racconta che, quando Pietro e Giovanni furono ammoniti e diffidati dal tribunale ebraico a non più predicare l’evangelo, essi risposero: “Noi non possiamo non parlare”.

Perché questo testo è spesso scelto per la domenica della Riforma? Perché esso richiama un famoso episodio che ebbe come protagonista il monaco agostiniano Martin Lutero.

Lutero fu convocato, nel 1521, a Worms, davanti all’imperatore Carlo V e alle massime autorità dell’impero. Carlo V intimò a Lutero di dichiarare nullo tutto ciò che egli aveva detto e scritto fino a quel momento. Lutero rifiutò, con queste parole: “Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto andare contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti!”.

Due risposte - quella di Pietro e Giovanni e quella di Lutero - lontane nel tempo, che esprimono un principio che la Riforma del 16. secolo ha rivendicato con determinazione: quello della libertà di coscienza.
Questo principio significa, concretamente, sia per Pietro e Giovanni che per Martin Lutero, che la coscienza, forte della propria convinzione, può giungere ad assumere un atteggiamento deciso, di rottura, di fronte a qualsiasi tipo di autorità e di tradizione.
Si tratta di prese di posizione importanti, specie se cadono quando una persona scopre il valore della propria individualità e la necessità di fare le proprie scelte, in ogni campo, in conformità alla propria convinzione, alla propria coscienza. Quando nell’essere umano si sveglia il senso del valore che la propria coscienza deve avere come sorgente di autorità, allora - e va sottolineato: solo allora - gli eventi possono cambiare il loro corso.

Il richiamo protestante alla coscienza individuale ha aperto la porta a tempi nuovi, ha avuto e ha tuttora una forza rivoluzionaria: dove viene accolto provoca un riorientamento della scala dei valori.
Nella politica: non dimentichiamo che lo stato moderno, come noi lo conosciamo oggi, nella sua forma di democrazia parlamentare, è uscito dal travaglio della riforma protestante del 16. secolo.
Nella chiesa: la Riforma ha proposto e realizzato, almeno in parte, l’abbattimento della distinzione tra clero e laici e ha aperto la strada al sacerdozio universale.
Nella società: è negli ambienti più illuminati del protestantesimo che è sorta la battaglia per l’abolizione della schiavitù, ed è nell’ambiente delle chiese nate dalla Riforma che ha messo radice il movimento per la liberazione delle donne.

Nella visione protestante il cristianesimo è dunque religione della coscienza: qui è tutta la forza e la dignità del protestantesimo. Non si tratta di una coscienza lasciata a sé stessa, ma di una coscienza resa sensibile, matura e profonda dall’incontro con la coscienza più alta, quella di Gesù.

In un tempo come il nostro, in cui il conformismo e l’ossequio servile a pregiudizi di ogni sorta sembrano riacquistare e riacquistano il sopravvento; in cui le relazioni umane, di lavoro e politiche, sembrano essere sempre più dominate da criteri di interesse e di profitto, il protestantesimo può pronunciare una parola importante: l’appello a dare il primato alla coscienza illuminata dall’evangelo.

Si potrebbero e si possono dire anche altre cose sulla Riforma e sulla sua attualità, ma è importante ricordare, oggi, che “è pericoloso e ingiusto andare contro la propria coscienza” e che è pericoloso trascurare di alimentare la propria coscienza con la parola evangelica.
Ed è pericoloso, perché non si possono alla lunga mantenere i risultati politici, sociali, culturali, umani della rivoluzione religiosa della riforma protestante senza nutrirli in continuazione.

Che cosa significa? Significa che la libertà della coscienza è da conquistare, da riconquistare, mai da ritenere scontata, mai da considerare come un bene acquisito una volta per tutte. La libertà di coscienza è il prodotto di un lavoro continuo su noi stessi.
Non basta dirsi protestanti per essere davvero protestanti. Non basta risultare come protestanti nei registri di qualche comunità o di qualche ufficio del controllo abitanti per possedere una coscienza libera.
La tua libertà di coscienza non la ricevi attraverso la nascita, per tradizione, esibendo un documento su cui sta scritto che sei protestante. La tua libertà di coscienza l’acquisisci dal padre che è nei cieli, il quale lotta con te affinché tu cresca, misurandoti alla statura di Gesù.
È nelle tue decisioni quotidiane, politiche, sociali, culturali, religiose, che si mostra il grado della tua libertà di coscienza, la tua capacità di andare contro corrente, seguendo le orme di Gesù.

La riforma protestante del 16. secolo ha mostrato di avere capito tutto questo, operando di conseguenza delle scelte spesso molto nette, di rottura. Noi, che oggi celebriamo la Riforma, siamo altrettanto consapevoli?
Non siamo chiamati a ripetere le stesse scelte, perché viviamo in un’epoca, in un mondo, in una società diverse. Ma nel nostro mondo, nella nostra società, nel nostro tempo - se riteniamo valido ciò che i Riformatori hanno intuito e praticato nel 16. secolo - possiamo e dobbiamo operare scelte ispirate, guidate da una coscienza liberata dalla parola di Dio.

Riscoperta della fraternità

Ecco, quant'è buono e quant'è piacevole che fratelli dimorino insieme!
È come l'olio profumato che, sparso sul capo, scende sulla barba,
sulla barba d'Aaronne, che scende fino all'orlo della sua veste;
è come la rugiada dell'Ermon, che scende sui monti di Sion;
perché là l'Eterno ha ordinato che vi sia la benedizione, la vita in eterno.
(Salmo 133)

Il salmo 133 è un cantico che esalta la bellezza della fraternità (e della sororità), paragonata - con due immagini tipicamente orientali, che fanno sorridere l’ascoltatore e l’ascoltatrice moderni - all’olio profumato dell’unzione sacerdotale e alla fecondità della rugiada. Esaltazione della fraternità (e sororità), dunque, dell’essere assieme di più persone, dove l’uno considera l’altro come fratello, come sorella.
Qualche commentatore moderno ha pensato che si tratti dell’esaltazione della coabitazione sotto uno stesso tetto di più fratelli, cioè dell’esaltazione della vita patriarcale. Un’interpretazione dubbiosa, poiché anche anticamente non fu mai una realtà positiva quella della coabitazione di varie famiglie: valgano gli antichi esempi biblici di Abramo e Lot, di Giacobbe ed Esau con i loro contrasti di idee e di interessi!

No, in questo salmo non c’è l’esaltazione della tribù, della parentela, della grande famiglia “naturale”: nella Bibbia non sono i vincoli di “carne e sangue” che vengono posti a fondamento di un’autentica fraternità e di un’autentica sororità.
Lo stesso Gesù - in una delle sue parole più scandalose e forse meno capite e recepite - quando sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle erano venuti per impadronirsi di lui e distoglierlo dalla sua missione, dirà: “Chi è mia madre? E chi sono i miei fratelli?” e, dopo aver guardato quelli che lo circondavano, esclamerà: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre”.

In altre parole: la famiglia vera, quella che niente può sgretolare, è quella che condivide uno stesso ideale, quella che risponde a una stessa vocazione e che si rinnova alla stessa sorgente. Quel vivere assieme che altrove diviene sorgente di frizione, di difficoltà, di disputa, creando malanimo e dissapori, è invece motivo di gioia quando c’è una profonda realtà spirituale che unisce.
Si tratta di un’esperienza tanto vera e profonda che viene esaltata e paragonata alla rugiada, così indispensabile per rendere lussureggianti le pendici del monte Hermon e della collina di Sion.

Che cosa ha da dire a noi questo antico salmo? Molto, credo, se pensiamo alla società in cui viviamo, caratterizzata da uno spaventoso individualismo generatore di solitudine, di sospetto, dl timore e di chiusura verso gli altri. Quando gli uomini si riuniscono e s’incontrano, difficilmente, mi sembra, possono dire “quant’è buono e piacevole che dei fratelli (e delle sorelle) dimorino assieme”! Perché? Semplicemente perché non sono “fratelli” e “sorelle” gli uni delle altre, ma dei “concorrenti” per i quali, più o meno, è valida la norma: “il tuo arretramento, la tua sconfitta, la tua morte sono quelle che mi fanno avanzare, che mi fanno vincere, che mi fanno vivere”.

Le stesse fratellanze politiche - per altro necessarie e rese possibili da interessi comuni - rivelano sovente la loro fragilità quando cozzano con gli interessi del singolo, con la sua volontà di ascesa, di potere più che di servizio.
Nello stesso ambito del cristianesimo di massa, quando la religione è intesa solo come un fatto individuale, come un puro rapporto verticale con Dio invocato a benedire e a fare prosperare i propri piccoli o grandi interessi, la dimensione dei rapporti orizzontali con il prossimo è atrofizzata, è assente, o pressoché assente, per cui non si può parlare di fraternità, di sororità, di solidarietà, di crescita comune, di gioia nel vivere assieme.

Ed è proprio in questo che risiede la causa di tutti i mali: nel non sapere vedere negli altri dei “fratelli” e delle “sorelle”. E allora? Allora è necessaria una riscoperta dell’evangelo, cioè una riscoperta di Gesù Cristo, di colui che ha realizzato sé stesso come “essere per gli altri”. È necessaria una riscoperta di colui che - creduto, accettato e seguito - (dico “lui” e non un’istituzione ecclesiastica), può far nascere un’umanità rinnovata, composta da uomini e donne che si riconoscono fratelli e sorelle nell’amore di Cristo e riconoscono, negli uomini e nelle donne che hanno accanto, e in particolare negli svantaggiati, nei deboli, nei minimi, delle sorelle e dei fratelli.

Scarabocchi nella polvere

Una delle pagine forse più conosciute dei Vangeli racconta la storia dell’incontro di Gesù con una donna adultera, colta in flagrante, che sta per essere lapidata da una folla inferocita. In quella circostanza, Gesù compie un gesto che è rimasto celebre.

La mattina presto Gesù tornò al Tempio, e il popolo si affollò attorno a lui. Gesù si mise seduto, e cominciò a insegnare. I maestri della Legge e i farisei portarono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa mentre tradiva suo marito. Nella sua legge Mosè ci ha ordinato di uccidere queste donne infedeli a colpi di pietra. Tu, che cosa ne dici?”. Parlavano così per metterlo alla prova: volevano avere pretesti per accusarlo. Ma Gesù guardava in terra, e scriveva col dito nella polvere. Quelli però insistevano con le domande. Allora Gesù alzò la testa e disse: “Chi tra voi è senza peccati, scagli per primo una pietra contro di lei”. Poi si chinò di nuovo a scrivere in terra. Udite queste parole, quelli se ne andarono uno dopo l’altro, cominciando dai più anziani. Rimase soltanto Gesù, e la donna che era là in mezzo. Gesù si alzò e le disse: “Dove sono andati? Nessuno ti ha condannata?”. La donna rispose: “Nessuno, Signore”. Gesù disse: “Neppure io ti condanno. Va’, ma d’ora in poi non peccare più!”. (Giovanni 8, 2-11)

La domanda posta a Gesù mira a coglierlo in contraddizione. Se infatti egli non conferma quella condanna e non approva l’esecuzione che ne consegue, può essere accusato di trasgredire la Legge di Dio, di essere disobbediente ad essa. Se, al contrario, decide a favore della Legge, allora perché accoglie peccatori e prostitute e mangia con loro (Marco 2,15-16; Luca 15,1-2)? Perché si comporta in modo tale da sembrare «un mangione e un beone» (Matteo 11,19; Luca 7,35)? Perché annuncia la misericordia? Quel: «Che ne dici?» significa dunque: «Tu che predichi il perdono di Dio, la remissione dei peccati, che dici di essere venuto a cercare i peccatori e non i giusti (Marco 2,17), da che parte ti schieri in questo caso?».

Osserviamo la scena. Ci sono alcuni che hanno portato a Gesù una donna non perché sia salvata, ma perché sia condannata. Discepoli e ascoltatori sono distanti: qui c’è solo Gesù di fronte a questi uomini religiosi e, in mezzo, una donna in piedi. Solo lei è stata condotta in giudizio, non il suo complice che, secondo la Legge di Mosè, doveva essere anche lui condannato a morte: solo lei, esposta all’opinione pubblica con il suo peccato che viene dichiarato di fronte a tutti. Una donna nell’infamia, nella vergogna, e tutti intorno a lei sono giudici, nemici, accusatori. Non c’è spazio per considerare la sua storia, i suoi sentimenti, la sua consapevolezza: per i suoi accusatori essa non ha solo commesso il peccato di adulterio, è un’adultera, è tutta intera definita dal suo peccato, noto a tutti. È la stessa situazione che incontriamo in un altro episodio, riferito dall’evangelista Luca dove, di fronte a una donna prostituta, giunta di nascosto vicino a Gesù per piangere sui suoi piedi e profumarli, il fariseo Simone afferma: «Questa donna è una peccatrice!» (Lc 7,39).

Ma qui Gesù si china e si mette a scrivere per terra, senza proferire parola. Dalla posizione di chi è seduto passa a quella di chi si china verso terra; di più, in questo modo egli si inchina di fronte alla donna che è in piedi davanti a lui. Si pensi all’eloquenza di questa immagine: la donna che era stata presa e fatta stare in piedi davanti a Gesù seduto come un maestro e un giudice, la donna che ha alle spalle i suoi accusatori con le pietre già pronte in mano, vede Gesù chinato a terra di fronte a lei.

Ma cosa significa questo gesto? Gesù scrive i peccati degli accusatori della donna, come pensavano alcuni interpreti antichi? Oppure scrive frasi bibliche, secondo l’opinione di alcuni esegeti moderni? Non è facile interpretare questo gesto: a mio avviso però esso va inteso in quanto tale, in quanto gesto appunto, senza soffermarsi su parole eventualmente scritte da Gesù. Penso dunque che qui si debbano vedere da un lato gli scribi e i farisei che ricordano la Legge di Mosè scolpita, scritta su tavole di pietra; dall’altro Gesù il quale, scrivendo per terra, la terra di cui siamo fatti noi uomini e donne figli di Adamo, il terrestre, ci indica che la Legge va inscritta nella nostra carne, nelle nostre vite segnate dalla fragilità, dalla debolezza, dal peccato. Non a caso è detto che Gesù scrive «con il dito», così come la Legge di Mosè fu scritta nella pietra «dal dito di Dio» (Esodo 31,18; Deuteronomio 9,10).

Gesù ha davanti a sé la donna e i suoi accusatori. Il contrasto tra questa donna umiliata e la violenza di quelli che l’hanno presa deve avere colpito Gesù. Il quale sembra voler trovare una strada che, da un lato, permetta alla donna di liberarsi, e dall’altro costringa gli accusatori a riflettere su quello che stanno facendo. Non è un compito facile. Non è facile trovare una soluzione. È per questo, probabilmente, che Gesù si mette a scarabocchiare nella polvere: per prendere tempo, per pregare, per far emergere una proposta che eviti di dividere il mondo in peccatori e innocenti.
Anche noi spesso non riusciamo a trovare risposte semplici, soluzioni lineari, percorsi privi di curve. Anche noi dobbiamo, in altre parole, chinarci a terra - come Gesù - e scrivere nella polvere, cercare una strada percorribile, una risposta. E siamo presi dall’ansia, dall’inquietudine, dall’incertezza. Ci sono momenti in cui dobbiamo fare una pausa, imporci una sosta, per poter tentare un cammino nuovo o, almeno, cercarlo. Questo riconoscerci poveri anche di soluzioni appartiene alla nostra realtà, fatta molte volte di scarabocchi sulla polvere, di tentativi, di ricerca. Ma in questa ricerca noi crediamo che Dio sia presente al nostro fianco.

Il copione sembra già scritto: gli accusatori scaglieranno la loro pietra, e la donna morirà. Nessuno, individualmente, potrà essere considerato colpevole di quell’uccisione. La responsabilità ricadrà sull’insieme del gruppo, sul branco. Dopo avere scarabocchiato nella polvere, provocando una pausa di raccoglimento, Gesù dice: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”. È una frase stupenda, disarmante. Con quelle poche parole, Gesù dissolve la massa degli accusatori. Ora non rimangono che singoli individui, non più certi del fatto loro.
Gesù scioglie il branco. Non accusa gli accusatori, ma li interpella, singolarmente, in modo diretto. È come se dicesse a ciascuno: non nasconderti nel branco, non nasconderti nella massa, non cercare rifugio dietro norme e paragrafi. Esci dal tuo nascondiglio. E dai ascolto al tuo cuore, ai tuoi sentimenti, alle tue passioni. Assumi la responsabilità di prendere una decisione personale: davanti a te stesso, davanti al tuo prossimo, davanti a Dio.

Ancora una considerazione sulla reazione alla parola-domanda di Gesù. Il testo dice che gli accusatori, «udito ciò, se ne vanno uno per uno, cominciando dai più anziani». Questa precisazione dell’autore attesta una verità semplice, ma che non dovremmo mai dimenticare: più si avanza in età, più numerosi sono i peccati fatti e accumulati; questa coscienza dovrebbe attenuare la nostra inflessibilità verso gli altri, invece di indurirla.

Gli accusatori, dunque, se ne vanno. Chissà che cosa avranno fatto quegli uomini, dopo avere deposto a terra la pietra che tenevano in mano? Chissà se avranno trovato il coraggio di tornare a casa più disponibili a fare i conti con il loro cuore, e a imboccare nuovi cammini? Dopo avere lasciato cadere le loro pietre, i loro cuori si saranno aperti? E avranno accolto l’invito di Gesù a diventare persone dotate di una positiva individualità?

Ma non ci sono solo gli accusatori che si allontanano. C’è anche la donna che rimane, sola, davanti a Gesù.
Dopo l’incontro silenzioso, fatto di soli gesti, ora è possibile l’incontro parlato, che comincia con l’appellativo rivolto da Gesù alla sua interlocutrice: «Donna». La chiama «donna», come aveva fatto con sua madre (Giovanni 2,4) e con la samaritana (Giovanni 4,21), come farà con Maria di Magdala nell’alba di Pasqua (Giovanni 20,15).
Rivolgendosi a lei in questo modo Gesù le restituisce la sua dignità, la fa risaltare davanti a sé per quella che è: non un’adultera, non una peccatrice (tutti titoli che anche daremmo e di fatto diamo a una moglie infedele), ma una donna.
Nessuno le aveva rivolto la parola, tutti l’avevano trascinata lì come un oggetto; Gesù invece le rivolge la parola, la restituisce alla sua dignità di donna e le chiede: «Dove sono [i tuoi accusatori]? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispondendo: «Nessuno, Signore» fa una grande confessione di fede. Colui che si trova di fronte a lei è più di un semplice maestro, «è il Signore».

Infine, Gesù conclude questo incontro con un’affermazione straordinaria: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Sono parole gratuite e unilaterali. Il testo, infatti, non ci dice che la donna era pentita, non è interessato ai suoi sentimenti ma rivela che, quando è avvenuto l’incontro tra la santità di Gesù e il peccato di questa donna, allora - per riprendere ancora le parole di Agostino d’Ippona - «rimasero solo loro due, la misera e la misericordia». Ecco la gratuità di quella assoluzione: Gesù non condanna, perché Dio non condanna, ma con questo suo atto di misericordia preveniente offre a quella donna la possibilità di cambiare.
Non ci viene detto che essa cambiò vita, che si convertì, che andò a fare penitenza né che diventò discepola di Gesù e si mise a seguirlo. Guardiamoci bene dal far dire a questo brano ciò che noi desidereremmo dicesse. Non sappiamo se questa donna perdonata dopo l’incontro con Gesù abbia cambiato vita: sappiamo solo che, affinché cambiasse vita e tornasse a vivere, Dio, che non vuole la morte del peccatore, l’ha perdonata attraverso Gesù e l’ha inviata verso la libertà: «Va’, va verso te stessa e non peccare più».

Dopo la lettura di questo incontro possiamo comprendere meglio perché Gesù abbia potuto dire: «Io non giudico nessuno» (Giovanni 8,15). Gesù, infatti, è venuto non per giudicare ma per salvare il mondo (Giovanni 3,17); è venuto per i peccatori, non per i giusti; per i malati, non per i sani (Marco 2,17).

Seguire Gesù

Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 57-62)

Il brano evangelico contiene tre brevi episodi che spiegano quello che significa essere discepoli di Gesù Cristo e come lo si può diventare.

“Verrò con te dovunque andrai”: sono le parole che un entusiasta rivolge a Gesù. Si tratta probabilmente di una persona colta, religiosamente praticante, seria nel suo comportamento, che persegue l’ideale di una vita stimata, tranquilla, socialmente “riuscita”.
Per quella persona seguire Gesù significa accrescere la propria conoscenza, quindi ascoltare, imparare, accrescere il proprio bagaglio culturale, religioso, forse anche il proprio prestigio.
Gesù gli risponde di non potergli offrire nulla, non avendo egli nemmeno una pietra dove posare il capo. In altre parole, modera il suo entusiasmo dicendogli di non potergli garantire nessuna sicurezza. Con ciò gli fa capire che il seguire è qualcosa di impegnativo, che implica una precisa scelta tra le sicurezze umane, sociali, economiche e la sicurezza che si fonda solo in Cristo.

“Vieni con me!”: è l’invito rivolto da Gesù a una persona che ha tutte le caratteristiche dell’uomo incerto. Si tratta probabilmente di un uomo religioso, legato a usanze, tradizioni, comportamenti del suo ambiente sociale e della sua famiglia. Lo si capisce dalla sua risposta: “Permettimi di andare prima a seppellire mio padre”.
I doveri familiari contano, certo, ma tutto dipende dalla bilancia usata: il rituale funebre durava allora ben sette giorni.
Gesù invita quell’uomo a rompere con tradizioni che danno tanto valore alla “morte”: sono i “morti” (spiritualmente) che danno tanto valore alle cerimonie esteriori e che per queste dispongono di tutto il tempo possibile immaginabile, mentre non hanno tempo per amare quelli che sono ancora in vita.
Qando c’è conflitto tra il seguire Gesù e altre cose, la scelta è chiara: famiglia, patria, professione non devono limitare la nostra disponibilità di servizio; se non si contentano di essere il luogo in cui si esercita la nostra vocazione, allora si fa strada una prospettiva diversa: “Lascia ogni cosa e seguimi”.

“Verrò con te”, dice un terzo uomo, un calcolatore che ha intravisto in Gesù qualcosa di molto importante. Ma, siccome si tratta di una persona “prudente”, chiede di poter “andare a salutare i parenti”: vuole lasciare tutto in ordine per un eventuale ritorno, per avere il futuro senza perdere il passato. Gesù gli risponde che per tracciare bene un solco, diritto e profondo, bisogna guardare davanti all’aratro e non voltarsi indietro.
Non si segue “calcolando”, volendo “conservare” il patrimonio dei valori acquisiti: seguire è riesame, rimessa in questione, apertura al nuovo, all’imprevedibile, qualcosa che richiede - se necessario - una disponibilità a rompere con il passato.

Leggendo il testo dell'evangelista Luca, possiamo riconoscere, nei tre personaggi incontrati, tratti che ritroviamo anche in noi stessi. Anche noi, come quei tre uomini, siamo a volte entusiasti, o superficiali, incerti, o conformisti, calcolatori, o prudenti.
E allora? C’è da disperare? Indubbiamente sì, se ci fondiamo solo su noi stessi e sulle nostre capacità. Anzi, di fronte a questo testo viene da dire: “Se seguire Gesù è così impegnativo, forse è meglio lasciar perdere”.

Forse però le parole di Gesù dovrebbero essere ascoltate partendo non da ciò che egli chiede, bensì da ciò che egli dona e che viene nominato nel secondo e nel terzo di questi brevi dialoghi: Gesù chiama all’annuncio del Regno di Dio. E che cos’è mai il regno di Dio? È un tipo di vita, uno spazio spirituale, una relazione affettuosa, che Dio stabilisce con noi. Gesù, altrove, lo paragona a una perla preziosa, o a un tesoro nascosto nel campo: è vero, per acquistare la perla, o il campo dove c’è il tesoro, bisogna vendere tutto, acquisire il capitale. Ma lo scopo non è una vita misera, bensì l’acquisto del campo, una ricchezza più grande.
È così anche in questi dialoghi: Gesù offre qualcosa di grande e bello, la sua chiamata costituisce, in primo luogo, una grande occasione.

La prima domanda che dobbiamo porci, dunque, non è se siamo abbastanza bravi, abbastanza forti, abbastanza generosi da far passare in secondo piano persino i legami familiari più significativi. Se partiamo da noi e dalla nostra disponibilità, siamo perduti. La vera domanda è: abbiamo ascoltato la buona notizia del Regno di Dio? Gesù, la sua persona, il suo messaggio, ci parlano?

Scoprirlo non è difficile. L’evangelo si manifesta come una grande passione, come una realtà carica di fascino. È come l’amore per una persona: è impegnativo, si tratta di condividere tutto, dai soldi al bagno, la poesia dell’eros, ma anche la prosa delle pulizie e di tante altre cose molto terra terra. Nessuna persona innamorata, però, si spaventa di fronte a questa prospettiva. La partita, dunque, non si decide su ciò che lascio, ma su ciò che trovo, una vita con Gesù, una relazione con il suo Padre celeste, relazione che Gesù chiama “Regno di Dio”.

La fede cristiana può essere paragonata a una sorta di innamoramento nei confronti di Gesù, così come ce lo testimonia il Nuovo Testamento.
Se non sai che cos’è, non c’è raccomandazione né minaccia che tenga, sarai sempre lì a tirare sul prezzo a tenere la contabilità del tuo impegno e a sospettare che non ne valga la pena. Se invece Gesù ti parla, pensaci un attimo e valuta quello che devi affrontare, proprio  come quando costruisci un’esistenza con un uomo o una donna: dopodiché, vai, e vivi in pienezza la relazione, senza superficialità e al tempo stesso senza paura.
La vita cristiana non è per eroi della fede, ma per persone che vivono la passione dell’incontro con colui che ci introduce nel Regno di Dio.

Seguire l'esempio di Gesù

'Sapete che nella Bibbia è stato detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico: non vendicatevi contro chi vi fa del male. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu presentagli anche l'altra. Se uno vuol farti un processo per prenderti la camicia, tu lasciagli anche il mantello.
'Se uno ti costringe ad accompagnarlo per un chilometro, tu va' con lui per due chilometri. Se qualcuno ti chiede qualcosa, dagliela. Non voltare le spalle a chi ti chiede un prestito.
'Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male.
'Se voi amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete? Anche i malvagi si comportano così!
'Se salutate solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri? Anche quelli che non conoscono Dio si comportano così! Siate dunque perfetti, così com'è perfetto il Padre vostro che è in cielo
. (Matteo 5,38-48)

Nel suo insegnamento, Gesù invita ripetutamente a essere buoni e a fare il bene. Tale comportamento è la risposta ai bisogni dell’altro, e non ai suoi meriti. Gesù precisa, inoltre, che occorre essere “perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5,48).

Non si tratta di raggiungere un’astratta e irraggiungibile perfezione, ma di lasciarsi guidare dal modo in cui Dio si comporta nei confronti dell’umanità, che è quello di un amore incondizionato.
Mentre la tradizione religiosa sosteneva che la pioggia non scendesse sui peccatori (Amos 4,7), Gesù afferma che Dio non si lascia condizionare dal comportamento dell’umanità, ma a tutti, ugualmente, comunica un amore che, come l’azione della pioggia e del sole, feconda e produce vita (“Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”, Matteo 5,44-45).

Gesù dice che noi possiamo trovare la pienezza della nostra umanità lasciandoci coinvolgere nella dinamica di Dio. L’amore di cui Gesù parla non è una nostra iniziativa: è una iniziativa di Dio, in cui Dio ci coinvolge.
Si tratta, in altre parole, di lasciarsi coinvolgere dalla dinamica del dono: dal padre al figlio, dal figlio ai suoi, dai suoi a tutti l’umanità.
Per questo Gesù ha chiesto di superare la legge del taglione (“Occhio per occhio e dente per dente”, Esodo 21,24) e di sostituirla con un comportamento diverso: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5,38), spronandoci a introdurre nella società un comportamento capace di disinnescare il virus della violenza.

Per Gesù, chi colpisce perde la sua dignità umana, mentre la persona colpita, che non risponde alla violenza usando violenza, dimostra che la sua dignità e la sua libertà non sono stati scalfiti dall’aggressione che ha subito.
Attenzione però: Gesù non invita a un atteggiamento passivo, vittimista. Al contrario, indica un comportamento attivo, che rimette in discussione i ruoli e le situazioni. Ripensiamo all’episodio in cui Gesù, durante il processo, dopo aver risposto al sommo sacerdote, viene schiaffeggiato da una guardia che lo rimprovera dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?” (Giovanni 18,23).
Alla violenza ricevuta, Gesù risponde invitando la guardia a ragionare con la propria testa (“Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”, Giovanni 18,23). Gesù non risponde alla violenza con la violenza, ma interpella la guardia cercando di fargli recuperare la sua autonomia di pensiero e la sua umanità. Ma la guardia non risponde: è un esecutore d’ordini, non un individuo in grado di pensare, è capace di violenza, non di parole, usa la violenza propria dei servi, delle guardie e dei soldati, cioè di persone che non sono libere, ma sottomesse, e che si identificano con il potente che li comanda e a cui si sottomettono.

Purtroppo, l’insegnamento di Gesù di fronte alla violenza subita (Matteo 5,38-42) è stato spesso interpretato come un invito alla rassegnazione, alla sopportazione, a tollerare ingiustizie e soprusi, a tacere e subire il male, a chinare il capo, ad accettare “per amor di Dio” ogni angheria e prepotenza. E ben presto i cristiani e le cristiane – soprattutto le cristiane – sono stati presentati come remissivi, miti, sottomessi.

Di nuovo, siamo chiamati a riflettere attentamente: Gesù ha proclamato beati i buoni, ma non i tonti. Anzi, chi crede è chiamato a denunciare ogni ingiustizia e ogni sopruso, e se non lo fa ne diventa complice. Seguire l’insegnamento di Gesù non significa essere neutrali o lavarsi le mani – sono i discepoli di Pilato quelli e quelle che se ne lavano le mani –, ma partecipare e agire. Sempre dalla parte degli oppressi e mai da quella di chi opprime.

Gesù ha denunciato il comportamento dei potenti, non ha avuto soggezione di nessuno (Marco 12,14), non ha mai usato il linguaggio diplomatico, né le prudenze del quieto vivere, ma si è scagliato contro i suoi avversari. Basta leggere le invettive contro scribi e farisei, che definisce ipocriti, guide cieche, stolti, sepolcri imbiancati, pieni di ipocrisia e di iniquità, serpenti, razza di vipere, assassini… (Matteo 23,1-36).
Le stesse invettive Gesù le rivolge anche ai farisei, che pure lo avevano invitato a un pranzo: “Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze” (Luca 11,44).
E quando un dottore della Legge – oggi diremmo un teologo – si mostra risentito per le sue parole, Gesù non solo non chiede scusa, ma accusa anche quella categoria: “Guai anche a voi, dottori della Legge” (Luca 11,46).
Gesù arriva a definire i capi religiosi “figli del diavolo”, “bugiardi e assassini” (Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità”, Giovanni 8,44).

Le invettive di Gesù non sono solo per i rappresentanti di un’istituzione religiosa che, per mantenere il proprio potere e i propri privilegi, gli è ostile, ma prendono di mira, a volte, anche i suoi seguaci. Egli non esita a definire quelli che lo seguono “increduli”, “di poca fede” (Matteo 8,26), “stolti e tardi di cuore” (Luca 24,25), fino a perdere la pazienza e sbottare: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (Matteo 17,17).

È illusorio pensare che la proclamazione della buona notizia di Gesù si realizzi senza conflitti, con atteggiamenti buonisti. Gesù è causa di dissidio (“Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”, Matteo 10,35-36).
Senza tanti giri di parole, Gesù non esita a respingere anche chi non risponde ai bisogni essenziali della vita, dal cibo all’ospitalità di quanti li necessitano (“Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”, Matteo 25,41-46).

Nel Discorso della Montagna, Gesù ha proclamato beati e figli di Dio i “costruttori di pace (Mt 5,9). La beatitudine non riguarda il carattere dei pacifici (Gesù non dice “beati i pacifici”), ma l’attività di chi lavora per la pace. Mentre i pacifici, per la propria tranquillità, evitano accuratamente ogni situazione di conflitto, i costruttori di pace, per la pace altrui, sono disposti a perdere la propria.
Questo impegno li spinge non solo a denunciare tutte le situazioni di ingiustizia che impediscono la pace, ma, con il proprio comportamento, a essere una denuncia visibile per la società.

Non dimentichiamolo mai: Dio sta sempre dalla parte dei perseguitati e mai di chi perseguita, anche se chi lo fa pretende di farlo in nome suo. Di conseguenza, seguire Gesù può comportare l’andare incontro ad attriti e conflitti, e questo perché chi crede è chiamato a denunciare ogni ingiustizia e ogni sopruso, e se non lo fa ne diventa complice.